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    September 30

    Da femminista dico che è devastante


    di Francesco Ognibene


    Il no alla Ru486 è un’esclusiva dei cattolici? È quello che si sente dire dopo l’adozione – condizionata – da parte dell’Aifa della pillola abortiva anche in Italia, il 31 luglio. Sarebbe, insomma, un’ostinazione su base confessionale. Peccato che non sia così. A confermarlo – se ce ne fosse bisogno, e purtroppo è così – è l’autorevole voce di Renate Klein, combattiva femminista australiana, su posizioni certo non cattoliche, che nel suo Paese ha guidato la tenace resistenza all’introduzione della Ru486, vinta solo da un voto parlamentare. Con Avvenire si dice «addolorata» dalla notizia del via libera dell’Aifa. E spiega le sue ragioni.

     

               In Italia si sente spesso dire che quello con la Ru486 è il modo migliore di abortire. È così?

    «No, al contrario. L’assunzione della pillola Ru486, seguìta da quella della prostaglandina (che fa espellere il feto abortito, ndr) scarica ogni rischio e ogni responsabilità sulla donna».

     

               Può spiegare in che modo?

    «Sarò cruda: una donna si può trovare su un autobus o al lavoro mentre iniziano i conati di vomito, le scariche di diarrea e le contrazioni che seguono l’assunzione del farmaco. Si può arrivare a perdere anche molto sangue. La donna può continuare a sanguinare per giorni, se non settimane, e non sapere con certezza se il figlio che ha dentro di lei è stato abortito o continua a vivere. Nell’ipotesi peggiore per avere questa certezza deve vedere lo stesso figlio espulso nel water: un’esperienza scioccante. Immaginarsi quale senso di colpa la segnerà per tutta la vita dopo questo tipo di aborto».

     

               E gli effetti psicologici?

    «Sono devastanti. E hanno una portata spaventosamente lunga. Quando sanguini per sei settimane, e hai bisogno di un intervento di raschiamento perché tuo figlio è ancora nel tuo grembo, l’esperienza dell’aborto diventa indimenticabile. Ti segna per sempre, come donna, soprattutto se in realtà un bambino lo avevi desiderato, e lo desideri ancora per il futuro. Ma l’aborto è stata una scelta dovuta ad altre circostanze, come alla mancanza di risorse economiche o al rifiuto del padre. Nel caso dell’aborto chirurgico – un intervento fatto in anestesia che dura poco più di mezz’ora – una donna può invece ricominciare a pensare alla propria vita, anche di madre. E qualora sorgessero complicazioni, la donna è comunque ricoverata, sotto l’occhio attento e costante dei medici. Cosa fare, invece, nel caso abbia un’emorragia il sabato sera, magari in un piccolo paese di campagna, con un presidio sanitario lontano chilometri? Rischia la vita! E poi c’è il funzionamento delle pillola: al bambino essa toglie ogni forma di nutrimento. La donna sa che sta facendo morire di fame e di sete la creatura che porta in grembo. E questo non ha nulla a che vedere col diritto di scegliere l’aborto o meno: qui si tratta di una madre che sente il proprio figlio, e che lo uccide».

     

               Eppure i media italiani vanno ripetendo da mesi che è giusto lasciare alle donne la possibilità di scegliere come abortire, che la legge deve rispettare questa decisione. Lei cosa ne pensa?

    «La questione della libertà di scelta per le donne è spinosa. Io, per esempio, condivido che le donne abbiano diritto ad accedere a un aborto sicuro e legale, dopo un’appropriata consulenza psicologica, qualora non vogliano mettere al mondo un figlio per ragioni valide: un padre violento, la mancanza di risorse economiche, la minaccia per il proprio lavoro o per la propria formazione. Ma, lo sottolineo, è importante che la donna sia informata correttamente su cosa significhi abortire. Il messaggio banalizzato è davvero facile, prendi la pillola, e bingo!, non sarai più incinta è pericolosissimo».

     

               Perché le femministe hanno in genere una buona opinione della pillola abortiva? Lei, che è una voce storica del movimento, è contraria...

    «La seconda ondata del movimento femminista si trovò concorde, in tutti i Paesi occidentali, sulla depenalizzazione dell’aborto. Quello che fu dimenticato, e continua a esserlo, è che una donna dovrebbe avere anche il diritto di continuare una gravidanza e di avere supporto e risorse adeguate per farlo. Negli anni ’70, quando in molti Paesi si cominciò a legalizzare l’aborto, le donne furono spesso forzate a rifiutare le gravidanze: mai epilogo di una battaglia per i diritti fu più sbagliato. E visto che è stato così difficile conquistare quella legge, oggi accade che molte femministe non siano preparate a criticare la tendenza ormai diffusa a normalizzare l’aborto. Si finisce col dire alle giovani donne che abortire è normale, non è un grande problema. Ecco perché quando la Ru486 fu inventata in Francia, nel 1988, e io pubblicai il libro Ru486 Misconceptions Myths and Morals insieme a Janice Raymond and Lynette Dumble, nel 1991, fummo viste come delle traditrici degli ideali del femminismo. Questa divisione continua. Eppure io sono convinta che noi siamo chiamati a giudicare ogni trattamento medico per i suoi meriti o per le sue lacune. E l’aborto chimico è molto più pericoloso di quello chirurgico».

     

               La decisione di commercializzare la Ru486 ha solo a che fare con ragioni tecniche?

    «Nient’affatto. Ha anzi radici e ricadute culturali fortissime. A causa dell’assunto errato secondo cui prendere una pillola per abortire è più facile e naturale di un intervento chirurgico, le donne (soprattutto quelle giovani) tendono a essere meno attente alla prevenzione della gravidanza. Per non parlare dei partner: che importa se la loro compagna rimane incinta, basta una pillola e il problema è risolto. È questa mentalità che favorisce la diffusione della Ru486, e che la Ru486 potrebbe rendere dilagante. Aumentando il numero di aborti».

     

               In Australia com’è regolamentato l’uso della Ru486?

    Si tratta di un impiego ancora molto ristretto: i medici che la usano devono chiedere un permesso speciale alle autorità sanitarie, e comunque può essere assunta solo da quelle donne che per ragioni di salute non possono sottoporsi all’intervento chirurgico. Nessuna casa farmaceutica, peraltro, ha mai chiesto di commercializzare la Ru486 in Australia, anche per una questione di costi, troppo alti».

     

               Queste regole vengono rispettate?

    «Non sempre. Una delle condizioni cliniche necessarie per ottenere il permesso di utilizzare la Ru486, infatti, è quello di soffrire di una grave forma di depressione. Il che, a mio avviso, è del tutto incomprensibile. Anche perché la diagnosi di tale stato psicologico è tutto fuorché oggettiva (come misurare una depressione, esiste un test?) e si tratta di decisioni mediche, su cui viene mantenuto riserbo. È il caso della più nota vittima australiana della Ru486, Mary Stopes: le fu consentito l’uso della Ru486 proprio per il suo presunto stato depressivo acuto. Un altro fenomeno che stiamo registrando in Australia è quello degli aborti con la Ru486 acquistata all’estero».

     

               L’Agenzia italiana del farmaco ha stabilito che la donna debba rimanere in ospedale finché l’aborto non si è concluso, ma sappiamo che se lo desidera e chiede di tornare a casa non si può fare nulla per impedirglielo. Cosa fare per evitare che questo accada?

    «La questione è semplice: è facile per i medici dispensare la ricetta per un farmaco. Più facile che avere a che fare con un intervento chirurgico. Se qualcosa va storto, c’è già una giustificazione: forse quella paziente ha assunto alcol, forse ha fumato. La Ru486, in questo senso, li solleva da ogni responsabilità. Io credo invece che i medici dovrebbero informare le donne sulla realtà dei fatti, dicendo loro quali sono i rischi a cui vanno incontro, spiegando quali sono i possibili eventi avversi».

     

               In Italia si sente dire che la battaglia per introdurre la Ru486 nel nostro Paese è anche una battaglia per la laicità. Cosa pensa di questo assunto?

    «Anche in Australia la Chiesa ha preso una posizione dura contro questo tipo di aborto. Personalmente non sono d’accordo con l’idea che la Ru486 abbia a che fare con la laicità di uno Stato. La Ru486 è semplicemente un modo per abortire, un cattivo modo direi, e ciò che più conta è pericoloso per le donne. E comodo per i medici, sollevati da ogni responsabilità rispetto alle proprie pazienti».



    Tratto da Avvenire del 10\09\2009
    September 29

    La disinformazione dell'Uaar


    Ho pubblicato ieri tre articoli sulla sentenza del Tar del Lazio riguardo il ricorso contro l’ordinanza di Sacconi nel caso Eluana Englaro. Una sentenza effettivamente ambigua, dove per tre quarti si pontifica in materia di diritto mortuario in linea con lo spirito del ricorso presentato da una Associazione vicina ai radicali. Salvo poi riconoscere la propria incompetenza a riguardo, giusto alla fine. Ad ogni modo, il ricorso è stato respinto e tutte le belle considerazioni dei magistrati hanno un valore puramente morale. Ma diversi giornali hanno pubblicato la notizia come se quella piccola clausola tecnica, l’incompetenza giurisdizionale dei giudici, non esistesse e il ricorso fosse stato accettato. Un buon esempio di disinformazione a cui non si è sottratto nemmeno il Corriere della Sera, come abbiamo visto. Ma quando si parla di disinformazione, la prima cosa da fare è andare a consultare il sito dell’UAAR che della disinformazione è indiscusso maestro. È un gioco molto divertente: indovinate come hanno descritto gli illuminati atei la sentenza. Leggiamo:

    TAR del Lazio: “no all’alimentazione forzata”

    Il Tar del Lazio ha accolto un ricorso del Movimento difesa dei Cittadini contro l’ordinanza emanata lo scorso anno dal ministro del welfare Sacconi contro la sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione artificiale a Eluana Englaro (cfr. Ultimissima del 16 dicembre 2008). Secondo la sentenza, “i pazienti in stato vegetativo permanente che non sono in grado di esprimere la propria volontà sulle cure loro praticate o da praticare e non devono in ogni caso essere discriminati rispetto agli altri pazienti in grado di esprimere il proprio consenso, possono, nel caso in cui loro volontà sia stata ricostruita, evitare la pratica di determinate cure mediche nei loro confronti”. La decisione sembra dunque muoversi in una direzione diamentralmente opposta al disegno di legge sul testamento biologico già approvato dal Senato e che sarà presto discusso anche dalla Camera.

    Tutto assolutamente falso. Ma il sito dell’Uaar è divertente anche per un’altra peculiarità, i commenti dei lettori. Ci sono anche alcuni commenti ragionevoli che cercano di riportare la discussione alla realtà, ma si contano sulle dita della mano. Gli altri sono tutti illuminatissimi atei che riescono a combinare disastri addirittura peggiori dell’articolo. Tutto da godere insomma, disinformatori e disinformati. Eppure sarebbe bastato andarsi a leggere il testo della sentenza che così conclude:

    Alla luce delle precisazioni svolte non resta al Collegio che dichiarare il proprio difetto di giurisdizione [...] Dichiara inammissibile per difetto di giurisdizione il ricorso proposto dal Movimento difesa del cittadino, meglio specificato in epigrafe.

    Inammisibile
    non è proprio la stessa cosa di accolto, ma a quelli dell'Uaar non piace e quindi sovvertono la realtà (come una sorta di alienazione religiosa?). E non solo mentono, pretendono anche che questa sentenza, in fin dei conti carta straccia, sia vincolante per la legge in discussione in Parlamento. Davvero un'opera d'arte.

    Leggi anche:

    TAR LAZIO/ Il protagonista: sul fine vita disinformazione e opinioni non necessarie, ma è tanto rumore per nulla

    Quella sentenza capovolta per capovolgere la realtà


    TAR LAZIO/ A chi giova la gran commedia di giornalisti e giudici sul testamento biologico?

    September 28

    Quel buco nero tra Antichità e Rinascimento


    Altro che “secoli bui”: donne a capo di conventi maschili, maggior età a 14 anni, predicatori di crociate che leggono il Corano. Ecco il Medioevo di Régine Pernoud, la storica francese già direttrice degli archivi nazionali di Parigi i cui libri hanno tirature da bestseller.

