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November 23
Cambiamenti climatici
"Servono 50 anni per conoscere la verità sul destino del pianeta"
Il ricercatore Franco Prodi, fratello di Romano: "Obama parla di catastrofe in disaccordo con la scienza". Il Tempo «Fantascienza». Basta una parola per descrivere le teorie
catastrofiste degli ambientalisti estremisti. Il clima è argomento
serio. È per questo che professori come Franco Prodi, fratello del più
famoso Romano ex inquilino di Palazzo Chigi, dedicano una vita allo
studio della materia. Ricercatore del Cnr, studioso della fisica
dell'atmosfera, meteorologia e climatologia, Prodi vigila su fenomeni
come il global warming, il surriscaldamento dei mari o lo scioglimento
dei ghiacchi, con occhio scientifico.
Professore, Obama parla di «rischio catastrofe» per le generazioni future.
«C'è una parziale contraddizione. Noi non siamo in grado di fare
scenari precisi, previsioni concrete. Non sono d'accordo con Obama,
perché dà una certezza di catastrofismo che non è in accordo con le
condizioni della conoscenza. Su questo tema oggi di dominio
internazionale anche a livello politico, la mia opinione è che c'è
stata una macroscopica falsa partenza e il discorso è passato dalle
mani dei ricercatori agli esperti di scenari. Ciò ha portato le Nazioni
Unite a operare secondo principi di precauzione, a concepire il
meccanismo delle conferenze che riguarda i ministeri e i capi di
governo, che acquisiscono consigli da scienziati per procedere,
appunto, in base a principi di precauzione».
I consigli sono seguiti?
«Di sicuro si è arrivati a Kyoto: una proposta di accordo disattesa da
molti Paesi, come la Cina. Tutto questo è una falsa partenza: si dà
l'impressione di aver già acquisito tutti gli strumenti necessari per
generare una soluzione ma non è così. E la ricerca invece di essere
sotto i riflettori viene messa da parte».
Nella peggiore delle ipotesi cosa si rischia con i cambiamenti climatici?
«Potremmo anche assistere a variazioni di correnti oceaniche, o altri
importanti cambiamenti. Ma questa è una situazione in cui la conoscenza
è incompleta: non possiamo né tranquillizzarci né parlare di
catastrofe».
In ogni caso, il nostro Pianeta non affronta la fase di mutamento climatico per la prima volta.
«Vede, il clima cambia per definizione. È come avere una lampada, che è
il Sole, e una sfera, che è la Terra: la distanza che c'è tra i due
elementi può cambiare e anche l'intensità della lampada può cambiare, è
normale. In passato ci sono stati grandi cambiamenti climatici, grandi
cicli astronomici e astrofisici. E in questo l'uomo non c'entra nulla.
Bene, l'atmosfera che circonda la Terra media tra il Sole e il nostro
pianeta: lascia passare la luce visibile ma non gli infrarossi. Quindi
possiamo dire che l'atmosfera complica molto il sistema».
Quando l'influenza dell'uomo entra in gioco e quanto incide sul clima?
«Da due secoli a questa parte l'uomo è in grado di competere con la
natura. Può generare particelle e gas, modificando la natura. Se
contiamo tutte queste le particelle prodotte dall'uomo, arriviamo al 20
per cento del totale. Non poco. Ma due secoli, rispetto ai grandi cicli
di cui parlavamo prima, sono solo un battito di ciglia. Il problema è:
siamo noi in grado di avere modelli che comprendono tutte le variabili
in modo coerente, per cui si possa isolare il comportamento dell'uomo
dagli altri agenti che contribuiscono al cambiamento climatico? La
risposta è no».
Quindi chi parla di global warming non può puntare il dito sull'Uomo?
