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August 29 I poveri e l'altareDalle «Omelie sul vangelo di Matteo» di san Giovanni Crisostomo, vescovo (Om. 50, 3-4; PG 58, 508-509) Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: «Questo è il mio corpo», confermando il fatto con la parola, ha detto anche: Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare (cfr. Mt 25, 42), e: Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli tra questi, non l'avete fatto neppure a me (cfr. Mt 25, 45). Il corpo di Cristo che sta sull'altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura. Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. Infatti l'onore più gradito che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare è quello che lui stesso vuole, non quello escogitato da noi. Anche Pietro credeva di onorarlo impedendo a lui di lavargli i piedi. Questo non era onore, ma vera scortesia. Così anche tu rendigli quell'onore che egli ha comandato, fa' che i poveri beneficino delle tue ricchezze. Dio non ha bisogno di vasi d'oro, ma di anime d'oro. Con questo non intendo certo proibirvi di fare doni alla chiesa. No. Ma vi scongiuro di elargire, con questi e prima di questi, l'elemosina. Dio infatti accetta i doni alla sua casa terrena, ma gradisce molto di più il soccorso dato ai poveri. Nel primo caso ne ricava vantaggio solo chi offre, nel secondo invece anche chi riceve. Là il dono potrebbe essere occasione di ostentazione; qui invece è elemosina e amore. Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d'oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima sazia l'affamato, e solo in seguito orna l'altare con quello che rimane. Gli offrirai un calice d'oro e non gli darai un bicchiere d'acqua? Che bisogno c'è di adornare con veli d'oro il suo altare, se poi non gli offri il vestito necessario? Che guadagno ne ricava egli? Dimmi: se vedessi uno privo del cibo necessario e, senza curartene, adornassi d'oro solo la sua mensa, credi che ti ringrazierebbe o piuttosto non si infurierebbe contro di te? E se vedessi uno coperto di stracci e intirizzito dal freddo, trascurando di vestirlo, gli innalzassi colonne dorate, dicendo che lo fai in suo onore, non si riterrebbe forse di essere beffeggiato e insultato in modo atroce? Pensa la stessa cosa di Cristo, quando va errante e pellegrino, bisognoso di un tetto. Tu rifiuti di accoglierlo nel pellegrino e adorni invece il pavimento, le pareti, le colonne e i muri dell'edificio sacro. Attacchi catene d'argento alle lampade, ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in carcere. Dico questo non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi a offrire, insieme a questi, anche il necessario aiuto ai poveri, o, meglio, perché questo sia fatto prima di quello. Nessuno è mai stato condannato per non aver cooperato ad abbellire il tempio, ma chi trascura il povero è destinato alla geenna, al fuoco inestinguibile e al supplizio con i demoni. Perciò mentre adorni l'ambiente del culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che soffre. Questi è un tempio vivo più prezioso di quello. August 28 Il primato petrino secondo Benedetto XVIPapa: possano tutti i cristiani riconoscere il vero significato del primato di Pietro Benedetto XVI, parla del primato voluto da Gesù e riconosciuto dagli apostoli. Una preghiera a braccio,perché "confidato a povere persone umane, possa essere esercitato nel senso originario e possa essere riconosciuto dai fratelli che non sono in piena comunione con noi". ![]() Città del Vaticano (AsiaNews) – Il fondamento del primato di Pietro nella volontà manifestata da Gesù e riconosciuta dai Dodici, e le preghiere, a braccio, perché le "povere persone umane" alle quali il primato è affidato lo sappiano esercitare secondo la volontà di Gesù e perché in tal senso possa essere riconosciuto anche dai cristiani non in piena comunione con Roma hanno segnato l'odierna udienza generale di Benedetto XVI. L'unità dei cristiani, indicata dallo stesso Benedetto XVI come uno degli obiettivi fondamentali del pontificato, ha così accompagnato la riflessione sul "primato", definito "elemento costitutivo" della Chiesa, da sempre uno degli ostacoli principali, se non il principale, all'unità dei cristiani. In proposito, Giovanni Paolo II nell'enciclica "Ut unum sint" (1995) affermò la disponibilità della Chiesa cattolica a discutere non il primato, ma i modi concreti del suo esercizio. Oggi Benedetto XVI ha voluto sottolineare che il compito affidato a Pietro, è "di confermare i fratelli". "Questo – ha detto a braccio - è il primato detto per tutti i tempi: Pietro deve essere il custode della comunione con Cristo, guidare alla comunione con Cristo", "con la carità di Cristo, anche guidare alla realizzazione di questa carità nella vita di ogni giorno". Nella sua riflessione, Benedetto XVI oggi ha voluto evidenziare diversi aspetti del "primato": l'istituzione da parte di Cristo, la consapevolezza di Pietro e il riconoscimento da parte dei Dodici. In una giornata primaverile, con la piazza affollata da almeno 40mila fedeli che l'hanno colorata di bandiere, cappellini, fazzoletti ed anche qualche ombrello, per difendersi da sole, a tratti già caldo, il Papa ha sottolineato come il racconto di Giovanni del primo incontro di Gesù con Simone, fratello di Andrea, "registra un fatto singolare: Gesù, 'fissando lo sguardo su di lui, disse: Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Kefa (che vuol dire Pietro)' (Gv 1, 42). Gesù non era solito cambiare il nome ai suoi discepoli", anzi "Egli non ha mai attribuito un nuovo nome ad un suo discepolo. Lo ha fatto invece con Simone e quel nome, tradotto in greco Petros, ritornerà più volte nei Vangeli e finirà per soppiantare il nome originario. Il dato acquista particolare rilievo se si tiene conto che, nell'Antico Testamento, il cambiamento del nome prelude in genere all'affidamento di una missione (cfr Gn 17,5; 32,28 ss. ecc.). Di fatto, la volontà di Cristo di attribuire a Pietro uno speciale rilievo all'interno del Collegio apostolico risulta da numerosi indizi: a Cafarnao il Maestro va ad alloggiare nella casa di Pietro (Mc 1,29); quando la folla gli si accalca intorno sulla riva del lago di Genesaret, tra le due barche lì ormeggiate, Gesù sceglie quella di Simone (Lc 5,3); quando in circostanze particolari Gesù si fa accompagnare da tre discepoli soltanto, Pietro è sempre ricordato come primo del gruppo: così nella risurrezione della figlia di Giairo (cfr