    di Stefano M. Paci

    Voleva diventare bibliotecaria e si e iscritta alla scuola di Chartres. Lì, ha alzato gli occhi e ha incontrato il Medioevo. Non è più diventata bibliotecaria ma direttrice del Museo della Storia di Francia. Dirige attualmente il Centro Giovanna d’Arco a Orleans. Quando non ê intenta alla stesura dei suoi volumi con i quali ha dato una nuova fisionomia al Medioevo, tiene conferenze in giro per il mondo. Affollatissime, e non solo da specialisti. I suoi libri hanno tirature da bestsellers. Strano, per una studiosa. Ma lei è Régine Pernoud.
    È stata amica di Henry Matisse («Ci incontravamo spesso negli ultimi dieci anni della sua vita. L’ho visto dipingere la cappella di Vence. Era straordinariamente attratto dal sacro»). Lo è del cardinale Lustiger («Un uomo eccezionale. I giovani se ne accorgono. Lo chiamano familiarmente ‘Lu’. Peccato che sia forse troppo solo nella Chiesa di Francia»). Lo è del padre De Lubac («Penso che sarebbero sufficienti la Bibbia e i suoi libri. Ma forse è meglio non scriverlo»).
    Nel suo cuore pare trovar eco, con intelligente curiosità, tutto ciò che rispetta l’uomo. Innanzitutto il Medioevo, la grande passione della sua vita.
    Quando parla del Medioevo si infervora. «Anch’io da giovane ero convinta fosse un periodo di ignoranza e sottosviluppo. Per forza. I libri di storia lo liquidano in poche pagine. Noi non sopporteremmo una contabilità che trascuri mille pagine dal registro di bilancio, ma non ci stupiamo di presuntuosi bilanci storici che dimenticano un millennio. Anche studiosi cattolici parlano della Chiesa come se iniziasse nel XVI secolo. Jean Delumeau, nel suo Le christianisme il va à mourir, traccia una sintesi storica che tralascia completamente il Medioevo. Curiosamente, il rinnovamento attuate degli studi medievali viene dagli americani: hanno una visione più completa. Gli europei sono più attenti alle questioni che riguardano l’arte che non al dinamismo dimostrato dalla tecnica nell’XI e XII secolo. Ma questi aspetti sono fondamentali per comprendere le dinamica di una società così complessa». Complessa? Quotidianamente ascoltiamo riflessioni come ‘non siamo più nel Medioevo’ o ‘c’è un ritorno al Medioevo’. «Qualcuno si sorprenderà — aggiunge ironicamente — sapendo che per ben due volte in assise internazionali (a Parigi nel 1974 in sede dell’Ocse e a Dakar nel 1980) ci si è rivolti a medievalisti perché studiassero soluzioni tecniche per l’agricoltura del Terzo Mondo.
    Un medievalista ha persino intitolato un suo libro La rivoluzione industriale del Medioevo: una rivoluzione operata senza rinchiudere i bambini nelle fabbriche perché lavorassero per un salario di fame».
    Purtroppo per molti il Medioevo è materia privilegiata: si può dire tutto ciò che si vuole nella quasi certezza di non essere smentiti. «È vero: mai nessuno parla della libertà e dell’autonomia che allora veniva data ai giovani — la maggior età per i ragazzi era a 14 anni e per le ragazze a 12 —; o della quantità di manoscritti di medicina e di scienze naturali usciti dai monasteri; o dell’ordine di Fontevrault che aveva due monasteri, uno per uomini e uno per donne, e tra i due si ergeva una chiesa, unico luogo di incontro per monache e monaci. E questo doppio monastero fu posto sotto l’autorità non di un abate, ma di una badessa. Quest’ultima, per volontà del fondatore, doveva essere una vedova, cioè una donna che avesse fatto un’esperienza matrimoniale. Tutto ciò senza provocare nessuno scandalo nella Chiesa. Ebbe anzi un grande successo: venti anni dopo la fondazione, quest’ordine era costituito da 5 mila fra monaci e monache. E, per completare il quadro, aggiungiamo che la prima badessa, Petronilla di Chemillé, aveva allora ventidue anni».
    Donne a capo di comunità maschili. Eppure, le lotte di un certo femminismo erano per non ricondurre le donne all’epoca medievale in cui erano vessate e trattate come schiave. E la Chiesa poi, così ostile alle donne. Fortuna che il Concilio di Trento ha loro concesso di possedere l’anima.
    «Quante sciocchezze. Eppure ho sentito anche una nota scrittrice sostenere che la Chiesa ha dato l’anima alle donne solo nel XV secolo. E così si sarebbero battezzati, confessati, ammessi all’eucarestia degli esseri sprovvisti di anima! In tal caso, perché non degli animali? Strano che i primi martiri che sono stati onorati come santi siano donne e non uomini: Sant’Agnese, Santa Cecilia, Sant’Agata e tanti altri. Non è sorprendente che ai tempi feudali la regina venisse incoronata come il re, a Reims generalmente (ma a volte anche in altre cattedrali) eppure sempre dalle mani dell’arcivescovo di Reims? In altre parole, si attribuiva all’incoronazione della regina altrettanto valore che a quella del re. Eleonora d’Aquitania e Bianca di Castiglia hanno dominato il loro tempo, e potevano esercitare un potere incontestato non solo qualora il re fosse deceduto, ma anche nel caso fosse assente o malato. Nel Medioevo, anche donne non provenienti da famiglie nobili hanno goduto nella Chiesa, e attraverso la loro funzione in essa, di un potere straordinario. Alcune badesse agivano come autentici signori feudali e il loro potere era rispettato al pari di quello degli altri signori; alcune donne indossavano la croce come i vescovi; sovente amministravano vasti territori che includevano villaggi e parrocchie. Ciò significa che nella stessa vita laica alcune donne, per le loro funzioni religiose, esercitavano un potere che oggi molti uomini potrebbero invidiare».
    Sorprende venire a sapere che l’enciclopedia più nota del XII secolo è opera di una religiosa, la badessa Herrada di Landsberg. E che, se Eloisa leggeva in greco e latino, un’altra religiosa, Gertrude di Hefta, era felice nel XIII secolo, di passare dal grado di ‘grammatica’ a quello di ‘teologa’, vale a dire che dopo aver percorso il ciclo di studi preparatori, si apprestava a passare al ciclo superiore come si faceva all’università. Ma le donne che non erano né alte dame né badesse, né tantomeno monache, bensì contadine, o madri di famiglia, o che esercitavano un mestiere?
    «Dai documenti che abbiamo — risponde la studiosa — emerge un quadro sorprendente. Le donne votavano come gli uomini nelle assemblee cittadine e in quelle dei comuni rurali.
    «Negli atti notarili, inoltre, è molto frequente trovare donne sposate che agiscono per conto proprio, potendo possedere ed amministrare i loro beni, per esempio avviando un negozio o un commercio. Gli atti delle inchieste amministrative ordinate da San Luigi tra il popolo minuto iniziativa senza precedenti e, del resto, senza seguito, ci mostrano una folla di donne esercitanti i più vari mestieri: maestra di scuola, medico, farmacista, gessaiuola, tingitrice, copista, miniaturista, rilegatrice…».
    Chissà se coloro che in buona fede auspicano che la donna finalmente esca dal Medioevo si accorgono di desiderare che la donna possa ritrovare la dignità che ebbe al tempo della regina Eleonora e della regina Bianca? La Régine del Medioevo non risparmia neanche gli orrori dell’Inquisizione medievale alla sua passionata rivalutazione.
    «Ciò che rende diversa – riprende Madame Pernoud – un’epoca dall’altra è la differente scala di valori che ne permea la mentalità. In storia è elementare tenerne conto, ossia rispettarla. Altrimenti lo storico si trasforma in giudice.
    Sotto tanti aspetti l’Inquisizione fu la reazione difensiva d’una società per cui, a torto o a ragione, la preservazione della fede appariva non meno importante della preservazione della salute fisica ai nostri giorni.
    «Di qui la generale riprovazione che l’eresia a quel tempo suscitava: l’eresia rompeva un accordo profondo cui aderiva l’intera società; e tale rottura appariva estremamente grave. In realtà, per il credente e la maggioranza del Medioevo, la Chiesa è perfettamente nel suo diritto quando esercita un potere di giurisdizione, in quanto depositaria e custode della fede. Ed è generale l’accettazione di sanzioni quali la scomunica, l’interdetto, che era una specie di scomunica generale. In un intero territorio per costringere all’obbedienza chi ne era responsabile, veniva sospesa ogni cerimonia religiosa: le campane cessavano di suonare, i sacramenti non venivano più amministrati e tutto questo rendeva la vita letteralmente intollerabile per le popolazioni. Ma di fronte all’eresia catara, che poggiava su un intollerabile dualismo tra un universo materiale, creato da un dio malvagio, e le anime, create da un dio buono, e che si spinge fino a vedere nel suicidio la perfezione suprema, nel 1231 si ricorse all’Inquisizione. Quando fu decisa pareva accettabile come mezzo di difesa, ma, come tutte le soluzioni facili, non era affatto una soluzione. Qui si coglie un esempio lampante dell’ambiguità della storia, in cui contrariamente alla immagine che se ne dà così sovente, è davvero difficile distinguere buoni e cattivi. L’Inquisizione stessa non era priva di un lato positivo nel concreto della vita pratica. Essa sostituiva la procedura d’inchiesta alla procedura d’accusa. Ma soprattutto in un’epoca in cui il popolino non è affatto disposto a scherzare con l’eretico, introduceva una giustizia regolare. In precedenza, non di rado era stata una giustizia laica, addirittura uno scatenamento di popolo, ad infliggere agli eretici le pene peggiori. Contrariamente a ciò che abitualmente si pensa, la Spagna rifiutò l’Inquisizione. Re Ferdinando III, cugino di San Luigi, re di Francia, nel XIII secolo dichiarò: ‘Nel mio regno non vi sono eretici. Io sono il re di tre religioni: la cristiana, l’ebraica e la musulmana’. Queste parole sono scritte in 4 lingue sulla sua tomba e la Chiesa cattolica lo ha proclamato santo. Con tutto ciò resta il fatto che per noi l’istituzione dell’Inquisizione è l’aspetto più inquietante di tutta la storia del Medioevo. Sono stata motto contenta che il Concilio Vaticano II abbia riconosciuto che l’Inquisizione era un facile ricorso al potere temporale per un fine spirituale e che se nel XIII secolo aveva ancora l’aspetto di vigilanza sui cristiani, è nel XV e XVI secolo che se ne abusa, servendosene a fini politici contro ebrei e mori».
    Il Rinascimento è la decadenza: non fu il suo amico Matisse a dirlo?
    «Proprio lui — La Chiesa medievale era realmente penetrata dal Vangelo. Non era più così nel XVII secolo. Basti vedere il diverso approccio all’evangelizzazione. La Chiesa del V e VI secolo aveva saputo ‘passare ai barbari’ e, dopo che l’abate di Cluny nel 1141 fece tradurre il Talmud e il Corano, fu fatto obbligo a tutti i predicatori di crociate di leggere il Corano. L’evangelizzazione dell’America del Sud, invece, fu fondata sul principio che i selvaggi dovessero prima diventare uomini e poi cristiani, che fosse necessario prima inculcare loro l’umanesimo, poi il cristianesimo. Ma la sola, vera liberazione è il Vangelo, che poi crea l’umanesimo e le altre forme di civilizzazione. Oggi quel principio pare ridicolo. Ma c’è qualcuno che nuovamente afferma ‘prima di fare dei cristiani, bisogna fare dell’uomo un essere libero’, come se il Vangelo non fosse la fonte della liberazione».
    Non saranno costoro un po’ troppo simili a quegli intellettuali che passando davanti a Notre Dame — come racconta Regine Pernoud in un suo libro — si recavano ad un convegno dal titolo: ‘Era il Medioevo civilizzato?’. Sorride. «Si potrebbe creare uno slogan: Medioevo: l’unico periodo di sottosviluppo che ha creato cattedrali. Troppo spesso la storia la fanno intellettuali che tentano di farla entrare nello schema già preparato nel loro piccolo cervello».
    Madame Pernoud, fuori i nomi. «Le responsabilità sono varie. Per la Sorbona tra Plotino e Cartesio non c’è nulla. Ma le maggiori vanno imputate agli storici di stampo marxista: essi trattano con disprezzo i dati obiettivi poiché mettono in discussione la loro esistenza di storici. Chi, sulla scia di Marx, contrappone ancora feudalità a borghesia — errore intellettualmente necessario se si vuol mantenere ad ogni costo lo schema signori-borghesi-proletari — usa un metodo storico superato da almeno 50 anni. Il materialismo storico legge la storia in funzione del progresso: o si nega che il Medioevo fosse un’epoca di progresso o si nega il marxismo. L’errore capitale del nostro tempo è credere che la storia si faccia nei nostri cervellini, che la si possa costruire su ordinazione».

    Dalla rivista «30Giorni», gennaio 1985, pp. 56-59

    TAR LAZIO/ A chi giova la gran commedia di giornalisti e giudici sul testamento biologico?


    lunedì 21 settembre 2009

    Il Corriere della Sera ha fatto un mezzo passo indietro ieri, riguardo la sentenza del Tar Lazio sull’atto di indirizzo del Ministro Sacconi che vietava la sospensione di alimentazione e idratazione ai disabili, emanato durante la vicenda di Eluana Englaro.

    Il quotidiano milanese ha interpellato Linda Sandulli, relatore ed estensore della sentenza del Tar, per chiarire i termini della questione: l’atto di indirizzo del Ministro rimane valido, il ricorso dell’Associazione di area radicale, che ne aveva chiesto l’annullamento, è stato rigettato, perché il Tribunale Amministrativo ha dichiarato di non essere legittimato a pronunciarsi in merito.

    Un mezzo passo indietro, dicevamo, perché le prime notizie divulgate dalla gran parte dei media facevano capire l’esatto contrario: “Il Tar, accogliendo un ricorso del Movimento difesa dei cittadini all’ordinanza Sacconi emanata nei giorni del caso Eluana, boccia di fatto il ddl Calabrò”, era il commento su La Stampa. “Il Tar del Lazio - accogliendo un ricorso del Movimento difesa dei Cittadini all'ordinanza Sacconi emanata lo scorso anno, nei giorni del caso Eluana - boccia di fatto la legge sul testamento biologico”, faceva eco Repubblica.

    Ma il ricorso, dicevamo, era stato respinto, perché i giudici amministrativi avevano dichiarato di non essere competenti ad esprimersi in materia: come mai tanta confusione? Il motivo è innanzitutto il modo in cui la sentenza è stata costruita: i giudici amministrativi hanno scritto di non avere titolo a giudicare solo alla fine, dopo tredici cartelle nelle quali, invece, sono entrati abbondantemente nel merito dell’atto di indirizzo di Sacconi, esprimendosi contrariamente.

    In altre parole, anziché verificare innanzitutto la propria legittimità a esaminare il ricorso, i giudici sono prima entrati nel merito, per poi concludere alla fine di non avere competenza a farlo. Così facendo, hanno messo per iscritto tutte le loro considerazioni contrarie all’atto di indirizzo di Sacconi, considerazioni che a questo punto sono solo personali e non hanno alcun peso giuridico, ma che sono state ampiamente riprese dalla stampa, che non sempre si è “accorta” che il ricorso era stato respinto.

    Sarebbe interessante capire fino a che punto si è trattato di superficialità da parte dei giornalisti nel leggere una sentenza formulata in modo inusuale, e dove invece è iniziata la malafede nel diffondere le notizie: ad essere maliziosi, si può notare che le testate che hanno equivocato la sentenza del Tar sono le stesse che si sono battute per la sospensione di alimentazione e idratazione di Eluana Englaro, e che si oppongono al testo di legge Calabrò.

    Le proteste dei politici sono state le logica conseguenza della faccenda: dei giudici - oltretutto amministrativi - sono entrati nel merito di una vicenda della quale loro stessi si erano definiti non competenti a giudicare. Un intervento improprio e inopportuno, visto che è proprio il divieto o meno di sospensione di alimentazione e idratazione il cuore dello scontro politico sul disegno di legge sul fine vita: è bene ricordare che di questa legge la politica si è dovuta occupare proprio a seguito del pesante intervento della magistratura che ha portato alla tragedia di Eluana Englaro, una legge necessaria per evitare che fatti del genere si ripetano.

    L’Associazione Nazionale dei Magistrati Amministrativi, comunque, di cui la stessa Linda Sandulli è Presidente, sabato scorso ha diffuso un duro comunicato di protesta, nel quale si definivano “inaccettabili” le critiche arrivate da parlamentari di sinistra e di destra sulla sentenza.

    Quindi la persona che ha strutturato la sentenza in modo insolito, esprimendo giudizi su alimentazione e idratazione e dichiarando subito dopo di non essere legittimata a farlo, e quindi facilitando l’incomprensione e gli equivoci, ha poi criticato, mediante l’associazione che presiede, i politici che l’avevano contestata, e, allo stesso tempo, nell’intervista al Corriere, ha anche attaccato gli stessi giornalisti: “Credo che su tutto questo ci sia stata una pessima informazione”, ha dichiarato.

    Troppe parti in commedia, non credete?

    Il Sussidiario

    Quella sentenza capovolta per capovolgere la realtà



    di Assuntina Morresi

    «Attacchi inaccettabili»: così l’Associazione nazionale magistrati amministrativi definiva ieri le critiche arrivate da politici di destra e di sinistra dopo la sentenza del Tar del Lazio sull’atto di indirizzo del ministro del Welfare Maurizio Sacconi, quello che, nato dalla vicenda di Eluana Englaro, vietava di interrompere alimentazione e idratazione ai disabili.

    Pur ammettendo la possibilità di essere criticati, i giudici hanno invitato a leggere meglio la loro sentenza, che ritengono estranea a pregiudizi ideologici, e tantomeno tesa a condizionare la politica, come invece avevano evidenziato diversi parlamentari. I magistrati sostengono di avere solo applicato le norme vigenti, e soprattutto che «non sono entrati nel merito della controversia». Ma è veramente difficile dar loro ragione dopo aver letto il testo della sentenza, alla luce anche di come la gran parte dei media ha trattato la faccenda, semplicemente ribaltandone l’esito rispetto alla realtà.