«A mio avviso la situazione dei modelli attuali è ancora nell'infanzia,
i processi di separazione del contributo antropico da tutti gli altri
non è ancora quantificato. È chiaro che l'impedimento del riscaldamento
globale attraverso il contenimento della Co2 è basata sul principio di
precauzione. Anche perché quello che fa male al clima fa male anche
all'ambiente. Cominciamo quindi a dire che tutto lo sviluppo
industriale dimentica che stiamo distruggendo le risorse e cerchiamo di
capire quali correzioni l'umanità deve fare al sistema di mercato e
all'economia per rispettare il pianeta».
Se non conosciamo il problema, i grandi leader cosa cercano di risolvere?
«Infatti Kyoto, come detto, è stata una grande falsa partenza.
Non dico che non sia una preoccupazione giusta cercare un dialogo fra
il mondo della scienza e dei politici, però non è solo questo il
canale. Si è dimenticato che l'umanità si deve basare sulla verità
scientifica».
Dal vertice Onu di Copenaghen cosa si aspetta?
«Troveranno un accordo per una riduzione che cercherà di far contenti
tutti, ma sarà insufficiente. Ci sarà chi sottoscriverà, chi no, chi si
svincolerà come al solito: finirà con un ulteriore rinvio e
un'attenuazione dei buoni propositi».
Gli italiani conoscono i pericoli dei cambiamenti climatici?
«No, assolutamente. C'è una gran confusione e un distacco dalla scienza. Si privilegia la fantascienza».
Ma la scienza che tempi si dà per avere risposte certe?
«Per arrivare a un modello di clima affidabile si parla di 40-50 anni,
se prendiamo la strada giusta. Anche lo stesso monitoraggio satellitare
è da perfezionare. Guardare la Terra dallo Spazio ci dà una
comprensione del clima sempre più importante, ma ci vorranno altri
vent'anni con missioni spaziali specifiche per avere nuove risposte». Vai alla homepage Fabio Perugia 24/09/2009
Un esempio di come in Italia, e nel mondo, si discute di cambiamenti climatici. Scienziati del CNR scrivono al loro ministro Dieci
scienziati del clima appartenenti al Cnr, capitanati dal professor
Prodi, scrivono al ministro criticando severamente metodi e meriti
della recente Conferenza sui Cambiamenti Climatici ‘‘Mi
confesso un po’ sorpreso dell’assunto centrale della Vostra missiva,
che cioè cambiamenti climatici irreversibili non siano discernibili e
certi. Forse la chiave è in quell’irreversibili. Ma, seguendo da
profano la letteratura mondiale, mi pare che sia ormai larghissimamente
condivisa la valutazione degli effetti delle attività umane
sull’ambiente e i conseguenti cambiamenti climatici’‘. Questa è un
brano della risposta che il ministro dell’Università e della Ricerca,
Fabio Mussi, ha dato alla lettera a lui indirizzata da dieci scienziati
(Franco Prodi, Paolo Gasparini, Arnaldo Longhetto, Domenico Patella,
Renato Santangelo, Antonio Speranza, Alfonso Sutera, Paolo Trivero,
Umberto Villante, Guido Visconti) che hanno espresso un dissenso nei
confronti della Conferenza Nazionale sui Cambiamenti Climatici. Anche
perché, loro, proprio gli scienziati che si occupano al Consiglio
Nazionale delle Ricerche del clima e dell’atmosfera, sembra che alla
suddetta conferenza non siano stati nemmeno invitati. ‘‘Egregi
Professori, la Conferenza Nazionale sui Cambiamenti Climatici è stata
organizzata dal ministero dell’Ambiente – puntualizza il ministro – Mi
rammarico del fatto che non sia stata coinvolta una parte della
comunità scientifica. Tuttavia una conferenza non chiude la
discussione’‘. Il testo integrale della lettera degli scienziati del CNR,
al momento non è ancora stato comunicato, nemmeno alle agenzie di
stampa, e quindi possiamo riportare solo alcune affermazioni e il
condizionale è d’obbligo. Il professor Franco Prodi, direttore Cnr
dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima, capofila
firmatario nella lettera degli scienziati indirizzata a Mussi,
affermerebbe che se si lasciasse che la ricerca in Italia fosse tutta
concentrata sui problemi di “adattamento” e “mitigazione”, rispetto ai
cambiamenti climatici, vorrebbe dire che si rinuncerebbe alla
conoscenza profonda del fenomeno. E questo, sempre a detta del
professor Prodi e degli altri firmatari, coinvolgerebbe non solo il
ruolo futuro della ricerca sul clima, ma anche le strategie d’azione
che hanno ricadute importanti sulle scelte che riguardano l’ambiente e
l’energia. Inoltre vorrebbero che Pecoraro Scanio ammettesse l’errore
dal momento che, secondo loro, definiscono addirittura “delirante”
difendere un infortunio come quello del ministro sull’aumento delle
temperature, definito pari a quattro volte rispetto a quello del resto
del mondo. E’ quindi un’accusa che non punta il dito solamente sul
metodo, ma anche sul merito della conferenza. Mussi cerca di mediare
e aggiunge che ‘‘Ovviamente si tratta di stime e previsioni
probabilistiche, entro un certo range. Ma ormai anche i governi più
restii a riconoscere il fatto (come quello degli Stati Uniti e della
Cina, come ho potuto constatare con il mio omologo cinese venerdì
scorso) danno credito all’allarme, alzatosi di livello dopo l’ultimo
rapporto Ipcc. Tutto sbagliato? Mi interessa affrontare con voi la
discussione. Intanto, farò conoscere la Vostra lettera ai miei colleghi
di Governo’‘. (fonte Rinnovabili.it) Rinnovabili.it November 21
Cos'è
l'UAAR? No, non è un'espressione esclamativa - del tipo uanima - mutuata
da un grosso rutto. E' un acronimo che sta per Unione degli atei e degli
agnostici razionalisti. Un nome orribile che ben si addice alla sostanza.
Ma nonostante la pedanteria della definizione (non bastava semplicemente
"non credenti"?) le cose non sono molto chiare. Che vuol dire essere
razionalisti? Scommetto che nessuno da quelle parti se lo chieda, perchè
altrimenti scoprirebbe che il razionalismo è una corrente filosofica superata
da almeno due secoli e fatta a pezzi da Kant. Il quale, pur superandolo, era
senza dubbio debitore più nei confronti dell'empirismo che del razionalismo.
Già, perchè poi dirsi razionalisti (sostenere cioè il primato della ragione) e
non empiristi (il primato dell'esperienza)? Non sanno forse Piergiorgio
Odifreddi e Margherita Hack che la scienza moderna ha un suo elemento
fondamentale nell'esperimento? Mistero.
Ormai
l'UAAR è sempre più presente nel dibattito pubblico. E questo è senza dubbio un
bene, perchè permette di conoscere meglio una realtà che altrimenti rimarrebbe
molto influente ma sostanzialmente sconosciuta. Pur mancando una qualche forma
di autopresentazione nel loro sito, del tipo una voce Chi siamo, dalle
varie pubblicazioni si deduce un atteggiamento di profondo astio non solo
anticlericale ma proprio antireligioso nel senso più generale. Quelli dell'UAAR
non perdono mai l'occasione per indicare nella religione uno dei principali
mali del mondo, da contrapporre invece ad una loro malintesa e sbandierata
laicità. Capirete che, con una tale impostazione, troverete centinaia di
articoli sulle violazioni dei diritti umani nei paesi islamici ma nemmeno uno -
almeno io non l'ho trovato – sui crimini perpetrati dalla Cina e dagli altri
paesi ancora a regime di ateismo di stato. Questo per il presente, analogamente
per il passato troverete articoli sull'Inquisizione e sulle crociate, ma
ovviamente nulla sull'Unione Sovietica. Anzi, su quest'ultima troverete
articoli velatamente nostalgici verso il Museo dell'ateismo - che a detta anche
di D'Alema faceva ridere - o per il lancio dello Sputnik.
