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October 05 Con Ippocrate e con ogni malato senza costruire «zone grigie»La legge sul fine vita di Francesco D'Agostino Il
rinvio a dicembre della discussione alla Camera della legge sul 'fine
vita' può avere diverse motivazioni 'politiche', tutte allarmanti (ed
alcune anche subdole), ma ha una sola possibile spiegazione
'bioetica': a molti, a troppi (sia parlamentari che influenti
opinionisti) la sostanza specifica della questione evidentemente non
è chiara. È solo così che si possono capire gli appelli contro
l’iper-regolamentazione giuridica della fine vita e le martellanti
esortazioni contro ogni intrusione dello Stato in quella delicatissima
'zona grigia', all’interno della quale sarebbero legittimati a
muoversi, con la massima discrezionalità, solo medici e familiari. Ciò
che, in buona sostanza, si chiede ormai da tante parti è che la legge
sul fine vita, se proprio la si vuole fare, sia il più possibile
'liberale'… Da tempo sostengo, ampiamente inascoltato, che il
liberalismo è un prezioso principio politico- culturale (e
probabilmente anche economico- sociale), che è però illusorio sperare
di poter applicare ai problemi bioetici che, nella maggior parte dei
casi, vanno affrontati e risolti in altro modo, applicando il
principio ippocratico della difesa della vita e non facendo appello
alla 'libertà' o all’'autodeterminazione' del malato (soggetto debole,
influenzabile, il più delle volte scarsamente informato e che,
soprattutto nelle situazioni di fine vita, ha una sola esigenza
prioritaria, quella di non essere abbandonato). È giusto approvare una legge che imponga al medico il dovere di tener conto delle dichiarazioni anticipate di trattamento, sottoscritte in data certa da soggetti competenti e informati e purché esplicitamente prive di indicazioni eutanasiche? È più che giusto, anzi è doveroso ed urgente, almeno per escludere che possano essere emanate dalla magistratura altre sentenze, che, come quelle relative al caso Englaro, hanno riconosciuto valide generiche dichiarazioni orali, di data incerta, formulate da persone certamente poco informate e dal contenuto almeno potenzialmente eutanasico. È altresì essenziale che questa legge non lasci dubbi sulla non vincolatività di queste dichiarazioni per il medico, lasciandogli la libertà di seguirle o di non seguirle, non però in base al suo arbitrio o alle indicazioni che possono arrivargli dai familiari o dai fiduciari del paziente (indicazioni che potrebbero avere motivazioni anche molto ambigue), ma a seguito di una rigorosa valutazione, caso per caso, della fondatezza di quelle dichiarazioni, in ordine alla loro completezza e coerenza, alle possibilità terapeutiche reali che sono a disposizione in ciascun singolo caso e al dovere di evitare ogni forma di accanimento. In altri termini, quello che la legge può, e nella situazione attuale, deve fare è ribadire due principi ippocratici fondamentali: 1) la vita non è disponibile da parte di nessuno, nemmeno da parte del paziente (altrimenti dovremmo legittimare l’aiuto al suicidio, anche a carico di soggetti 'sani'!) e 2) il medico ha un solo, esclusivo dovere, quello di agire come terapeuta a favore della vita (e l’accanimento non ha nulla a che vedere con una terapia!), con l’unico limite di dover rispettare l’eventuale decisione del paziente di sottrarsi alle cure. Alimentazione e idratazione non sono cure: lo dimostra il fatto che se si cessa di alimentare il malato, questi non muore per il progredire della sua patologia, ma perché gli viene sottratto un sostegno vitale fondamentale (è ciò che comunemente si intende dire, in modo scientificamente impreciso, ma simbolicamente perfetto, quando si afferma che Eluana Englaro è morta 'di fame e di sete'). Ecco perché non si può, sinceramente, parlare di iper-regolamentazione giuridica a carico di una legge, come quella approvata al Senato, che, pur con tutte le sue imperfezioni, garantisce comunque questi due principi, in sé e per sé irrinunciabili, contro ogni tentativo di manipolazione (proveniente da qualunque parte: dai medici, dai familiari, dai magistrati). Chi continua a preoccuparsi di un’ipertrofia legislativa in bioetica e a insistere sulla richiesta di una legislazione 'liberale', rispettosa di tutte le 'zone grigie' possibili e immaginabili, non si rende evidentemente conto che non è questa la vera posta in gioco, ma l’abbandono del modello ippocratico della medicina, il modello nel quale la difesa della vita e il rispetto del malato sono indissolubilmente congiunti. Se questa fosse l’autentica, subdola ragione che motiva l’operato di quanti puntano a rinviare (o, addirittura, ad affossare) la discussione della legge sul fine vita alla Camera, dovremmo preoccuparcene tutti e moltissimo. «Avvenire» del 1 ottobre 2009 September 30 Da femminista dico che è devastantedi Francesco Ognibene Il no alla Ru486 è un’esclusiva dei cattolici? È quello che si sente dire dopo l’adozione – condizionata – da parte dell’Aifa della pillola abortiva anche in Italia, il 31 luglio. Sarebbe, insomma, un’ostinazione su base confessionale. Peccato che non sia così. A confermarlo – se ce ne fosse bisogno, e purtroppo è così – è l’autorevole voce di Renate Klein, combattiva femminista australiana, su posizioni certo non cattoliche, che nel suo Paese ha guidato la tenace resistenza all’introduzione della Ru486, vinta solo da un voto parlamentare. Con Avvenire si dice «addolorata» dalla notizia del via libera dell’Aifa. E spiega le sue ragioni.
► In Italia si sente spesso dire che quello con la Ru486 è il modo migliore di abortire. È così? «No, al contrario. L’assunzione della pillola Ru486, seguìta da quella della prostaglandina (che fa espellere il feto abortito, ndr) scarica ogni rischio e ogni responsabilità sulla donna».
► Può spiegare in che modo? «Sarò cruda: una donna si può trovare su un autobus o al lavoro mentre iniziano i conati di vomito, le scariche di diarrea e le contrazioni che seguono l’assunzione del farmaco. Si può arrivare a perdere anche molto sangue. La donna può continuare a sanguinare per giorni, se non settimane, e non sapere con certezza se il figlio che ha dentro di lei è stato abortito o continua a vivere. Nell’ipotesi peggiore per avere questa certezza deve vedere lo stesso figlio espulso nel water: un’esperienza scioccante. Immaginarsi quale senso di colpa la segnerà per tutta la vita dopo questo tipo di aborto».
► E gli effetti psicologici? «Sono devastanti. E hanno una portata spaventosamente lunga. Quando sanguini per sei settimane, e hai bisogno di un intervento di raschiamento perché tuo figlio è ancora nel tuo grembo, l’esperienza dell’aborto diventa indimenticabile. Ti segna per sempre, come donna, soprattutto se in realtà un bambino lo avevi desiderato, e lo desideri ancora per il futuro. Ma l’aborto è stata una scelta dovuta ad altre circostanze, come alla mancanza di risorse economiche o al rifiuto del padre. Nel caso dell’aborto chirurgico – un intervento fatto in anestesia che dura poco più di mezz’ora – una donna può invece ricominciare a pensare alla propria vita, anche di madre. E qualora sorgessero complicazioni, la donna è comunque ricoverata, sotto l’occhio attento e costante dei medici. Cosa fare, invece, nel caso abbia un’emorragia il sabato sera, magari in un piccolo paese di campagna, con un presidio sanitario lontano chilometri? Rischia la vita! E poi c’è il funzionamento delle pillola: al bambino essa toglie ogni forma di nutrimento. La donna sa che sta facendo morire di fame e di sete la creatura che porta in grembo. E questo non ha nulla a che vedere col diritto di scegliere l’aborto o meno: qui si tratta di una madre che sente il proprio figlio, e che lo uccide».
► Eppure i media italiani vanno ripetendo da mesi che è giusto lasciare alle donne la possibilità di scegliere come abortire, che la legge deve rispettare questa decisione. Lei cosa ne pensa? «La questione della libertà di scelta per le donne è spinosa. Io, per esempio, condivido che le donne abbiano diritto ad accedere a un aborto sicuro e legale, dopo un’appropriata consulenza psicologica, qualora non vogliano mettere al mondo un figlio per ragioni valide: un padre violento, la mancanza di risorse economiche, la minaccia per il proprio lavoro o per la propria formazione. Ma, lo sottolineo, è importante che la donna sia informata correttamente su cosa significhi abortire. Il messaggio banalizzato è davvero facile, prendi la pillola, e bingo!, non sarai più incinta è pericolosissimo».
► Perché le femministe hanno in genere una buona opinione della pillola abortiva? Lei, che è una voce storica del movimento, è contraria... «La seconda ondata del movimento femminista si trovò concorde, in tutti i Paesi occidentali, sulla depenalizzazione dell’aborto. Quello che fu dimenticato, e continua a esserlo, è che una donna dovrebbe avere anche il diritto di continuare una gravidanza e di avere supporto e risorse adeguate per farlo. Negli anni ’70, quando in molti Paesi si cominciò a legalizzare l’aborto, le donne furono spesso forzate a rifiutare le gravidanze: mai epilogo di una battaglia per i diritti fu più sbagliato. E visto che è stato così difficile conquistare quella legge, oggi accade che molte femministe non siano preparate a criticare la tendenza ormai diffusa a normalizzare l’aborto. Si finisce col dire alle giovani donne che abortire è normale, non è un grande problema. Ecco perché quando la Ru486 fu inventata in Francia, nel 1988, e io pubblicai il libro Ru486 Misconceptions Myths and Morals insieme a Janice Raymond and Lynette Dumble, nel 1991, fummo viste come delle traditrici degli ideali del femminismo. Questa divisione continua. Eppure io sono convinta che noi siamo chiamati a giudicare ogni trattamento medico per i suoi meriti o per le sue lacune. E l’aborto chimico è molto più pericoloso di quello chirurgico».
► La decisione di commercializzare la Ru486 ha solo a che fare con ragioni tecniche? «Nient’affatto. Ha anzi radici e ricadute culturali fortissime. A causa dell’assunto errato secondo cui prendere una pillola per abortire è più facile e naturale di un intervento chirurgico, le donne (soprattutto quelle giovani) tendono a essere meno attente alla prevenzione della gravidanza. Per non parlare dei partner: che importa se la loro compagna rimane incinta, basta una pillola e il problema è risolto. È questa mentalità che favorisce la diffusione della Ru486, e che la Ru486 potrebbe rendere dilagante. Aumentando il numero di aborti».