    Come forse si ricorderà, il Movimento difesa del cittadino – associazione di area radicale – aveva fatto ricorso al Tar del Lazio per annullare l’atto di indirizzo firmato da Sacconi durante la vicenda di Eluana. Il Tar ha riconosciuto di non essere legittimato a giudicare: il ricorso dunque risulta respinto, e l’atto di indirizzo resta valido.

    Ma nell’affrontare la questione è stata usata una modalità inusuale, tanto che gli stessi giudici se ne giustificano nel testo della sentenza: la prassi corrente, spiegano, vorrebbe che «quella attinente la giurisdizione deve precedere ogni altra questione», e cioè che innanzitutto si stabilisca se il tribunale interpellato – in questo caso il Tar – sia legittimato a giudicare. Ma in questo caso i giudici hanno deciso di «seguire un ordine inverso»: affrontare in premessa il merito della controversia, esprimendosi sull’atto di indirizzo, per poi trattare – ma solo alla fine – il problema della legittimità del tribunale a esprimersi.

    In altre parole: anziché limitarsi a decidere se il Tar avesse titolo per esaminare il caso ed entrare poi eventualmente nel merito, i giudici hanno scelto di discutere l’atto di Sacconi per poi andare a vedere, nelle conclusioni, se era loro compito giudicare. Come dire: prima parlo, poi vedo se potevo farlo.

    La conclusione è stata una sentenza di tredici cartelle, sostanzialmente a favore del ricorso e contro l’atto di indirizzo, e concluse però con l’inammissibilità del ricorso stesso, che è stato appunto rigettato. I giudici hanno quindi colto l’occasione per mettere nero su bianco la loro opinione, rispettabile ma solo personale: sono cioè entrati impropriamente nel merito della controversia esprimendosi su idratazione e alimentazione, interpretando a rovescio l’articolo 25 della Convenzione Onu sui disabili, quello che vieta di sospendere la nutrizione assistita e che – ricordiamolo – fu introdotto dopo la morte per fame e per sete di Terry Schiavo, la giovane americana in stato vegetativo, proprio per evitare che casi come il suo si ripetessero.

    Un’intrusione discutibile, quella dei giudici amministrativi, che non poteva che attirarsi critiche per la modalità con cui si è svolta: ci chiediamo cosa avrebbero scritto, se fossero stati legittimati a farlo.

    Aggiungiamo che la gran parte dei giornali ha riportato, con titoli enfatici, le considerazioni personali dei giudici contro l’atto di indirizzo, 'dimenticando' in molti casi di spiegare che il ricorso era stato respinto e che l’atto di Sacconi è ancora valido (ma c’è persino chi ha scritto che il ricorso era stato accolto). Il risultato è un’enorme confusione nell’opinione pubblica, sempre più frastornata da notizie e commenti che dicono tutto e il suo contrario.

    Vista l’aria che tira negli ultimi mesi, viene da pensare che si stia scambiando la libertà di informazione con l’anarchia: che ognuno scriva pure quel che vuole, quello che gli conviene. Tanto, nessuno paga pegno. Salvo gli italiani, che capiscono sempre meno la vera posta in gioco. 

    Avvenire

    TAR LAZIO/ Il protagonista: sul fine vita disinformazione e opinioni non necessarie, ma è tanto rumore per nulla


    sabato 19 settembre 2009

    Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio ha adottato una decisione sul fine vita che ha richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica. Il Tar si è pronunciato sul ricorso proposto da un’associazione che chiedeva di annullare l’atto con il quale il Ministro Sacconi, nel dicembre 2008, aveva inteso a garantire l’alimentazione e l’idratazione delle persone in stato vegetativo persistente.

    In merito al pronunciamento del Tar abbiamo intervistato Filippo Vari, Professore associato di Diritto costituzionale nell’Università Europea di Roma. Vari, insieme al Prof. Aldo Loiodice, ha difeso il Movimento per la vita, che si è costituito nel giudizio dinanzi al Tar per chiedere il rigetto del ricorso.

    Professore, la decisione è stata accolta con entusiasmo dai coloro che sono favorevoli a interrompere l’alimentazione e l’idratazione delle persone in stato vegetativo. Cosa ne pensa?

    In questi giorni si è offerto un grossolano esempio di disinformazione. Il Tar, infatti, diversamente da quanto affermato da alcune agenzie, quotidiani e telegiornali, ha respinto il ricorso presentato contro l’atto di indirizzo, declinando la propria giurisdizione.
    Appare, dunque, incredibile la trasformazione di una sentenza negativa in una di accoglimento!

    Ma la sentenza del Tar non è segnata da alcuni passaggi in cui si afferma che costituisce un diritto quello del rifiuto del sondino?

    Sì, la sentenza del Tar contiene alcune considerazioni in merito alla portata dell’art. 32 della Costituzione e alla possibilità dei pazienti di rifiutare le cure.
    E’ evidente, tuttavia, che si tratta opinioni non necessarie ai fini della decisione, la cui importanza è oltretutto attenuata dal richiamo da parte dello stesso giudice alla recente entrata in vigore della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità. Come è noto, quest’ultima, all’art. 25, prescrive agli Stati firmatari di impedire “il rifiuto discriminatorio di […] prestazione […] di cibo e liquidi in ragione della disabilità”.

    Dunque, non è vero, come invece sostengono alcuni, che si tratta di una sentenza destinata a segnare la discussione in Parlamento sul fine vita, nel senso di precludere l’approvazione di una norma per impedire che l’alimentazione e l’idratazione possano essere sospese?

    Si tratta di una sentenza la cui portata non è idonea a influire negativamente sul dibattito in corso sul fine vita. Anzi, secondo la sentenza, spetta al giudice ordinario, e non a quello amministrativo, decidere se il diritto alla salute dei pazienti è leso dall’atto di indirizzo del Ministro, che impone l’alimentazione e l’idratazione dei pazienti in stato vegetativo persistente. In questo modo, però, ci saranno decisioni prese caso per caso da magistrati con sensibilità e impostazioni diverse, in un ambito segnato da precedenti tra loro antitetici. In questa situazione diventa ancora più urgente approvare una norma di legge per impedire che l’alimentazione e l’idratazione possano essere sospese.

    Il sussidiario
    September 27

    La Chiesa di sant'Agostino



    Dal “Discorso sui pastori” di sant’Agostino, vescovo

    (Disc. 46, 18-19; CCL 41, 544-546)

     

    La Chiesa, come una vite, crescendo si è diffusa in ogni luogo.

     

    […] “Su tutta la faccia della terra”, perché amano i beni terreni e perché le pecore che si smarriscono sono sparse su tutta la faccia della terra. Si trovano in molti luoghi, sono figlie di un’unica madre, la superbia, all’opposto di tutti i veri cristiani diffusi in ogni angolo della terra e generati dall’unica madre che è la Chiesa Cattolica.

     Non c’è pertanto da meravigliarsi che, se la superbia genera divisione, l’amore generi l’unità. Tuttavia la stessa madre Chiesa Cattolica, e in essa lo stesso pastore, ricerca dovunque gli smarriti, rinfranca i deboli, curai malati, fasciai feriti, prendendo gli uni di qui, gli altri di là, senza che si conoscano tra di loro. Ma essa ben li conosce tutti, perché si estende a tutti.

    Essa è come una vite che, crescendo, si propaga in ogni parte; quelli invece sono tralci inutili recisi dal vignaiolo per la loro sterilità, perché la vite resti potata, non già amputata. Dunque quei tralci sono rimasti là dove furono recisi. La vite invece, spargendosi dovunque, conosce sia i tralci che le sono rimasti uniti, sia quelli che ne furono recisi, e sono rimasti lì vicini ad essa.

     Ma tuttavia la Chiesa continua a richiamare chi si smarrisce, perché anche di questi rami tagliati l’Apostolo dice: “Dio infatti ha la potenza di innestarli di nuovo” (Rom 11, 23). Sia dunque che si tratti di pecore erranti lontano dal gregge, sia che si tratti di ram i recisi dalla vite, non per questo Dio è meno potente per ricondurre le pecore o per reinnestarle nella vite. Egli infatti è il sommo Pastore, egli il vero agricoltore. […]



    September 25

    Sanaa


    Lettere tratte da Hyde Park Corner, gli interventi dei lettori del Foglio

    Che bel nome è Sanaa! Ricorda la capitale di una terra favolosa: lo Yemen.
    Così si chiamava una ragazza marocchina, diciottenne, sgozzata dal padre perchè si era innamorata di un cristiano.
    Qualcuno dice che il padre l'abbia uccisa perchè questo ragazzo aveva dieci anni in più di lei: come se non si sapesse che nel mondo islamico non sono rari i casi in cui bambine al di sotto dei dieci anni vengono date in moglie ad uomini di quarant'anni più grandi.
    La verità è semplice e logica, anche se fa comodo non vederla: poichè nell'islam la donna è sottomessa all'uomo, se una mussulmana sposasse un cristiano ne verrebbe che una mussulmana sarebbe sottomessa ad un cristiano il che non è accettabile, nè possibile. Terrorizzati dall'islam; troppo presi a tagliare le nostre radici giudeo-cristiane; imbottiti dalle nostre presunzioni ideologiche, noi occidentali non ci rendiamo conto che qui non c'è in gioco solo una questione meramente religiosa di convinzioni personali lasciate all'intimo della coscienza, ma visioni completamente diverse della famiglia, della donna, dei diritti ... L'islam non si scompone in parti: è un tutt'uno! Fede, costumi, cultura, pubblico, privato... o lo prendi così com'è o lo rifiuti. Noi occidentali, formati da secoli di cristianesimo, dal mondo greco, dall'illuminismo e dalla rivoluzione francese, più tre o quattro altri fattori, ragioniamo in modo diverso, pensiamo possibili dei compromessi ovvero, cosa semplicemente abominevole nell'ottica mussulmana, di "integrare" l'islam nella nostra cultura. Quando capiremo che al timone della barca non ci possono stare due timonieri? Tra l'altro possiamo dirci fortunati se, perso il timone, non ci troveremo anche buttati fuori dalla barca!

    Angelo Tracciata Melunghi, Bergamo


    Fede e ragione

    L'imam di Pordenone Mohamed Ovatiq dice che il padre di Sanaa è un alcolizzato e che in questa tragedia l'islam non c'entra.
    Non credo che si possa archiviare la morte di Sanaa semplicemente come una "tragedia dettata dall'ignoranza." E Hina, Derya, Rukhsana, Fadimem, Heshu, Sohane, Sahjda, Hatin, Morsal? Tutte uccise pechè il padre era alcolizzato e ignorante ? E' vero, ci sono anche italiani "cristiani" che commettono delitti così mostruosi, ma in Italia, come in altri stati occidentali tale delitto è punito dalla legge, e non è certamente ammesso dalla religione cristiana.
    Negli Stati islamici il "delitto d'onore" è doveroso. Non si è considerati "buoni musulmani" se non si "purifica" il nome della famiglia dal disonore di avere un figlio omosessuale, una figlia emancipata o un figlio che si converte a un'altra religione. "Nessuna costrizione nelle cose di fede" si legge nella sura 2,256. E' una delle sure del periodo iniziale, in cui Maometto era ancora senza potere e minacciato. Poi è iniziata la direttiva di diffondere la fede per mezzo della spada. "Dio non si compiace del sangue", dice l'imperatore bizantino Manuele II Paleologo, "non agire secondo ragione, è contrario alla natura di Dio."
    Quando un giorno gli imam predicheranno che agire contro la ragione è in contraddizione con la natura di Dio, che è ragionevole rispettare la libertà di una persona e la sacralità della sua vita , allora potrò dire che il padre di Sanaa è ignorante.

    Daniel Mansour


    Hyde Park Corner

    September 12

    Cristo non vuole perdonare nulla senza la Chiesa


    Dai «Discorsi» del beato Isacco, abate del monastero della Stella
    (Disc. 11; PL 194, 1728-1729)


    Due sono le cose che sono riservate a Dio solo: l'onore della confessione e il potere della remissione. A lui noi dobbiamo fare la nostra confessione; da lui dobbiamo aspettarci la remissione. A Dio solo infatti spetta rimettere i peccati e perciò a lui ci si deve confessare. Ma l'Onnipotente, avendo preso in sposa una debole e l'eccelso una di bassa condizione, da schiava ne ha fatto una regina e colei che gli stava sotto i piedi la pose al suo fianco. Uscì infatti dal suo costato, donde la fidanzò a sé.
    E come tutte le cose del Padre sono del Figlio e quelle del Figlio sono del Padre, essendo una cosa sola per natura, così lo sposo ha dato tutte le cose sue alla sposa, e lo sposo ha condiviso tutto quello che era della sposa, che pure rese una cosa sola con se stesso e con il Padre. Voglio, dice il Figlio al Padre, pregando per la sposa, che come io e tu siamo una cosa sola, così anch'essi siano una cosa sola con noi (cfr. Gv 17, 21).
    Lo sposo pertanto è una cosa sola con il Padre e uno con la sposa; quello che ha trovato di estraneo nella sposa l'ha tolto via, configgendolo alla croce, dove ha portato i peccati di lei sul legno e li ha eliminati per mezzo del legno. Quanto appartiene per natura alla sposa ed è sua dotazione, lo ha assunto e se ne è rivestito; invece ciò che gli appartiene in proprio ed è divino l'ha regalato alla sposa. Egli annullò ciò che era del diavolo, assunse ciò che era dell'uomo, dono ciò che era di Dio. Per questo quanto è della sposa è anche dello sposo.
    Ed ecco allora che colui che non commise peccato e sulla cui bocca non fu trovato inganno, può dire: «Pietà di me, o Signore: vengo meno» (Sal 6, 3), perché colui che ha la debolezza di lei, ne abbia anche il pianto e tutto sia comune allo sposo e alla sposa. Da qui l'onore della confessione e il potere della remissione, per cui si deve dire: «Và a mostrarti al sacerdote» (Mt 8, 4).
    Perciò nulla può rimettere la Chiesa senza Cristo e Cristo non vuol rimettere nulla senza la Chiesa. Nulla può rimettere la Chiesa se non a chi è pentito, cioè a colui che Cristo ha toccato con la sua grazia; Cristo nulla vuol ritenere per perdonato a chi disprezza la Chiesa. «Quello che Dio ha congiunto l'uomo non lo separi. Questo mistero è grande, lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa» (Mt 19, 6; Ef 5, 32). Non voler dunque smembrare il capo dal corpo. Il Cristo non sarebbe più tutto intero. Cristo infatti non è mai intero senza la Chiesa, come la Chiesa non è mai intera senza Cristo. Infatti il Cristo totale ed integro è capo e corpo ad un tempo; per questo dice: «Nessuno è mai salito al cielo fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo» (Gv 3, 13). Questi è il solo uomo che rimette i peccati.

    September 11

    Il primo 11 settembre


    Oggi, anniversario dell'attacco alle Torri Gemelle, pubblico un interessante articolo di Paolo Mieli dove si legge una riflessione non banale e finalmente storica dei rapporti fra Islam e Occidente. Una certa cultura vorrebbe convincerci che l'islamismo sia un fatto recente, provocato dal colonialismo e dalla nascita dello stato di Israele. Nulla di più falso. In realtà si tratta di un problema molto più antico e, per certi aspetti, connaturato allo stesso Islam sin dalla nascita. L'ideologia islamista, come ci ha ben spiegato Magdi Allam nei suoi libri (consigliati a chi sia interessato a guardare le cose senza lo spirito servile dell'islamicamente corretto), non è di carattere difensivo ma offensivo. E di un'offensiva partita dalla penisola arabica alla morte di Maometto. Eventi come la creazione di Israele sono solo scintille che che fanno esplodere la bomba. Nell'articolo Mieli ripercorre le vicende del clamoroso assedio di Vienna del 1683 e la controffensiva da esso scaturita. Ma si tratta solo di uno degli episodi di aggressione da parte dell'islamismo alla civiltà occidentale, di tutti gli altri sarà bene trattare a parte.