Mc 5,37; Lc 8,51), nella Trasfigurazione (cfr Mc 9,2; Mt 17,1; Lc 9,28), durante l'agonia nell'Orto del Getsemani (cfr Mc 14,33; Mt 16,37). E ancora: a Pietro si rivolgono gli esattori della tassa per il Tempio ed il Maestro paga per sé e per lui soltanto (cfr Mt 17, 24-27); a Pietro per primo Egli lava i piedi nell'ultima Cena (cfr Gv 13,6) ed è per lui soltanto che prega affinché non venga meno nella fede e possa confermare poi in essa gli altri discepoli (cfr Lc 22, 30-31)". "Pietro stesso è, del resto, consapevole di questa sua posizione particolare: è lui che spesso, a nome anche degli altri, parla chiedendo la spiegazione di una parabola difficile (Mt 15,15), o il senso esatto di un precetto (Mt 18,21) o la promessa formale di una ricompensa (Mt 19,27)". Benedetto XVI ha poi posto l'accento sulla "professione di fede che, ancora a nome dei Dodici, egli fa nei pressi di Cesarea di Filippo. A Gesù che chiede: 'Voi chi dite che io sia?', Pietro risponde: 'Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente' (Mt 16, 15-16). Di rimando Gesù pronuncia allora la dichiarazione solenne che definisce, una volta per tutte, il ruolo di Pietro nella Chiesa: 'E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa... A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli' (Mt 16, 18-19). Le tre metafore a cui Gesù ricorre sono in se stesse molto chiare: Pietro sarà il fondamento roccioso su cui poggerà l'edificio della Chiesa; egli avrà le chiavi del Regno dei cieli per aprire o chiudere a chi gli sembrerà giusto; infine, egli potrà legare o sciogliere nel senso che potrà stabilire o proibire ciò che riterrà necessario per la vita della Chiesa, che è e resta di Cristo". "Questa posizione di preminenza che Gesù ha inteso conferire a Pietro si riscontra anche dopo la risurrezione: Gesù incarica le donne di portarne l'annunzio a Pietro, distintamente dagli altri Apostoli (cfr Mc 16,7); da lui e da Giovanni corre la Maddalena per informare della pietra ribaltata dall'ingresso del sepolcro (cfr Gv 20,2) e Giovanni cederà a lui il passo quando i due arriveranno davanti alla tomba vuota (cfr Gv 20,4-6); sarà poi Pietro, tra gli Apostoli, il primo testimone di un'apparizione del Risorto (cfr Lc 24,34; 1 Cor 15,5). Questo suo ruolo, decisamente sottolineato (cfr Gv 20,3-10), segna la continuità fra la preminenza avuta nel gruppo apostolico e la preminenza che continuerà ad avere nella comunità nata con gli eventi pasquali, come attesta il Libro degli Atti (cfr 1,15-26; 2,14-40; 3,12-26; 4,8-12; 5,1-11.29; 8,14-17; 10; ecc.). Il suo comportamento è considerato così decisivo, da essere al centro di osservazioni ed anche di critiche (cfr At 11,1-18; Gal 2,11-14). Al cosiddetto Concilio di Gerusalemme Pietro svolge una funzione direttiva (cfr At 15 e Gal 2,1-10), e proprio per questo suo essere il testimone della fede autentica Paolo stesso riconoscerà in lui una certa qualità di "primo" (cfr 1 Cor 15,5; Gal 1,18; 2,7s.; ecc.). Il fatto, poi, che diversi dei testi chiave riferiti a Pietro possano essere ricondotti al contesto dell'Ultima Cena, in cui Cristo conferisce a Pietro il ministero di confermare i fratelli (cfr Lc 22,31 s.), mostra come la Chiesa che nasce dal memoriale pasquale celebrato nell'Eucaristia abbia nel ministero affidato a Pietro uno dei suoi elementi costitutivi". E' a conclusione della sua riflessone che Benedetto XVI ha pregato, a braccio, perché il "primato di Pietro, affidato a povere persone umane possa sempre essere esercitato in questo senso originario voluto dal Signore e possa così essere anche sempre più nel suo vero significato riconosciuto dai fratelli ancora non in piena comunione con noi". (FP) August 26 Per amore del mio popolo, non taceròQuindici anni fa, don Peppino Diana cadeva vittima della camorra. Come con Cristo, i suoi sicari chiesero alla vittima conferma della propria condanna a morte. “Sei tu don Peppino?” “ Sono io”. Subito quattro proiettili lo colpiscono a morte. Inerte, armato solo dei paramenti liturgici, in sacrestia. Come l’agnello condotto al macello, che non apre bocca. Quello che don Peppino doveva dire, lo aveva già detto. In un documento che forse aveva avuto una portata relativa, ma che con spietata lucidità dichiarava guerra alla camorra. Non tanto nelle armi, o nei palazzi confiscati, ma nella mentalità mortifera esalata come la diossina della spazzatura. Un veleno invisibile che penetra dappertutto, senza farsi vedere. Questo è il documento con cui don Peppino ha segnato la sua condanna, e che firmato anche col suo sangue ha avuto l’eco che meritava.
“PER AMORE DEL MIO POPOLO” Siamo preoccupati Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”. Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che é la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.
La Camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana. I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.
E’ oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio. Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili.
Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno. Dio ci chiama ad essere profeti. - Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18); - Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43); - Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23); - Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 -Isaia 5) Coscienti che “il nostro aiuto é nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che é la fonte della nostra Speranza.
Appello Le nostre “Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe” Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa; Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26). Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.
Il seguente è l’omaggio di Saviano nel suo Gomorra:
Don Peppino scavò un
percorso nella crosta della parola, erose dalle cave della sintassi quella
potenza che la parola pubblica, pronunciata chiaramente, poteva ancora
concedere. Non ebbe l'indolenza intellettuale di chi crede che la parola ormai
abbia esaurito ogni sua risorsa e che risulta capace solo di riempire gli spazi
tra un timpano e l'altro. La parola come concretezza, materia aggregata di
atomi per intervenire nei meccanismi delle cose, come malta per costruire, come
punta di piccone. Don Peppino cercava una parola necessaria come secchiata
d'acqua sugli sguardi imbrattati. Non permettiamo uomini che le nostre terre diventino
luoghi di camorra, diventino un'unica grande Gomorra da distruggere!
