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2月28日 Il Cristianesimo e la rivoluzione industrialeI manuali sono soliti insistere molto sulle cause che portarono la Gran Bretagna ad essere la prima a realizzare la Rivoluzione industriale. In realtà è importante, prima di tutto, chiedersi perché questa sia avvenuta in Europa e non in altre aree che spesso erano anche più grandi e più ricche di risorse, come la Cina e l’impero arabo. Questo è uno dei primi pregi del libro di Vera Zamagni Dalla Rivoluzione industriale all’integrazione europea, che ad una grande chiarezza espositiva unisce una profonda conoscenza storica. Mentre il clima e le risorse hanno un ruolo semplicemente “facilitante” nello sviluppo economico, altro merito dell’autrice è quello di riconoscere nella visione filosofico-religiosa del mondo l’elemento determinante. La sua tesi è ben spiegata nella prefazione, dove si legge: La rivoluzione industriale, con cui ha avuto inizio la trasformazione economica e sociale del mondo, non poteva che nascere in quell’Europa dove si era affermata una concezione dell’uomo di origine cristiana che a un tempo ne esaltava la libertà, ma ne limitava il potere sugli altri uomini. È infatti solo questa concezione che dà campo libero all’estrinsecarsi della competizione, la molla del progresso… Zamagni individua tre principi fondativi: 1- la persona umana come valore sacro ed inviolabile: quanto più questo principio si è affermato tanto più si è abbandonato l’assolutismo e lo schiavismo e si è proclamata la libertà e l’uguaglianza di tutte le persone – maschio\femmina, bambino\vecchio, ricco\povero, malato\sano, forte\debole – con implicazioni fondamentali nel campo politico – la democrazia – ed economico – la libertà di iniziativa e la difesa dei diritti della persona; 2- l’esaltazione dello spirito come razionalità: da questo principio discende la nascita della filosofia, della scienza, dell’istruzione; 3- la superiorità dell’uomo sulla natura: da qui deriva l’idea dell’homo faber, ossia dell’uomo creativo, che non subisce la natura, ma la modifica a suo uso. Si tratta di argomenti che meriterebbero trattazioni separate. Qui ci limitiamo a brevi cenni. Per quanto concerne il primo punto è bene ricordare che la definizione dei diritti umani vide una tappa fondamentale nel giusnaturalismo scolastico (di epoca medievale). Il secondo punto, invece, riguarda la “straordinaria fede nella ragione” dell’Occidente cristiano, rilevata anche da Rodney Stark (nel libro La vittoria della ragione) e spiegata in base alla certezza di un Dio che ha razionalmente ordinato il cosmo. Per questo Galileo era convinto di poter conoscere il Creatore studiando la Creazione, cioè il libro della natura scritto da Dio in linguaggio matematico. Riguardo, infine, l’ultimo punto è chiaro che questa concezione della natura era possibile solo in una cultura, come quella giudeo-cristiana, che avesse una visione demagificata del mondo. Senza più guardare, per fare un esempio, agli astri e ai fenomeni naturali come a degli dei. Le origini della rivoluzione industriale (avvenuta a cavallo fra ‘700 e ‘800) vanno quindi cercate nel passato, è necessario fare un salto indietro fino ai primi secoli successivi alla caduta dell’impero romano. Un evento, quest’ultimo, che gettò l’Europa in un periodo di grandi difficoltà con rivolgimenti politici (soprattutto per via delle invasioni barbariche) e sociali. L’influsso del Cristianesimo fu fondamentale nella nobilitazione del lavoro manuale, ormai diventato prerogativa degli schiavi. Fu nel contesto di un’Europa devastata e smarrita che il monachesimo operò la ricostruzione agraria di gran parte dell’Europa, tanto che Henry Goodel ebbe a dire “i monaci benedettini lungo un arco di 1500 anni salvarono l’agricoltura”. La quale ovviamente è fondamentale per l’alimentazione e la crescita demografica (che interessò i primi secoli del Medioevo). Per questo il grande storico Pirenne definiva i monaci degli “educatori economici”. A questo si aggiunsero altre importanti innovazioni come la nascita di un sistema economico non più basato sulla schiavitù (che però continuava a esistere) e quindi un maggiore incentivo alla costruzione di macchine, come quelle per sfruttare l’energia idraulica. Per capire perché la rivoluzione industriale si ebbe in Europa, è importante mettere a confronto (in un arco di tempo che va dal VII al XVIII sec) le tre società agricole più avanzate: la Cina, l’impero arabo e l’Europa. Fra i termini di paragone più importanti ne ricordiamo tre: 1- Libertà: l’Europa preindustriale è quella che vede la maggiore tutela delle libertà individuali, con una pluralità di istituzioni politiche e culturali che permettevano il formarsi di un sapere critico e una notevole libertà di pensiero. A questa si aggiunge una importante libertà di impresa che (dopo diffidenze iniziali) favorisce la nascita e lo sviluppo di un dinamico ceto mercantile. Mentre in Cina troviamo un regime politico assolutistico e la tirannide nell’impero arabo, con conseguenze negative su libertà di pensiero e di azione. 