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日志


6月25日

Breve storia del culto mariano


Abbiamo visto come sia opinione diffusa che il culto mariano sia un surrogato di antichi culti femminili. Un’altra idea molto radicata è che il culto mariano fosse totalmente assente nel Cristianesimo delle origini e che sia stato inventato di sana pianta per motivi di convenienza politica. In realtà, i dati storici ci presentano una realtà diversa. Tutti sanno, anche i detrattori dl cattolicesimo, che una tappa fondamentale fu quella del Concilio di Efeso (431). Fino a prova contraria, però, questo non fu convocato per far fronte ad una sorta di crisi dei consensi; cioè, per poter fornire ai pagani un contentino che provvedesse alla perdita delle antiche dee pagane (anche perché, a dire il vero, un po’ tutto il paganesimo era profondamente in crisi insieme ai suoi culti ufficiali). Alla base della convocazione di ogni concilio, c’è sempre una questione teologica da discutere o da condannare. Fu il caso anche del Concilio di Efeso e la questione, questa volta, era anche più delicata del solito ma non riguardava direttamente Maria. Sul tavolo c’era, infatti, una delle più importanti questioni cristologiche, ovvero riguardo la natura di Cristo. Fin dalle origini, varie correnti ereticali avevano enfatizzato o negato una delle due nature di Cristo: quella umana e quella divina. C’era quindi chi voleva fare di Cristo un Dio che avesse solo le sembianze di un uomo e chi, invece, lo vedeva come un semplice uomo “portatore” di Dio. Una sorta di contenitore della divinità. Era questa la posizione di Nestorio, vediamo la sintesi che ne fa Wikipedia:

Il nestorianesimo enfatizzava la natura umana di Gesù a spese di quella divina. Il concilio denunciò come errati gli insegnamenti di Nestorio (Patriarca di Costantinopoli), secondo cui la Vergine Maria diede vita ad un uomo Gesù, non a Dio, non al Logos (Il Verbo, Figlio di Dio). Il Logos risiedeva in Cristo, era custodito nella sua persona come in un tempio. Cristo quindi era solo Theophoros, termine greco che significa "portatore di Dio". Di conseguenza Maria doveva essere chiamata Christotokos, "Madre di Cristo" e non Theotokos, "Madre di Dio"[1]. Gli storici hanno definito i confronti tra i sostenitori di una e dell'altra posizione "controversie cristologiche". Si veda anche Atti 19,28.

Il concilio decretò che Gesù era una persona sola, non due persone distinte, completamente Dio e completamente uomo, con un'anima e un corpo razionali. La Vergine Maria è la Theotokos perché diede alla luce non un uomo, ma Dio come uomo. L'unione di due nature in Cristo si compì in modo che una non disturbò l'altra.

Quindi, la questione dell’appellativo di Maria è una conseguenza e non una causa. Una conseguenza della divisione di Cristo, da parte di Nestorio, in un Gesù-uomo e in un Gesù-Dio. Da qui, la necessità di negare a Maria il titolo di “Madre di Dio” in favore del solo “Madre di Cristo” (almeno una volta gli eretici avevano certa una coerenza logica...). La Chiesa, però, aveva sempre insegnato che Cristo era l’Emmanuele: Dio fatto uomo. Quindi vero Dio e vero Uomo. Ma a Maria Theotokos, dedicheremo un intero intervento.

Una volta ripercorsa la storia del Concilio, non bisogna cadere nell’errore che quella dibattuta dai padri conciliari fosse una questione nuova. La proclamazione dei dogmi, compresi quelli mariani, è solo l’ufficializzazione di posizioni ben più antiche. E anzi, di posizioni ormai affermatesi nella Chiesa e che vanno quindi difese dagli eretici di turno (infatti, quasi ogni concilio ha il suo eretico da affrontare). Non fanno eccezione, come accennavamo, i dogmi mariani. Una certa vulgata di origine protestante, lavora da secoli per far credere quello mariano come un culto tardivo ed inventato ad hoc. In realtà, non necessariamente quello che non è documentato non esiste. Ma oggi noi possediamo documenti che mettono profondamente in crisi queste teorie. Ancora una volta, ci sembra l’occasione di citare uno studioso aggiornato come Messori, sempre dal suo Ipotesi su Maria del quale consigliamo la lettura completa:

