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September 01 L'idolatria e le immagini
I Protestanti invece, lo accennammo nello scorso intervento, accusano spesso la Chiesa cattolica di idolatria. In realtà anche loro guardano all’arte sacra come a qualcosa di sbagliato. L’errore comune, a riguardo, è la credenza che il divieto di immagini del Comandamento colpisca solo le immagini “sacre” e non tutte le immagini. Abbiamo assistito anche a tentativi di distorsione del Comandamento, ipotizzando la nascita dell’aniconismo ebraico come una sorta di errore di interpretazione o peggio di grammatica. In realtà la lettera e il senso del Comandamento sono chiarissimi: è proibito farsi idoli, è proibito farsi immagini “di lassù e di quaggiù”. Adesso la proibizione è indipendente dal resto del periodo “…non li servirai…” poiché il divieto di farsi idoli è categorico, a prescindere dal fatto se poi si presti culto ad essi o meno. Allo stesso modo il divieto colpisce le immagini, tutte le immagini anche perché allora il riferimento ad esse sarebbe stato ininfluente, nel caso sarebbe bastato parlare degli idoli. Il Comandamento non fa nessun riferimento a immagini di tipo religioso, e la proibizione vale come per gli idoli: a prescindere dall’uso che se ne voglia fare. Il senso del Comandamento lo spiegò bene Mosè: “Poiché dunque non vedeste alcuna figura, quando il Signore vi parlò sull`Oreb dal fuoco, state bene in guardia per la vostra vita, 16 perché non vi corrompiate e non vi facciate l`immagine scolpita di qualche idolo, la figura di maschio o femmina, 17 la figura di qualunque animale, la figura di un uccello che vola nei cieli, 18 la figura di una bestia che striscia sul suolo, la figura di un pesce che vive nelle acque sotto la terra; 19 perché, alzando gli occhi al cielo e vedendo il sole, la luna, le stelle, tutto l`esercito del cielo, tu non sia trascinato a prostrarti davanti a quelle cose e a servirle; cose che il Signore tuo Dio ha abbandonato in sorte a tutti i popoli che sono sotto tutti i cieli.” (Deuteronomio 4, 15-19) Invece un cristiano potrebbe ben dire di avere visto una figura quando il Signore parlava, per questo si tratta di un’applicazione non più necessaria: per l’arte sacra come per le normali immagini. Dal passo sopra riportato, si evince non solo lo spirito profondo del divieto ma anche che Mosè sembra non fare alcuna differenza fra idoli e immagini. Né fra immagini lecite e illecite, la figura di un qualunque animale potrebbe anche essere semplicemente artistica ma è questo un caso che non viene proprio contemplato (tanto grave era il rischio di farne poi un idolo…). È vero che poi nella stessa cultura ebraica si sono alternate interpretazioni più e meno rigide, con compromessi che permettevano l’uso di immagini che alludessero solo a Dio (senza rappresentarlo). In alcuni periodi il divieto venne limitato alla scultura e in altri esteso anche alle altre espressioni artistiche. Ad ogni modo resta il fatto che l’arte ebraica si differenzia, come in molte cose, da quella degli altri popoli. Se avessimo potuto visitare il Tempio di Gerusalemme difficilmente avremmo trovato un busto di Mosè o un ritratto di Giosuè, perché questi tipi di arte figurativa non erano ben visti (pur non volendo rappresentare Dio). Quando una cultura non può fare che scarso o nessuno affidamento alle immagini, di solito, si accentuano altri aspetti come l’imponenza architettonica. È, per esempio, quello che accade ancora oggi con l’aniconismo islamico. Una cosa del genere dovette valere anche per gli Ebrei, un segno di questo lo si può scorgere anche nei Vangeli quando un discepolo disse “Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!” (Marco 13,1). Quindi l’arte figurativa ebraica fu molto limitata dal divieto di farsi immagini, anche se questa può non essere l’unica causa di questo scarso sviluppo. In ogni caso le rare (sembra) immagini che si trovano nell’arte ebraica sono il frutto di un compromesso che una dottrina, come quella protestante, che si vuole così legata alla Scrittura non dovrebbe mai accettare. Né certa teologia protestante sembra in grado di adottare una riflessione, quale quella che abbiamo presentato nello scorso intervento, basato sul superamento della Legge ad opera della Grazia. Abbiamo già spiegato, in questo e nel precedente intervento, perché un cristiano può considerare superata dalla