► In Australia com’è regolamentato l’uso della Ru486? Si tratta di un impiego ancora molto ristretto: i medici che la usano devono chiedere un permesso speciale alle autorità sanitarie, e comunque può essere assunta solo da quelle donne che per ragioni di salute non possono sottoporsi all’intervento chirurgico. Nessuna casa farmaceutica, peraltro, ha mai chiesto di commercializzare la Ru486 in Australia, anche per una questione di costi, troppo alti».
► Queste regole vengono rispettate? «Non sempre. Una delle condizioni cliniche necessarie per ottenere il permesso di utilizzare la Ru486, infatti, è quello di soffrire di una grave forma di depressione. Il che, a mio avviso, è del tutto incomprensibile. Anche perché la diagnosi di tale stato psicologico è tutto fuorché oggettiva (come misurare una depressione, esiste un test?) e si tratta di decisioni mediche, su cui viene mantenuto riserbo. È il caso della più nota vittima australiana della Ru486, Mary Stopes: le fu consentito l’uso della Ru486 proprio per il suo presunto stato depressivo acuto. Un altro fenomeno che stiamo registrando in Australia è quello degli aborti con la Ru486 acquistata all’estero».
► L’Agenzia italiana del farmaco ha stabilito che la donna debba rimanere in ospedale finché l’aborto non si è concluso, ma sappiamo che se lo desidera e chiede di tornare a casa non si può fare nulla per impedirglielo. Cosa fare per evitare che questo accada? «La questione è semplice: è facile per i medici dispensare la ricetta per un farmaco. Più facile che avere a che fare con un intervento chirurgico. Se qualcosa va storto, c’è già una giustificazione: forse quella paziente ha assunto alcol, forse ha fumato. La Ru486, in questo senso, li solleva da ogni responsabilità. Io credo invece che i medici dovrebbero informare le donne sulla realtà dei fatti, dicendo loro quali sono i rischi a cui vanno incontro, spiegando quali sono i possibili eventi avversi».
► In Italia si sente dire che la battaglia per introdurre la Ru486 nel nostro Paese è anche una battaglia per la laicità. Cosa pensa di questo assunto? «Anche in Australia la Chiesa ha preso una posizione dura contro questo tipo di aborto. Personalmente non sono d’accordo con l’idea che la Ru486 abbia a che fare con la laicità di uno Stato. La Ru486 è semplicemente un modo per abortire, un cattivo modo direi, e ciò che più conta è pericoloso per le donne. E comodo per i medici, sollevati da ogni responsabilità rispetto alle proprie pazienti». Tratto da Avvenire del 10\09\2009 September 29 La disinformazione dell'UaarHo pubblicato ieri tre articoli sulla sentenza del Tar del Lazio riguardo il ricorso contro l’ordinanza di Sacconi nel caso Eluana Englaro. Una sentenza effettivamente ambigua, dove per tre quarti si pontifica in materia di diritto mortuario in linea con lo spirito del ricorso presentato da una Associazione vicina ai radicali. Salvo poi riconoscere la propria incompetenza a riguardo, giusto alla fine. Ad ogni modo, il ricorso è stato respinto e tutte le belle considerazioni dei magistrati hanno un valore puramente morale. Ma diversi giornali hanno pubblicato la notizia come se quella piccola clausola tecnica, l’incompetenza giurisdizionale dei giudici, non esistesse e il ricorso fosse stato accettato. Un buon esempio di disinformazione a cui non si è sottratto nemmeno il Corriere della Sera, come abbiamo visto. Ma quando si parla di disinformazione, la prima cosa da fare è andare a consultare il sito dell’UAAR che della disinformazione è indiscusso maestro. È un gioco molto divertente: indovinate come hanno descritto gli illuminati atei la sentenza. Leggiamo: TAR del Lazio: “no all’alimentazione forzata”Il Tar del Lazio ha accolto un ricorso del Movimento difesa dei Cittadini contro l’ordinanza emanata lo scorso anno dal ministro del welfare Sacconi contro la sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione artificiale a Eluana Englaro (cfr. Ultimissima del 16 dicembre 2008). Secondo la sentenza, “i pazienti in stato vegetativo permanente che non sono in grado di esprimere la propria volontà sulle cure loro praticate o da praticare e non devono in ogni caso essere discriminati rispetto agli altri pazienti in grado di esprimere il proprio consenso, possono, nel caso in cui loro volontà sia stata ricostruita, evitare la pratica di determinate cure mediche nei loro confronti”. La decisione sembra dunque muoversi in una direzione diamentralmente opposta al disegno di legge sul testamento biologico già approvato dal Senato e che sarà presto discusso anche dalla Camera. Tutto assolutamente falso. Ma il sito dell’Uaar è divertente anche per un’altra peculiarità, i commenti dei lettori. Ci sono anche alcuni commenti ragionevoli che cercano di riportare la discussione alla realtà, ma si contano sulle dita della mano. Gli altri sono tutti illuminatissimi atei che riescono a combinare disastri addirittura peggiori dell’articolo. Tutto da godere insomma, disinformatori e disinformati. Eppure sarebbe bastato andarsi a leggere il testo della sentenza che così conclude: Alla luce delle precisazioni svolte non resta al Collegio che dichiarare il proprio difetto di giurisdizione [...] Dichiara inammissibile per difetto di giurisdizione il ricorso proposto dal Movimento difesa del cittadino, meglio specificato in epigrafe.Inammisibile non è proprio la stessa cosa di accolto, ma a quelli dell'Uaar non piace e quindi sovvertono la realtà (come una sorta di alienazione religiosa?). E non solo mentono, pretendono anche che questa sentenza, in fin dei conti carta straccia, sia vincolante per la legge in discussione in Parlamento. Davvero un'opera d'arte. Leggi anche: TAR LAZIO/ Il protagonista: sul fine vita disinformazione e opinioni non necessarie, ma è tanto rumore per nulla Quella sentenza capovolta per capovolgere la realtàTAR LAZIO/ A chi giova la gran commedia di giornalisti e giudici sul testamento biologico?September 28 Quel buco nero tra Antichità e Rinascimento |
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| di Assuntina Morresi | |
«Attacchi inaccettabili»: così
l’Associazione nazionale magistrati amministrativi definiva ieri le
critiche arrivate da politici di destra e di sinistra dopo la sentenza
del Tar del Lazio sull’atto di indirizzo del ministro del Welfare
Maurizio Sacconi, quello che, nato dalla vicenda di Eluana Englaro,
vietava di interrompere alimentazione e idratazione ai disabili.
Pur
ammettendo la possibilità di essere criticati, i giudici hanno invitato
a leggere meglio la loro sentenza, che ritengono estranea a pregiudizi
ideologici, e tantomeno tesa a condizionare la politica, come invece
avevano evidenziato diversi parlamentari. I magistrati sostengono di
avere solo applicato le norme vigenti, e soprattutto che «non sono entrati nel merito della controversia». Ma
è veramente difficile dar loro ragione dopo aver letto il testo della
sentenza, alla luce anche di come la gran parte dei media ha trattato
la faccenda, semplicemente ribaltandone l’esito rispetto alla realtà.
Come forse si ricorderà, il Movimento difesa del
cittadino – associazione di area radicale – aveva fatto ricorso al Tar
del Lazio per annullare l’atto di indirizzo firmato da Sacconi durante
la vicenda di Eluana. Il Tar ha riconosciuto di non essere legittimato
a giudicare: il ricorso dunque risulta respinto, e l’atto di indirizzo
resta valido.
Ma nell’affrontare la questione è stata usata
una modalità inusuale, tanto che gli stessi giudici se ne giustificano
nel testo della sentenza: la prassi corrente, spiegano, vorrebbe che «quella attinente la giurisdizione deve precedere ogni altra questione»,
e cioè che innanzitutto si stabilisca se il tribunale interpellato – in
questo caso il Tar – sia legittimato a giudicare. Ma in questo caso i
giudici hanno deciso di «seguire un ordine inverso»: affrontare
in premessa il merito della controversia, esprimendosi sull’atto di
indirizzo, per poi trattare – ma solo alla fine – il problema della
legittimità del tribunale a esprimersi.
In altre parole:
anziché limitarsi a decidere se il Tar avesse titolo per esaminare il
caso ed entrare poi eventualmente nel merito, i giudici hanno scelto di
discutere l’atto di Sacconi per poi andare a vedere, nelle conclusioni,
se era loro compito giudicare. Come dire: prima parlo, poi vedo se
potevo farlo.
La conclusione è stata una sentenza di tredici
cartelle, sostanzialmente a favore del ricorso e contro l’atto di
indirizzo, e concluse però con l’inammissibilità del ricorso stesso,
che è stato appunto rigettato. I giudici hanno quindi colto l’occasione
per mettere nero su bianco la loro opinione, rispettabile ma solo
personale: sono cioè entrati impropriamente nel merito della
controversia esprimendosi su idratazione e alimentazione, interpretando
a rovescio l’articolo 25 della Convenzione Onu sui disabili, quello che
vieta di sospendere la nutrizione assistita e che – ricordiamolo – fu
introdotto dopo la morte per fame e per sete di Terry Schiavo, la
giovane americana in stato vegetativo, proprio per evitare che casi
come il suo si ripetessero.
Un’intrusione discutibile, quella dei giudici
amministrativi, che non poteva che attirarsi critiche per la modalità
con cui si è svolta: ci chiediamo cosa avrebbero scritto, se fossero
stati legittimati a farlo.
Aggiungiamo che la gran parte dei
giornali ha riportato, con titoli enfatici, le considerazioni personali
dei giudici contro l’atto di indirizzo, 'dimenticando' in molti casi di
spiegare che il ricorso era stato respinto e che l’atto di Sacconi è
ancora valido (ma c’è persino chi ha scritto che il ricorso era stato
accolto). Il risultato è un’enorme confusione nell’opinione pubblica,
sempre più frastornata da notizie e commenti che dicono tutto e il suo
contrario.
Vista l’aria che tira negli ultimi mesi, viene da
pensare che si stia scambiando la libertà di informazione con
l’anarchia: che ognuno scriva pure quel che vuole, quello che gli
conviene. Tanto, nessuno paga pegno. Salvo gli italiani, che capiscono
sempre meno la vera posta in gioco.
sabato 19 settembre 2009
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio ha adottato una decisione sul fine vita che ha richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica. Il Tar si è pronunciato sul ricorso proposto da un’associazione che chiedeva di annullare l’atto con il quale il Ministro Sacconi, nel dicembre 2008, aveva inteso a garantire l’alimentazione e l’idratazione delle persone in stato vegetativo persistente.