August 24 La Chiesa delle originiTratto da La vita quotidiana dei primi cristiani, di Adalbert G. Hamman; pag 175-176, 199-206) La Chiesa e le Chiese “Noi formiamo un corpo, mediante la coscienza di una religione, l’unità di disciplina e il legame della speranza”, ecco l’orgogliosa affermazione di Tertulliano che nella lingua di ogni giorno descriveva una realtà più fluida che imbarazzava e sconcertava il mondo pagano. La Chiesa era anzitutto un raggruppamento d’uomini e di donne che avevano in comune una stessa fede, una stessa speranza e che, anche se dispersi, erano coscienti della loro unità. Se esisteva una Chiesa, esistevano delle chiese, vale a dire persone che si raggruppavano. Le Chiese locali, ad Antiochia e a Corinto, a Filippi e a Lione si aggregarono tute all’unica Chiesa madre di Gerusalemme. […] Al di là delle classificazioni stabilite, e cioè dei Greci, Ebrei o barbari, nasceva un popolo nuovo, una realtà storica diversa da tutte le altre, la “terza razza” come la chiamavano i pagani, inconsapevoli di dire una cosa tanto vera. […] Essi sapevano benissimo di essere differenti da tutti gli altri raggruppamenti religiosi e di costituire, nella diversità dell’aspetto e della personalità, disperse su tutte le latitudini, un tutt’uno, un corpo, una Chiesa. Unità e diversitàSin dalle origini la Chiesa fu cosciente di essere aperta a tutte le nazioni. Essa non fu legata né a una città, né a un impero, né a una razza, né a una classe sociale, perché ogni particolarismo avrebbe significato negare se stessa. essa non fu la Chiesa degli schiavi, né la Chiesa dei padroni, né quella dei Romani o dei barbari, ma la Chiesa di tutti perché a tutti ella fece scoprire la stessa fratellanza. […] In questo scambio e in questo reciproco dono consisteva la sua originalità. Rapidamente, più rapidamente di quanto non ammettano i suoi detrattori, come Celso, essa fiorì ovunque, da Alessandria a Lione, raggiungendo tutti i livelli della società, la corte imperiale e l’intellighenzia. Unità e cattolicità avanzarono di pari passo, l’una fu la base, la vitalità dell’altra. Furono le due dimensioni legate inestricabilmente alla Chiesa cattolica e ad essa soltanto. Le comunità, da Antiochia a Roma, da Cartagine a Lione, sentirono profondamente di formare insieme un’entità unica, un corpo, un popolo. Ignazio dice: “Dove è il Cristo è la Chiesa Universale”. Sarebbe altrettanto esatto dire: Dove fiorisce una chiesa fiorisce la Chiesa. Questa coscienza di appartenere ovunque alla Chiesa universale, di andar oltre l’ambiente locale per raggiungere la cattolicità era profondamente radicata nel cuore di ogni fedele. Il diacono Sanctus, di Vienne, al quale i carnefici chiesero quale fosse la sua città d’origine, rispose: “Io sono cristiano”. Cristiano, seguita il racconto, era “il suo nome, la sua città, la sua razza, il suo tutto.” Il giudice Polmone chiese a Pionio: “Sei cristiano?”. “Sì.” “Di quale chiesa?” “Cattolica: non ve ne sono altre fondate da Gesù Cristo”. Il vescovo Ignazio di Antiochia chiamò la Chiesa “cattolica” nel momento in cui solo a Roma, in Occidente, vi era una comunità cristiana. La cattolicità non era “affare geografico o di cifre”, ma un messaggio e una missione. […] Grazie a Eusebio, possediamo ancora una lettera da Smirne a Filomelio, indirizzata”a tutte le comunità della Santa Chiesa Cattolica in qualsiasi luogo esse si trovano”. Verso la fine del II secolo le relazioni tra le chiese dipendevano meno dall’iniziativa privata, e le comunità cominciarono a organizzarsi tra di loro, a riunirsi in sinodi, o assemblee di vescovi, per prendere posizione su problemi d’attualità come il montanismo e la controversia pasquale. La riunione d’Asia escluse gli eretici dalla comunione della Chiesa, e comunicò la decisione alle altre chiese, in quanto impegnava tutta la Chiesa e aveva valore universale. Il primato romanoLa capitale della Chiesa si spostò da Gerusalemme a Roma, perché l’occupazione e la distruzione della vecchia Sion impediva ormai alla chiesa di questa città di svolgere un ruolo pilota nella storia del cristianesimo. La situazione politica di Roma, metropoli di tutte le città dell’Impero, permise alla comunità cristiana della città di assumere sin dall’inizio quell’importanza che sarà consacrata dalla venuta di Pietro. Le altre grandi metropoli come Antiochia, Efeso e Corinto, le cui comunità furono fondate dagli apostoli Paolo o Giovanni, riconobbero presto il primato romano. Il prestigio di Roma dipendeva anzitutto dalla venuta e dal martirio degli apostoli Pietro e Paolo, e l’autorità di Pietro consacrò il primato della città che non si affermò subito, ma poco a poco, secondo le circostanze e i bisogni, secondo una legge che illustra la storia della Chiesa. […] Le testimonianze in favore del primato di Roma appaiono verso la fine del I secolo, all’epoca della persecuzione di Domiziano. Senza forza, prese individualmente, il loro insieme fornì rapidamente una impressionante documentazione. La lettera di Roma alla Chiesa di Corinto, scritta da Clemente, vescovo della città, contribuì allo scoppio di una crisi interna, perché con dolcezza ma fermamente essa chiedeva che i presbiteri destituiti fossero reintegrati nei loro incarichi e, ai fomentatori dello scisma, consigliava di lasciare il paese. Non conosciamo l’accoglienza riservata alla lettera, ma sappiamo dal vescovo Dionigi che, settant’anni più tardi, essa era ancora letta nelle riunioni eucaristiche della domenica, il che non si spiegherebbe, se essa non avesse raggiunto il suo scopo. Battifol vede nell’avvenimento “l’epifania del primato romano”. Ignazio, vescovo della prestigiosa città di Antiochia, scrivendo alla Chiesa di Roma la saluta, con sottolineata deferenza, come “quella che presiede nella regione dei Romani, maestra di carità e di fraternità”. Nel corso della lettera, egli moltiplica gli elogi e le attestazioni di stima, il che meraviglia, perché tali espressioni non figurano in nessuna delle altre sei lettere che egli scrisse. La lettera che Dionigi, capo di una comunità egualmente fondata dagli apostoli Pietro e Paolo, scrisse ai Romani, esprime una deferenza altrettanto significativa. […] Il conflitto che oppose la celebrazione pasquale d’Asia a quella di Roma, dimostra che le decisioni delle chiese e dei sinodi consultati esercitarono tutta la loro autorità con l’approvazione romana, ed è a papa Vittore che si deve la comunione universale. I suoi procedimenti potevano essere criticati, ma nessuno nella Chiesa Mise in discussione la sua autorità. Lo stesso Ireneo, che partecipò ai negoziati per la conciliazione, contestò l’opportunità ma non la legittimità dell’intervento romano, riconoscendo esplicitamente che la Chiesa di Roma (egli stese la lista dei suoi vescovi) era investita di un’autorità maggiore delle altre, il he portà Harnack, insospettabile, a scrivere: “Sin dalle origini, esisteva una stretta relazione tra i