Grazia l’applicazione di quel comandamento. Eppure non abbiamo trovato ancora nessuna spiegazione convincente, da parte protestante, riguardo l’uso delle immagini profane (che anch’essi fanno) visto che il Comandamento dice di non farsi “immagine alcuna” e, a scanso di equivoci, distingue appositamente fra idoli e immagini di ogni tipo, vietandoli entrambi. L’accusa di idolatria, dovuta all’uso di immagini sacre, è infondata perché l’idolo è un falso dio, come il vitello d’oro. Una statua di Cristo invece non è un idolo, perché Cristo è vero Dio. Il pericolo dell’idolatria sussiste ancora, ma accostare l’idolatria all’arte sacra è un errore. Le immagini hanno una funzione semplicemente psicologica e didattica, si può parlare di idolatria solo se vengono adorati gli oggetti in sé (come, ancora una volta, il vitello d’oro). Solo se le immagini subiscono una sorta di processo di personificazione. Se questo non accade, l’idolatria non c’entra. Anche perché è chiaro che si adora quello che la statua rappresenta, non la statua. Se si adora Cristo, si adora Dio: quindi nessun idolo. Le raffigurazioni non sono indispensabili, sono puramente opzionali. Di solito vengono usati due passi contro queste argomentazioni, li riportiamo: " Essendo dunque discendenza di Dio, non dobbiamo credere che la divinità sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall'arte dall'immaginazione umana” (Atti 17, 29) “Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell'incorruttibile Dio con l'immagine e la figura dell'uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili.”(Rom 1, 22) La prima cosa da far notare è che entrambi i passi sono ben lungi dall’affrontare il problema della liceità delle raffigurazioni di Cristo. Infatti entrambi sono tratti da discorsi rivolti a pagani, riguardo l’idolatria. Prendiamo ancora una volta come modello il vitello d’oro. Di cosa si tratta? Si tratta di un oggetto fabbricato dall’uomo e da esso spacciato per Dio o per un dio. In questa ottica il vitello d’oro è dio, cioè quell’oggetto è dio. Allora ecco gli errori dai quali ci mettono in guardia i due passi paolini. Il primo sta nel credere che un oggetto sia dio e che quindi Dio sia simile all’oro o ad altro materiale (o che, infine, vi sia composto di essi); il secondo consiste nel dare a Dio una figura animale, dando così della bestia a Dio. Riguardo la figura dell’uomo corruttibile, Paolo allude invece ad una confusione simile a quella appena descritta, solo che al posto di un animale c’è un uomo. Ovvero come quando si commette l’errore di prendere un animale per Dio, allo stesso modo si può scambiare un uomo (corruttibile) per Dio. Converrete che le descrizioni dell’idolo che danno i due passi paolini, si applicano perfettamente al vitello d’oro. Proviamo adesso ad applicarli alla maestosa Pietà di Michelangelo, scolpita nel marmo. È questa un’opera che voglia forse insinuare che Dio sia fatto di marmo? Quella raffigurazione di Cristo ha forse la pretesa di essere Cristo? E Cristo è forse un uomo erroneamente scambiato per Dio riducendo questo ultimo alla figura di un uomo corruttibile? Se la risposta di queste domande è sempre negativa e se, quindi, il paragone fra il vitello d’oro (dio fatto d’oro nella figura di un animale) e la Pietà non regge allora, forse, stiamo parlando di cose diverse. Forse perché il primo è un idolo, il secondo un’innocente raffigurazione. La quale può spingere alla riflessione su quel mistero un credente, ma forse anche un non credente che magari non ci si sarebbe mai soffermato. E se la qual cose dovesse avvenire e sfociare poi in una preghiera, questa (anche se fatta ancora nella contemplazione di quell’opera) non sarà indirizzata a quel Cristo di marmo ma al vero Cristo (esattamente come se quel marmo non ci fosse). L’arte sacra non offende Dio. L’espressione artistica è uno dei prodotti più incredibili dell’intelligenza umana, un dono di Dio. Come tutte le cose, va usata bene; ma non sarebbe saggio privarcene per qualche cavillo letterale. Davvero vogliamo mettere sullo stesso livello queste due cose?
Questo per quanto concerne l’accusa di idolatria dovuta alle immagini sacre. In realtà esiste un fronte ancora più vasto: l’accusa di idolatria indipendente dall’uso di immagini e dovuto, essenzialmente, al culto mariano. Lo vedremo, nei prossimi interventi.
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