In merito al pronunciamento del Tar abbiamo intervistato Filippo Vari, Professore associato di Diritto costituzionale nell’Università Europea di Roma. Vari, insieme al Prof. Aldo Loiodice, ha difeso il Movimento per la vita, che si è costituito nel giudizio dinanzi al Tar per chiedere il rigetto del ricorso.
Professore, la decisione è stata accolta con entusiasmo dai coloro che sono favorevoli a interrompere l’alimentazione e l’idratazione delle persone in stato vegetativo. Cosa ne pensa?
In questi giorni si è offerto un
grossolano esempio di disinformazione. Il Tar, infatti, diversamente da
quanto affermato da alcune agenzie, quotidiani e telegiornali, ha
respinto il ricorso presentato contro l’atto di indirizzo, declinando
la propria giurisdizione.
Appare, dunque, incredibile la trasformazione di una sentenza negativa in una di accoglimento!
Ma la sentenza del Tar non è segnata da alcuni passaggi in cui si afferma che costituisce un diritto quello del rifiuto del sondino?
Sì, la sentenza del Tar contiene alcune
considerazioni in merito alla portata dell’art. 32 della Costituzione e
alla possibilità dei pazienti di rifiutare le cure.
E’ evidente, tuttavia, che si tratta opinioni non necessarie ai fini
della decisione, la cui importanza è oltretutto attenuata dal richiamo
da parte dello stesso giudice alla recente entrata in vigore della
Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con
disabilità. Come è noto, quest’ultima, all’art. 25, prescrive agli
Stati firmatari di impedire “il rifiuto discriminatorio di […]
prestazione […] di cibo e liquidi in ragione della disabilità”.
Dunque, non è vero, come invece sostengono alcuni, che si tratta di una sentenza destinata a segnare la discussione in Parlamento sul fine vita, nel senso di precludere l’approvazione di una norma per impedire che l’alimentazione e l’idratazione possano essere sospese?
Si tratta di una sentenza la cui portata non è idonea a influire negativamente sul dibattito in corso sul fine vita. Anzi, secondo la sentenza, spetta al giudice ordinario, e non a quello amministrativo, decidere se il diritto alla salute dei pazienti è leso dall’atto di indirizzo del Ministro, che impone l’alimentazione e l’idratazione dei pazienti in stato vegetativo persistente. In questo modo, però, ci saranno decisioni prese caso per caso da magistrati con sensibilità e impostazioni diverse, in un ambito segnato da precedenti tra loro antitetici. In questa situazione diventa ancora più urgente approvare una norma di legge per impedire che l’alimentazione e l’idratazione possano essere sospese.
Il sussidiarioDal “Discorso sui pastori” di sant’Agostino, vescovo
(Disc. 46, 18-19; CCL 41, 544-546)
La Chiesa, come una vite, crescendo si è diffusa in ogni luogo.
[…] “Su tutta la faccia della terra”, perché amano i beni terreni e perché le pecore che si smarriscono sono sparse su tutta la faccia della terra. Si trovano in molti luoghi, sono figlie di un’unica madre, la superbia, all’opposto di tutti i veri cristiani diffusi in ogni angolo della terra e generati dall’unica madre che è la Chiesa Cattolica.
Non c’è pertanto da meravigliarsi che, se la superbia genera divisione, l’amore generi l’unità. Tuttavia la stessa madre Chiesa Cattolica, e in essa lo stesso pastore, ricerca dovunque gli smarriti, rinfranca i deboli, curai malati, fasciai feriti, prendendo gli uni di qui, gli altri di là, senza che si conoscano tra di loro. Ma essa ben li conosce tutti, perché si estende a tutti.
Essa è come una vite che, crescendo, si propaga in ogni parte; quelli invece sono tralci inutili recisi dal vignaiolo per la loro sterilità, perché la vite resti potata, non già amputata. Dunque quei tralci sono rimasti là dove furono recisi. La vite invece, spargendosi dovunque, conosce sia i tralci che le sono rimasti uniti, sia quelli che ne furono recisi, e sono rimasti lì vicini ad essa.
Ma tuttavia la Chiesa continua a richiamare chi si smarrisce, perché anche di questi rami tagliati l’Apostolo dice: “Dio infatti ha la potenza di innestarli di nuovo” (Rom 11, 23). Sia dunque che si tratti di pecore erranti lontano dal gregge, sia che si tratti di ram i recisi dalla vite, non per questo Dio è meno potente per ricondurre le pecore o per reinnestarle nella vite. Egli infatti è il sommo Pastore, egli il vero agricoltore. […]
Che bel nome è Sanaa! Ricorda la capitale di una terra favolosa: lo Yemen.
Così si chiamava una ragazza marocchina, diciottenne, sgozzata dal padre perchè
si era innamorata di un cristiano.
Qualcuno dice che il padre l'abbia uccisa perchè questo ragazzo aveva dieci
anni in più di lei: come se non si sapesse che nel mondo islamico non sono rari
i casi in cui bambine al di sotto dei dieci anni vengono date in moglie ad
uomini di quarant'anni più grandi.
La verità è semplice e logica, anche se fa comodo non vederla: poichè nell'islam
la donna è sottomessa all'uomo, se una mussulmana sposasse un cristiano ne
verrebbe che una mussulmana sarebbe sottomessa ad un cristiano il che non è
accettabile, nè possibile. Terrorizzati dall'islam; troppo presi a tagliare le
nostre radici giudeo-cristiane; imbottiti dalle nostre presunzioni ideologiche,
noi occidentali non ci rendiamo conto che qui non c'è in gioco solo una
questione meramente religiosa di convinzioni personali lasciate all'intimo
della coscienza, ma visioni completamente diverse della famiglia, della donna,
dei diritti ... L'islam non si scompone in parti: è un tutt'uno! Fede, costumi,
cultura, pubblico, privato... o lo prendi così com'è o lo rifiuti. Noi
occidentali, formati da secoli di cristianesimo, dal mondo greco, dall'illuminismo
e dalla rivoluzione francese, più tre o quattro altri fattori, ragioniamo in
modo diverso, pensiamo possibili dei compromessi ovvero, cosa semplicemente
abominevole nell'ottica mussulmana, di "integrare" l'islam nella
nostra cultura. Quando capiremo che al timone della barca non ci possono stare
due timonieri? Tra l'altro possiamo dirci fortunati se, perso il timone, non ci
troveremo anche buttati fuori dalla barca!
Angelo Tracciata Melunghi, Bergamo
L'imam di Pordenone Mohamed Ovatiq dice che il padre di Sanaa è un alcolizzato e che in questa tragedia l'islam non c'entra.
Non credo che si possa archiviare la morte di Sanaa semplicemente come
una "tragedia dettata dall'ignoranza." E Hina, Derya, Rukhsana,
Fadimem, Heshu, Sohane, Sahjda, Hatin, Morsal? Tutte uccise pechè il
padre era alcolizzato e ignorante ? E' vero, ci sono anche italiani
"cristiani" che commettono delitti così mostruosi, ma in Italia, come
in altri stati occidentali tale delitto è punito dalla legge, e non è
certamente ammesso dalla religione cristiana.
Negli Stati islamici il "delitto d'onore" è doveroso. Non si è
considerati "buoni musulmani" se non si "purifica" il nome della
famiglia dal disonore di avere un figlio omosessuale, una figlia
emancipata o un figlio che si converte a un'altra religione. "Nessuna
costrizione nelle cose di fede" si legge nella sura 2,256. E' una delle
sure del periodo iniziale, in cui Maometto era ancora senza potere e
minacciato. Poi è iniziata la direttiva di diffondere la fede per mezzo
della spada. "Dio non si compiace del sangue", dice l'imperatore
bizantino Manuele II Paleologo, "non agire secondo ragione, è contrario
alla natura di Dio."
Quando un giorno gli imam predicheranno che agire contro la ragione è
in contraddizione con la natura di Dio, che è ragionevole rispettare la
libertà di una persona e la sacralità della sua vita , allora potrò
dire che il padre di Sanaa è ignorante.
Daniel Mansour
di PAOLO MIELI
Sarà
sicuramente una coincidenza (ma per lo studioso cattolico Michael
Novak non lo è affatto) che il primo 11 settembre consegnato ai libri
di storia — in particolare quello del confronto tra il mondo cristiano
e il musulmano — non sia stato quello del 2001 bensì l’11 settembre del
1683, giorno in cui partì la controffensiva con la quale in trentasei
ore le truppe dell’imperatore Leopoldo I, con il fondamentale aiuto di
quelle del re di Polonia Jan Sobieski, travolsero e misero in fuga le
decine di migliaia di turchi che agli ordini del gran visir Kara
Mustafa da due mesi cingevano d’assedio la città di Vienna. Strana
coincidenza quella tra quei due 11 settembre. E le analogie non si
fermano alla data di fine estate. Già dall’agosto del 1682 il sultano
Mehmet IV aveva pianificato la denuncia del trattato di pace
ventennale con Leopoldo che sarebbe giunto a scadenza nell’84 e aveva
altresì lanciato un’offensiva che dai Balcani avrebbe dovuto passare
per l’Ungheria e concludersi con l’occupazione di Vienna, la capitale
dell’impero. Concludersi? Nessuno può dire se la conquista di Vienna,
di per sé a quell’epoca un evento clamoroso, sarebbe stata l’ultima
tappa della penetrazione turca in Europa; anzi appare poco probabile
che, occupata la capitale austriaca, l’aggressione non sarebbe stata
portata anche nel resto del continente. Le ambizioni del sultano
apparivano simili a quelle di un suo predecessore, Solimano, che aveva
sferrato prima nel 1529 poi nel 1541 un’incursione in Europa che gli
fruttò la conquista di gran parte dell’Ungheria. Invece l’11 e il 12
settembre del 1683 i turchi furono sbaragliati; dopodiché dovettero far
fronte a una controffensiva lunga un quindicennio che per le sue
caratteristiche di santa alleanza benedetta dal pontefice fu definita
«l’ultima crociata» ; e nel 1699 furono costretti a subire la pace di
Karlowitz che, a detta unanime degli storici, segnò l’avvio del lento
ma irreversibile tramonto dell’impero ottomano. 
Paolo Mieli (Omega)
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| La battaglia di Kahlenberg in una tela della fine del Seicento (The Art Archive-Corbis). |
Ma a Roma qualcuno aveva capito quanto fosse reale la minaccia turca.