termini cattolico e romano”. August 20 L'inganno della predestinazione (calvinista)Gli amici protestanti hanno buon gioco nel dire che la predestinazione è biblica. In effetti, senza saperlo, hanno ragione. Ci sono molti passi, del Vecchio e del Nuovo Testamento, che parlano di predestinazione. Il termine predestinazione ricorre molto spesso nelle lettere paoline, il problema è che la predestinazione di cui parla Paolo non ha nulla a che vedere con quella che poi Calvino credette di capire. Analizziamo il passo più usato dai sostenitori della dottrina della predestinazione: Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno. Perché quelli che ha preconosciuti, li ha pure predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli; e quelli che ha predestinati li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati li ha pure glorificati. (Romani 8:28-30) Ecco. Procedendo a ritroso, i glorificati sono stati prima giustificati, i giustificati invece chiamati e i chiamati predestinati. Cioè, coloro che si salvano sono stati predestinati alla salvezza; mentre tutti gli altri alla perdizione. Possibile? Perché Dio non dovrebbe salvare tutti? I protestanti rispondono che non si può disputare con Dio, che è così e basta. Bisogna fidarsi, hanno ragione. Il problema è che questo Dio predestinatore non coincide col Dio di Gesù Cristo. Chiunque abbia una minima conoscenza del Kerygma, sa che La Buona Novella consiste nel fatto che Dio ti ama e che Cristo è morto per te. Con la predestinazione dovrebbe essere che Dio forse ti ama, e che forse Cristo è morto per te. Visto che potresti non essere un predestinato. Un altro problema di questa dottrina è che di fatto nega il libero arbitrio. Ma se il male non è colpa dell’uomo, vuol dire che è colpa di Dio. Il quale, infatti, non desidera la salvezza di tutti e lascia che i non eletti siano “cavalcati” da Satana, secondo una celebre espressione di Satana, senza che abbiano la possibilità di cambiare cavaliere. Ma se questo fosse vero, Dio forse non sarebbe Giustizia. Ma di sicuro non sarebbe Amore. Se non c'è libero arbitrio, l'eletto accetta Gesù perchè deve, perchè essendo predestinato c'è come in lui un meccanismo che scatta e gli fa accettare Cristo per potersi salvare. Non è un matrimonio d'amore, è un matrimonio combinato. Mentre i non eletti non hanno questo apparecchio ed essendo destinati alla dannazione, non possono arrivare a Cristo. E poi gli eletti sono costretti ad accettare un bugiardo. Uno che comandava di essere misericordiosi come Dio, e quindi di amare il prossimo (cioè tutti) insegnando così che Dio ama tutti gli uomini e che quindi noi dobbiamo fare lo stesso. Falso, Dio ama solo i suoi eletti e li salva. E non può nemmeno dire che li ha scelti perchè sono i migliori, visto che li ha scelti prima di crearli. Ed è un bugiardo anche chi dice che Dio ha tanto amato il mondo da mandare il Figlio. No, Dio ha tanto amato una parte del mondo da mandare il Figlio. I protestanti, poi, dicono di vedere la prova della verità di questa dottrina nel fatto che priva l’uomo di ogni forma di orgoglio riguardo alla sua salvezza. Ma è assolutamente falso. In quanto è vero che da un lato viene negato ogni valore di salvezza alle opere (e anche alla fede, che non è libera), ma dall’altro l’eletto si trova ad essere una sorta di superuomo. Lui è stato creato da Dio in modo da potere accettare Cristo e potersi salvare. Ha questo strano meccanismo che tutti gli altri non hanno. È stato creato per la salvezza, è stato creato bene. Gli altri sono stati creati male e per il male. Questo un minimo di orgoglio lo susciterebbe in chiunque: sei attratto da Cristo? Allora appartieni probabilmente alla super-razza! La prova storica di questo è sotto gli occhi di tutti. La dottrina della predestinazione è stata uno degli slanci del colonialismo britannico e poi americano. Il popolo eletto andava alla conquista di popoli che, non essendo citati nel racconto del Genesi, erano destinati da Dio alla perdizione. Mentre il peggiore dei cattolici vedeva negli indigeni una massa da convertire con le buone o con le cattive, il migliore dei protestanti vi vedeva una massa da schiavizzare e sterminare. Sostanzialmente è questo il motivo per cui nell’America latina si trova oggi una razza mista, nata dalla mescolanza fra europei e indigeni: gli ispano-americani. Mentre negli Usa gli indiani sono stati sistematicamente sterminati, senza che ci fosse un Las Casas a difenderli. Ma di questo parleremo in uno specifico intervento. Tornando a noi, dopo aver messo in evidenza i motivi contrari a questa terribile dottrina, proviamo a contestualizzare il passo di San Paolo. Abbiamo già visto in altre occasioni come la lettura dell’et-et, ci metta al riparo dalle letture parziali che sono state sempre alla base delle eresie. Consultiamo lo stesso Paolo:
[3] Questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, Notato nulla? Adesso Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati, cioè non ha fatto nessuna scelta a priori fra salvati e non. Quale dei due passi ha ragione? Come mai questa contraddizione? In realtà non c’è alcuna contraddizione, si tratta solo di due diversi punti di vista. La predestinazione di cui parla Paolo è cosa altra rispetto a quella di Calvino. Dio ha predestinato tutta l’umanità alla gloria e alla salvezza, per la salvezza di tutti. Facciamo un esempio molto semplice: 20 persone su una nave che sta affondando, io decido della loro salvezza. Come il Dio di Paolo, voglio salvarle tutte. Però, siccome li amo, li lascio liberi di fidarsi di me o meno. Possono accettare il mio aiuto e salire sulla mia scialuppa, o rifiutarlo. Quindi per quanto mi riguarda, sono tutti predestinati alla salvezza. Sta a loro poi accettare questa chiamata. Mettiamo che di queste 20, solo 10 si fidano di me e quindi si salvano. Le altre dieci si perdono. Quando poi il mio apostolo parla alle dieci persone salvate, dice che sono state predestinate. Ed è vero. Ma non si tratta di una predestinazione fatta a scapito degli altri dieci. I salvati sono davvero stati predestinati, la differenza è che rispetto agli altri hanno accettato il piano di Dio. Inoltre, nel passo dei Romani, Paolo non dice che ha predestinato alcuni perché lo amassero e fossero così immagine del Figlio. Dice l’esatto contrario: sono coloro che lo amano che vengono predestinati da Dio ad essere immagine del Figlio. È questo un trucco che abbiamo già incontrato, quello di confondere la sintassi grammaticale di un periodo per sconvolgerlo. Qui la cosa sembra essere meno raffinata. Semplicemente, nelle citazioni, viene omessa la prima fase per nascondere il soggetto (coloro che amano e Dio) e partire subito da Perché quelli che ha preconosciuti, li ha pure predestinati a essere ecc.. Quindi, la predestinazione esiste. Ma ne esiste solo una, di
salvezza. La predestinazione di Calvino è in realtà una doppia predestinazione.