    COINCIDENZE: SECOLI PRIMA DELL'ATTACCO ALLE TWIN TOWERS, UNA BATTAGLIA DECISIVA

    Il primo 11 settembre: Vienna, 1683

    Un giorno che cambiò la storia: la sfida dell’Islam all’Occidente e la fine dell’assedio ottomano

    di PAOLO MIELI


    Paolo Mieli (Omega)
    Paolo Mieli (Omega)
    Sarà sicuramente una coincidenza (ma per lo studioso cattolico Micha­el Novak non lo è affatto) che il primo 11 settembre conse­gnato ai libri di storia — in parti­colare quello del confronto tra il mondo cristiano e il musulmano — non sia stato quello del 2001 bensì l’11 settembre del 1683, giorno in cui partì la controffensiva con la quale in trenta­sei ore le truppe dell’imperatore Leopoldo I, con il fondamentale aiuto di quelle del re di Polonia Jan Sobieski, travolsero e misero in fuga le decine di migliaia di turchi che agli ordini del gran visir Kara Mustafa da due mesi cingevano d’assedio la città di Vienna. Strana coincidenza quella tra quei due 11 settembre. E le analogie non si fermano alla data di fine estate. Già dall’agosto del 1682 il sultano Meh­met IV aveva pianificato la denuncia del trattato di pace ventennale con Leopoldo che sarebbe giunto a scadenza nell’84 e aveva altresì lanciato un’offen­siva che dai Balcani avrebbe dovuto passare per l’Ungheria e concludersi con l’occupazione di Vien­na, la capitale dell’impero. Concludersi? Nessuno può dire se la conquista di Vienna, di per sé a quel­l’epoca un evento clamoroso, sarebbe stata l’ultima tappa della penetrazione turca in Europa; anzi ap­pare poco probabile che, occupata la capitale au­striaca, l’aggressione non sarebbe stata portata an­che nel resto del continente. Le ambizioni del sulta­no apparivano simili a quelle di un suo predecesso­re, Solimano, che aveva sferrato prima nel 1529 poi nel 1541 un’incursione in Europa che gli fruttò la conquista di gran parte dell’Ungheria. Invece l’11 e il 12 settembre del 1683 i turchi furono sbaragliati; dopodiché dovettero far fronte a una controffensi­va lunga un quindicennio che per le sue caratteristi­che di santa alleanza benedetta dal pontefice fu de­finita «l’ultima crociata» ; e nel 1699 furono costret­ti a subire la pace di Karlowitz che, a detta unani­me degli storici, segnò l’avvio del lento ma irrever­sibile tramonto dell’impero ottomano.

    La battaglia di Kahlenberg in una tela della fine del Seicento (The Art Archive-Corbis).
    La battaglia di Kahlenberg in una tela della fine del Seicento (The Art Archive-Corbis).
    Quel giorno dunque cambiò la storia ed è meri­torio da parte del Mulino aver tradotto il miglior libro sull’argomento di uno storico inglese, John Stoye, L’assedio di Vienna (sarà in libreria a otto­bre). Nel lungo e approfondito saggio, Stoye oltre a spiegare come andarono le cose si sofferma sulle contraddizioni nell’Europa cristiana che consenti­rono ai turchi di osare fino a quel punto. Fu infatti il re cattolico francese Luigi XIV a incoraggiare con ogni mezzo il sultano spingendolo ad aggredire l’impero austriaco. Il suo ambasciatore a Istanbul Guilleragues si espose fino a mettere in chiaro che anche se il suo re avrebbe mantenuto l’impegno di correre in soccorso ai polacchi ovemai fossero stati aggrediti dai turchi, non era detto che avrebbero fatto lo stesso in sostegno a Leopoldo. Anzi, più passavano le settimane più Guilleragues chiariva che nel caso i turchi avessero attaccato l’Austria, i francesi non avrebbero mosso un dito e forse avreb­bero addirittura sferrato un colpo di pugnale alla schiena di Leopoldo: cogliendo così l’occasione per vendicare il 1673 quando l’imperatore si era al­leato con gli eretici olandesi per una guerra contro Luigi XIV. Un argomento assai allettante, quello di Guilleragues, dal momento che i turchi ricordava­no bene quanto era stata efficace la forza di spedi­zione inviata dai francesi in soccorso dell’Austria nel 1664, nonché quella inviata a Creta nel 1669. E non avrebbero mai rischiato di dover affrontare una coalizione anche occasionale tra austriaci e francesi.

    Il gran visir Kara Mustafa, capo dell’esercito turco, in un olio conservato all’Historisches Museum di Vienna
    Il gran visir Kara Mustafa, capo dell’esercito turco, in un olio conservato all’Historisches Museum di Vienna
    Ma a Roma qualcuno aveva capito quanto fosse reale la minaccia turca. Nel 1676 era salito al soglio pontificio Innocenzo XI, che dichiarò subito l’ambi­zione di pacificare l’occidente per lanciare un attac­co al sultano. In un primo periodo, però, papa Inno­cenzo sostenne le rivendicazioni del re francese ai danni dell’imperatore austriaco che gli appariva ti­tubante a fronte del progetto antiturco. Il Papa ini­ziò a cambiare idea in concomitanza con la predica­zione di Marco d’Aviano, un frate cappuccino che conobbe grande popolarità tra il 1679 e il 1680 in seguito a un’epidemia di peste bubbonica. Nel cor­so di questa epidemia gli furono attribuiti, sia nelle corti che tra le genti, episodi miracolosi di guarigio­ne da cui ricavò un’aura di santità: Carlo di Lorena ad esempio ritenne di essere guarito grazie alle sue preghiere e da quel momento fu suo figlio spiritua­le. Marco d’Aviano chiedeva ai popoli di impegnar­si per una guerra contro i turchi e nel 1681 provò a portare il suo messaggio in Francia ma Luigi XIV lo fece espellere dal Paese con brutalità. Papa Inno­cenzo disapprovò. E ancor meno piacque al pontefi­ce che, per dare testimonianza di impegno contro i turchi, quello stesso Luigi XIV che segretamente in­coraggiava il sultano a muovere contro Vienna, avesse inviato la sua marina agli ordini dell’ammi­raglio Du Quesne in una insensata aggressione alla città di Algeri bombardata senza pietà nel 1682 e nel 1683 proprio mentre iniziava l’assedio della ca­pitale austriaca (provocando per ritorsione l’esecu­zione del console francese ad Algeri).

    Il libro di Stoye descrive alla perfezione il gioco francese, che era quello di approfittare della pres­sione turca su Vienna per colpire la Spagna al cui soccorso l’Austria non poteva accorrere perché «di­stratta» dai turchi (e la Spagna chiedeva all’Austria di impegnarsi a difenderla anziché impelagarsi con i musulmani), mentre i principati della Germa­nia settentrionale si sarebbero dovuti occupare del­la crisi baltica alimentata anch’essa dalla Francia (ciò che li avrebbe indotti a sottostimare la portata delle iniziative del sultano). Stoye ha il grande meri­to di mettere in luce le responsabilità europee in campo cristiano — causate appunto da divisioni e rivalità — nella quasi capitolazione di Vienna dalla quale Leopoldo si allontanò all’inizio di luglio men­tre i primi drappelli turchi si disponevano per l’as­sedio e la difesa della capitale austriaca nel tempo avrebbe quasi certamente ceduto se non ci fosse stata la «sorpresa Sobieski». Perché sorpresa?

    Il re di Polonia Jan Sobieski ritratto mentre guida i suoi ussari verso Vienna
    Il re di Polonia Jan Sobieski ritratto mentre guida i suoi ussari verso Vienna
    Jan Sobieski — che era nato nel 1624 in un paese vicino a Leopoli ed era stato educato a Parigi come molti rampolli dell’aristocrazia polacca — nel 1674 era stato fatto re di Polonia (prese il nome di Gio­vanni III) con il fondamentale aiuto proprio di Lui­gi XIV. Tutto lasciava supporre che nelle giravolte di quegli anni (la cattolica Francia e la cattolica Po­lonia avevano persino aiutato i protestanti unghere­si contro il cattolico imperatore austriaco) Sobieski sarebbe rimasto fino alla fine alleato del Re Sole. Tanto più che, come detto all’inizio, la Francia — mentre incoraggiava il sultano a muovere contro l’Austria — aveva promesso di intervenire a fianco dei polacchi in caso di aggressione turca al loro Pa­ese. Invece Giovanni III non solo scese in aiuto di Leopoldo ma addirittura fu il protagonista della battaglia per la liberazione di Vienna dall’assedio, occupò gli accampamenti che erano stati dei turchi fino a poche ore prima ed entrò nella capitale ve­nendo accolto come il liberatore. Ciò che ingelosì Leopoldo al quale non veniva perdonato di essersi per così dire allontanato da Vienna quando i turchi si erano presentati alle porte della città e di averla abbandonata al suo destino in quei due lunghi me­si di fame, epidemie, bombardamenti e incendi. La verità, scrive Stoye, è che quella di Leopoldo era una personalità complessa: l’imperatore arrivava a prendere decisioni «solo con timorosa riluttanza»; i protestanti e gli ambasciatori veneziani a Vienna incolpavano i gesuiti per un’educazione troppo rigi­da che «ne aveva represso l’energia innata».

    Leo­poldo non era meno cattolico di Sobieski ma aveva una maggiore inclinazione a soppesare i pro e i contro di ogni suo atto, salvo poi provare una forte avversione nei confronti di chi, come Giovanni III, agiva di impulso (ed era anche per questo più ama­to dalle genti). Questo gelo caduto nei rapporti tra Leopoldo e Sobieski rese impossibile che i due co­gliessero l’attimo e si lanciassero immediatamente all’inseguimento dei turchi con ottime probabilità di sbaragliarli in breve tempo. Cosa che fecero do­po qualche mese su sollecitazione del papa ma a quel punto furono necessari quindici anni prima che la missione venisse compiuta. E il tempo fu co­sì lungo anche perché erano riprese le mene della Francia volte esclusivamente a creare difficoltà al­l’Austria. Luigi XIV — ha scritto Alberto Leoni nel bel libro La croce e la mezzaluna , una storia delle guerre tra le nazioni cristiane e l’Islam pubblicata dalle edizioni Ares — che continuava a definirsi «Re cristianissimo» dimostrava una mancanza di scrupoli tale da porlo in pessima luce anche presso i suoi contemporanei. Al punto che, in una lettera del 15 settembre 1690 scritta dal conte palatino Fi­lippo Guglielmo a Marco d’Aviano, il Re sole è defi­nito «un turco cristiano peggior del barbaro».

    Coincidenze: 11 settembre 2001, attacco alle Twin Towers (LaPresse)
    Coincidenze: 11 settembre 2001, attacco alle Twin Towers (LaPresse)
    Quanto ai turchi, la loro offensiva, anche psicolo­gica, era assai raffinata. «Accettate l’Islam», scrisse il gran visir Kara Mustafa in un documento che fu presentato agli austriaci ai primi di luglio come of­ferta di soluzione politica, «e vivrete in pace sotto il sultano. O consegnate la fortezza e vivrete in pace sotto il sulta­no come cristiani, e chiunque lo voglia potrà partire in pace portando con sé i propri beni! Se invece resistete, morte o spoliazione o schiavitù saranno il de­stino di voi tutti!». Kara Mustafa era sta­to molto avversato da vari contendenti nell’impero ottomano ma Mehmet IV lo aveva sempre protetto fino ad affidargli carta bianca e duecentomila uomini per la grande spedizione alla volta di Vienna. Quanto a quel che fece nei due mesi di assedio non gli si può imputare di aver temporeggiato: l’impresa era molto complicata e le fortificazioni del­la città tenevano. Dopo la sconfitta riu­scì ad evitare che il suo esercito si disar­ticolasse anche se alle spalle dovette su­bire defezioni e tradimenti. Tutte cose più che prevedibili. Avrebbe voluto con­sultarsi con il sultano per decidere sul da farsi nei mesi successivi. Ma questi, anche a causa di alcuni contrattempi, non lo incontrò.

    Il 19 ottobre le truppe dell’impero attraversarono il Danubio e conquistarono Esztergom: il capitano ottomano si arrese e Kara Mustafa reagì ordinando l’esecuzione degli ufficiali (compresi i giannizzeri) che avevano abbandonato quell’importante piazza­forte, ma quasi tutti si erano già dati alla fuga. Così commentò l’ambasciatore francese da Istanbul: «Ho appena appreso che gli imperiali hanno preso Esztergom e che le diserzioni, il terrore, i disordini e le agitazioni contro il gran visir e il sultano stesso crescono di giorno in giorno». La voce che i malu­mori si indirizzavano anche «contro il sultano» do­vette giungere alle orecchie di Mehmet IV. Il quale chiese immediatamente la testa di Kara Mustafa. La notizia raggiunse il gran visir che si trovava a Belgra­do il 25 dicembre di quello stesso anno. La sua ri­sposta fu: «Come piace a Dio». Restituì i simboli del­la sua alta autorità, il sigillo, il sacro vessillo del Pro­feta e la chiave della Kaaba alla Mecca. Fu strangola­to da un emissario di Mehmet quello stesso giorno. Per il mondo cristiano era il Natale del 1683.