Per farla
breve, disinformazione (e omissione) per il passato come per il presente. Come
se non bastasse, il pubblico è anche peggiore. Composto per buona parte da veri
e propri fanatici le cui opinioni fanno venire la pelle d'oca. E questo mentre
l'UAAR afferma con orgoglio di non abbandonarsi mai, rispetto agli altri, alla
violenza verbale. E se ci si abbandonasse, che accadrebbe? Questi sarebbero poi
quelli che ci dovrebbero liberare dall'oscurantismo clericale e religioso. E
poi chi ci libererebbe dai liberatori?
Per
questo ho pensato di riunire in un unico post tutti i miei interventi sulle
menzogne dell'UAAR, fatta eccezione per quelli su Odifreddi - uno dei più noti
esponenti - che ne merita uno tutto suo. Si tratta ovviamente di un elenco
provvisorio e destinato ad allungarsi ma che può offrire un quadro più generale
dell'ideologia UAAR e del suo modus operandi. Ovviamente sono gradite
segnalazioni.
Il povero Dalai Lama viene accostato a quelli di Forza nuova perché ha
osato difendere la cultura cristiana – rappresentata dal Crocefisso – da una
concezione oltranzista e nichilista della laicità. Con pesanti offese nei
commenti fino alla giustificazione della repressione cinese in Tibet
Una sentenza del Tar del Lazio che giudica inammissibile un ricorso sul
caso Englaro, viene presentata invece come un accoglimento con tanto di enfasi
sulla vittoria di civiltà. E gli illuminati commentatori, ovviamente abboccano...
Vari articoli che magnificano un cialtrone in odore di truffa, un vero e
proprio “abuso della credulità popolare”
Polemiche
a convenienza. Se sono gli atei a dirlo, va bene. Se gli altri, è uno scandalo.
Credo non ci sia bisogno di commenti. November 20
Non fu
il Concordato fascista a prescrivere il crocifisso a scuola ma nel 1860 lo
Stato risorgimentale, pur se in lotta con la Chiesa
di
Giuseppe Dalla Torre
C'erano
simboli religiosi nell'aula della famosa maestrina dalla penna rossa di
deamicisiana memoria? Probabilmente sì; o almeno avrebbero dovuto esserci,
stando alla normativa allora in vigore.
Pochi sanno, infatti, che il regolamento per l'istruzione elementare del 15
settembre 1860, n. 4336, attuativo di quella famosa legge Casati del 1859 che
costituì per un sessantennio la struttura fondamentale del nostro sistema
scolastico, prevedeva l'affissione nelle aule scolastiche del crocifisso. La
disposizione era destinata a passare sostanzialmente senza soluzioni di
continuità nella normativa regolamentare successiva. In particolare, prima di
essere ripresa dai provvedimenti dell'età del fascismo (tutti comunque
precedenti al Concordato del 1929), essa venne nuovamente ribadita dal
regolamento generale dell'istruzione elementare del 6 febbraio 1908, n. 150.
Dunque l'esposizione del crocifisso nelle scuole non è frutto della
«riconfessionalizzazione» dello Stato che, secondo un giudizio comune ancorché
discutibile, sarebbe stata operata dai Patti lateranensi del 1929 o, più in
generale, dal fascismo. Né tale esposizione deve farsi risalire agli ultimi
governi liberali quando, per usare un'espressione di Gabriele De Rosa, viene
meno l'ideale laicista ed è ormai entrato in crisi lo Stato liberale. Le
disposizioni in materia hanno invece origine nell'età risorgimentale ed
attraversano tutto il periodo del più duro e dilacerante conflitto fra Stato e
Chiesa, quando separatismo e una laicità inclinante al laicismo segnano la
politica e la legislazione italiana in materia ecclesiastica.