Ci sono gli eletti e i non eletti. Ma, a dimostrazione di quanto detto prima,
di questa seconda predestinazione (di condanna) non c’è traccia nella
Scrittura. Lo stesso Paolo parla solo e soltanto della predestinazione di
salvezza: non ce ne sono altre. Qualche altro passo a conferma di questo, fra i tanti che si potrebbero scegliere? Eccoli: Dopo esser passato sopra ai tempi dell'ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti (Atti 17, 30.31) Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. (Giovanni 3, 16-17) Sono talmente chiari che ogni commento è superfluo. Così come sono vani i tentativi di chi, estremizzando alcuni passi, trovandosi in difficoltà di fronte a una visione complessiva della Scrittura è costretto poi a fare vere e proprie manipolazioni del testo.
Questo è il primo livello per una corretta interpretazione della predestinazione. Il secondo livello è che una forma speciale di predestinazione nei confronti degli eletti esista, ma solo nel senso della onniscienza di Dio. Cioè, fra quelle venti persone sa quali si salveranno e quali no. Ma da qui a dire che sia Dio stesso a far dannare i non eletti, ce ne passa. Inoltre, alla luce del Vangelo, sarebbe una terribile bestemmia che renderebbe inutile l’Annuncio stesso. Se il numero dei salvati è già stabilito a priori senza il loro consenso, tutta la vicenda dell’Incarnazione diventa un grottesco fenomeno da baraccone. Tanto valeva rivolgersi direttamente solo agli eletti, magari in visione, lasciando perdere tutti gli altri. Senza creare tanto trambusto per nulla rivelandosi a tutto il mondo. Quindi, la predestinazione vagheggiata da Calvino non esiste
nella Scrittura. Usare i passi che parlano di predestinazione per costruirci
sopra tutt’altra dottrina, è un’operazione molto subdola. Inoltre, sembra
essere anche una dottrina piuttosto decadente. Dopo Calvino, tutte le
dominazioni protestati ed evangeliche l’hanno fatta propria. Ma è rimasta al
centro della dottrina solo dei calvinisti duri e puri. Tutti gli altri
evangelici o la accettano solo nominalmente (è sempre una cosa scritta!) oppure
la accettano ma la nascondono per vergogna. È raro trovare nei loro siti, che
pure traboccano di anticattolicesimo, polemiche sulla predestinazione. Con la Chiesa cattolica polemizzano
su tutto: ma non sul fatto che Dio ami tutti e desideri la salvezza di tutti. Almeno
per quello che io ho potuto vedere.
Sulla predestinazione, leggi anche questi articoli: Quale rapporto sussiste fra libertà e predestinazione; libertà e grazia; libertà e provvidenzaPredestinazione nega il libero arbitrio?Predestinazione nega il libero arbitrio?1 Marzo 2008 di Marco Nappo Spesso molti confondono la predestinazione e la preconoscenza di Dio. Certo che se leggessimo solo il versetto 29 che dice : “quelli che
ha preconosciuti, li ha pure predestinati” saremmo anche noi propensi a
dire che la bibbia parla di predestinazione. La predestinazioneQuale rapporto sussiste fra libertà e predestinazione; libertà e grazia; libertà e provvidenzaQuesito Caro Padre Angelo, Risposta del sacerdote Carissimo, 1. “quale rapporto sussiste fra libertà e predestinazione”. 2. “quale rapporto sussiste fra libertà e grazia”. [...] 4. Lutero ha detto che col peccato originale l’uomo si è totalmente corrotto e ha perso la libertà. [...] August 17 La rivoluzione cristiana: poveri e donneTratto da Il culto dei santi di Peter Brown, pag 57-63
La definizione cristiana di comunità urbana fu notevolmente diversa da quella propria della città classica. Essa comprendeva due categorie insolite e potenzialmente disgregatrici, le donne e i poveri. Il culto dei santi consentì di associare sotto il patronato del vescovo proprio queste due categorie, in una maniera tale da fornire una nuova base alle forme di solidarietà proprie della città. […] Fu proprio una scena del genere a commuovere Prudenzio quando descrisse le folle che sciamavano verso la campagna in direzione del sepolcro di sant’Ippolito. Qui era la vera Roma: per un giorno benedetto, Roma recideva nettamente le sue vistose distinzioni sociali e topografiche: L’amore della religione unisce latini e stranieri in un solo corpo compatto… L’augusta città riversa i suoi abitanti come un fiume; con uguale ardore patrizi e folla plebea si trovano confusi gomito a gomito, perché la fede abbatte le distinzioni di nascita (Prudenzio, Peristephaion, XI, 191-92, 199-202…) […] Era in occasioni del genere che si veniva anche a colmare la massima separazione esistente nella società urbana tardoantica: per un istante piacevole e pericoloso, le paratie che dividevano i sessi in pubblico venivano abolite. Anche se di fatto non si mescolavano agli uomini nella folla, le donne erano certamente accessibili allo sguardo della gente, come raramente accadeva in un contesto urbano della tarda antichità. […] Indiscreta societas, “socievolezza indiscriminata”: sebbene fossero collegati dai moralisti cristiani a pellegrinaggi e feste dei santi e invariabilmente condannati, questi momenti non convenzionali di incontro portavano con sé un caldo soffio di speranza in una solidarietà perduta e nell’allentamento di barriere sociali che ossessionavano le comunità urbane cristiane del mondo mediterraneo. […] Sarebbe sciocco sottovalutare il vigore persistente e il grosso peso esercitato della religiosità diffusa della vita cerimoniale non-cristiana propria della città tardoantica. Ma i sepolcri dei santi traevano vantaggio dal fatto di essere una sede e di avere una clientela uniche nel loro genere. Per le donne del mondo antico, le aree cimiteriali erano sempre state una zona di “gravità debole”, dove i loro movimenti e la scelta delle persone a cui accompagnarsi erano meno soggetti all’esame dei maschi e al controllo della famiglia. I nuovi santuari, quando non erano affollati come nei giorni di festa, costituivano oasi di pace e di bellezza, con acque fluenti, alberi fruscianti e, ovunque, il tubare di bianche colombe. Nel sacrario di santo Stefano ad Uzalis, possiamo vedere come la grande tranquillità di una tomba potesse avvolgere e risanare una donna imprigionata nei vincoli rigidi imposti dalla sua posizione urbana. […] La situazione dei poveri era analoga a quella delle donne. Il senso di solidarietà e di elemosina ideale connesso con le cerimonie presso i sacrari dei santi, fece di essi il naturale luogo di aggregazione per i poveri. […] Tali aree diedero alla Chiesa cristiana una posizione vantaggiosa dalla quale potere intervenire in un dibattito che raggiunse il culmine a cavallo fra il IV e il V secolo: chi era membro a pieno titolo della comunità urbana? In un modo assai felice, Evelyne Patlagean ha mostrato che uno dei principali mutamenti intervenuti nel passaggio dalla società classica a quella posclassica fu la sostituzione di un modello specificatamente politico di società, che aveva come unità costituiva la città e definiva la propria composizione in base al rapporto cittadini - non cittadini, con un modello economico più onnicomprensivo, che considerava l’intera società, sia