Nel 1676 era salito al soglio pontificio Innocenzo XI, che dichiarò
subito l’ambizione di pacificare l’occidente per lanciare un attacco
al sultano. In un primo periodo, però, papa Innocenzo sostenne le
rivendicazioni del re francese ai danni dell’imperatore austriaco che
gli appariva titubante a fronte del progetto antiturco. Il Papa
iniziò a cambiare idea in concomitanza con la predicazione di Marco
d’Aviano, un frate cappuccino che conobbe grande popolarità tra il 1679
e il 1680 in seguito a un’epidemia di peste bubbonica. Nel corso di
questa epidemia gli furono attribuiti, sia nelle corti che tra le
genti, episodi miracolosi di guarigione da cui ricavò un’aura di
santità: Carlo di Lorena ad esempio ritenne di essere guarito grazie
alle sue preghiere e da quel momento fu suo figlio spirituale. Marco
d’Aviano chiedeva ai popoli di impegnarsi per una guerra contro i
turchi e nel 1681 provò a portare il suo messaggio in Francia ma Luigi
XIV lo fece espellere dal Paese con brutalità. Papa Innocenzo
disapprovò. E ancor meno piacque al pontefice che, per dare
testimonianza di impegno contro i turchi, quello stesso Luigi XIV che
segretamente incoraggiava il sultano a muovere contro Vienna, avesse
inviato la sua marina agli ordini dell’ammiraglio Du Quesne in una
insensata aggressione alla città di Algeri bombardata senza pietà nel
1682 e nel 1683 proprio mentre iniziava l’assedio della capitale
austriaca (provocando per ritorsione l’esecuzione del console francese
ad Algeri). 
Il gran visir Kara Mustafa, capo dell’esercito turco, in un olio conservato all’Historisches Museum di Vienna
Il libro di Stoye descrive alla perfezione il gioco francese, che era quello di approfittare della pressione turca su Vienna per colpire la Spagna al cui soccorso l’Austria non poteva accorrere perché «distratta» dai turchi (e la Spagna chiedeva all’Austria di impegnarsi a difenderla anziché impelagarsi con i musulmani), mentre i principati della Germania settentrionale si sarebbero dovuti occupare della crisi baltica alimentata anch’essa dalla Francia (ciò che li avrebbe indotti a sottostimare la portata delle iniziative del sultano). Stoye ha il grande merito di mettere in luce le responsabilità europee in campo cristiano — causate appunto da divisioni e rivalità — nella quasi capitolazione di Vienna dalla quale Leopoldo si allontanò all’inizio di luglio mentre i primi drappelli turchi si disponevano per l’assedio e la difesa della capitale austriaca nel tempo avrebbe quasi certamente ceduto se non ci fosse stata la «sorpresa Sobieski». Perché sorpresa?
Jan Sobieski — che era nato nel 1624 in un paese vicino a Leopoli ed
era stato educato a Parigi come molti rampolli dell’aristocrazia
polacca — nel 1674 era stato fatto re di Polonia (prese il nome di
Giovanni III) con il fondamentale aiuto proprio di Luigi XIV. Tutto
lasciava supporre che nelle giravolte di quegli anni (la cattolica
Francia e la cattolica Polonia avevano persino aiutato i protestanti
ungheresi contro il cattolico imperatore austriaco) Sobieski sarebbe
rimasto fino alla fine alleato del Re Sole. Tanto più che, come detto
all’inizio, la Francia — mentre incoraggiava il sultano a muovere
contro l’Austria — aveva promesso di intervenire a fianco dei polacchi
in caso di aggressione turca al loro Paese. Invece Giovanni III non
solo scese in aiuto di Leopoldo ma addirittura fu il protagonista della
battaglia per la liberazione di Vienna dall’assedio, occupò gli
accampamenti che erano stati dei turchi fino a poche ore prima ed entrò
nella capitale venendo accolto come il liberatore. Ciò che ingelosì
Leopoldo al quale non veniva perdonato di essersi per così dire
allontanato da Vienna quando i turchi si erano presentati alle porte
della città e di averla abbandonata al suo destino in quei due lunghi
mesi di fame, epidemie, bombardamenti e incendi. La verità, scrive
Stoye, è che quella di Leopoldo era una personalità complessa:
l’imperatore arrivava a prendere decisioni «solo con timorosa
riluttanza»; i protestanti e gli ambasciatori veneziani a Vienna
incolpavano i gesuiti per un’educazione troppo rigida che «ne aveva
represso l’energia innata». 
Il re di Polonia Jan Sobieski ritratto mentre guida i suoi ussari verso Vienna
Leopoldo non era meno cattolico di Sobieski ma aveva una maggiore inclinazione a soppesare i pro e i contro di ogni suo atto, salvo poi provare una forte avversione nei confronti di chi, come Giovanni III, agiva di impulso (ed era anche per questo più amato dalle genti). Questo gelo caduto nei rapporti tra Leopoldo e Sobieski rese impossibile che i due cogliessero l’attimo e si lanciassero immediatamente all’inseguimento dei turchi con ottime probabilità di sbaragliarli in breve tempo. Cosa che fecero dopo qualche mese su sollecitazione del papa ma a quel punto furono necessari quindici anni prima che la missione venisse compiuta. E il tempo fu così lungo anche perché erano riprese le mene della Francia volte esclusivamente a creare difficoltà all’Austria. Luigi XIV — ha scritto Alberto Leoni nel bel libro La croce e la mezzaluna , una storia delle guerre tra le nazioni cristiane e l’Islam pubblicata dalle edizioni Ares — che continuava a definirsi «Re cristianissimo» dimostrava una mancanza di scrupoli tale da porlo in pessima luce anche presso i suoi contemporanei. Al punto che, in una lettera del 15 settembre 1690 scritta dal conte palatino Filippo Guglielmo a Marco d’Aviano, il Re sole è definito «un turco cristiano peggior del barbaro».
Quanto ai turchi, la loro offensiva, anche psicologica,
era assai raffinata. «Accettate l’Islam», scrisse il gran visir Kara
Mustafa in un documento che fu presentato agli austriaci ai primi di
luglio come offerta di soluzione politica, «e vivrete in pace sotto il
sultano. O consegnate la fortezza e vivrete in pace sotto il sultano
come cristiani, e chiunque lo voglia potrà partire in pace portando con
sé i propri beni! Se invece resistete, morte o spoliazione o schiavitù
saranno il destino di voi tutti!». Kara Mustafa era stato molto
avversato da vari contendenti nell’impero ottomano ma Mehmet IV lo
aveva sempre protetto fino ad affidargli carta bianca e duecentomila
uomini per la grande spedizione alla volta di Vienna. Quanto a quel che
fece nei due mesi di assedio non gli si può imputare di aver
temporeggiato: l’impresa era molto complicata e le fortificazioni
della città tenevano. Dopo la sconfitta riuscì ad evitare che il suo
esercito si disarticolasse anche se alle spalle dovette subire
defezioni e tradimenti. Tutte cose più che prevedibili. Avrebbe voluto
consultarsi con il sultano per decidere sul da farsi nei mesi
successivi. Ma questi, anche a causa di alcuni contrattempi, non lo
incontrò. 
Coincidenze: 11 settembre 2001, attacco alle Twin Towers (LaPresse)
Il 19 ottobre le truppe dell’impero attraversarono il Danubio
e conquistarono Esztergom: il capitano ottomano si arrese e Kara
Mustafa reagì ordinando l’esecuzione degli ufficiali (compresi i
giannizzeri) che avevano abbandonato quell’importante piazzaforte, ma
quasi tutti si erano già dati alla fuga. Così commentò l’ambasciatore
francese da Istanbul: «Ho appena appreso che gli imperiali hanno preso
Esztergom e che le diserzioni, il terrore, i disordini e le agitazioni
contro il gran visir e il sultano stesso crescono di giorno in giorno».
La voce che i malumori si indirizzavano anche «contro il sultano»
dovette giungere alle orecchie di Mehmet IV. Il quale chiese
immediatamente la testa di Kara Mustafa. La notizia raggiunse il gran
visir che si trovava a Belgrado il 25 dicembre di quello stesso anno.
La sua risposta fu: «Come piace a Dio». Restituì i simboli della sua
alta autorità, il sigillo, il sacro vessillo del Profeta e la chiave
della Kaaba alla Mecca. Fu strangolato da un emissario di Mehmet
quello stesso giorno. Per il mondo cristiano era il Natale del 1683.
06 settembre 2009
Da sempre favorevole all’aborto, oggi Mara racconta il suo dramma. «Perché è ora che si indaghi su quello che succede negli ospedali»

Il
30 luglio scorso l’Agenzia italiana per il farmaco (Aifa) ha approvato
la commercializzazione della pillola Ru486, che induce l’aborto senza
bisogno di interventi chirurgici. Il farmaco è al centro della polemica
tra chi ne vuole la distribuzione nel paese e chi denuncia la sua
pericolosità (la letteratura scientifica attesta ventinove casi di
morte). L’espulsione del feto dall’utero materno avviene tra il terzo e
il quarto giorno dall’assunzione, ma in data impossibile da stabilire,
rendendo così complessa l’assistenza della paziente. Nel 2005 il
ginecologo radicale Silvio Viale ha ottenuto il permesso di
sperimentare la pillola presso l’ospedale Sant’Anna di Torino a
condizione che le donne rimanessero ricoverate per un periodo minimo di
tre giorni nel rispetto della legge 194 sull’interruzione di
gravidanza, che richiede che l’aborto avvenga all’interno della
struttura ospedaliera. Nello stesso periodo sono state avviate
sperimentazioni anche in Liguria, Toscana, Emilia Romagna e, nel 2006,
in Puglia. Il progetto torinese è stato poi interrotto l’anno
successivo in seguito a un’indagine della magistratura, insospettita
dai troppi aborti avvenuti fuori dall’ospedale (le donne possono
chiedere le dimissioni volontarie, ma il medico è tenuto a convincere i
pazienti a rimanere in ospedale finché richiesto dal protocollo
clinico). In questi anni le sperimentazioni avviate in diversi ospedali
sono continuate, diventando prassi regolare di cui, però, poco si
conosce. Per questo motivo e in seguito alla decisione dell’Aifa, il
capogruppo Pdl Maurizio Gasparri ha chiesto al Senato di avviare
un’indagine conoscitiva sulla Ru486.
Tempi, così come farebbe una
donna incinta alle prime settimane di gravidanza, ha chiesto
informazioni telefoniche a medici, personale ospedaliero e consultori
che utilizzano o hanno utilizzato la Ru486. Ecco i resoconti dei
dialoghi.
