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    August 29

    I poveri e l'altare


    Dalle «Omelie sul vangelo di Matteo» di san Giovanni Crisostomo, vescovo   (Om. 50, 3-4; PG 58, 508-509)



    Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: «Questo è il mio corpo», confermando il fatto con la parola, ha detto anche: Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare (cfr. Mt 25, 42), e: Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli tra questi, non l'avete fatto neppure a me (cfr. Mt 25, 45). Il corpo di Cristo che sta sull'altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura.
    Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. Infatti l'onore più gradito che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare è quello che lui stesso vuole, non quello escogitato da noi. Anche Pietro credeva di onorarlo impedendo a lui di lavargli i piedi. Questo non era onore, ma vera scortesia. Così anche tu rendigli quell'onore che egli ha comandato, fa' che i poveri beneficino delle tue ricchezze. Dio non ha bisogno di vasi d'oro, ma di anime d'oro.
    Con questo non intendo certo proibirvi di fare doni alla chiesa. No. Ma vi scongiuro di elargire, con questi e prima di questi, l'elemosina. Dio infatti accetta i doni alla sua casa terrena, ma gradisce molto di più il soccorso dato ai poveri.
    Nel primo caso ne ricava vantaggio solo chi offre, nel secondo invece anche chi riceve. Là il dono potrebbe essere occasione di ostentazione; qui invece è elemosina e amore. Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d'oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima sazia l'affamato, e solo in seguito orna l'altare con quello che rimane. Gli offrirai un calice d'oro e non gli darai un bicchiere d'acqua? Che bisogno c'è di adornare con veli d'oro il suo altare, se poi non gli offri il vestito necessario? Che guadagno ne ricava egli? Dimmi: se vedessi uno privo del cibo necessario e, senza curartene, adornassi d'oro solo la sua mensa, credi che ti ringrazierebbe o piuttosto non si infurierebbe contro di te? E se vedessi uno coperto di stracci e intirizzito dal freddo, trascurando di vestirlo, gli innalzassi colonne dorate, dicendo che lo fai in suo onore, non si riterrebbe forse di essere beffeggiato e insultato in modo atroce?
    Pensa la stessa cosa di Cristo, quando va errante e pellegrino, bisognoso di un tetto. Tu rifiuti di accoglierlo nel pellegrino e adorni invece il pavimento, le pareti, le colonne e i muri dell'edificio sacro. Attacchi catene d'argento alle lampade, ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in carcere. Dico questo non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi a offrire, insieme a questi, anche il necessario aiuto ai poveri, o, meglio, perché questo sia fatto prima di quello. Nessuno è mai stato condannato per non aver cooperato ad abbellire il tempio, ma chi trascura il povero è destinato alla geenna, al fuoco inestinguibile e al supplizio con i demoni. Perciò mentre adorni l'ambiente del culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che soffre. Questi è un tempio vivo più prezioso di quello.

    August 28

    Il primato petrino secondo Benedetto XVI


    Papa: possano tutti i cristiani riconoscere il vero significato del primato di Pietro
    Benedetto XVI, parla del primato voluto da Gesù e riconosciuto dagli apostoli. Una preghiera a braccio,perché "confidato a povere persone umane, possa essere esercitato nel senso originario e possa essere riconosciuto dai fratelli che non sono in piena comunione con noi".

    Città del Vaticano (AsiaNews) – Il fondamento del primato di Pietro nella volontà manifestata da Gesù e riconosciuta dai Dodici, e le preghiere, a braccio, perché le "povere persone umane" alle quali il primato è affidato lo sappiano esercitare secondo la volontà di Gesù e perché in tal senso possa essere riconosciuto anche dai cristiani non in piena comunione con Roma hanno segnato l'odierna udienza generale di Benedetto XVI.

    L'unità dei cristiani, indicata dallo stesso Benedetto XVI come uno degli obiettivi fondamentali del pontificato, ha così accompagnato la riflessione sul "primato", definito "elemento costitutivo" della Chiesa, da sempre uno degli ostacoli principali, se non il principale, all'unità dei cristiani. In proposito, Giovanni Paolo II nell'enciclica "Ut unum sint" (1995) affermò la disponibilità della Chiesa cattolica a discutere non il primato, ma i modi concreti del suo esercizio. Oggi Benedetto XVI ha voluto sottolineare che il compito affidato a Pietro, è "di confermare i fratelli". "Questo – ha detto a braccio - è il primato detto per tutti i tempi: Pietro deve essere il custode della comunione con Cristo, guidare alla comunione con Cristo", "con la carità di Cristo, anche guidare alla realizzazione di questa carità nella vita di ogni giorno".

    Nella sua riflessione, Benedetto XVI oggi ha voluto evidenziare diversi aspetti del "primato": l'istituzione da parte di Cristo, la consapevolezza di Pietro e il riconoscimento da parte dei Dodici.