urbana sia rurale, divisa in ricchi e poveri, attribuendo ai ricchi il dovere di aiutare i poveri; il che, in termini strettamente religiosi, era espresso come elemosina. […] In una società nella quale l’appartenenza alla comunità era espressa nella maniera più persuasiva sulla base del rapporto patrono-cliente e la distribuzione di doni era il simbolo tradizionale di tale rapporto, l’elemosina connessa al culto dei santi rappresentava molto più di una lodevole forma di assistenza ai poveri. Essa equivaleva propriamente alla pretesa dei nuovi leaders della Chiesa cristiana di ridisegnare i confini immemorabili della comunità urbana. […] La Chiesa cristiana non si limitò a ridefinire i confini della comunità accogliendo una classe del tutto nuova di beneficiai, ma individuò anche una nuova classe di donatori. Infatti, l’altra lacuna nella mappa della città classica erano state le donne. Si presupponeva che fare donazioni fosse un atto politico, non un atto di misericordia, e la politica era faccenda di soli uomini. Al contrario, la Chiesa cristiana fin dai suoi albori aveva incoraggiato le donne ad assumere una funzione pubblica, pienamente autonoma, in relazione ai poveri: esse facevano elemosine di persona, visitavano gli ammalati, fondavano sepolcri e ospizi a proprio nome ed era nelle aspettative che si mostrassero in maniera pienamente visibile quando partecipavano alle cerimonie presso le tombe. Verso la fine del IV secolo, il tradizionale punto di vista sulla collocazione delle donne all’interno delle classi alte della società romana era entrata in crisi. […] E’ perciò significativo che, dopo l’’assedio dei Goti e il sacco di Roma che avevano messo a prova l’immagine tradizionale della comunità urbana fino al limite della resistenza,le donne delle famiglie cristiane più eminenti acquistassero nuova importanza attraverso la partecipazione alla carità cristiana e alla costruzione di chiese in connessione al culto dei santi. Furono i loro patroni e consiglieri, cioè il vescovo e il clero, ad incoraggiarle a farlo in prima persona. [...] La logica dell'eugenetica: ora anche i sordi vogliono bimbi sordiL'eugenetica è comparsa nei paesi occidentali alla fine del diciannovesimo secolo: si interveniva per modificare l'evoluzione della specie umana. In questa prima fase si presentava soprattutto come selezione imposta dallo stato, e così fu praticata in paesi come la Svezia e gli Stati Uniti, fino alla clamorosa e aberrante esperienza del Terzo Reich. Per questo, oggi, la si associa ai capelli biondi e agli occhi azzurri, simbolo della razza pura che si voleva creare nel cuore d'Europa. Ma l'eugenetica non ha solo questa dimensione, delegittimata dal nazismo: è bene chiarire che ogni tipo di selezione su base genetica delle persone è eugenetica. Se è un genitore a chiedere la selezione per non far nascere un figlio malato, scegliendo l'embrione migliore e scartando quelli difettati, fra i tanti prodotti con le tecniche di fecondazione in vitro, la sua scelta individuale sembra non appartenere più all'eugenetica: diventa una scelta saggia e "misericordiosa", per evitare future, intollerabili sofferenze al nuovo essere, e per garantire la libertà dei genitori di rifiutare il figlio imperfetto. La stessa azione, quindi, è considerata eugenetica se stabilita da una norma dello Stato; se la stessa pratica - impiantare gli embrioni sani e scartare i difettati - viene fatta per volontà dei singoli individui, allora la sua natura sembra diversa: scompare "eugenetica" - parola maledetta - e viene sostituita con "libertà", termine carico di connotazione positiva. Se veramente di "libertà" si tratta, allora tutti devono potervi accedere: ecco quindi che scegliere il figlio sano diventa un diritto. Ma le parole pesano come pietre, e quando si vuole giocare con le carte truccate, evitando di chiamare le cose con il loro nome, è facile poi trovarsi in un vicolo cieco. Ne sanno qualcosa in Gran Bretagna: sul "Sunday Times" del 23 dicembre scorso campeggiava un titolo "I sordi chiedono il diritto di progettare bambini sordi". All'origine di tutto, la proposta di un articolo di legge per proibire di impiantare un embrione malato o disabile, se contemporaneamente ne esiste disponibile uno sano; contestualmente viene negata anche la possibilità di far nascere una persona disabile rispetto a una sana. Sono subito insorte le due principali associazioni di sordi inglesi, il Royal National Institute for Deaf and Hard of Hearing People (Rnid) e la British Deaf Association (Bda), che hanno ravvisato, nel suddetto articolo, un limite alla libertà procreativa dei disabili che rappresentano, e anche una potenziale discriminazione della comunità dei sordi in quanto tale. La Rnid dichiara di temere innanzitutto una forte pressione verso l'aborto nei confronti della comunità dei non udenti. A favore della diagnosi preimpianto, ma contraria all'obbligatorietà dei test genetici, la Rnid in una nota ufficiale riconosce che la diagnosi preimpianto può causare un conflitto fra i medici e la comunità dei disabili. Alcuni sordi potrebbero voler impiantare embrioni sordi preferendoli a quelli udenti per avere figli simili a sé, che possano vivere nella loro stessa comunità, e condividere la loro stessa vita, e le medesime esperienze. La Rnid non sostiene la scelta di figli sordi, ma neppure la vuole vietare, se genitori e medici sono d'accordo; "quali embrioni debbano essere scelti per l'impianto deve rimanere una decisione degli individui e dei loro medici". E non accetta neppure nessun divieto ad impiantare embrioni che possono sviluppare con certezza future disabilità, nel caso fossero esclusivamente di questo tipo: "quando sono disponibili solo embrioni sordi, noi sosteniamo il diritto degli individui a scegliere l'impianto". Jackie Ballard, parlamentare inglese, si è fatto portavoce di questa istanza e sempre al "Sunday Times" ha dichiarato: "Molti genitori sceglierebbero embrioni udenti, ma riguardo a quei pochi che non lo farebbero, pensiamo che dovrebbe essere loro permesso di esercitare quella scelta, e noi vogliamo sostenerli in questa decisione". Ancora più netta la posizione di Francis Murphy, presidente della Bda: "Se ai cittadini in generale deve essere data la possibilità di scelta degli embrioni per l'impianto, e se agli udenti e ad altre persone è permesso di scegliere embrioni "come loro", con le loro stesse caratteristiche, lingua e cultura, allora crediamo che anche i sordi debbano avere lo stesso diritto". Molto significativa e articolata la lettera con cui lo stesso presidente ha argomentato la propria posizione. Innanzitutto, Murphy accusa la normativa proposta di limitare "la libertà riproduttiva per i cittadini che possiedono caratteristiche specifiche, inclusi i sordi" e di prevenire la nascita di alcuni tipi di persone, non solo dei sordi. Spiega che in questo modo ai sordi sarà negato l'accesso ad alcuni servizi legati alle nuove tecniche di fecondazione in vitro, e delinea alcuni scenari che si potrebbero verificare se la legge