Qualcuno dirà che dette norme erano pure diretta conseguenza del principio
della religione cattolica come religione dello Stato, consacrato nell'art. 1
dello Statuto albertino del 1848. Ma è noto che tale disposizione era stata
sostanzialmente abrogata già all'indomani della pubblicazione dello Statuto.
Sicché - come poteva scrivere alla fine dell'Ottocento un autorevole giurista ,
Carlo Calisse - l'art. 1 dello Statuto doveva intendesi solo «nel senso che
essa (la religione cattolica: ndr) è quella che la maggioranza dei
cittadini segue, e che del suo culto si serve l'autorità civile quando occorra
d'accompagnare alcuno dei suoi atti con cerimonie religiose. Di modo che, a
così poco ridotto, in nulla il detto articolo contraddice al sistema della
separazione fra la Chiesa e lo Stato». Da parte sua agli inizi del '900 un
altro grande giurista, Arturo Carlo Jemolo, in uno studio sulla natura e la
portata dell'art. 1 dello Statuto, concludeva addirittura dicendo che non si
trattava di una norma giuridica ma di una mera dichiarazione, senza alcun
effetto giuridico pratico. Le origini storiche di una disposizione che oggi,
talora, viene messa in discussione, ci dicono almeno due cose. La prima è che,
come simbolo religioso, il crocifisso è un simbolo passivo, in quanto tale non
idoneo né diretto a costringere o ad impedire l'individuo in materia religiosa
e di coscienza, né a contravvenire al principio della laicità dello Stato. Il
fatto che lo Stato italiano laico e separatista prevedesse come facoltativi i
corsi di religione nelle scuole, ma prescrivesse al contempo l'esposizione del
crocifisso, ne è una evidente riprova. La seconda riguarda il crocifisso come
simbolo culturale. Non c'è dubbio, infatti, che esso esprima una storia, una
tradizione, una cultura; in breve: l'identità degli italiani. Ed anche qui il
fatto che lo Stato ne prescrivesse l'esposizione, pure nei periodi in cui la
scuola divenne il terreno della più rovente conflittualità tra Stato e Chiesa,
tra liberali e movimento cattolico, costituisce un fatto illuminante. Esso
prova, infatti, che si tratta (anche) di simbolo culturale; di un simbolo che
ha plasmato l'identità italiana e, con altri simboli, ha alimentato gli
italiani dei necessari sentimenti di comune appartenenza. Ed è per questo che
anche l'Ottocento liberale, e talora anticlericale, ne ha ritenuto non
incompatibile, ma necessaria, la conservazione.
Avvenire,
18 giugno 2004
Continua la polemica sul crocefisso, ma adesso l'UAAR cambia strategia. Dopo averla provocata e finanziata adesso la parola d'ordine è vittimizzarsi. Avendo subito minacce di frange fanatiche che nulla hanno a che vedere col Cristianesimo, come gli hooligans con lo sport, cercano di appiattire qualunque dissenso a Lega e Forza Nuova. Particolarmente patetico questo articolo dove il Dalai Lama viene accostato ai militanti di Forza Nuova. Cosa li unisce? Entrambi parlano di tradizione... Crocifisso, scende in campo anche il Dalai LamaE’ il più famoso leader religioso del mondo, e ritiene sia “di fondamentale importanza mantenere le proprie tradizioni”. Poiché, a suo dire, l’Italia ha un retroterra cristiano e cattolico, anche se lui non lo è, ritiene sia dunque giusto, anzi “importantissimo”, mantenere il crocifisso nelle aule scolastiche. Sono le opinioni del Dalai Lama rilasciate ieri alla Camera dei Deputati, dove si è presentato accompagnato da Richard Gere per incontrare Gianfranco Fini.Alla tradizione si rifà anche Forza Nuova. Nella notte un gruppo di suoi militanti ha appeso alcuni crocifissi all’ingresso degli