November 04
Messori: "Via dagli uffici la foto di Napolitano"
di Andrea Tornielli
«Seguendo
questa logica pericolosa e settaria, dovendo rispettare anche i
sentimenti politici oltre che quelli religiosi, perché non chiedere che
dagli uffici pubblici sia tolta l’effigie del presidente Napolitano?».
Vittorio Messori è in Spagna, per l’uscita del suo ultimo libro, ma non
rinuncia a ragionare anche provocatoriamente sul tema del giorno.
Come reagisce alla sentenza di Strasburgo?
«Sono
rattristato, amareggiato ma non scandalizzato. L’amarezza nasce da
questa considerazione: da molto tempo ormai il crocifisso non è più
soltanto un segno religioso, ma è diventato un simbolo umano per
eccellenza, il simbolo dell’ingiustizia e della resistenza al male».
Volerlo cancellare è un’offesa alla religione cristiana?
«No,
è un’offesa, anzi un peccato contro la storia. Il cristianesimo, la
croce, ha a che fare con le origini della civiltà europea e dunque
questa sentenza non va contro la religione, ma va contro la nostra
storia e il senso della realtà».
Perché è importante il riferimento alle radici cristiane dell’Europa?
«Senza
il cristianesimo il nostro continente non esisterebbe o nel caso
esistesse, sarebbe assolutamente diverso. Nel V-VI secolo l’Europa non
esisteva più, invasa da popoli nuovi provenienti dal Nord. L’amalgama
tra la romanità e i barbari fu soltanto la Chiesa cattolica. Furono
quelle ventimila abbazie che costellarono il continente, dalla Scozia a
Pantelleria, da Lisbona fino a Kiev. I monaci hanno dato un contributo
essenziale alla formazione della nostra civiltà».
Perché ha detto che non si scandalizza per la sentenza?
«Perché
Gesù Cristo e la sua croce sono più grandi dei burocrati europei. Credo
dovremmo smetterla con la pretesa di vivere in un’epoca di cristianità
e renderci conto che siamo diventati un piccolo gregge, dunque non mi
scandalizzerei a dover esporre la croce solo nei luoghi dove la
religione cristiana è praticata. Per i cristiani la croce è ben di più
di un simbolo culturale o di un riferimento storico».
Dunque lei toglierebbe i crocifissi?
«Non
ho detto questo. L’esposizione dei crocifissi nelle scuole pubbliche,
se non vado errato, venne disposta dalla legge Lanza nel 1857, mentre
per gli uffici pubblici la disposizione risale al 1923, dopo i Patti
Lateranensi. Nel 1988 il Consiglio di Stato ha definito la croce
“simbolo della civiltà e della cultura cristiana, nella sua radice
storica, come valore universale, indipendentemente dalla specifica
confessione religiosa”. Vorrei ricordare che anche Palmiro Togliatti
decise di far confluire nella Costituzione tutti i Patti Lateranensi e
che non si oppose mai all’esposizione del crocifisso nei luoghi
pubblici».
Ora però l’Europa sentenzia e legifera...
«Ma allora, scusatemi, potrei chiedere anche di togliere la fotografia del capo dello Stato».
Che cosa fa, provoca? Non è la stessa cosa...
«Non
esiste mica solo il sentimento religioso. Esiste anche il sentimento
politico, e anche questo può essere offeso, non crede? Il presidente
della Repubblica non è un alieno, giunto da Marte il giorno della sua
designazione al Colle. Ammettiamo che io mi riconosca in una delle
forze politiche che non hanno votato per lui fino all’ultimo. Sulla
base del mio sentimento, potrei sentirmi offeso nel vedere la sua
fotografia negli uffici pubblici. E chiedere di toglierla».
Il presidente rappresenta la nazione, rappresenta tutti, ed è un’istituzione laica.
«Certo,
ma se offende il mio sentimento politico, non ho forse diritto di
chiedere la rimozione della sua effigie dal municipio o dalla
prefettura? La mia, ovviamente, è una boutade, e non mi sognerei mai di
fare una richiesta del genere. Non ho nulla contro il presidente. L’ho
detto soltanto per far comprendere che se cominciamo con questa logica,
non ci fermiamo più. Abbiamo parlato di sentimento religioso e di
sentimento politico. E quello sportivo dove lo mettiamo?».
Chi vuole togliere la croce dalle aule e dagli uffici si appella alla laicità dello Stato e al pluralismo religioso.
«Ribadisco:
si tratta di una logica che personalmente trovo aberrante. Il
crocifisso è da secoli simbolo di umanità e al contempo di speranza di
resurrezione. Oltretutto, dà noia soltanto a qualche laicista nostrano,
ma non, ad esempio, ai musulmani, che non mi risulta si siano
lamentati».
Come, non ricorda il caso clamoroso di Adel Smith?
«Un caso isolato. Smith non rappresenta alcuna comunità islamica».
Il Giornale