andasse in porto così com'è scritta. Uno riguarda la donazione di gameti: immaginiamo una coppia che non riesca ad avere bambini per infertilità della donna. I due desiderano avere figli che siano in qualche modo legati biologicamente ad entrambi, ma l'unica parente della donna che potrebbe donarle gli ovociti è sorda, e la sua sordità è ereditaria. Se fosse approvato il testo di legge come proposto adesso, la donna sorda non potrebbe donare i propri ovociti, e quindi alla coppia sarebbe negata la possibilità di avere un bambino legato biologicamente in qualche modo a tutti e due. La sordità è solo una delle milletrecento condizioni per le quali sono clinicamente disponibili test genetici. Murphy sottolinea che in questo modo a molte persone sarà impedito di donare i propri gameti. Quindi l'opportunità negata è quella di avere "un figlio in famiglia", qualunque sia il tipo di legame biologico: il problema è che per poter dire "mio" ad un figlio, si cerca a tutti i costi qualche legame biologico. Quello stesso legame di cui viene, allo stesso tempo, negata l'importanza, quando si chiede l'accesso alla fecondazione eterologa, cioè all'utilizzazione di gameti di una persona esterna alla coppia. Un altro problema riguarda invece i designer babies, i bambini su misura: "una coppia di sordi ha un bambino sordo, concepito con fecondazione in vitro diversi anni prima, che ha bisogno di un trapianto di midollo per una malattia indipendente dalla sordità. Il bimbo sta molto male, e la sua possibilità di sopravvivenza può venire da un midollo di un donatore compatibile, come un consanguineo. I genitori sperano di salvare la vita del proprio figlio concependo un altro bimbo con la fecondazione in vitro, usando la diagnosi preimpianto per selezionare l'embrione con la migliore compatibilità di midollo per il loro bambino già nato. Poiché i genitori possono avere solo figli sordi, e la legge proibisce l'accesso ai servizi di fertilità sulla base della sordità genetica, alla coppia non solo sono negati i servizi di fertilità, ma anche l'opportunità di offrire la migliore chance di sopravvivenza al loro unico bambino". Da selezione genetica in selezione genetica, insomma, verso il grande mercato del figlio su misura, mascherato dalle migliori intenzioni. Un figlio progettato già malato per il desiderio di avere un figlio, o di guarirne un altro, in nome di una libertà di scelta che, rispetto a chi deve ancora nascere, non è certo una scelta di libertà. Un figlio che verrà al mondo con certi precisi requisiti: malato, e immunocompatibile con il fratello. Un'eugenetica rovesciata: le sterilizzazioni dei disabili delle politiche eugenetiche del primo novecento servivano a impedirne la discendenza, a limitare le nascite di portatori di handicap quando ancora non c'era l'aborto di stato. Cento anni dopo, l'eugenetica si capovolge, e si parla di libertà procreativa con le nuove tecniche di fecondazione per aiutare coppie di disabili ad avere figli come loro, per i più diversi motivi. Si aprono scenari difficili da immaginare persino nel "mondo nuovo" di Aldous Huxley. La lettera del presidente della Bda continua con una lunga disamina del diritto delle persone sorde a esistere: scoraggiare la nascita di queste persone porta la società ad avere atteggiamenti negativi nei confronti della comunità dei non udenti. Argomentazioni pienamente condivisibili, che potrebbero valere per molti tipi di disabilità. È chiaro che i disabili, di fronte all'attacco eugenetico che si fa sentire ogni giorno di più grazie alle nuove tecniche di diagnosi genetica, cercano in qualche modo di difendersi, e la tentazione di chiudersi nella propria comunità di appartenenza è forte, specie se l'esperienza al suo interno è positiva. La ricerca del figlio disabile è comprensibile quando la si legge proprio come difesa dalle discriminazioni, come desiderio di non sentirsi estranei e diversi innanzitutto dai propri figli. E la questione non è certo limitata al caso inglese: il "New York Times" nel dicembre 2006 rese nota un'indagine della Johns Hopkins University: su un campione di centonovanta cliniche che effettuavano la diagnosi preimpianto, il tre per cento l'ha utilizzata per selezionare embrioni con disabilità, su richiesta dei genitori. Non più casi isolati, quindi, come quello della coppia di lesbiche sordomute che, nel 2002, chiese un donatore di sperma con lo stesso difetto genetico per poter avere un figlio come loro: la storia venne raccontata dal "Washington Post", e fece un grande scalpore. Man mano che le diagnosi genetiche si diffondono, inevitabilmente casi come questi si fanno sempre più frequenti, investendo non più singole coppie, ma addirittura intere associazioni che difendono i diritti dei disabili, come per i non udenti inglesi. Quando la nascita di un figlio è subordinata ad una selezione genetica, indipendentemente dalle intenzioni di chi la pratica, per avere un figlio uguale o diverso da sé, è difficile poi, per non dire impossibile, venire a capo delle mille contraddizioni che inevitabilmente si presenteranno. Papa Ratzinger blog L'inizio dell'esistenza? L'atto della fecondazione |
di Assuntina Morresi |

Le polemiche per l’introduzione della Ru486 in Italia non sono legate soltanto a un metodo abortivo, ma mettono in gioco ancora una volta il rispetto della legge, la deontologia medica, il significato della libertà di scelta.
L’approvazione da parte dell’Agenzia di farmacovigilanza (Aifa) è subordinata a un uso della pillola abortiva esclusivamente in regime ospedaliero, come dichiarato da quegli stessi dirigenti dell’Aifa che pure hanno ritenuto un atto dovuto introdurla nel nostro Paese.
Perché sia rispettata la 194 la delibera finale – a detta del direttore dell’Aifa – indicherà per la procedura di aborto farmacologico un ricovero ospedaliero fino a espulsione avvenuta: quindi da un giorno e mezzo a circa quattro. Ma in nome dell’autodeterminazione della donna, e addirittura della salvaguardia del rapporto medico-paziente, i sostenitori più convinti della pillola hanno subito messo in campo una violenta polemica proprio contro questa modalità di ricovero, accusando di voler tenere forzatamente in ospedale le donne che richiedessero la Ru486: si agita lo spettro del ricovero coatto, insomma, contrapposto alla libertà di scelta che coinciderebbe con la possibilità di tornare a casa – volendo – dopo la somministrazione dei farmaci abortivi. Ma in Italia esiste già la possibilità per tutti di firmare le dimissioni volontarie dall’ospedale. Da tempo, secondo certa stampa, pare invece che la prima preoccupazione di chi si ammala sia la possibilità di rifiutare le cure, anche salvavita. Adesso vediamo pure spuntare l’urgenza di sottrarsi a un ricovero in ospedale. Il giudice Amedeo Santosuosso, protagonista della battaglia giudiziaria su Eluana Englaro, sulla Ru486 ha affermato ad esempio che «non è stabilito da nessuna parte che la maggior tutela della paziente si realizzi solo in ospedale e non, anche, in uno sperimentato regime di day hospital».