Ospedale Santa Maria di Borgotaro
Volevo sapere come funziona la Ru486.
Viene
qui, le do la prima pillola e torna a casa, il terzo giorno ritorna per
prendere la seconda pastiglia, poi torna di nuovo a casa e viene in
ospedale quattordici giorni dopo per un esame di controllo.
Se abortisco a casa violo la legge 194? Delle persone fidate mi dicono che l’aborto farmacologico è doloroso.
Sa
cosa bisognerebbe dire alle amiche? F.c.t. che vuol dire: fatti i cazzi
tuoi. Lasci perdere i consigli delle amiche e venga qui che ci penso io.
Ospedali Riuniti di Ancona
Vorrei usare la Ru486. Devo rimanere in ospedale?
Sì,
in teoria dovrebbe fermarsi fino all’espulsione del feto, ma non si
preoccupi: basta mettere una firma sulla cartella clinica e se ne può
andare senza problemi.
E' doloroso?
Prima pensi ad andare al consultorio a presentare domanda, poi le spiegheranno.
Azienda Ospedaliera Senese
Da voi si può abortire con la Ru486?
Mi spiace signora il servizio è stato sospeso, se vuole c’è l’aborto chirurgico.
Ospedale Riuniti della Valdesa
Mi può spiegare come funziona la Ru486?
Non
si usa più. So che si faceva qualche anno fa ma è stato solo per alcuni
mesi in via sperimentale. Ora che è stata autorizzata la vendita
ricominceremo il servizio, penso da settembre.
Ma è stato sospeso tutto anche nel resto d’Italia?
Credo di sì, perché c’è stata una normativa che vietava l’uso del farmaco.
Ausl di Empoli
Praticate l’aborto con la pillola?
Il
servizio non è ancora ricominciato. La Ru486 qui non viene più usata.
Abbiamo bloccato tutto, quando il ministero della Sanità ha interrotto
la pratica. Ci stiamo riorganizzando, ma siamo fermi da un anno e ci
vorrà un po’ di tempo.
Ausl di Pontedera
Posso tornare a casa dopo aver preso la pillola?
In teoria deve venire in ospedale e rimanere ricoverata per tre giorni.
Quindi non abortirò in casa.
No,
anche se normalmente quelle che abitano lontane firmano per uscire
prima. In quel caso l’espulsione avviene sicuramente fuori
dall’ospedale.
Si corrono pericoli?
No signora.
Ausl di Montecchio
Sono obbligata a stare in ospedale?
No, qui non ci sta, salvo problemi.
Così non vado contro la legge 194?
No,
no, assolutamente no! E' tutto consentito dalla legge, assolutamente,
ci mancherebbe altro, se no non verrebbe fatto, soprattutto in un
ospedale pubblico. è tutto legale. Non si preoccupi: anche se rimane
qui solo un’ora lei risulta ricoverata, ma poi non è che rimane qui a
dormire. L’espulsione non avviene qui. Avverrà quando è fuori perché
qui ci rimane solo mezz’oretta e normalmente l’espulsione è tra il
terzo giorno e il quattordicesimo.
Sentirò male?
Bè,
fa male: è una mestruazione dolorosa, non è che non sente niente. Non
posso dirle che non sentirà assolutamente niente, l’utero si contrae
per far uscire il contenuto, ma comunque è un tipo di dolore che
avrebbe anche con l’interruzione chirurgica. Non è molto diverso.
Azienda ospedaliera di Reggio Emilia
Lei ha un accento lombardo, dove abita?
Vicino a Milano, ma qui, che io sappia, non ci sono ospedali che usano la Ru486. Devo rimanere ricoverata nel vostro ospedale?
Assolutamente
no. Mi scusi, ma quanti giorni vorrebbe rimanerci? Tra una cosa e
l’altra sarebbero tra i dieci e i quindici giorni, è una cosa assurda.
So che il vostro presidente della Regione ha fatto sì che ci sia un
ricovero di tre giorni, ma questo è assolutamente demenziale.
Quindi non posso stare lì?
Assolutamente
no, signora. Anche perché l’ospedale è per casi acuti, non per cose che
si possono tranquillamente gestire a domicilio. L’aborto avviene
spontaneamente a casa.
A casa?
Sì, sicuramente. (...) Poi verificheremo se è avvenuto.
E' doloroso?
Certo
che è doloroso. L’aborto è aborto e fa male. La Ru486 non è una pillola
magica. Se poi questo è il messaggio che stanno facendo passare non è
colpa mia, ma è una fandonia.
Ausl di Carpi
Non è vero che la legge richiede di rimanere in ospedale?
(...)
No perché non viene ricoverato nessuno. Non è un alloggio. O c’è una
necessità medica o altrimenti non è un albergo, e poi non è fattibile,
non avremmo posti letto a sufficienza.
Azienda ospedaliera di Modena
Se l’aborto non avviene subito posso tornare a casa?
Sì.
Così non violo la 194?
Questa procedura è una procedura interna alla 194.
Ma la 194 richiede l’aborto fatto in ospedale e non a casa da soli.
Non è assolutamente vero, la legge non dice così.
Devo fare qualche esame d’idoneità?
Noi non lo richiediamo. Cosa vuole, fin che è giovane e non ha mai avuto problemi allergici può fare tutto!
Ospedale Maggiore di Bologna
Non si resta in ospedale. Prende il farmaco e poi può tornare a casa.
Ma non devo fare prima degli esami d’idoneità alla pillola?
Non c’è bisogno, se succede qualcosa può tornare in ospedale.
Azienda ospedaliera S. Anna di Ferrara
Certo che l’espulsione può avvenire in casa, ma non c’è alcun problema se accade.
E quando vengo in ospedale?
Quando prende la prima pillola che abbiamo ordinato e poi per la seconda pillola. Ma non deve trattenersi in ospedale.
Nemmeno se voglio?
No signora, non si può.
Consultorio di Ravenna
Vorrei abortire con la Ru486.
Prima devo chiederle per protocollo se ha già deciso.
Sì.
Bene.
Ci vuole un certificato medico e poi vada subito in ospedale e faccia
richiesta della pillola ma bisogna che faccia in fretta e ci vada
subito.
Come funziona il farmaco?
Ci
vuole il certificato del ginecologo, poi lo porta in ospedale. Le
conviene andare a Ravenna, lì fanno meno storie. Loro richiedono il
farmaco, poi torna dopo una settimana, prende una pillola e dopo poco
la seconda. Nel frattempo può avere un aborto spontaneo che è una
mestruazione abbondante, poi bisogna fare una visita di controllo per
vedere se è venuto tutto pulito.
Posso stare in ospedale?
No, lei non deve stare in ospedale, lì va solo a prendere la compressa poi torna a casa.
Cosa succede se abortisco a casa?
Non
succede niente perché lei praticamente avrà solo una mestruazione
abbondante. Se ha particolari dolori magari si rechi al pronto
soccorso, altrimenti non deve fare niente. Comunque, la sostanza da
eliminare è veramente poca. Lei cosa pensa di fare?
Sono un po’ confusa.
Abortire
a casa non è illegale perché questa sperimentazione è un pezzo che si
fa. Tra l’altro adesso l’hanno anche approvata, per cui non è
assolutamente illegale.
Ma la 194?
La
194 è un’altra cosa: prevede l’aborto entro il terzo mese. La
sperimentazione con questa pillola a Ravenna la facciamo da due anni.
Ora verrà commercializzata a breve e si userà in tutti gli ospedali,
anche in Lombardia probabilmente. (...) Non si immagini chissà che
cosa, è una semplice mestruazione, tutto qua.
Ausl di Scandiano
Posso poi tornare a casa?
Deve. Non si sta mica qui.
L’aborto avviene a casa?
Dipende. Capita che avvenga subito qui, ma se le succede a casa è lo stesso.
Ospedale di Guastalla
Non è necessario il ricovero.
Posso abortire a casa?
Mi scusi, il senso della Ru486 è questo: prendere la pillola per abortire a casa.
Ospedale Delta di Ferrara
Non rimane ricoverata. Viene qui la mattina, poi va a casa e ritorna solo a fare i controlli.
L’espulsione del feto avviene in casa?
Sì,
cioè avrà delle perdite, non è che vede proprio il... Non è niente di
più che una normale mestruazione. Se ha problemi torna subito in
ospedale.
E' doloroso?
E' una mestruazione un po’ più dolorosa.
Quindi sto tranquilla, è tutto legale?
E'
tutto legale e rispetta i protocolli. Il ricovero non ha senso, se no
non ci sarebbe nessun vantaggio. Altrimenti fa il raschiamento in un
giorno, viene la mattina, va via la sera e tutto finisce lì.
Ausl di Lugo
Cosa vuole? Stare ricoverata quindici giorni?
E' tutto legale?
In
effetti adesso c’è un dibattito su questa procedura, ma noi non abbiamo
ancora ricevuto disposizioni diverse. Comunque le donne qui entrano ed
escono, questa è la nostra procedura approvata.
L’aborto con la Ru486 è sicuro, vero?
Le
probabilità di insuccesso sono del 15 per cento e succede che bisogna
poi ricorrere all’intervento chirurgico. Molte volte non c’è la pulizia
dell’utero ma noi abbiamo la nostra procedura che è così e non possiamo
fare diversamente.
Ma è doloroso?
Bè,
dopo la prima pillola un po’ di dolorini le vengono, dopo la seconda
può avere perdite ematiche abbondanti: contrazioni uterine, vomito o
diarrea e malessere generale. Le mando un fax che spiega tutto.
Ospedale Santa Chiara di Trento
Rischio di espellere il bambino a casa?
Capita di rado, di solito avviene tutto in ospedale.
Quindi resto ricoverata?
No, entra ed esce dall’ospedale ma noi le diamo un numero di telefono per sicurezza.
Non c’è pericolo che abortisca a casa?
E' più raro che avvenga a casa. Non si preoccupi.
Ausl di Fiorenzuola
So che da voi si può usare la pillola abortiva.
Per
il momento no. Non so se ha seguito la polemica sui giornali, ma la
Ru486 ora è stata introdotta nella farmacopea italiana, tuttavia non è
ancora stato stabilito il protocollo d’uso, perciò siamo in attesa di
questo corollario e contemporaneamente abbiamo sospeso la modalità
precedente. Noi facevamo venire dalla Francia il prodotto ed
effettivamente è vero, fin che non è stato approvato il farmaco ci
siamo comportati così. è stata una decisione della Regione Emilia
Romagna, della Regione Toscana e dell’Umbria, di procedere comunque in
attesa del regolamento nazionale. Però, adesso che è stata approvata la
pillola siamo in attesa: l’interpretazione che ho dato io e la Usl di
Piacenza è di sospendere l’uso del farmaco fino a nuovo ordine del
ministero della Sanità.