    In una giornata primaverile, con la piazza affollata da almeno 40mila fedeli che l'hanno colorata di bandiere, cappellini, fazzoletti ed anche qualche ombrello, per difendersi da sole, a tratti già caldo, il Papa ha sottolineato come il racconto di Giovanni del primo incontro di Gesù con Simone, fratello di Andrea, "registra un fatto singolare: Gesù, 'fissando lo sguardo su di lui, disse: Tu sei Simone,

    il figlio di Giovanni; ti chiamerai Kefa (che vuol dire Pietro)' (Gv 1, 42). Gesù non era solito cambiare il nome ai suoi discepoli", anzi "Egli non ha mai attribuito un nuovo nome ad un suo discepolo. Lo ha fatto invece con Simone e quel nome, tradotto in greco Petros, ritornerà più volte nei Vangeli e finirà per soppiantare il nome originario. Il dato acquista particolare rilievo se si tiene conto che, nell'Antico Testamento, il cambiamento del nome prelude in genere all'affidamento di una missione (cfr Gn 17,5; 32,28 ss. ecc.). Di fatto, la volontà di Cristo di attribuire a Pietro uno speciale rilievo all'interno del Collegio apostolico risulta da numerosi indizi: a Cafarnao il Maestro va ad alloggiare nella casa di Pietro (Mc 1,29); quando la folla gli si accalca intorno sulla riva del lago di Genesaret, tra le due barche lì ormeggiate, Gesù sceglie quella di Simone (Lc 5,3); quando in circostanze particolari Gesù si fa accompagnare da tre discepoli soltanto, Pietro è sempre ricordato come primo del gruppo: così nella risurrezione della figlia di Giairo (cfr Mc 5,37; Lc 8,51), nella Trasfigurazione (cfr Mc 9,2; Mt 17,1; Lc 9,28), durante l'agonia nell'Orto del Getsemani (cfr Mc 14,33; Mt 16,37). E ancora: a Pietro si rivolgono gli esattori della tassa per il Tempio ed il Maestro paga per sé e per lui soltanto (cfr Mt 17, 24-27); a Pietro per primo Egli lava i piedi nell'ultima Cena (cfr Gv 13,6) ed è per lui soltanto che prega affinché non venga meno nella fede e possa confermare poi in essa gli altri discepoli (cfr Lc 22, 30-31)".

    "Pietro stesso è, del resto, consapevole di questa sua posizione particolare: è lui che spesso, a nome anche degli altri, parla chiedendo la spiegazione di una parabola difficile (Mt 15,15), o il senso esatto di un precetto (Mt 18,21) o la promessa formale di una ricompensa (Mt 19,27)".

    Benedetto XVI ha poi posto l'accento sulla "professione di fede che, ancora a nome dei Dodici, egli fa nei pressi di Cesarea di Filippo. A Gesù che chiede: 'Voi chi dite che io sia?', Pietro risponde: 'Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente' (Mt 16, 15-16). Di rimando Gesù pronuncia allora la dichiarazione solenne che definisce, una volta per tutte, il ruolo di Pietro nella Chiesa: 'E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa... A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli' (Mt 16, 18-19). Le tre metafore a cui Gesù ricorre sono in se stesse molto chiare: Pietro sarà il fondamento roccioso su cui poggerà l'edificio della Chiesa; egli avrà le chiavi del Regno dei cieli per aprire o chiudere a chi gli sembrerà giusto; infine, egli potrà legare o sciogliere nel senso che potrà stabilire o proibire ciò che riterrà necessario per la vita della Chiesa, che è e resta di Cristo".

    "Questa posizione di preminenza che Gesù ha inteso conferire a Pietro si riscontra anche dopo la risurrezione: Gesù incarica le donne di portarne l'annunzio a Pietro, distintamente dagli altri Apostoli (cfr Mc 16,7); da lui e da Giovanni corre la Maddalena per informare della pietra ribaltata dall'ingresso del sepolcro (cfr Gv 20,2) e Giovanni cederà a lui il passo quando i due arriveranno davanti alla tomba vuota (cfr Gv 20,4-6); sarà poi Pietro, tra gli Apostoli, il primo testimone di un'apparizione del Risorto (cfr Lc 24,34; 1 Cor 15,5). Questo suo ruolo, decisamente sottolineato (cfr Gv 20,3-10), segna la continuità fra la preminenza avuta nel gruppo apostolico e la preminenza che continuerà ad avere nella comunità nata con gli eventi pasquali, come attesta il Libro degli Atti (cfr 1,15-26; 2,14-40; 3,12-26; 4,8-12; 5,1-11.29; 8,14-17; 10; ecc.). Il suo comportamento è considerato così decisivo, da essere al centro di osservazioni ed anche di critiche (cfr At 11,1-18; Gal 2,11-14). Al cosiddetto Concilio di Gerusalemme Pietro svolge una funzione direttiva (cfr At 15 e Gal 2,1-10), e proprio per questo suo essere il testimone della fede autentica Paolo stesso riconoscerà in lui una certa qualità di "primo" (cfr

    1 Cor 15,5; Gal 1,18; 2,7s.; ecc.). Il fatto, poi, che diversi dei testi chiave riferiti a Pietro possano essere ricondotti al contesto dell'Ultima Cena, in cui Cristo conferisce a Pietro il ministero di confermare i fratelli (cfr Lc 22,31 s.), mostra come la Chiesa che nasce dal memoriale pasquale celebrato nell'Eucaristia abbia nel ministero affidato a Pietro uno dei suoi elementi costitutivi".