Anche Mario Riccio, il medico che ha sospeso la ventilazione a Welby, ha rilasciato dichiarazioni analoghe. E invece proprio sull’aborto con la Ru486 il più autorevole consesso medico italiano, il Consiglio superiore di Sanità, in ben due pareri – 2004 e 2005 – ha indicato che «la donna deve essere trattenuta fino ad aborto avvenuto» in ospedale, vista l’impossibilità di prevedere il momento dell’espulsione dell’embrione, e considerati i rischi del metodo chimico rispetto alla procedura chirurgica. È significativo che fra i più convinti sostenitori dell’inutilità del ricovero per aborto da Ru486 ci siano coloro che in prima fila si sono battuti per il ricovero di Eluana in una struttura pubblica – un ricovero forzato, quello sì, visto che Eluana non lo aveva mai chiesto – per porre fine alla sua esistenza. Un ricovero per morire accompagnato da un dettagliato protocollo medico stilato dai giudici della Corte di Appello di Milano, che stabilirono anche nei minimi particolari come si dovesse sospendere alimentazione e idratazione, consigliando – è bene ricordarlo – i dosaggi di sedativi o antiepilettici, l’umidificazione delle mucose, la cura dell’igiene del corpo e dell’abbigliamento. Evidentemente i soli protocolli medici indiscutibili sono quelli scritti dai giudici, e non quelli indicati dalle massime autorità competenti in materia, sulla base delle evidenze scientifiche e cliniche, e neppure quelli consentiti da una legge dello Stato come è la 194. Non è possibile appellarsi all’autorità medica e scientifica a giorni alterni, a seconda delle convenienze, e non si può accettare che la salvaguardia del rapporto medico-paziente, e la libertà di scelta delle cura e delle terapie, siano utilizzate come grimaldello, ancora una volta, per modificare surrettiziamente le leggi vigenti, attraverso sentenze, procedimenti amministrativi o prassi inaccettabili.
In
Francia da gennaio anche i genitori dei bambini nati morti dalla
22esima settimana possono usufruire del congedo per maternità (secondo
una raccomandazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che
riconosce la "viability", cioè la possibilità di vita, al bambino nato
dalle 22 settimane di gestazione); e una recente sentenza della Corte
di Cassazione d’oltralpe (vedi articolo qui sotto) decreta che
i feti nati morti possano essere registrati all’anagrafe
indipendentemente dal peso e, si noti, dalla durata della gestazione.
La
sentenza segue la richiesta di tre famiglie che non volevano essere
private della possibilità di piangere i piccoli deceduti prima di
nascere ad un’età gestazionale tra 18 e 21 settimane. L’ex ministro
della Sanità François Mattei, secondo l’agenzia Genethique,
afferma che questo mette fine a un paradosso: «Le coppie vedono il
figlio grazie all’ecografia, gli danno un nome, lo sentono muoversi, ma
se muore è come se non fosse esistito».
Già: è importante, per
l’elaborazione del lutto, poter costatare la realtà del corpo del
defunto, anche di quello piccolissimo. È una decisione storica in un
Paese che permette l’interruzione di gravidanza, ma dove non si dubita
che la gravidanza interrotta provoca la morte di una persona, tanto da
farla registrare all’anagrafe con un nome.
A conferma di questa inversione laica di tendenza, il New York Times
di domenica scorsa riportava un lungo articolo sul dolore del feto,
spiegando che ormai è un argomento di cui non si giovano solo i gruppi
pro-life ma la scienza stessa. E cita i lavori di Sunny Anand, Robert
Fisk e Vivette Glover: il feto dalla 20esima settimana può sentire il
dolore, e questo ormai è il tema di congressi scientifici e libri di
testo. Caduto da pochi (!) anni il mito che il neonato non soffrisse,
ora dall’attento studio del bambino prima della nascita si sta
spostando l’attenzione sul diritto di quest’ultimo a non soffrire, e si
studiano farmaci e dosi apposite. Lo studio del dolore prenatale è una
nuova frontiera della scienza e anche in questo si vede che non è certo
la Chiesa che blocca la ricerca. Anzi. Certamente ciò invita anche noi
a far cadere varie ipocrisie.
La prima è che l’aborto possa
essere permesso sulla base di una "distinzione di diritti" tra chi è
nato e chi non lo è. In realtà non c’è nessuna differenza ontologica e
tanto meno fisiologica tra feto e neonato: dunque non si capisce come
accordare al primo meno valore e meno diritti solo perché è ancora in
utero. Il feto soffre, ricorda, sorride, succhia il dito, ha il
singhiozzo, proprio come accadrebbe se fosse fuori dall’utero: che sia
l’ingresso d’aria nei polmoni che magicamente trasforma il "non umano"
in "umano"? La seconda anomalia è l’uso della parola "feto", che solo
da un secolo ha preso a indicare il bambino prima della nascita. Prima
questa parola indicava la "progenie", come testimoniano gli scritti di
Catullo e Cicerone. Il bambino restava un "puer" (o un "fetus") prima o
dopo la nascita. La parola "feto" è invece oggi una parola neutra (non
ha un femminile) mentre l’appartenenza a un certo genere è quello che
caratterizza l’umano; è molto simile a parole quali "fetido",
"difetto"... Ormai è nell’uso comune , ma sarebbe bene riprendere a
chiamare "bambini" i bambini e "fiori" i fiori.
Insomma,
l’umanità del bambino prima della nascita è un dato di fatto
scientifico e laicissimo. Chi piange, scalcia, ha un Dna uguale al mio
e al vostro e un cuore che batte è una persona. Sarebbe bene
accorgersene per legiferare e operare di conseguenza, sempre
considerando con intelligenza tutti gli aiuti che lo Stato deve dare
alle coppie e alle mamme sole in difficoltà, mettendole al primo posto
nelle politiche sociali.
Quello che fa riflettere, poi, è che le
stesse famiglie reclamano questo riconoscimento; e le famiglie hanno il
diritto al lutto, all’abbraccio col piccolo. Non è sentimentalismo ma
banale psicologia. Però delle famiglie si parla poco: se ne parla
quando si vuole sostenere che siano loro gli arbitri (spesso sotto
stress, impreparati, dolenti) della vita e della morte del neonato
piccolissimo... E non se ne dovrebbe parlare quando invece reclamano
per il loro piccolo un nome e una sepoltura?
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