edifici della Regione Liguria e davanti ad alcune scuole genovesi: “la nostra è stata un’azione pacifica”, hanno poi dichiarato, “finalizzata alla critica della visione di un’Europa priva di quei valori che l’hanno costruita nei secoli: cristianità, nazione, popolo”.Nel frattempo, la discussione sui crocifissi continua ad attirare l’attenzione dei mezzi di informazione stranieri. Una trasmissione radiofonica della SBS (Lo scandaglio) è andata in onda a Melbourne, in Australia, e ha visto la partecipazione di padre Giordano Muraro, teologo; Luigi Tosti, giudice; Bruno Bartoloni, vaticanista del Corriere della Sera; Gabriella Gagliardo, insegnante.Ma ancora più tristemente divertenti sono i commenti che danno, come al solito, sfoggio di un fanatismo peggiore di quello che vorrebbero combattere. Il Dalai Lama è un personaggio molto apprezzato anche dalla cultura laica, ma adesso ha detto una cosa che dispiace all'UAAR: quindi è un mostro. Ne ho scelti alcuni: Beh il dalai lama è il rappresentante di una delle più feroci teocrazie mai esistite. Nel Tibet pre invasioni c’erano 3 classi sociali: monaci, nobili e schiavi. I monasteri stappavano i bambini alle famiglie per garantirsi la mano d’opera a basso costo e il “noviziato” consisteva nel fare da colf e materasso ai monaci più grandi.Bisogna dire che è un grande PR e sà abbindolare molto bene la gente in occidente, peccato nessuno si chieda come mai in TIbet a protestare contro la Cina sono solo i monaci. Cha sia perchè per quanto pessimo sia il regime cinese (ateo, ndr) è comuqnue più umano di quello dei lama? Non i stupisce che sostenga il fatto che sopraffazione, secoli di violenza e di stermini siano un’identità culturale da difendere.Altro ciarlatano che parla di cose che non conosce su giudizi legali che ignora di istituzioni sovranazionali a cui chiede aiuto di continuo.Come direbbe il pacato Vittorio Sgarbi: “pagato! pagato! pagato! pagato!”Questo pseudo-reincarnato si muove solo quando sente odore di pecunia, è in tour perenne.Penso che anche Bin Laden o il Mullah Omar direbbero le stesse cose.Vorrei che questo episodio spingesse tutti a riflettere: quelli che chiedono l’indipendenza del Tibet a mio parere non sono migliori dei separatisti della Lega Nord.Quelli che chiedono il rispetto dei diritti umani in Tibet sono parte del problema e non certo della soluzione per la violazione dei diritti umani nell’intera Cina.resta cmq un babb(e)o natale vestito d arancio. cambia il colore ma non l attendibilità! bello per far guadagnare R GERE e aziende d auto, ma tutto limi ha deluso. da lui non me l’aspettavo, pensavo fosse solo una vittima della repressione atea, ma non laica, cinese, invece è solo un altro fanatico religioso che protesta solo per avere il potere.CAPISCO LA CINA, CAPISCO PERCHE’ ……..E BRAVO LAMA,,,,,,DALAI …ANCHE TE VOLEVI VIVE SENZA FARE NULLA IN CINA????E INVECE ESILIO. LE RELIGIONI OPPIO DEI POPOLI.Se il regime cinese non fosse stato un regime comunista, l’Occidente
(ovvero l’America) non avrebbe mai sposato (propagandato) la causa
tibetana e a quest’ora il Dalai Lama sarebbe considerato, qui in
occidente, alla stregua di qualsiasi Say Baba o di un Reverendo moon.E qui mi fermo, credo sia abbastanza. Ci sono alcuni commenti un pò più ragionevoli, ma si contanno sulle dita di una mano. In sostanza gli atei dell'UAAR pensano del Dalai Lama tutto il male possibile, ovvero la pensano come la Cina che tiene in stato di ateismo obbligatorio buona parte dell'umanità. Come direbbe Iacchetti: e che caso!
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