    06 settembre 2009

    Corriere


    September 10

    Adesso il mio incubo si chiama Ru486


    Da sempre favorevole all’aborto, oggi Mara racconta il suo dramma. «Perché è ora che si indaghi su quello che succede negli ospedali»

    di Benedetta Frigerio


    «Me l’hanno dipinta come una pillola magica come per non lasciarmi alternative, così l’ho presa. Dopo cinque minuti mi hanno mandato a casa e li è iniziato il calvario». Mara (il nome è di fantasia) ha abortito utilizzando la pillola Ru486 due anni fa, quando ne aveva 26. Oggi che di aborto farmacologico si è ricominciato a parlare, dopo che l’Agenzia italiana per il farmaco ha approvato la commercializzazione della pillola, Mara scopre che quello che le è capitato non è un caso, che altre donne hanno sofferto come lei e che nel mondo si contano 29 decessi seguiti all’assunzione della pillola. «Perché nessuno ne parla? Perché dicono di agire per il bene delle donne e ti spiegano che sentirai solo dei dolorini? Forse qualcuno ci guadagna qualcosa?», si chiede oggi questa donna che si dice a favore della libera scelta delle donne in tema di aborto. Quasi avida di sapere tutto ciò che riguarda il “farmaco incubo” (così lo hanno chiamato in Cina dopo averlo ritirato dal mercato perché troppo pericoloso), Mara accetta di raccontare la sua storia a Tempi perché «spero che si faccia un’indagine su quello che fanno negli ospedali». «Per abortire mi sono rivolta al Centro salute donna di Piacenza, lì lavora la dottoressa che mi ha proposto la Ru486. Durante il colloquio la possibilità dell’aborto chirurgico è stata appena accennata. Il medico diceva che era un metodo invasivo e che si corrono seri rischi d’infezione, mentre con la pillola sarebbe stato tutto più semplice e sicuro, al massimo avrei sentito dei fastidi». Che le cose non stavano proprio così Mara avrebbe dovuto scoprirlo sulla sua pelle.
    Prima della decisione dell’Aifa del 30 luglio scorso le diverse sperimentazioni della pillola (tra cui quella dell’ospedale di Torino guidata dal ginecologo radicale Silvio Viale) furono sostituite da una pratica che di fatto aggirava il divieto di vendita e prevedeva l’acquisto dall’estero della pillola in via nominale per ogni paziente. Un procedimento applicabile per certi medicinali non ancora in commercio in Italia ma approvati dall’Ente europeo per il controllo sui farmaci. «Non capivo, ma mi sono fidata com’è normale. Precisavano che la pillola sarebbe arrivata dalla Francia e continuavano a ripetermi che sarebbe stata tutta per me. Mi dicevano: “Guarda, la confezione che compriamo è da tre pillole, ma è solo tua, ne usiamo una e le altre due le buttiamo”. Su questo dettaglio insistevano, come a sottolineare che a loro quelle pasticche costavano ma lo facevano per me». A distanza di tempo Mara ricorda stranezze a cui sul momento non diede peso. «C’era qualcosa di strano: la pillola non l’ho ingoiata in ospedale ma nel Centro salute donna. Due giorni dopo sono tornata per prendere altre medicine. La dottoressa mi aspettava al Centro per accompagnarmi lei in ospedale. Mi fece passare dal retro come per non dare nell’occhio e appena arrivata mi mandò a firmare un foglio, così, diceva “risulti ricoverata in day hospital ma in realtà torni a casa”. Subito dopo mi hanno somministrato il secondo farmaco, stavolta per via vaginale. Erano delle pastigliette».

    «Da sola non ce l’avrei fatta»
    Il farmaco in pastiglie che in questi casi viene somministrato per via vaginale è il Cytotec. Un tempo usato nei casi di ulcera e in grado di provocare contrazioni, oggi è sconsigliato dalle autorità sanitarie mondiali come farmaco abortivo per via dei gravi effetti collaterali. Anche questo dettaglio Mara lo apprende soltanto ora. «La parte peggiore è stata quando sono uscita: non appena salita in macchina ho incominciato a sentire delle fitte insopportabili, mi sentivo venir meno e penso sempre che se fossi stata sola forse non sarei qui, probabilmente mi sarebbe capitato un incidente. Fortunatamente c’era il mio ragazzo. Altrimenti come avrei fatto a salire le scale su cui sono svenuta? Chi mi avrebbe accudito quando sono entrata in casa vomitando per ore con sbalzi ormonali pazzeschi, sensazioni di freddo e caldo continue e tachicardie ripetute, mentre la violenza delle contrazioni mi piegava in due? E i giorni seguenti quando sono dovuta rimanere a letto come avrei fatto ad andare in bagno o anche solo a mangiare?».
    Spaventata, Mara pensa che qualcosa sia andato storto o di avere avuto una reazione allergica. «Chiamai la dottoressa che mi disse di tornare in ospedale solo nel caso di perdite emorragiche prolungate. Ho scoperto dopo che teoricamente dovevano farmi degli esami perché non tutti riescono a tollerare la pillola, ma a me di esami non ne hanno fatti». In effetti la procedura prevede di verificare l’assenza di ipertensione, aritmia, asma e allergia alle due pillole. In realtà i disagi subiti da Mara rientrano perfettamente negli effetti collaterali provocati dalla pillola.
    Un caso simile viene raccontato a Tempi da Graziella, cofondatrice e volontaria del Centro d’aiuto alla vita di Trento. «Due anni fa – spiega – una donna rumena venne qui e ci disse che voleva abortire perché era in Italia da sola e non sarebbe riuscita a prendersi cura di quel figlio. Noi le spiegammo che l’avremmo sostenuta sia economicamente sia fisicamente, ma in lei vinse il sospetto che dietro quella gratuità si nascondesse qualche interesse e decise di interrompere la gravidanza. Andò all’ospedale Santa Chiara dove le proposero la Ru486 come il metodo più innocuo». La voce di Graziella si fa più acuta, a tratti rotta: «Quando la richiamai mi raccontò che era spaventata per le perdite continue. Le dissi di tornare in ospedale. Andò avanti così per giorni ripetendomi continuamente “sto da cani, sto da cani”. Poi, dopo qualche giorno, è scomparsa e non so cosa le sia successo. Mi viene una rabbia che non so frenare quando penso a come trattano queste donne», conclude Graziella. La rabbia sale anche a Mara che non capisce «come mai queste cose non siano rese pubbliche e nemmeno quale sia l’interesse a tenerle nascoste, quando sarebbe semplicissimo fare dei controlli per sapere cosa è successo alle tante che hanno abortito con quel farmaco».

    Non solo il dolore fisico
    Anche sul web non è facile trovare le storie di chi ha sofferto per la somministrazione della Ru486 in Italia. A Mara mostriamo un articolo apparso su La Repubblica di Firenze il 28 febbraio del 2008, che non è facile trovare in rete. Mara lo legge con attenzione, velocemente, mostrando di nuovo quella voracità di conoscere la storia di altre donne che hanno abortito come lei. L’articolo racconta di una ragazza che ha usato la Ru486, anche a lei è stato somministrato il Cytotec. «Con quel farmaco – dice la ragazza a Repubblica – ti rendi conto di tutto. È dura, capisci quello che fai e lo fai con le tue gambe. Sono state quelle settantadue ore il momento più difficile, ti resta addosso qualcosa. In quei giorni hai sentito suonare un campanello d’allarme, che ti ha messo in guardia perché stavi impedendo all’organismo di concludere una cosa che avevi iniziato».
    C’è una parte molto peggiore del dolore fisico, ammette Mara. «C’è qualcosa di peggio. È stato quando sono andata in bagno per una semplice pipì, lì ho espulso tutto e ho visto il feto». Mara sgrana gli occhi, aprendo le mani come se avesse tra le dita un gomitolo. «Era grande così e non me lo dimenticherò mai». «Ci pensa spesso?», le domandiamo. «Sempre. Soprattutto al momento in cui ho visto il feto. Lì sei veramente sola anche se c’è qualcuno che ti sta a fianco, perché sei tu che hai dentro un figlio e sei tu che sei stata felice in quei mesi in cui te lo sentivi dentro». «Noi donne – è convinta Mara – siamo fatte anche fisicamente per la maternità, il nostro organismo sta bene quando ospita, e quando abortisci e induci le contrazioni gli fai fare qualcosa che è contro la sua natura. Ti tiri via una parte di te e ti senti svuotata. E sono convinta che con la violenza dell’aborto farmacologico lo senti anche di più».
    Dev’essere per questo che la ragazzina di Empoli che un anno fa ha abortito con la Ru486 non vuole parlare con Tempi e la sua mamma che si era aperta alle volontarie del Cav della città ha poi deciso di tacere: non se la sentiva più di ripercorrere un’esperienza così dolorosa. «Credo che sia così», risponde Mara risollevando lo sguardo. «Non si parla tranquillamente di una cosa del genere, anche la mia storia la conosce appena il mio ragazzo». Mara ha deciso di parlare con Tempi, sapendo che non sarebbe stato facile rivivere quell’«esperienza che ti porti addosso per sempre, perché spero davvero che la mia storia serva a far sapere la verità su questa pillola».


    Tempi

    September 09

    Ru486. Firmi qui, e vada pure a casa ad abortire


    «Non è contro la 194». «Non si preoccupi». «Non fa male». Ecco come negli ospedali si risponde a chi chiede di utilizzare la “kill pill.


    di Benedetta Frigerio

    Il 30 luglio scorso l’Agenzia italiana per il farmaco (Aifa) ha approvato la commercializzazione della pillola Ru486, che induce l’aborto senza bisogno di interventi chirurgici. Il farmaco è al centro della polemica tra chi ne vuole la distribuzione nel paese e chi denuncia la sua pericolosità (la letteratura scientifica attesta ventinove casi di morte). L’espulsione del feto dall’utero materno avviene tra il terzo e il quarto giorno dall’assunzione, ma in data impossibile da stabilire, rendendo così complessa l’assistenza della paziente. Nel 2005 il ginecologo radicale Silvio Viale ha ottenuto il permesso di sperimentare la pillola presso l’ospedale Sant’Anna di Torino a condizione che le donne rimanessero ricoverate per un periodo minimo di tre giorni nel rispetto della legge 194 sull’interruzione di gravidanza, che richiede che l’aborto avvenga all’interno della struttura ospedaliera. Nello stesso periodo sono state avviate sperimentazioni anche in Liguria, Toscana, Emilia Romagna e, nel 2006, in Puglia. Il progetto torinese è stato poi interrotto l’anno successivo in seguito a un’indagine della magistratura, insospettita dai troppi aborti avvenuti fuori dall’ospedale (le donne possono chiedere le dimissioni volontarie, ma il medico è tenuto a convincere i pazienti a rimanere in ospedale finché richiesto dal protocollo clinico). In questi anni le sperimentazioni avviate in diversi ospedali sono continuate, diventando prassi regolare di cui, però, poco si conosce. Per questo motivo e in seguito alla decisione dell’Aifa, il capogruppo Pdl Maurizio Gasparri ha chiesto al Senato di avviare un’indagine conoscitiva sulla Ru486.
    Tempi, così come farebbe una donna incinta alle prime settimane di gravidanza, ha chiesto informazioni telefoniche a medici, personale ospedaliero e consultori che utilizzano o hanno utilizzato la Ru486. Ecco i resoconti dei dialoghi.

    Ospedale Santa Maria di Borgotaro
    Volevo sapere come funziona la Ru486.
    Viene qui, le do la prima pillola e torna a casa, il terzo giorno ritorna per prendere la seconda pastiglia, poi torna di nuovo a casa e viene in ospedale quattordici giorni dopo per un esame di controllo.
    Se abortisco a casa violo la legge 194? Delle persone fidate mi dicono che l’aborto farmacologico è doloroso.
    Sa cosa bisognerebbe dire alle amiche? F.c.t. che vuol dire: fatti i cazzi tuoi. Lasci perdere i consigli delle amiche e venga qui che ci penso io.

    Ospedali Riuniti di Ancona
    Vorrei usare la Ru486. Devo rimanere in ospedale?
    Sì, in teoria dovrebbe fermarsi fino all’espulsione del feto, ma non si preoccupi: basta mettere una firma sulla cartella clinica e se ne può andare senza problemi.
    E' doloroso?
    Prima pensi ad andare al consultorio a presentare domanda, poi le spiegheranno.

    Azienda Ospedaliera Senese
    Da voi si può abortire con la Ru486?
    Mi spiace signora il servizio è stato sospeso, se vuole c’è l’aborto chirurgico.


    Ospedale Riuniti della Valdesa
    Mi può spiegare come funziona la Ru486?
    Non si usa più. So che si faceva qualche anno fa ma è stato solo per alcuni mesi in via sperimentale. Ora che è stata autorizzata la vendita ricominceremo il servizio, penso da settembre.
    Ma è stato sospeso tutto anche nel resto d’Italia?
    Credo di sì, perché c’è stata una normativa che vietava l’uso del farmaco.

    Ausl di Empoli
    Praticate l’aborto con la pillola?
    Il servizio non è ancora ricominciato. La Ru486 qui non viene più usata. Abbiamo bloccato tutto, quando il ministero della Sanità ha interrotto la pratica. Ci stiamo riorganizzando, ma siamo fermi da un anno e ci vorrà un po’ di tempo.

    Ausl di Pontedera
    Posso tornare a casa dopo aver preso la pillola?
    In teoria deve venire in ospedale e rimanere ricoverata per tre giorni.
    Quindi non abortirò in casa.
    No, anche se normalmente quelle che abitano lontane firmano per uscire prima. In quel caso l’espulsione avviene sicuramente fuori dall’ospedale.
    Si corrono pericoli?
    No signora.

    Ausl di Montecchio
    Sono obbligata a stare in ospedale?
    No, qui non ci sta, salvo problemi.
    Così non vado contro la legge 194?
    No, no, assolutamente no! E' tutto consentito dalla legge, assolutamente, ci mancherebbe altro, se no non verrebbe fatto, soprattutto in un ospedale pubblico. è tutto legale. Non si preoccupi: anche se rimane qui solo un’ora lei risulta ricoverata, ma poi non è che rimane qui a dormire. L’espulsione non avviene qui. Avverrà quando è fuori perché qui ci rimane solo mezz’oretta e normalmente l’espulsione è tra il terzo giorno e il quattordicesimo.
    Sentirò male?
    Bè, fa male: è una mestruazione dolorosa, non è che non sente niente. Non posso dirle che non sentirà assolutamente niente, l’utero si contrae per far uscire il contenuto, ma comunque è un tipo di dolore che avrebbe anche con l’interruzione chirurgica. Non è molto diverso.

    Azienda ospedaliera di Reggio Emilia
    Lei ha un accento lombardo, dove abita?
    Vicino a Milano, ma qui, che io sappia, non ci sono ospedali che usano la Ru486. Devo rimanere ricoverata nel vostro ospedale?
    Assolutamente no. Mi scusi, ma quanti giorni vorrebbe rimanerci? Tra una cosa e l’altra sarebbero tra i dieci e i quindici giorni, è una cosa assurda. So che il vostro presidente della Regione ha fatto sì che ci sia un ricovero di tre giorni, ma questo è assolutamente demenziale.
    Quindi non posso stare lì?
    Assolutamente no, signora. Anche perché l’ospedale è per casi acuti, non per cose che si possono tranquillamente gestire a domicilio. L’aborto avviene spontaneamente a casa.
    A casa?
    Sì, sicuramente. (...) Poi verificheremo se è avvenuto.
    E' doloroso?
    Certo che è doloroso. L’aborto è aborto e fa male. La Ru486 non è una pillola magica. Se poi questo è il messaggio che stanno facendo passare non è colpa mia, ma è una fandonia.

    Ausl di Carpi
    Non è vero che la legge richiede di rimanere in ospedale?
    (...) No perché non viene ricoverato nessuno. Non è un alloggio. O c’è una necessità medica o altrimenti non è un albergo, e poi non è fattibile, non avremmo posti letto a sufficienza.

    Azienda ospedaliera di Modena
    Se l’aborto non avviene subito posso tornare a casa?
    Sì.
    Così non violo la 194?
    Questa procedura è una procedura interna alla 194.
    Ma la 194 richiede l’aborto fatto in ospedale e non a casa da soli.
    Non è assolutamente vero, la legge non dice così.
    Devo fare qualche esame d’idoneità?
    Noi non lo richiediamo. Cosa vuole, fin che è giovane e non ha mai avuto problemi allergici può fare tutto!

    Ospedale Maggiore di Bologna
    Non si resta in ospedale. Prende il farmaco e poi può tornare a casa.
    Ma non devo fare prima degli esami d’idoneità alla pillola?
    Non c’è bisogno, se succede qualcosa può tornare in ospedale.

    Azienda ospedaliera S. Anna di Ferrara
    Certo che l’espulsione può avvenire in casa, ma non c’è alcun problema se accade.
    E quando vengo in ospedale?
    Quando prende la prima pillola che abbiamo ordinato e poi per la seconda pillola. Ma non deve trattenersi in ospedale.
    Nemmeno se voglio?
    No signora, non si può.