2- Giustizia: mentre in Cina essa è demandata all’arbitrio dell’imperatore e a quello dei vari potentati nell’impero arabo, in Europa si afferma una giustizia impersonale e oggettiva, basta su codici e che prevedeva la protezione dei diritti di proprietà. 3- Tassazione: in Cina era pesante e imprevedibile, nell’impero arabo ugualmente imprevedibile ma leggera. In Europa si afferma il principio No taxation without representation. Tutte conquiste che, ovviamente, si sono ottenute progressivamente e non sempre diffuse in tutti i paesi europei; o almeno non nella stessa misura. Ad ogni modo si tratta di progressi, come quello della tassazione, della rappresentanza e del habeas corpus, ottenuti a partire dalla Magna Charta del 1215 che si rivelò poi essere uno dei preziosi vantaggi della Gran Bretagna (per esempio rispetto alla Francia). Si tratta quindi di prerequisiti che sono fondamentali per il decollo industriale e che, significativamente, si trovavano solo in Europa. Questo spiega anche perché, prima ancora di arrivare alla rivoluzione industriale, l’Europa preindustriale potè godere di una grande superiorità tecnologica rispetto alle altre civiltà; cosa che non mancava di stupire gli Europei stessi all'indomani dei grandi viaggi oceanici. Per questo Rodney Stark si è chiesto: Perché per secoli gli europei rimasero gli unici a possedere occhiali da vista, camini, orologi affidabili, cavalleria pesante o un sistema di notazione musicale? Non che le invenzioni fossero a esclusivo appannaggio degli Europei, ma l’invenzione deve essere seguita dall’innovazione; ovvero dall’applicazione di quella determinata invenzione a un processo produttivo o ad altro uso. Basti pensare alla polvere da sparo, conosciuta già da secoli in Cina ma usata solo per fini ludici, mentre gli Europei seppero darle molteplici applicazioni. Per questo Zamagni scrive: Si può quindi
concludere che l’Europa seppe sviluppare un ambiente particolarmente favorevole
all’innovazione (tecnologica e istituzionale), in special modo dopo l’umanesimo
e il rinascimento, perché c’era maggiore libertà e maggiore certezza del
diritto, che dava basi più sicure al calcolo economico connesso
all’investimento, e forniva più sostegno all’iniziativa individuale da parte
dei pubblici poteri. L’innovazione fu fondamentale in particolar modo nelle prima rivoluzione industriale che non necessitò di “basi scientifiche diverse da quelle già esistenti nell’impero romano”. In Italia il processo di industrializzazione fu lento per il declino che aveva colpito la penisola in seguito alle numerose guerre. Tuttavia diede un contributo importante per la nascita di gran parte di quelle istituzioni e pratiche economiche (nate fra il XII e il XVIII sec) indispensabili per la rivoluzione industriale. Zamagni ricorda la banca e le pratiche bancarie (come l’assegno, il conto, la cambiale), l’uso della partita doppia, l’assicurazione, la commenda, il servizio postale, la borsa, il brevetto e i codici di commercio. Per questo sempre Pirenne definiva, giustamente, i mercanti come i primi capitalisti. In ultima analisi si può concludere che il Cristianesimo, con tutte le sue conseguenze sviluppatesi nei secoli, è stato un pilastro fondamentale dell’economia moderna e della rivoluzione industriale. Quest’ultima è molto importante per diversi motivi. Prima di tutto perché permette di migliorare la qualità e la lunghezza della vita, tanto che le condizioni di vita di un inglese vissuto nella prima metà del’700 - se paragonate a quelle dei suoi pronipoti - sono più vicine a quelle dei legionari di Cesare. In secondo piano, disincentiva la guerra che blocca l’accumulazione capitalistica e getta nello scompiglio i mercati risolvendosi sempre in un gioco a somma negativa (tutti i contendenti perdono, anche i vincitori). Inoltre rende obsoleta la guerra per l’appropriazione di risorse, perché la rivoluzione industriale permette di produrre beni da altri beni senza doverli sottrarre ad altri; e in quantità prima inimmaginabili. Infatti Zamagni nota che mentre prima la povertà era dovuta essenzialmente alla mancanza di risorse e alla sottoproduzione, con le rivoluzioni industriali essa diventa esplicita responsabilità sociale. Tutti i processi di decollo industriale (a partire dagli Stati Uniti fino al Giappone) sono imitativi di quello europeo, con la conseguente diffusione del benessere dei paesi occidentali. 评论 (9)
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