Non c’è nessun altro che usa la pillola?
Non che io sappia nei dintorni. Nella provincia di Piacenza è così.
Ausl di Piacenza
Si può abortire con la Ru?
Il nostro ospedale la usa. Qui le donne continuano a prendere la pillola e tornano a casa dove avviene tutto senza problemi.
Ospedale Policlinico di Bari
Volevo delle informazioni sull’interruzione di gravidanza con la pillola Ru.
Mi spiace, il servizio riprenderà a settembre, al momento è sospeso per ferie.
E’ ora di farla finita con questi astemi, astenici dell’anima, nemici della vera religione, disfattisti, anti italiani, distruttori del paesaggio, con questi puritani, proibizionisti, igienisti, con questi collaborazionisti della Mecca. Emanuele Scafato, che si vanta di essere direttore dell’Osservatorio Alcol, insomma uno che passa il tempo a sentirci l’alito, dice che “l’unica sicurezza è non bere”. Scafato è un signore coerente infatti prende soldi dall’Oms, la famigerata organizzazione abortista per la quale l’unica sicurezza è non nascere. Certo: chi non nasce non rischia di morire e chi non rischia di morire non rischia nemmeno di bere, sai con la pillola Ru486 quanti alcolisti in meno. Ho scoperto che Scafato è nato a Taranto come don Giuseppe Russo, il prete nemico dell’Incarnazione, il committente di Fuksas. Non sarà un caso che ascoltando entrambi si percepisce lo stesso retrogusto nichilista, il profumo di astrazione, l’odio astringente per la bellezza.
Secondo me è colpa della cattiva qualità del Primitivo che negli anni Settanta-Ottanta veniva chiamato “mier tuost” (vino tosto, duro, pesante, una martellata alle ginocchia). In seguito il rosso tarantino, sottratto ai contadini e affidato agli enologi, migliorò nettamente ma ormai Scafato e Russo erano lontani, il momento magico dell’educazione al bere passato per sempre. Impossibile diventare proibizionisti a Ischia o a Siena o ad Alba: invece a Taranto poteva sembrare allora perfino necessario, addirittura giusto. Un astemio trentenne, cresciuto nel pieno del rinascimento che nei Novanta ha risollevato il vino italiano non ha scuse, è un mostro, mentre Scafato che di anni ne ha cinquanta può darsi che sia semplicemente un uomo poco aggiornato, come capita a molti suoi coetanei troppo legati alla realtà ormai obsoleta della propria giovinezza.
Adesso devo motivare,
pur non avendo nessuna voglia di farlo: mi piacerebbe che con me
bastasse l’ipse dixit, come con Aristotele, e invece mi tocca spiegare
perché gli astemi e ancor più gli astemisti (coloro che non si limitano
a non bere ma vorrebbero pure che nessuno bevesse) sono nemici della
vera religione. Immagino che Scafato, con la compagnia maltusiana che
si ritrova, ignori i sacramenti a cominciare dalla comunione, la cui
forma originale e splendida è nelle due specie: pane e vino. In Italia
centinaia di migliaia di cattolici appartenenti al Cammino
Neocatecumenale si comunicano ogni domenica in questo modo e rischiano
di venire discriminati in blocco: ciò che per loro, e per me, è il
Sangue di Cristo, per le leggi che incombono è veleno che impedisce la
guida. Quindi visto lo stato pietoso dei trasporti pubblici si potrebbe
comunicare apostolicamente solo chi abita in zona pedonale o possa
permettersi di andare a messa in taxi.
“L’alcol è di per sé una sostanza tossica e dannosa” proclama Scafato. Di per sé ovvero in qualsivoglia quantità.
Prima cercavo di giustificare quest’uomo ma adesso non ci riesco più, qui non c’entra il Primitivo cattivo, costui è un empio, un anticristiano, avrà letto il Corano al posto del Vangelo: il primo miracolo di Gesù è la moltiplicazione del vino, non del crodino, e secondo la logica perversa di cui sopra il Figlio di Dio è un avvelenatore. Ogni Santo, si sa, è bevitore, da Joseph Roth a Ignazio di Loyola (“Sanguis Christi, inebria me”) e i Papi non sono da meno. L’amato Ratzinger ha detto in una bella omelia: “Il vino esprime la squisitezza della creazione, ci dona la festa nella quale oltrepassiamo i limiti del quotidiano. Così il vino è diventato immagine del dono dell’amore, nel quale possiamo fare esperienza del sapore del Divino”.
E non mi vengano a dire che la faccenda potrebbe essere risolta cenando francescanamente con Sorella Acqua, “utile et umile”. San Francesco era un digiunatore non un buongustaio, l’acqua è utilissima durante il giorno, lontano dai pasti, e non fa danni se assunta mentre si mangia lattuga, cetriolo, pomodoro crudo, ma col formaggio e la carne è pericolosa, ti si pianta tutto sullo stomaco. In particolare il maiale esige il vino e il proibizionismo insieme ai vignaioli metterà in crisi allevatori e salumieri, favorendo viceversa la nota multinazionale di Atlanta e gli imam, il puritanesimo americano e l’espansionismo arabo uniti nella lotta contro l’Europa e le sue radici. La vittoria dei nemici dell’alcol favorirebbe infine i palazzinari: se le colline di Valdobbiadene e di Montalcino sono ancora meravigliose lo si deve alla vite, unico argine al cemento e al niente. Perciò da oggi tolleranza zero verso gli astemi, aridi tarli della nostra civiltà.
© 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO
Apprendiamo oggi da articoli pubblicati nelle edizioni on line del Corriere della Sera, della Repubblica e della Stampa,
che per tentare di porre un freno alla lunga e sembra inarrestabile
sequenza di incidenti stradali causati in molti casi da persone che
guidano dopo aver bevuto alcolici (e soprattutto super alcolici), che
il Governo Italiano sta per inviare all'esame della Camera, per vararla
entro la fine di gennaio, una proposta di legge che inasprisce la normativa attuale
che già stabilisce come valore limite legale il tasso di alcolemia di
0,5 g/litro e che guidare un veicolo oltre questo limite costituisce un
reato.
Secondo il presidente della commissione
Trasporti della Camera, Mario Valducci, si sta lavorando su una
proposta di legge "che si aggancia a un lavoro già svolto. È una
proposta assolutamente bipartisan che introduce il principio della
tolleranza zero nei confronti dell'uso di alcol. Chi guida non beve e
chi beve non guida: si tratta di un ulteriore giro di vite anche
rispetto agli attuali limiti consentiti. Si valuterà se applicare o
meno queste nuove norme alla fascia più giovane d'età o se invece
estendere un divieto generalizzato". Pertanto in futuro potranno
esserci "sanzioni molto pesanti per chi viene trovato anche con 0,2
milligrammi, quindi tolleranza zero che porterà a un inasprimento delle
pene".
Secondo Valducci occorre ora valutare se inserire queste
norme solo per una fascia di età o solo per i giovani, anche se lui si
è dichiarato favorevole ad "estenderle a tutti", mentre per quanto
riguarda le pene "per chi verrà fermato la prima volta ci sarà la
sospensione di 6 mesi della patente, con un inasprimento progressivo
fino ad arrivare al ritiro".
Tutto giusto, tutto benissimo, e
questo provvedimento, come scrive il sito Internet di Repubblica,
sarebbe "tutt'altro che rivoluzionario perchè in Germania è già in
vigore da un anno: lì ormai c'è il divieto assoluto di bere (ossia non
viene tollerato nessun tasso alcolemico, neanche inferiore a 0,5 grammi
di alcol per litro di sangue) prima di mettersi al volante", ma in
Germania "la norma vale per tutti i giovani al di sotto dei 21 anni e
tutti coloro che abbiano conseguito il titolo alla guida da meno di 24
mesi. Un divieto analogo, è già in vigore da tempo per i conducenti
professionali (trasportatori, tassisti, sanitari ed autisti di veicoli
a noleggio), con l'aggravante del raddoppio della sanzione oltre la
soglia degli 0,11% g/l".
E' sicuramente doveroso e sacrosanto,
quando si tratta di salvare delle vite e porre fine a quelle assurde
stragi che purtroppo non sono più confinate al sabato e alla domenica
ma insanguinano le strade italiane in ogni giorno della settimana,
studiare misure, severe, che mirino a tutelare i cittadini, ma est modus in rebus
come dicevano i latini e occorre fare attenzione, con simili
procedimenti draconiani, a non gettare via il bambino con l'acqua
sporca.
Intendiamoci, dicendo questo non voglio fare una difesa
corporativa delle categorie, giornalisti degustatori e collaboratori di
guide, sommelier, enologi, gente che assaggia per lavoro, che gira per
cantine e degustazioni, e non può certo permettersi di dotarsi di
un'autista, ovviamente astemio o non bevitore, che sono quelle più
colpite da questo inasprimento. E che rischiano davvero di vedersi
multare, ritirare la patente, o arrestare, anche se non avessero
causato incidenti e guidando con prudenza, rispettando i limiti, si
vedessero fermati per un controllo da un normale blocco stradale,
diventando, oggettivamente, dei criminali, anche se, alla luce delle
nuove misure, avessero bevuto un solo bicchiere di vino.
So
benissimo che gli interessi generali devono prevalere sugli interessi
particolari e in passato, suscitando qualche protesta, per puri
interessi di bottega, avevo ad esempio preso pubblicamente posizione
affinché venisse vietata la vendita di vino e di alcolici negli
autogrill (leggete qui).
Sono
però consapevole che un provvedimento drastico e indiscriminato (perché
mette sullo stesso piano modalità diverse di consumo innanzitutto
quelle di vino e di super-alcolici, antica questione, e chi beve uno o
due bicchieri di vino durante un pasto e chi invece trinca
superalcolici, magari mischiandoli ad altro, per stordirsi) come quello
annunciato all'insegna del motto "Chi guida non beve e chi beve non
guida" finirà con il ripercuotersi molto negativamente anche su altre
categorie, già pesantemente colpite dall'attuale crisi economica.