    Consultorio di Ravenna
    Vorrei abortire con la Ru486.
    Prima devo chiederle per protocollo se ha già deciso.
    Sì.
    Bene. Ci vuole un certificato medico e poi vada subito in ospedale e faccia richiesta della pillola ma bisogna che faccia in fretta e ci vada subito.
    Come funziona il farmaco?
    Ci vuole il certificato del ginecologo, poi lo porta in ospedale. Le conviene andare a Ravenna, lì fanno meno storie. Loro richiedono il farmaco, poi torna dopo una settimana, prende una pillola e dopo poco la seconda. Nel frattempo può avere un aborto spontaneo che è una mestruazione abbondante, poi bisogna fare una visita di controllo per vedere se è venuto tutto pulito.
    Posso stare in ospedale?
    No, lei non deve stare in ospedale, lì va solo a prendere la compressa poi torna a casa.
    Cosa succede se abortisco a casa?
    Non succede niente perché lei praticamente avrà solo una mestruazione abbondante. Se ha particolari dolori magari si rechi al pronto soccorso, altrimenti non deve fare niente. Comunque, la sostanza da eliminare è veramente poca. Lei cosa pensa di fare?
    Sono un po’ confusa.
    Abortire a casa non è illegale perché questa sperimentazione è un pezzo che si fa. Tra l’altro adesso l’hanno anche approvata, per cui non è assolutamente illegale.
    Ma la 194?
    La 194 è un’altra cosa: prevede l’aborto entro il terzo mese. La sperimentazione con questa pillola a Ravenna la facciamo da due anni. Ora verrà commercializzata a breve e si userà in tutti gli ospedali, anche in Lombardia probabilmente. (...) Non si immagini chissà che cosa, è una semplice mestruazione, tutto qua.

    Ausl di Scandiano
    Posso poi tornare a casa?
    Deve. Non si sta mica qui.
    L’aborto avviene a casa?
    Dipende. Capita che avvenga subito qui, ma se le succede a casa è lo stesso.


    Ospedale di Guastalla
    Non è necessario il ricovero.
    Posso abortire a casa?
    Mi scusi, il senso della Ru486 è questo: prendere la pillola per abortire a casa.

    Ospedale Delta di Ferrara
    Non rimane ricoverata. Viene qui la mattina, poi va a casa e ritorna solo a fare i controlli.
    L’espulsione del feto avviene in casa?
    Sì, cioè avrà delle perdite, non è che vede proprio il... Non è niente di più che una normale mestruazione. Se ha problemi torna subito in ospedale.
    E' doloroso?
    E' una mestruazione un po’ più dolorosa.
    Quindi sto tranquilla, è tutto legale?
    E' tutto legale e rispetta i protocolli. Il ricovero non ha senso, se no non ci sarebbe nessun vantaggio. Altrimenti fa il raschiamento in un giorno, viene la mattina, va via la sera e tutto finisce lì.

    Ausl di Lugo
    Cosa vuole? Stare ricoverata quindici giorni?
    E' tutto legale?
    In effetti adesso c’è un dibattito su questa procedura, ma noi non abbiamo ancora ricevuto disposizioni diverse. Comunque le donne qui entrano ed escono, questa è la nostra procedura approvata.
    L’aborto con la Ru486 è sicuro, vero?
    Le probabilità di insuccesso sono del 15 per cento e succede che bisogna poi ricorrere all’intervento chirurgico. Molte volte non c’è la pulizia dell’utero ma noi abbiamo la nostra procedura che è così e non possiamo fare diversamente.
    Ma è doloroso?
    Bè, dopo la prima pillola un po’ di dolorini le vengono, dopo la seconda può avere perdite ematiche abbondanti: contrazioni uterine, vomito o diarrea e malessere generale. Le mando un fax che spiega tutto.

    Ospedale Santa Chiara di Trento
    Rischio di espellere il bambino a casa?
    Capita di rado, di solito avviene tutto in ospedale.
    Quindi resto ricoverata?
    No, entra ed esce dall’ospedale ma noi le diamo un numero di telefono per sicurezza.
    Non c’è pericolo che abortisca a casa?
    E' più raro che avvenga a casa. Non si preoccupi.

    Ausl di Fiorenzuola

    So che da voi si può usare la pillola abortiva.
    Per il momento no. Non so se ha seguito la polemica sui giornali, ma la Ru486 ora è stata introdotta nella farmacopea italiana, tuttavia non è ancora stato stabilito il protocollo d’uso, perciò siamo in attesa di questo corollario e contemporaneamente abbiamo sospeso la modalità precedente. Noi facevamo venire dalla Francia il prodotto ed effettivamente è vero, fin che non è stato approvato il farmaco ci siamo comportati così. è stata una decisione della Regione Emilia Romagna, della Regione Toscana e dell’Umbria, di procedere comunque in attesa del regolamento nazionale. Però, adesso che è stata approvata la pillola siamo in attesa: l’interpretazione che ho dato io e la Usl di Piacenza è di sospendere l’uso del farmaco fino a nuovo ordine del ministero della Sanità.
    Non c’è nessun altro che usa la pillola?
    Non che io sappia nei dintorni. Nella provincia di Piacenza è così.

    Ausl di Piacenza
    Si può abortire con la Ru?
    Il nostro ospedale la usa. Qui le donne continuano a prendere la pillola e tornano a casa dove avviene tutto senza problemi.

    Ospedale Policlinico di Bari
    Volevo delle informazioni sull’interruzione di gravidanza con la pillola Ru.
    Mi spiace, il servizio riprenderà a settembre, al momento è sospeso per ferie.

    Tempi


    September 03

    In difesa del vino


    L'ultima trovata della crociata contro il vino è il divieto di vendere alcol nei luoghi pubblici. Vuol dire vietare, come niente fosse, ogni sagra e manifestazione di desgustazione (da dove provengono gli incidenti, ovviamente; mica dalle discoteche...). Prima si trattava di abbassare il limite alcolemico per ragioni di sicurezza. Ma nessuno voleva criminalizzare il vino, dicevano. Nessuno voleva mettere in discussione il diritto di guidare dopo un bicchiere a cena, dicevano. E invece piano piano stiamo scivolando in una subdola forma di neoproibizionismo. Ormai sembra ineluttabile il famigerato tasso zero. Una soluzione generica che, non distinguendo fra alcolici e superalcolici, fra ristoranti e discoteche, finisce per colpire solo i primi e non i secondi (che sono i veri colpevoli e contro i quali non si vuole agire). Chi dice che il tasso zero non crea problemi, perchè basta fare a turno, dice solo una mezza verità. Vuol dire avere in mente solo le serate giovanili (in un paese in pieno crollo demografico, dove i giovani sono un'esigua minoranza) e dimenticare tutto il resto. Tutte le disposizioni che impongono alle comitive di avere un guidatore non bevitore sono benvenute, ma hanno senso solo nei pub e nelle discoteche. Soprattutto in queste ultime, dove all'alcol si unisce la stanchezza dell'insonnia e lo stordimento dovuto alla musica. E poi questo è un paese dove non passa giorno che il tale ubriaco al volante faccia strage senza scontare nemmeno un giorno di carcere. In un tale contesto di (in)certezza della pena ogni limite o deterrente (fosse anche un limite alcolemico sotto lo zero) è destinato a fallire o ad avere scarso effetto.

    Poi, però, esiste tutto il resto del paese che semplicemente beve qualche bicchiere a cena da un amico, o a ristorante. A una famiglia che va a ristorante, non si può chiedere di avere un guidatore non bevitore: solo non ubriaco. O anche marito e moglie devono mettersi a fare la tarantella della bevuta a turno? E perchè punire loro, isnieme ai ristoranti, che sono innocenti?

    In questo post conclusivo, riporto i link di tutti gli articoli già pubblicati e che meritano attenzione.


    In difesa del vino

    Contro il neoproibizionismo

    Riflessioni sul tasso zero

    Niente vino per chi guida: d’accordo, ma nessun neo-proibizionismo per favore!




    Contro il neoproibizionismo


    E' ora di finirla con questi proibizionisti



    Langone lancia la tolleranza zero verso gli astemi, aridi tarli della civiltà



    Chi combatte l’alcol ha letto il Corano e non il Vangelo: Gesù ha cambiato l’acqua in vino, mica in crodino

    Gallerie immagini:
    di Camillo Langone


    E’ ora di farla finita con questi astemi, astenici dell’anima, nemici della vera religione, disfattisti, anti italiani, distruttori del paesaggio, con questi puritani, proibizionisti, igienisti, con questi collaborazionisti della Mecca. Emanuele Scafato, che si vanta di essere direttore dell’Osservatorio Alcol, insomma uno che passa il tempo a sentirci l’alito, dice che “l’unica sicurezza è non bere”. Scafato è un signore coerente infatti prende soldi dall’Oms, la famigerata organizzazione abortista per la quale l’unica sicurezza è non nascere. Certo: chi non nasce non rischia di morire e chi non rischia di morire non rischia nemmeno di bere, sai con la pillola Ru486 quanti alcolisti in meno. Ho scoperto che Scafato è nato a Taranto come don Giuseppe Russo, il prete nemico dell’Incarnazione, il committente di Fuksas. Non sarà un caso che ascoltando entrambi si percepisce lo stesso retrogusto nichilista, il profumo di astrazione, l’odio astringente per la bellezza.

    Secondo me è colpa della cattiva qualità del Primitivo che negli anni Settanta-Ottanta veniva chiamato “mier tuost” (vino tosto, duro, pesante, una martellata alle ginocchia). In seguito il rosso tarantino, sottratto ai contadini e affidato agli enologi, migliorò nettamente ma ormai Scafato e Russo erano lontani, il momento magico dell’educazione al bere passato per sempre. Impossibile diventare proibizionisti a Ischia o a Siena o ad Alba: invece a Taranto poteva sembrare allora perfino necessario, addirittura giusto. Un astemio trentenne, cresciuto nel pieno del rinascimento che nei Novanta ha risollevato il vino italiano non ha scuse, è un mostro, mentre Scafato che di anni ne ha cinquanta può darsi che sia semplicemente un uomo poco aggiornato, come capita a molti suoi coetanei troppo legati alla realtà ormai obsoleta della propria giovinezza.

    Adesso devo motivare, pur non avendo nessuna voglia di farlo: mi piacerebbe che con me bastasse l’ipse dixit, come con Aristotele, e invece mi tocca spiegare perché gli astemi e ancor più gli astemisti (coloro che non si limitano a non bere ma vorrebbero pure che nessuno bevesse) sono nemici della vera religione. Immagino che Scafato, con la compagnia maltusiana che si ritrova, ignori i sacramenti a cominciare dalla comunione, la cui forma originale e splendida è nelle due specie: pane e vino. In Italia centinaia di migliaia di cattolici appartenenti al Cammino Neocatecumenale si comunicano ogni domenica in questo modo e rischiano di venire discriminati in blocco: ciò che per loro, e per me, è il Sangue di Cristo, per le leggi che incombono è veleno che impedisce la guida. Quindi visto lo stato pietoso dei trasporti pubblici si potrebbe comunicare apostolicamente solo chi abita in zona pedonale o possa permettersi di andare a messa in taxi.
    “L’alcol è di per sé una sostanza tossica e dannosa” proclama Scafato. Di per sé ovvero in qualsivoglia quantità.

    Prima cercavo di giustificare quest’uomo ma adesso non ci riesco più, qui non c’entra il Primitivo cattivo, costui è un empio, un anticristiano, avrà letto il Corano al posto del Vangelo: il primo miracolo di Gesù è la moltiplicazione del vino, non del crodino, e secondo la logica perversa di cui sopra il Figlio di Dio è un avvelenatore. Ogni Santo, si sa, è bevitore, da Joseph Roth a Ignazio di Loyola (“Sanguis Christi, inebria me”) e i Papi non sono da meno. L’amato Ratzinger ha detto in una bella omelia: “Il vino esprime la squisitezza della creazione, ci dona la festa nella quale oltrepassiamo i limiti del quotidiano. Così il vino è diventato immagine del dono dell’amore, nel quale possiamo fare esperienza del sapore del Divino”.

    E non mi vengano a dire che la faccenda potrebbe essere risolta cenando francescanamente con Sorella Acqua, “utile et umile”. San Francesco era un digiunatore non un buongustaio, l’acqua è utilissima durante il giorno, lontano dai pasti, e non fa danni se assunta mentre si mangia lattuga, cetriolo, pomodoro crudo, ma col formaggio e la carne è pericolosa, ti si pianta tutto sullo stomaco. In particolare il maiale esige il vino e il proibizionismo insieme ai vignaioli metterà in crisi allevatori e salumieri, favorendo viceversa la nota multinazionale di Atlanta e gli imam, il puritanesimo americano e l’espansionismo arabo uniti nella lotta contro l’Europa e le sue radici. La vittoria dei nemici dell’alcol favorirebbe infine i palazzinari: se le colline di Valdobbiadene e di Montalcino sono ancora meravigliose lo si deve alla vite, unico argine al cemento e al niente. Perciò da oggi tolleranza zero verso gli astemi, aridi tarli della nostra civiltà.

    © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO


    Niente vino per chi guida: d’accordo, ma nessun neo-proibizionismo per favore!


    di Franco Ziliani 

    Apprendiamo oggi da articoli pubblicati nelle edizioni on line del Corriere della Sera, della Repubblica e della Stampa, che per tentare di porre un freno alla lunga e sembra inarrestabile sequenza di incidenti stradali causati in molti casi da persone che guidano dopo aver bevuto alcolici (e soprattutto super alcolici), che il Governo Italiano sta per inviare all'esame della Camera, per vararla entro la fine di gennaio, una proposta di legge che inasprisce la normativa attuale che già stabilisce come valore limite legale il tasso di alcolemia di 0,5 g/litro e che guidare un veicolo oltre questo limite costituisce un reato.
    Secondo il presidente della commissione Trasporti della Camera, Mario Valducci, si sta lavorando su una proposta di legge "che si aggancia a un lavoro già svolto. È una proposta assolutamente bipartisan che introduce il principio della tolleranza zero nei confronti dell'uso di alcol. Chi guida non beve e chi beve non guida: si tratta di un ulteriore giro di vite anche rispetto agli attuali limiti consentiti. Si valuterà se applicare o meno queste nuove norme alla fascia più giovane d'età o se invece estendere un divieto generalizzato". Pertanto in futuro potranno esserci "sanzioni molto pesanti per chi viene trovato anche con 0,2 milligrammi, quindi tolleranza zero che porterà a un inasprimento delle pene".
    Secondo Valducci occorre ora valutare se inserire queste norme solo per una fascia di età o solo per i giovani, anche se lui si è dichiarato favorevole ad "estenderle a tutti", mentre per quanto riguarda le pene "per chi verrà fermato la prima volta ci sarà la sospensione di 6 mesi della patente, con un inasprimento progressivo fino ad arrivare al ritiro".
    Tutto giusto, tutto benissimo, e questo provvedimento, come scrive il sito Internet di Repubblica, sarebbe "tutt'altro che rivoluzionario perchè in Germania è già in vigore da un anno: lì ormai c'è il divieto assoluto di bere (ossia non viene tollerato nessun tasso alcolemico, neanche inferiore a 0,5 grammi di alcol per litro di sangue) prima di mettersi al volante", ma in Germania "la norma vale per tutti i giovani al di sotto dei 21 anni e tutti coloro che abbiano conseguito il titolo alla guida da meno di 24 mesi. Un divieto analogo, è già in vigore da tempo per i conducenti professionali (trasportatori, tassisti, sanitari ed autisti di veicoli a noleggio), con l'aggravante del raddoppio della sanzione oltre la soglia degli 0,11% g/l".
    E' sicuramente doveroso e sacrosanto, quando si tratta di salvare delle vite e porre fine a quelle assurde stragi che purtroppo non sono più confinate al sabato e alla domenica ma insanguinano le strade italiane in ogni giorno della settimana, studiare misure, severe, che mirino a tutelare i cittadini, ma est modus in rebus come dicevano i latini e occorre fare attenzione, con simili procedimenti draconiani, a non gettare via il bambino con l'acqua sporca.
    Intendiamoci, dicendo questo non voglio fare una difesa corporativa delle categorie, giornalisti degustatori e collaboratori di guide, sommelier, enologi, gente che assaggia per lavoro, che gira per cantine e degustazioni, e non può certo permettersi di dotarsi di un'autista, ovviamente astemio o non bevitore, che sono quelle più colpite da questo inasprimento. E che rischiano davvero di vedersi multare, ritirare la patente, o arrestare, anche se non avessero causato incidenti e guidando con prudenza, rispettando i limiti, si vedessero fermati per un controllo da un normale blocco stradale, diventando, oggettivamente, dei criminali, anche se, alla luce delle nuove misure, avessero bevuto un solo bicchiere di vino.
    So benissimo che gli interessi generali devono prevalere sugli interessi particolari e in passato, suscitando qualche protesta, per puri interessi di bottega, avevo ad esempio preso pubblicamente posizione affinché venisse vietata la vendita di vino e di alcolici negli autogrill (
    leggete qui).
    Sono però consapevole che un provvedimento drastico e indiscriminato (perché mette sullo stesso piano modalità diverse di consumo innanzitutto quelle di vino e di super-alcolici, antica questione, e chi beve uno o due bicchieri di vino durante un pasto e chi invece trinca superalcolici, magari mischiandoli ad altro, per stordirsi) come quello annunciato all'insegna del motto "Chi guida non beve e chi beve non guida" finirà con il ripercuotersi molto negativamente anche su altre categorie, già pesantemente colpite dall'attuale crisi economica.
    Parlo della categoria dei produttori di vino, che se non esistesse la voce esportazioni avrebbero già cessato l'attività visto la progressiva e continua contrazione dei consumi in patria e di quella dei ristoratori, già pesantemente messi in ginocchio proprio dall'attuale normativa, secondo la quale sono già sufficienti due bicchieri di vino, anche assunti nel corso di un pranzo, e non certo a stomaco vuoto, a rendere un consumatore, un cliente, passibile di pesanti multe e ritiro della patente.
    Se dovesse entrare in vigore questa "proposta assolutamente bipartisan che introduce il principio della tolleranza zero nei confronti dell'uso di alcol" e che colpirebbe anche chi avesse un tasso alcolico dello 0,2% espresso in grammi di alcol ogni 100 ml di sangue, le conseguenze sarebbero pesantissime in termini economici, di occupazione, di sviluppo.
    Sono moltissimi gli italiani (ed i turisti) che girano per lavoro e sono soliti fermarsi a pranzo o a cena al ristorante e consumare i loro pasti prevedendo una modica quantità (guarda te a che linguaggio mi tocca ricorrere...) di vino in accompagnamento, com'è tradizione radicata di una cultura dell'alimentazione italiana ed europea, senza essere per questo degli "avvinazzati". E tanti di questi italiani, di questi turisti, per lavoro, per piacere, per diletto girano da soli e non possono di certo contare (a differenza magari dai nostri politici...) sull'autista o sull'amico accompagnatore che non beve e sarà incaricato di guidare al ritorno.
    Bene, criminalizzare di fatto in toto anche un minimo consumo di vino e dire che "non si potrà (quasi) più bere alcol se si vorrà guidare un'auto" criminalizzando un tasso alcolico bassissimo dello 0,2%, non solo condizionerà la libertà e gli spostamenti di quelle persone e modificherà sostanzialmente le loro abitudini di consumo, ma comporterà una decisa contrazione del numero dei clienti dei ristoranti e dei loro fatturati.
    In questo regime chi si sognerà, difatti, di andare al ristorante essendo consapevole che non solo non potrà accompagnare i cibi ai vini e dovrà gustare ottimi piatti bevendoci sopra acqua, ma che se dovesse azzardarsi a bere anche solo un bicchiere di vino con la spada di Damocle del tasso alcolico dello 0,2% pendente sulla testa rischia di vedersi ritirare la patente?
    Va benissimo e sicuramente il mondo della produzione di vino, della ristorazione, della sommellerie, sono concordi nel sostenere questa battaglia e fare la loro parte di sacrifici per fare sì che sia vincente, studiare in tutti i modi possibili di rendere le strade italiane più sicure e limitare al massimo gli incidenti mortali (che solo in minima parte sono causati da persone che hanno esagerato con il consumo di vino, mentre tutti sanno che sono i super alcolici i veri colpevoli), ma attenzione a non colpire a morte con provvedimenti esagerati una parte importante dell'economia e degli operatori economici italiani e a non creare una situazione che, oggettivamente, è al limite da quel Proibizionismo di cui si festeggia proprio nel 2008 il 75 anniversario della fine, grazie al XXI emendamento della Costituzione Americana approvato nel 1933.
    Di un neo-proibizionismo, anche se proclamato per motivi di ordine pubblico, l'Italia non ha assolutamente bisogno...

    Sommelier

    Riflessioni sul tasso zero...


    limiti alcolemici

    by Franco Bellacci

    La proposta di abbassare il tasso alcolico da 0,5 a 0,2 mi sembra la scelta di un metodo ormai consolidato: individuare una soluzione che apparentemente trasmette fermezza, rigore e attenzione, ma che riflettendoci poco, molto poco, denota la solita voglia di abbaiare alla luna e che fa venire la voglia di dire, che l’alcool test andrebbe fatto non solo a chi guida le auto, ma anche a chi guida un paese.
    Mi spiego con un esempio: se in un tratto di strada pericoloso, facciamo che ci sia una curva a gomito, il limite di percorrenza è 50 all’ora e le auto vanno fuori di strada percorrendola a 70, il problema non è il limite, troppo alto, ma più semplicemente si tratta del fatto che il limite non è stato rispettato. La questione non si risolve abbassando i limiti a 30 all’ora. Il limite di velocità si abbassa se le macchine vanno fuori strada a 35.
    Così per il tasso alcolico, chi di dovere dica qual è il limite alcolico oltre il quale è pericoloso per sè e per gli altri mettersi alla guida di un mezzo e quello sia il limite.


    Luoghi comuni


    Alcol alla guida, norme più severe.... e più inutili

    di JimMomo :: 12/15/2008 03:46:00 PM

    Puntualmente si verifica l'incidente mortale dovuto all'alcol e si riparla di inasprire i limiti. C'è già una proposta di legge per abbassare la soglia per il ritiro della patente dallo 0,5 allo 0,2% di tasso alcolico (espresso in grammi di alcol ogni 100 ml di sangue). Non hanno ancora capito che per combattere la guida in stato di ebrezza servono più controlli, non limiti più bassi, perché sono già ridicolmente prossimi allo zero. Cosa faranno una volta che l'avranno raggiunto? Porranno il limite al di sotto dello zero?

    Siamo già al paradosso che il malcapitato automobilista modello che si fa un paio di birre o di bicchieri di vino a cena rischia di vedersi sospesa la patente. Ma le probabilità di beccare l'ubriaco al volante prima che compia un massacro sono quasi inesistenti. In Italia si eseguono ogni anno un milione di alcol-test, contro i dieci milioni in Francia. L'automobilista italiano ha una possibilità ogni 74 anni di essere fermato per un controllo di questo tipo.

    Sarei poi curioso di conoscere la percentuale di automobilisti coinvolti in incidenti che presentano un tasso alcolico inferiore allo 0,5 o persino all'1%. Tra l'altro, con i limiti attuali già rischiamo di attribuire all'alcol incidenti causati in maniera preponderante da ben altri fattori. Se ti capita di bere un paio di bicchieri di vino e di avere un incidente, anche se probabilmente quella quantità di alcol avrà contribuito in modo insignificante, il sinistro verrà comunque catalogato tra quelli dovuti all'alcol.

    E in quanti casi che leggiamo sui giornali l'"ubriaco alla guida" schiaffato in prima pagina non era affatto tale, ma lo è diventato in ragione di una quantità d'alcol che si assume normalmente in un pasto? E vogliamo parlare dei casi di sonnolenza dopo i pasti? Perché non porre dei limiti anche ai grammi di pasta ingeriti prima di mettersi al volante?

    In Italia siamo dei campioni nel darci delle leggi impossibili da rispettare, violarle praticamente tutti, e non risolvere mai nulla.

    JimMomo


    September 02

    Le pagine di Repubblica, le risposte di Avvenire, qualche ripensamento


     (23 maggio 2008)
    Punto per punto, ecco gli svarioni

    Umberto Folena

    Le affermazioni della tabella in questa pagina sono riprese per Repubblica dalle prime cinque puntate dell’inchiesta (28 settembre, 3 ottobre, 12 ottobre, 24 ottobre e 10 novembre 2007) e per Avvenire dai servizi pubblicati il giorno successivo (29 settembre, 4 ottobre, 13 ottobre, 25 ottobre e 11 novembre 2007). Sono soltanto alcuni degli errori e delle omissioni dell’inchiesta. Mentre Avvenire replicava a Repubblica, Repubblica ignorava Avvenire.

    Addirittura il suo direttore, Ezio Mauro, arrivava a scrivere: «Saremo ben lieti di correggere gli errori in cui siamo incorsi, se riceveremo richieste di rettifiche che non sono arrivate, perché nessun punto sostanziale del lavoro è stato confutato». Maltese stesso non ha replicato ad Avvenire, né corretto alcunché. Su Repubblica. Nel libro La questua, invece, elimina i tre o quattro svarioni più clamorosi, senza darne conto.

    Non commette l’ingenuità di scrivere che la Cei tace sui rendiconti, visto che li pubblica ogni anno la stessa Repubblica, e a pagamento. Ha dovuto constatare che gli investimenti nella comunicazione non solo non sono taciuti ma hanno una pagina tutta per loro nel sito dell’otto per mille. E si è messo il cuore in pace: l’Abbazia di Chiaravalle, alle porte di Milano, non è un cinque stelle superlusso ma ha una normale foresteria dotata di pratiche e sobrie stanzette, a 30 euro al dì, pensione completa. Nella stragrande maggioranza le affermazioni erronee e le informazioni incomplete però rimangono. La sesta puntata dell’inchiesta consisteva in una lunga e serena intervista a padre Cesar Acuire, amministratore delegato dell’Opera Romana Pellegrinaggi.

    Nel libro, Maltese si profonde in elogi nei suoi confronti: «Una delle molte prove viventi del sistema rigidamente meritocratico della struttura cattolica (...). È in pratica il ministro per il Turismo del Vaticano. E sarebbe anche l’ideale ministro del Turismo per l’Italia». Ma dell’intervista di due pagine non rimane nulla.

    Avvenire
    September 01

    Due bicchieri non sono una colpa





    GIORGIO CALABRESE
    Era prevedibile che dopo le affermazioni del ministro delle Politiche agricole e alimentari, Luca Zaia, secondo il quale bere due bicchieri di vino non può fare ubriacare, si scatenasse una bagarre di tipo misto: scientifico e sociale. In casi come questo si possono trovare ragioni nelle diverse posizioni. È comprensibile che da parte di noi medici (e in questo caso lo ha fatto il collega Emanuele Scafato, direttore dell’Osservatorio sull’alcol dell’Istituto superiore di Sanità) venga un messaggio di cautela che rifiuti totalmente la concessione dell’uso di alcol da parte di chi guida un automezzo. Ma dall’altra parte ha anche ragione il ministro Zaia quando afferma, con un po’ di buon senso, che due bicchieri di vino durante un pranzo o una cena normale non bastino a ubriacarsi.

    La cosa che non mi piace come nutrizionista è che si parli solo e sempre di vino, criminalizzandolo anche in minime quantità, e mai di superalcol inebriante anche a piccole dosi. Penso che pure dai colleghi dell’Istituto Superiore della Sanità debbano venire consigli e messaggi non assolutisti ma articolati.

    Non si può comparare il bere un po’ di buon vino ai pasti con due drink di superalcolici, magari a stomaco vuoto, perché questi sono i maggiori colpevoli durante l’ormai diffuso happy hour. Non si può paragonare il bere sempre quei due bicchieri di buon vino e invece minimizzare l’introduzione di tante lattine di birra durante una serata di allegria, in sostituzione della veramente dissetante acqua. Un altro aspetto da considerare è che la guida automobilistica risente dell’introduzione di bevande alcoliche, e soprattutto superalcoliche, producendo effetti differenti in base all’età, alla taglia corporea, alla quantità di grasso e muscoli, alla genetica e alla cultura familiare, alla presenza contemporanea di un pasto completo.

    Sono d’accordo che bisogna dare un messaggio di saggezza ai giovani patentati, fino ai primi tre anni di guida, imponendo di non bere qualunque tipo di alcolico prima di mettersi al volante, ma ricordo ai colleghi medici che bisogna fare contemporaneamente la battaglia per impedire a costoro di guidare auto che superino i 900 cc di cilindrata. Queste due idee rappresentano proibizioni che vanno nel verso giusto di una società attenta a svezzare chi si mette sulle strade, per prevenire incidenti anche mortali.

    È bene ricordare che l’Europa ci chiede di allinearci alla linea di completo proibizionismo perché i giovani europei, specie nella zona Nord del Continente, si ubriacano bevendo sempre e solo superalcolici o fiumi di birra. Gli incidenti «alcolici» infatti avvengono sempre dopo gli happy hour e dopo l’uscita dalla discoteca. Non mi risulta che in questi luoghi di divertimento si vendano vini tipo barbera, amarone, vermentino, chianti; si vendono invece superalcolici a iosa che contengono, oltre all’alcol, sostanze deleterie, tra cui il metanolo e alcoli superiori che inducono allo sballo. La buona birra, se bevuta nella dose di due lattine al pasto, non ubriaca; se invece sostituisce l’acqua per dissetarsi, dopo un certo numero di lattine danneggia il cervello. Possiamo allora paragonare il poco alcol della birra al molto alcol del superalcolico? No!