Ebbene: c’è un papiro eloquente che riguarda anche, e direttamente, la Madre di Gesù; che testimonia (pure qui, contro tante teorie) quanto precoce sia stato il suo culto fra i cristiani. È un testo che, anzi, sembra contenere i semi che si sarebbero sviluppati nella contestata “mariologia”. Si tratta di un reperto che riguarda quella che i fedeli di rito romano (e ambrosiano) conoscono come l’antifona Sub tuum praesidium. […] Quell’antifona del Sub tuum praesidium non era stata oggetto di particolare attenzione da parte dei liturgisti, anche perché la prima testimonianza che se ne aveva risaliva al nono secolo, almeno per l’Occidente, e si pensava dunque che fosse una delle molte altre antifone di epoca carolingia. Nel 1917, la John Rylands Library di Manchester – forse la biblioteca al mondo più ricca di codici – acquistava in Egitto un lotto di papiri. Uno di questi, con dieci linee, […]era pubblicato soltanto più di vent’anni dopo, nel 1938. Secondo alcune voci, forse un po’ maliziose, il ritardo nella pubblicazione era dovuto a una sorta di imbarazzo confessionale. Sta di fatto che C. H. Roberts, l’eminente papirologo che provvide alla pubblicazione, era un convinto protestante e quel piccolo, malandato pezzo di materiale da scrittura con quelle lettere greche smentiva tutto ciò che avevano affermato i teologi della Riforma. E che, cioè, l’invocazione e il culto alla Vergine erano fenomeni tardivi, erano costruzioni in gran parte abusive […] Checchè ne sia del ritardo più o meno intenzionale nella pubblicazione, sta di fatto che il professor Roberts cercò di cautelarsi, dicendosi sicuro che il papiro era tardo, che doveva risalire ad un’epoca in cui quella che per i protestanti è la “mariolatria” era già iniziata. In realtà, furono i suoi colleghi stessi a smentirlo e oggi c’è unanimità nel riconoscere che quel testo non può risalire oltre il terzo secolo: la data più probabile è attorno all’anno 250. Ci troviamo, dunque, di fronte alla più antica preghiera mariana […] Ecco, dunque: “ Sotto la tua misericordia ci rifugiamo o Madre di Dio (Theotòkè): le nostre preghiere non disprezzare nelle disgrazie ma dal pericolo libera noi: tu la sola pura e la (sola) benedetta”. […] Secondo alcuni si tratterebbe addirittura di un “modello per incisore”: dunque, il testo da proporre ad un artigiano per un’iscrizione, forse su metallo o su marmo. Tutto questo aumenta l’importanza, già straordinaria, del reperto: non si tratta, cioè, di qualcosa di isolato, di casuale, bensì di “ufficiale”. Di qualcosa, cioè, usato nel culto e ella devozione no solo privata ma anche pubblica, ecclesiale (in effetti, il testo è al plurale: un “noi”, non un “io”).  […] In ogni caso, le caratteristiche esterne del papiro contribuiscono ad aumentare l’antichità, mostrando come la preghiera che vi è riportata fosse entrata già da tempo nell’uso, tanto da diventare qualcosa di tradizionale. […] Ebbene, prima del 1938, si escludeva decisamente un culto “ufficiale”, riconosciuto alla Vergine Maria, anteriore al primo Concilio ecumenico, quello di Nicea dell’anno 325. Quanto poi al termine Theotòkos, dunque Dei Genetrix, Madre di Dio, i soliti saccenti negavano che potesse essere in uso prima della celebre definizione del Concilio di Efeso, nel 431. E anche se quel titolo così impegnativo appariva in qualche passo di scrittori cristiani precedenti, si affermava che si trattava di opinioni teologiche private, non certo approvate (e neanche tollerate) dalle Chiese. Ed ecco che l’umile brandello egiziano sposta indietro addirittura di due secoli quella data di Efeso che era citata come se fosse un termine perentorio.

[…]

Ma, in questi decenni, altre “pietre” hanno “gridato” per smentire teorie nate o dall’astrazione intellettuale o dalla deformazione teologica. E questa volta non di papiri, ma proprio di pietre si tratta: quelle che sorreggono le mura del santuario sorto sin dagli inizi per racchiudere l’umile casa (o grotta) di Nazareth, dove tutto ebbe inizio. […] Comunque toccò all’archeologo francescano (padre Bagatti, ndr) provare quella che […] mi disse essere la più grande emozione della sua vita. Sull’intonaco della base di un grande muro, utilizzato per sostenere il tetto della chiesa-sinagoga, si trovò un’iscrizione in caratteri greci: un Kairè Marìa, cioè il saluto dell’angelo nel Vangelo, la prima Ave Maria della storia. Su una colonna, un pellegrino aveva lasciato un altro segno di devozione: “In questo santo luogo di Maria ho scritto”. Su un altro pilastro, una parola in antico armeno: “Vergine bella”. È provato che tutto quanto si è trovato in quel luogo è certamente precedente al concilio “mariologico” di Efeso. Dunque, dopo il papiro con il Sub tuum, ecco le pietre del santuario elevato dagli stessi concittadini di Maria a provare che il culto a lei, l’invocazione al suo potere di intercessione, sono assai precedenti a quanto si credeva o si voleva far credere.   

 

Viene, quindi, a cadere uno dei miti del protestantesimo che da sempre ha avuto bisogno di credere ad un cristianesimo delle origini “puro” rispetto alle degenerazioni dei secoli successivi. Queste testimonianze storiche, alcune delle quali di eccezionale valore come quella del Sub tuum praesidium,mostrano come la figura di Maria, discreta ma importante nella stessa Scrittura, non fosse affatto “snobbata” dai primi cristiani. È vero, però, che la questione mariana non sembrava preoccupare molto gli apostoli. Ma questo si spiega con l’ansia della Buona Novella (testimoniata anche dalla narrazione scarna e nervosa dei Vangeli) che aveva – e che ha tuttora- al centro Cristo. Quella mariana è solo una delle tante questioni che la Chiesa ha dovuto affrontare nel tempo. Lo stesso Gesù afferma di non avere potuto dire tutto e che per questo lo Spirito Santo avrebbe guidato alla verità tutta intera. I dogmi mariani, infine, non sono aggiunte ma approfondimenti della fede per nulla accessori. Per questo sarà necessario analizzare più da vicino, in un altro post, le conseguenze teologiche che possono venire dal rifiuto del titolo di Theotokos per Maria di Nazareth.

 

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