Parlo
della categoria dei produttori di vino, che se non esistesse la voce
esportazioni avrebbero già cessato l'attività visto la progressiva e
continua contrazione dei consumi in patria e di quella dei ristoratori,
già pesantemente messi in ginocchio proprio dall'attuale normativa,
secondo la quale sono già sufficienti due bicchieri di vino, anche
assunti nel corso di un pranzo, e non certo a stomaco vuoto, a rendere
un consumatore, un cliente, passibile di pesanti multe e ritiro della
patente.
Se dovesse entrare in vigore questa "proposta
assolutamente bipartisan che introduce il principio della tolleranza
zero nei confronti dell'uso di alcol" e che colpirebbe anche chi avesse
un tasso alcolico dello 0,2% espresso in grammi di alcol ogni 100 ml di
sangue, le conseguenze sarebbero pesantissime in termini economici, di
occupazione, di sviluppo.
Sono moltissimi gli italiani (ed i
turisti) che girano per lavoro e sono soliti fermarsi a pranzo o a cena
al ristorante e consumare i loro pasti prevedendo una modica quantità
(guarda te a che linguaggio mi tocca ricorrere...) di vino in
accompagnamento, com'è tradizione radicata di una cultura
dell'alimentazione italiana ed europea, senza essere per questo degli
"avvinazzati". E tanti di questi italiani, di questi turisti, per
lavoro, per piacere, per diletto girano da soli e non possono di certo
contare (a differenza magari dai nostri politici...) sull'autista o
sull'amico accompagnatore che non beve e sarà incaricato di guidare al
ritorno.
Bene, criminalizzare di fatto in toto anche un minimo
consumo di vino e dire che "non si potrà (quasi) più bere alcol se si
vorrà guidare un'auto" criminalizzando un tasso alcolico bassissimo
dello 0,2%, non solo condizionerà la libertà e gli spostamenti di
quelle persone e modificherà sostanzialmente le loro abitudini di
consumo, ma comporterà una decisa contrazione del numero dei clienti
dei ristoranti e dei loro fatturati.
In questo regime chi si
sognerà, difatti, di andare al ristorante essendo consapevole che non
solo non potrà accompagnare i cibi ai vini e dovrà gustare ottimi
piatti bevendoci sopra acqua, ma che se dovesse azzardarsi a bere anche
solo un bicchiere di vino con la spada di Damocle del tasso alcolico
dello 0,2% pendente sulla testa rischia di vedersi ritirare la patente?
Va benissimo e sicuramente il mondo della produzione di vino, della
ristorazione, della sommellerie, sono concordi nel sostenere questa
battaglia e fare la loro parte di sacrifici per fare sì che sia
vincente, studiare in tutti i modi possibili di rendere le strade
italiane più sicure e limitare al massimo gli incidenti mortali (che
solo in minima parte sono causati da persone che hanno esagerato con il
consumo di vino, mentre tutti sanno che sono i super alcolici i veri
colpevoli), ma attenzione a non colpire a morte con provvedimenti
esagerati una parte importante dell'economia e degli operatori
economici italiani e a non creare una situazione che, oggettivamente, è
al limite da quel Proibizionismo di cui si festeggia proprio nel 2008
il 75 anniversario della fine, grazie al XXI emendamento della
Costituzione Americana approvato nel 1933.
Di un neo-proibizionismo, anche se proclamato per motivi di ordine pubblico, l'Italia non ha assolutamente bisogno...
Umberto Folena
Le affermazioni della tabella in questa pagina sono riprese per Repubblica dalle prime cinque puntate dell’inchiesta (28 settembre, 3 ottobre, 12 ottobre, 24 ottobre e 10 novembre 2007) e per Avvenire dai servizi pubblicati il giorno successivo (29 settembre, 4 ottobre, 13 ottobre, 25 ottobre e 11 novembre 2007). Sono soltanto alcuni degli errori e delle omissioni dell’inchiesta. Mentre Avvenire replicava a Repubblica, Repubblica ignorava Avvenire.|
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| GIORGIO CALABRESE | |
| Era
prevedibile che dopo le affermazioni del ministro delle Politiche
agricole e alimentari, Luca Zaia, secondo il quale bere due bicchieri
di vino non può fare ubriacare, si scatenasse una bagarre di tipo
misto: scientifico e sociale. In casi come questo si possono trovare
ragioni nelle diverse posizioni. È comprensibile che da parte di noi
medici (e in questo caso lo ha fatto il collega Emanuele Scafato,
direttore dell’Osservatorio sull’alcol dell’Istituto superiore di
Sanità) venga un messaggio di cautela che rifiuti totalmente la
concessione dell’uso di alcol da parte di chi guida un automezzo. Ma
dall’altra parte ha anche ragione il ministro Zaia quando afferma, con
un po’ di buon senso, che due bicchieri di vino durante un pranzo o una
cena normale non bastino a ubriacarsi. La cosa che non mi piace come nutrizionista è che si parli solo e sempre di vino, criminalizzandolo anche in minime quantità, e mai di superalcol inebriante anche a piccole dosi. Penso che pure dai colleghi dell’Istituto Superiore della Sanità debbano venire consigli e messaggi non assolutisti ma articolati. Non si può comparare il bere un po’ di buon vino ai pasti con due drink di superalcolici, magari a stomaco vuoto, perché questi sono i maggiori colpevoli durante l’ormai diffuso happy hour. Non si può paragonare il bere sempre quei due bicchieri di buon vino e invece minimizzare l’introduzione di tante lattine di birra durante una serata di allegria, in sostituzione della veramente dissetante acqua. Un altro aspetto da considerare è che la guida automobilistica risente dell’introduzione di bevande alcoliche, e soprattutto superalcoliche, producendo effetti differenti in base all’età, alla taglia corporea, alla quantità di grasso e muscoli, alla genetica e alla cultura familiare, alla presenza contemporanea di un pasto completo. Sono d’accordo che bisogna dare un messaggio di saggezza ai giovani patentati, fino ai primi tre anni di guida, imponendo di non bere qualunque tipo di alcolico prima di mettersi al volante, ma ricordo ai colleghi medici che bisogna fare contemporaneamente la battaglia per impedire a costoro di guidare auto che superino i 900 cc di cilindrata. Queste due idee rappresentano proibizioni che vanno nel verso giusto di una società attenta a svezzare chi si mette sulle strade, per prevenire incidenti anche mortali. È bene ricordare che l’Europa ci chiede di allinearci alla linea di completo proibizionismo perché i giovani europei, specie nella zona Nord del Continente, si ubriacano bevendo sempre e solo superalcolici o fiumi di birra. Gli incidenti «alcolici» infatti avvengono sempre dopo gli happy hour e dopo l’uscita dalla discoteca. Non mi risulta che in questi luoghi di divertimento si vendano vini tipo barbera, amarone, vermentino, chianti; si vendono invece superalcolici a iosa che contengono, oltre all’alcol, sostanze deleterie, tra cui il metanolo e alcoli superiori che inducono allo sballo. La buona birra, se bevuta nella dose di due lattine al pasto, non ubriaca; se invece sostituisce l’acqua per dissetarsi, dopo un certo numero di lattine danneggia il cervello. Possiamo allora paragonare il poco alcol della birra al molto alcol del superalcolico? No! Ecco perché capisco il collega Scafato nella sua preoccupazione, ma sono dalla parte del buon senso, espresso dal ministro Zaia. L’Europa mostra la tendenza ad abbassare l’attuale limite di alcolemia a meno di 0,5. È un rigidismo comprensibile con cui, però, si lava la coscienza senza risolvere il problema. Faccio piuttosto un appello al ministro Maria Stella Gelmini che si occupa di Scuola e Università: renda obbligatorio per gli studenti di Medicina l’insegnamento di Nutrizione umana e Dietoterapia, perché in Italia esiste una delle migliori classi mediche del mondo, che mostra però una scarsa competenza circa il contenuto salutistico o dannoso dei singoli alimenti, bevande alcoliche comprese. Bisogna fare educazione alimentare al cibo e al bere nelle nostre scuole, con figure competenti (dietologi, dietiste, biologi-nutrizionisti, tecnologi alimentari ecc.) che spieghino come prima dei 17-18 anni il nostro fegato non abbia completato la produzione di enzimi che aiutano a metabolizzare l’alcol, per cui non bisogna bere alcolici ma, tutt’al più, assaggiarli non frequentemente e sempre durante i pasti. Anni fa inventai il motto «Si beve l’acqua e si gusta il vino». Lo rinnovo oggi, proponendo ai ragazzi di bere acqua per dissetarsi e gustare il vino sorseggiandolo. Venditori e consumatori debbono essere alleati, per cui una vendita dannosa procura un guadagno immorale perché causa danni irreversibili e mortali. Non dobbiamo invece distruggere la cultura del bere moderato, nel rispetto della nostra storia. LA STAMPA | |
Spargere veleni sul rapporto tra Chiesa e società. Con
argomentazioni sbrigative e grossolane che cercano di mettere in
cattiva luce l'impegno dei sacerdoti, l'uso dell'otto per mille,
l'insegnamento della religione cattolica... «La Repubblica», dai primi
di ottobre a dicembre 2007, ha cercato con un'inchiesta sviluppata su
varie puntate (e addirittura con l'intervento del suo direttore, Ezio
Mauro) di accreditare un'immagine della Chiesa del tutto artefatta.
Innumerevoli gli svarioni, le cantonate, le imprecisioni. Qui di
seguito trovate una raccolta degli articoli con cui «Avvenire» ha
risposto punto per punto a questi attacchi. Ragionando sui dati
obiettivi e sulla realtà dei fatti.
La raccolta parte con la
risposta del 23 maggio al volume "La questua" nel quale Curzio Maltese
ha raccolto, correggendo solo alcuni errori, il reportage di «La
Repubblica».
Umberto Folena
Da che parte cominciare a smontare La questua. Quanto costa la Chiesa agli italiani, il libro del giornalista di Repubblica
Curzio Maltese appena giunto in libreria? Ma dall’inizio, e
dall’equivoco di fondo che Maltese non nasconde, anzi dichiara
apertamente.
La confusione tra Vaticano e Santa Sede di qua,
Chiesa italiana e Cei di là. A pagina 31 sbotta: signori, è la stessa
zuppa ed è vano perderci tempo. «Una volta scartati il politicamente
corretto e il cattolicamente corretto, mi sono concentrato su quello di
cui finanche l’autore capiva il senso: il costo della Chiesa, una e
trina». In realtà la correttezza non c’entra. Maltese ha bisogno di
confondere Santa Sede e Cei perché il mirino è puntato sull’otto per
mille, che va alla Cei ma che ai lettori va fatto credere vada al
Vaticano, insinuando l’idea che la distinzione sia un cavillo, una pura
formalità. Invece è sostanza.