    Ecco perché capisco il collega Scafato nella sua preoccupazione, ma sono dalla parte del buon senso, espresso dal ministro Zaia. L’Europa mostra la tendenza ad abbassare l’attuale limite di alcolemia a meno di 0,5. È un rigidismo comprensibile con cui, però, si lava la coscienza senza risolvere il problema. Faccio piuttosto un appello al ministro Maria Stella Gelmini che si occupa di Scuola e Università: renda obbligatorio per gli studenti di Medicina l’insegnamento di Nutrizione umana e Dietoterapia, perché in Italia esiste una delle migliori classi mediche del mondo, che mostra però una scarsa competenza circa il contenuto salutistico o dannoso dei singoli alimenti, bevande alcoliche comprese. Bisogna fare educazione alimentare al cibo e al bere nelle nostre scuole, con figure competenti (dietologi, dietiste, biologi-nutrizionisti, tecnologi alimentari ecc.) che spieghino come prima dei 17-18 anni il nostro fegato non abbia completato la produzione di enzimi che aiutano a metabolizzare l’alcol, per cui non bisogna bere alcolici ma, tutt’al più, assaggiarli non frequentemente e sempre durante i pasti. Anni fa inventai il motto «Si beve l’acqua e si gusta il vino». Lo rinnovo oggi, proponendo ai ragazzi di bere acqua per dissetarsi e gustare il vino sorseggiandolo. Venditori e consumatori debbono essere alleati, per cui una vendita dannosa procura un guadagno immorale perché causa danni irreversibili e mortali. Non dobbiamo invece distruggere la cultura del bere moderato, nel rispetto della nostra storia.

    LA STAMPA

    Quanto costa la Chiesa?



    Quando, anche in una discussione teologica o perfino politica, ci si trova in difficoltà le vie di uscita sono due: riesumare logori luoghi comuni del passato (e via quindi con la litania mille volte sentita di Inquisizione e crociate); oppure puntare al portafoglio. La seconda strada, che permette a chi la sceglie di continuare nelle sue coraggiose arrampicate di specchi saponati, viene sempre più privilegiata. E come dar loro torto? Mettere in mezzo la storia vuol dire sempre avventurarsi in un territorio sconosciuto e pieno di insidie. Si può sempre fare la triste scoperta che le proprie convinzioni siano solo frutto di millenarie immaginazioni ormai abbandonate dagli storici che non siano vissuti nell'Ottocento. Invece parlare dei soldi della Chiesa è strada più sicura e diretta. Perchè colpisce dritto al cuore. A nessuno piace farsi fare i conti in tasca. E poi che la Chiesa costi agli italiani fior di quattrini è cosa indiscutibile. Lo dicono alla tv, lo scrivono i giornali. E così i poveri italiani (che tutto somato ancora non odiano la Chiesa e, quindi, bisogna rimediare facendo loro credere che sia all'origine dei loro guai economici) sono obbligati ad assistere alla fiera dei numeri fantasiosi. Evidentemente fantasiosi, ma allo stesso tempo indiscutibili. Purtroppo, però, anche contraddittori. Infatti il nostro matematico preferito, Piergiorgio Odifreddi, sostiene che la Chiesa costi ogni anno allo Stato italiano ben nove miliardi. Più moderato il risultato dell'inchiesta, se così la vogliamo definire, di Curzio Maltese su Repubblica: solo cinque miliardi. Fra i due c'è giusto una distanza di quattro miliardi. Vai a capire poi cosa l'uno creda di contare in più e l'altro no.

    Però in ogni processo che si rispetti, si concede all'imputato la possibilità di difendersi. Per la Vox populi sarà un dettaglio, per noi no. Per questo abbiamo deciso di pubblicare alcuni articoli della contro-inchiesta di Avvenire dove si smonta punto per punto tutto l'apparato diffamatorio lanciato dalle pagine di Repubblica.

    Speciale
    Soldi alla Chiesa, verità e bugie

    Spargere veleni sul rapporto tra Chiesa e società. Con argomentazioni sbrigative e grossolane che cercano di mettere in cattiva luce l'impegno dei sacerdoti, l'uso dell'otto per mille, l'insegnamento della religione cattolica... «La Repubblica», dai primi di ottobre a dicembre 2007, ha cercato con un'inchiesta sviluppata su varie puntate (e addirittura con l'intervento del suo direttore, Ezio Mauro) di accreditare un'immagine della Chiesa del tutto artefatta. Innumerevoli gli svarioni, le cantonate, le imprecisioni. Qui di seguito trovate una raccolta degli articoli con cui «Avvenire» ha risposto punto per punto a questi attacchi. Ragionando sui dati obiettivi e sulla realtà dei fatti.

    La raccolta parte con la risposta del 23 maggio al volume "La questua" nel quale Curzio Maltese ha raccolto, correggendo solo alcuni errori, il reportage di «La Repubblica».


    Chiesa e denaro


    I «soldi della Chiesa»: le tesi infondate del libro di Curzio Maltese (23 maggio 2008)
    Una «Questua» rimasta a secco

    Umberto Folena

    Da che parte cominciare a smontare La questua. Quanto costa la Chiesa agli italiani, il libro del giornalista di Repubblica Curzio Maltese appena giunto in libreria? Ma dall’inizio, e dall’equivoco di fondo che Maltese non nasconde, anzi dichiara apertamente.

    La confusione tra Vaticano e Santa Sede di qua, Chiesa italiana e Cei di là. A pagina 31 sbotta: signori, è la stessa zuppa ed è vano perderci tempo. «Una volta scartati il politicamente corretto e il cattolicamente corretto, mi sono concentrato su quello di cui finanche l’autore capiva il senso: il costo della Chiesa, una e trina». In realtà la correttezza non c’entra. Maltese ha bisogno di confondere Santa Sede e Cei perché il mirino è puntato sull’otto per mille, che va alla Cei ma che ai lettori va fatto credere vada al Vaticano, insinuando l’idea che la distinzione sia un cavillo, una pura formalità. Invece è sostanza.

    Un libro a tesi
    Altra tesi iniziale: la percentuale degli italiani che vanno a Messa (circa un terzo della popolazione) e di quanti firmano per l’otto per mille a favore della Chiesa cattolica coincide. Si tratta insomma delle stesse persone. Sbagliato, e lo dicono i numeri. Primo, il confronto è tra gruppi non omogenei: di qua tutti gli italiani, di là i soli contribuenti. Secondo, a firmare è più del 40% dei contribuenti, ma mal distribuiti: sono il 61,3% di coloro che sono costretti a presentare la dichiarazione (730 o Unico) e una percentuale davvero minima di chi non è obbligato, per lo più pensionati, che invece sono in larga misura praticanti. Un bel pasticcio. Scrive Maltese che questi italiani «dichiarano di andare a messa e di essere influenzati nel voto dall’opinione del papa e dei vescovi». Quale sia la fonte non si sa, ma che un italiano, credente o miscredente, ammetta di essere «influenzato» ha dell’incredibile.

    Per Ruini bastava Google
    Da pagina 36 in poi, Maltese si avventura in brevi cenni di storia recente della Chiesa che farebbero sorridere un redattore di Topolino. Parla di «fronte passatista» che si oppone alle «aperture della Chiesa conciliare». I 27 anni di Papa Wojtyla sono così riassunti: «I risultati concreti del pontificato di Giovanni Paolo II sono il ritorno alla Chiesa preconciliare, l’alleanza privilegiata con le forze tradizionaliste e la progressiva riduzione, fino all’estinzione, del dissenso cattolico». Fine. Non si può dire che manchi di sintesi. E Camillo Ruini? Sarebbe bastato Google per evitare sciocchezze del genere: «Quando Giovanni Paolo II lo chiama a Roma da Reggio Emilia, Ruini è un giovane vescovo noto alle cronache solo per aver celebrato il matrimonio di Flavia Franzoni e Romano Prodi».

    Le cronache di Eva Express, forse. Com’è arcinoto, Ruini, già stimato docente di teologia dommatica a Bologna, si fa apprezzare in particolare come vicepresidente del Comitato preparatorio del Convegno ecclesiale di Loreto (1985), dove ricopre un ruolo di primo piano.

    Il prete, una "casta" da 853 euro al mese
    Capitolo otto per mille. Ruini, assicura Maltese, ha «l’ultima parola su ogni singola spesa». In un’inchiesta seria ti aspetteresti una descrizione del sistema, di come è "composta" la remunerazione di preti e vescovi, di chi decide la destinazione degli aiuti all’estero... Nulla di nulla. Sembra una dittatura, con i vescovi a capo chino succubi dei capricci del presidente. In realtà i criteri di distribuzione sono oggettivi e Maltese deve averli letti o su Avvenire o nei siti della Cei, di cui finalmente pare essersi accorto. I preti italiani, ovunque prestino servizio pastorale (anche i fidei donum> all’estero), ricevono la stessa remunerazione, a partire da 853 euro netti mensili; idem i vescovi, che alla soglia della pensione ne ricevono 1.309. Non sono cifre segrete. Maltese pubblica la remunerazione dei pastori valdesi (650 euro): perché non quella dei preti cattolici?

    Forse perché è così bassa da non essere minimamente riconducibile ai «privilegi di una casta»? Criteri oggettivi, dicevamo. La quota assegnata alle singole diocesi viene divisa per metà in parti uguali, per l’altra metà in base al numero di abitanti. Per l’estero, un apposito Comitato riceve le richieste e provvede alle assegnazioni. È tutto così misterioso che l’elenco dettagliato dei primi 6.275 interventi è stato pubblicato nella primavera del 2005 in un volume di 386 pagine, Dalla parola alle opere. 15 anni di testimonianze del Vangelo della carità nel Terzo Mondo, con una ricca documentazione fotografica e alcuni saggi introduttivi. Il libro è stato presentato ai giornalisti in una conferenza stampa. Escluse le testate d’ispirazione cattolica, nessuno ne ha scritto niente. E quasi niente, quindi, ne ha saputo chi non legge la stampa d’ispirazione cattolica. Si può consultare il volume online nel sito www.chiesacattolica.it/sictm.

    Chi vota e chi no
    Il sistema dell’otto per mille, scrive Maltese, non è democratico. In realtà è il primo caso di democrazia diretta applicata al sistema fiscale. Non c’è nulla di automatico, la Chiesa non ha alcuna garanzia – per dire: nessun minimo garantito – e dipende completamente dalla volontà degli italiani, che oggi firmano a suo favore, domani chissà. E gli astenuti? In gran parte sono contribuenti non tenuti a presentare la dichiarazione, costretti a compiere alcune operazioni complesse per far valere la propria firma. È inevitabile che molti, specialmente se anziani, se ne dimentichino o rinuncino; ed è un peccato proprio per la democrazia. Degli altri, due terzi firmano. Il meccanismo è analogo a quello di una votazione. Se per il Parlamento vota l’80% degli elettori, non per questo il 20% dei seggi rimane non assegnato. Chi si astiene si rimette alla volontà di chi partecipa. In effetti non si firma per il proprio otto per mille, ma per l’otto per mille complessivo, di tutti. A Maltese scappano queste precisazioni, tutt’altro che irrilevanti.

    Spot pieni zeppi di preti
    Otto per mille e comunicazione. Maltese dà i numeri. Negli spot, scrive, le due voci – carità in Italia e nel Terzo Mondo – occupano il 90% dei messaggi, mentre assorbono solo il 20% dell’otto per mille. Controlliamo. Nel sito www.8xmille.it è possibile vedere ben 47 spot, con relativo documentario, degli ultimi anni, così distribuiti: carità Italia 20, carità estero 15, preti 6, culto 6. La carità occupa meno del 90%. Ma basterebbe guardare quegli spot per scoprire che tra i protagonisti ci sono sempre dei preti, che spesso costruiscono chiese, oratori, scuole, officine... Una divisione netta per destinazioni è assurda. Tutti i preti italiani sono impegnati, chi più chi meno, sul versante della carità; tutti i parroci custodiscono luoghi di culto.

    La parola "colletta" dice niente?
    E le offerte per il clero, quelle deducibili? Maltese ironizza: se dipendesse dai fedeli, il clero morirebbe di fame. Ma come si fa a ignorare che la forma ordinaria, normale, di contribuzione alle esigenze del parroco e della parrocchia è l’offerta fatta durante la Messa domenicale, o direttamente al parroco in tante occasioni, a cominciare dalla benedizione delle famiglie? È la forma ordinaria indicata anche dal documento Sovvenire alle necessità della Chiesa del 1988, che fonda l’intero sistema e che Maltese non cita mai. E viene il dubbio se sappia che esiste.

    Ricevere per poter donare
    Con dispiacere ritroviamo nel libro un’aspra dichiarazione attribuita alla moderatrice della Tavola Valdese, Maria Bonafede: «I soldi dell’otto per mille arrivano dalla società ed è lì che devono tornare. Se una Chiesa non riesce a mantenersi con le libere offerte, è segno che Dio non vuole farla sopravvivere». Che cosa Dio voglia o non voglia siamo convinti non lo possa stabilire con tanta certezza nessuno, cattolico o valdese che sia. E i soldi tornano assolutamente tutti a quegli italiani che li affidano alla Chiesa. Tornano sotto forma di tempo dedicato a loro, di servizi, di strutture educative, formative, sanitarie e sportive, di luoghi in cui pregare. Altro che casta. Nulla serve a costruire personali carriere. Chiunque abbia un’esperienza anche superficiale di Chiesa – cattolica o valdese – lo sa.

    Il fantasma di Luciano Moggi
    Un capitolo a parte merita una notizia, falsa, in fondo marginale. Ma serve a comprendere come sia stata costruita l’inchiesta. Maltese, nonostante le smentite, insiste: il 27 agosto, sul volo Mistral da Roma a Lourdes, al pellegrinaggio dell’Orp, con il cardinale Ruini c’era anche «l’invitato Luciano Moggi». Moggi non c’era, andò a Lourdes per i fatti suoi come privato cittadino. Maltese ci ha letti, infatti corregge un dettaglio (Boeing 737-300, non 707-200). Ma insiste: la fonte è il «blog di papa Ratzinger, ufficioso ma benedetto dal Santo Padre». Papa Ratzinger ha un suo blog? Una rapida indagine. In effetti esiste un «Papa Ratzinger blog», tenuto da una fedele cattolica, che però sotto la testata si affretta a precisare: «Si tratta di una iniziativa personale che non ha alcun riconoscimento ufficiale». Dov’è la «benedizione»? Il sito si limita a riprodurre quattro articoli del 28 agosto 2007 relativi al volo Mistral. Uno solo, dell’Eco di Bergamo, tira in ballo Moggi. Gli altri tre no. Uno è anonimo. Uno è del Giornale. L’ultimo, sorpresa, è di Orazio la Rocca di Repubblica.

    Non ci sono né Moggi né il rettore della Lateranense che avrebbe benedetto il viaggio. Maltese farà bene a mettersi d’accordo con il collega. Se non basta, potrà leggersi la cronaca di Virginia Piccolillo dell’autorevole Corriere della sera: Moggi era mescolato tra migliaia di pellegrini, nella basilica a Lourdes, mentre Ruini celebrava. Tutto qui. Grande giornalismo d’inchiesta, davvero.

    Demolite le chiese
    A un certo punto Maltese stigmatizza l’eccesso di spese per tante chiese e chiesine italiane, e sembra elogiare la Francia, che le chiese «inutili» le demolisce. Maltese trascura un dettaglio che certo non può ignorare: lo Stato francese è proprietario di tutti gli edifici di culto costruiti prima del 1905. Sono suoi, quindi se li può restaurare (a sue spese) o demolire. E la carità? Merce di scambio tra lo Stato e una Chiesa a cui è delegato il "lavoro sporco". Tutto qua. E comunque, «non bisogna dimenticare che per la dottrina cattolica e per la musulmana l’azione sociale è secondaria rispetto all’indottrinamento» (pagina 136). Servono ulteriori commenti?



    Avvenire