Un libro a tesi
Altra tesi iniziale: la
percentuale degli italiani che vanno a Messa (circa un terzo della
popolazione) e di quanti firmano per l’otto per mille a favore della
Chiesa cattolica coincide. Si tratta insomma delle stesse persone.
Sbagliato, e lo dicono i numeri. Primo, il confronto è tra gruppi non
omogenei: di qua tutti gli italiani, di là i soli contribuenti.
Secondo, a firmare è più del 40% dei contribuenti, ma mal distribuiti:
sono il 61,3% di coloro che sono costretti a presentare la
dichiarazione (730 o Unico) e una percentuale davvero minima di chi non
è obbligato, per lo più pensionati, che invece sono in larga misura
praticanti. Un bel pasticcio. Scrive Maltese che questi italiani
«dichiarano di andare a messa e di essere influenzati nel voto
dall’opinione del papa e dei vescovi». Quale sia la fonte non si sa, ma
che un italiano, credente o miscredente, ammetta di essere
«influenzato» ha dell’incredibile.
Per Ruini bastava Google
Da pagina 36 in poi,
Maltese si avventura in brevi cenni di storia recente della Chiesa che
farebbero sorridere un redattore di Topolino. Parla di «fronte
passatista» che si oppone alle «aperture della Chiesa conciliare». I 27
anni di Papa Wojtyla sono così riassunti: «I risultati concreti del
pontificato di Giovanni Paolo II sono il ritorno alla Chiesa
preconciliare, l’alleanza privilegiata con le forze tradizionaliste e
la progressiva riduzione, fino all’estinzione, del dissenso cattolico».
Fine. Non si può dire che manchi di sintesi. E Camillo Ruini? Sarebbe
bastato Google per evitare sciocchezze del genere: «Quando Giovanni
Paolo II lo chiama a Roma da Reggio Emilia, Ruini è un giovane vescovo
noto alle cronache solo per aver celebrato il matrimonio di Flavia
Franzoni e Romano Prodi».
Le cronache di Eva Express,
forse. Com’è arcinoto, Ruini, già stimato docente di teologia dommatica
a Bologna, si fa apprezzare in particolare come vicepresidente del
Comitato preparatorio del Convegno ecclesiale di Loreto (1985), dove
ricopre un ruolo di primo piano.
Il prete, una "casta" da 853 euro al mese
Capitolo
otto per mille. Ruini, assicura Maltese, ha «l’ultima parola su ogni
singola spesa». In un’inchiesta seria ti aspetteresti una descrizione
del sistema, di come è "composta" la remunerazione di preti e vescovi,
di chi decide la destinazione degli aiuti all’estero... Nulla di nulla.
Sembra una dittatura, con i vescovi a capo chino succubi dei capricci
del presidente. In realtà i criteri di distribuzione sono oggettivi e
Maltese deve averli letti o su Avvenire o nei siti della Cei, di cui finalmente pare essersi accorto. I preti italiani, ovunque prestino servizio pastorale (anche i fidei donum>
all’estero), ricevono la stessa remunerazione, a partire da 853 euro
netti mensili; idem i vescovi, che alla soglia della pensione ne
ricevono 1.309. Non sono cifre segrete. Maltese pubblica la
remunerazione dei pastori valdesi (650 euro): perché non quella dei
preti cattolici?
Forse perché è così bassa da non essere
minimamente riconducibile ai «privilegi di una casta»? Criteri
oggettivi, dicevamo. La quota assegnata alle singole diocesi viene
divisa per metà in parti uguali, per l’altra metà in base al numero di
abitanti. Per l’estero, un apposito Comitato riceve le richieste e
provvede alle assegnazioni. È tutto così misterioso che l’elenco
dettagliato dei primi 6.275 interventi è stato pubblicato nella
primavera del 2005 in un volume di 386 pagine, Dalla parola alle opere. 15 anni di testimonianze del Vangelo della carità nel Terzo Mondo,
con una ricca documentazione fotografica e alcuni saggi introduttivi.
Il libro è stato presentato ai giornalisti in una conferenza stampa.
Escluse le testate d’ispirazione cattolica, nessuno ne ha scritto
niente. E quasi niente, quindi, ne ha saputo chi non legge la stampa
d’ispirazione cattolica. Si può consultare il volume online nel sito www.chiesacattolica.it/sictm.
Chi vota e chi no
Il sistema dell’otto per
mille, scrive Maltese, non è democratico. In realtà è il primo caso di
democrazia diretta applicata al sistema fiscale. Non c’è nulla di
automatico, la Chiesa non ha alcuna garanzia – per dire: nessun minimo
garantito – e dipende completamente dalla volontà degli italiani, che
oggi firmano a suo favore, domani chissà. E gli astenuti? In gran parte
sono contribuenti non tenuti a presentare la dichiarazione, costretti a
compiere alcune operazioni complesse per far valere la propria firma. È
inevitabile che molti, specialmente se anziani, se ne dimentichino o
rinuncino; ed è un peccato proprio per la democrazia. Degli altri, due
terzi firmano. Il meccanismo è analogo a quello di una votazione. Se
per il Parlamento vota l’80% degli elettori, non per questo il 20% dei
seggi rimane non assegnato. Chi si astiene si rimette alla volontà di
chi partecipa. In effetti non si firma per il proprio otto per mille,
ma per l’otto per mille complessivo, di tutti. A Maltese scappano
queste precisazioni, tutt’altro che irrilevanti.
Spot pieni zeppi di preti
Otto per mille e
comunicazione. Maltese dà i numeri. Negli spot, scrive, le due voci –
carità in Italia e nel Terzo Mondo – occupano il 90% dei messaggi,
mentre assorbono solo il 20% dell’otto per mille. Controlliamo. Nel
sito www.8xmille.it
è possibile vedere ben 47 spot, con relativo documentario, degli ultimi
anni, così distribuiti: carità Italia 20, carità estero 15, preti 6,
culto 6. La carità occupa meno del 90%. Ma basterebbe guardare quegli
spot per scoprire che tra i protagonisti ci sono sempre dei preti, che
spesso costruiscono chiese, oratori, scuole, officine... Una divisione
netta per destinazioni è assurda. Tutti i preti italiani sono
impegnati, chi più chi meno, sul versante della carità; tutti i parroci
custodiscono luoghi di culto.
La parola "colletta" dice niente?
E le offerte
per il clero, quelle deducibili? Maltese ironizza: se dipendesse dai
fedeli, il clero morirebbe di fame. Ma come si fa a ignorare che la
forma ordinaria, normale, di contribuzione alle esigenze del parroco e
della parrocchia è l’offerta fatta durante la Messa domenicale, o
direttamente al parroco in tante occasioni, a cominciare dalla
benedizione delle famiglie? È la forma ordinaria indicata anche dal
documento Sovvenire alle necessità della Chiesa del 1988, che fonda l’intero sistema e che Maltese non cita mai. E viene il dubbio se sappia che esiste.
Ricevere per poter donare
Con dispiacere
ritroviamo nel libro un’aspra dichiarazione attribuita alla moderatrice
della Tavola Valdese, Maria Bonafede: «I soldi dell’otto per mille
arrivano dalla società ed è lì che devono tornare. Se una Chiesa non
riesce a mantenersi con le libere offerte, è segno che Dio non vuole
farla sopravvivere». Che cosa Dio voglia o non voglia siamo convinti
non lo possa stabilire con tanta certezza nessuno, cattolico o valdese
che sia. E i soldi tornano assolutamente tutti a quegli italiani che li
affidano alla Chiesa. Tornano sotto forma di tempo dedicato a loro, di
servizi, di strutture educative, formative, sanitarie e sportive, di
luoghi in cui pregare. Altro che casta. Nulla serve a costruire
personali carriere. Chiunque abbia un’esperienza anche superficiale di
Chiesa – cattolica o valdese – lo sa.
Il fantasma di Luciano Moggi
Un capitolo a parte
merita una notizia, falsa, in fondo marginale. Ma serve a comprendere
come sia stata costruita l’inchiesta. Maltese, nonostante le smentite,
insiste: il 27 agosto, sul volo Mistral da Roma a Lourdes, al
pellegrinaggio dell’Orp, con il cardinale Ruini c’era anche «l’invitato
Luciano Moggi». Moggi non c’era, andò a Lourdes per i fatti suoi come
privato cittadino. Maltese ci ha letti, infatti corregge un dettaglio
(Boeing 737-300, non 707-200). Ma insiste: la fonte è il «blog di papa
Ratzinger, ufficioso ma benedetto dal Santo Padre». Papa Ratzinger ha
un suo blog? Una rapida indagine. In effetti esiste un «Papa Ratzinger
blog», tenuto da una fedele cattolica, che però sotto la testata si
affretta a precisare: «Si tratta di una iniziativa personale che non ha
alcun riconoscimento ufficiale». Dov’è la «benedizione»? Il sito si
limita a riprodurre quattro articoli del 28 agosto 2007 relativi al
volo Mistral. Uno solo, dell’Eco di Bergamo, tira in ballo Moggi. Gli altri tre no. Uno è anonimo. Uno è del Giornale. L’ultimo, sorpresa, è di Orazio la Rocca di Repubblica.
Non
ci sono né Moggi né il rettore della Lateranense che avrebbe benedetto
il viaggio. Maltese farà bene a mettersi d’accordo con il collega. Se
non basta, potrà leggersi la cronaca di Virginia Piccolillo
dell’autorevole Corriere della sera: Moggi era mescolato tra
migliaia di pellegrini, nella basilica a Lourdes, mentre Ruini
celebrava. Tutto qui. Grande giornalismo d’inchiesta, davvero.
Demolite le chiese
A un certo punto Maltese
stigmatizza l’eccesso di spese per tante chiese e chiesine italiane, e
sembra elogiare la Francia, che le chiese «inutili» le demolisce.
Maltese trascura un dettaglio che certo non può ignorare: lo Stato
francese è proprietario di tutti gli edifici di culto costruiti prima
del 1905. Sono suoi, quindi se li può restaurare (a sue spese) o
demolire. E la carità? Merce di scambio tra lo Stato e una Chiesa a cui
è delegato il "lavoro sporco". Tutto qua. E comunque, «non bisogna
dimenticare che per la dottrina cattolica e per la musulmana l’azione
sociale è secondaria rispetto all’indottrinamento» (pagina 136).
Servono ulteriori commenti?
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