    E' a conclusione della sua riflessone che Benedetto XVI ha pregato, a braccio, perché il "primato di Pietro, affidato a povere persone umane possa sempre essere esercitato in questo senso originario voluto dal Signore e possa così essere anche sempre più nel suo vero significato riconosciuto dai fratelli ancora non in piena comunione con noi". (FP)


    Asia news

    August 26

    Per amore del mio popolo, non tacerò


    Quindici anni fa, don Peppino Diana cadeva vittima della camorra. Come con Cristo, i suoi sicari chiesero alla vittima conferma della propria condanna a morte. “Sei tu don Peppino?” “ Sono io”. Subito quattro proiettili lo colpiscono a morte. Inerte, armato solo dei paramenti liturgici, in sacrestia. Come l’agnello condotto al macello, che non apre bocca. Quello che don Peppino doveva dire, lo aveva già detto. In un documento che forse aveva avuto una portata relativa, ma che con spietata lucidità dichiarava guerra alla camorra. Non tanto nelle armi, o nei palazzi confiscati, ma nella mentalità mortifera esalata come la diossina della spazzatura. Un veleno invisibile che penetra dappertutto, senza farsi vedere. Questo è il documento con cui don Peppino ha segnato la sua condanna, e che firmato anche col suo sangue ha avuto l’eco che meritava.

     

     


    “PER AMORE DEL MIO POPOLO”

    Siamo preoccupati

    Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.

    Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”.

    Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che é la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.


    La Camorra

    La Camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.

    I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.


    Precise responsabilità politiche

    E’ oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi.

    La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio.

    Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili.


    Impegno dei cristiani

    Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno.

    Dio ci chiama ad essere profeti.

    - Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18);

    - Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);

    - Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23);

    - Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 -Isaia 5)

    Coscienti che “il nostro aiuto é nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che é la fonte della nostra Speranza.


    NON UNA CONCLUSIONE: MA UN INIZIO

    Appello

    Le nostre “Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe”

    Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa;

    Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26).

    Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.


    Forania di Casal di Principe (Parrocchie: San Nicola di Bari, S.S. Salvatore, Spirito Santo - Casal di Principe; Santa Croce e M.S.S. Annunziata - San Cipriano d’Aversa; Santa Croce – Casapesenna; M. S.S. Assunta - Villa Literno; M.S.S. Assunta - Villa di Briano; SANTUARIO DI M.SS. DI BRIANO )

     

     

    Il seguente è l’omaggio di Saviano nel suo Gomorra:

     

    Don Peppino scavò un percorso nella crosta della parola, erose dalle cave della sintassi quella potenza che la parola pubblica, pronunciata chiaramente, poteva ancora concedere. Non ebbe l'indolenza intellettuale di chi crede che la parola ormai abbia esaurito ogni sua risorsa e che risulta capace solo di riempire gli spazi tra un timpano e l'altro. La parola come concretezza, materia aggregata di atomi per intervenire nei meccanismi delle cose, come malta per costruire, come punta di piccone. Don Peppino cercava una parola necessaria come secchiata d'acqua sugli sguardi imbrattati.
    ....
    La parola diviene un urlo. Controllato e lanciato acuto e alto contro un vetro blindato: con la volontà di farlo esplodere.

    Non permettiamo uomini che le nostre terre diventino luoghi di camorra, diventino un'unica grande Gomorra da distruggere!
    ...
    Ricordate. Allora il SIGNORE fece piovere dal cielo su Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco; egli distrusse quelle città, tutta la pianura, tutti gli abitanti delle città e quanto cresceva sul suolo. Ma la moglie di Lot si volse a guardare indietro e diventò una statua di sale. (Genesi 19,12-29).
    Dobbiamo rischiare di divenire di sale, dobbiamo girarci a guardare cosa sta accadendo, cosa si accanisce su Gomorra, la distruzione totale dove la vita è sommata o sottratta alle vostre operazioni economiche.
    Non vedete che questa terra è Gomorra, non lo vedete? Ricordate. Quando vedranno che tutto il suo suolo sarà zolfo, sale, arsura e non vi sarà più sementa, né prodotto, né erba di sorta che vi cresca, come dopo la rovina di Sodoma, di Gomorra, di Adma e di Se-boim che il SIGNORE distrusse nella sua ira e nel suo furore, (Deuteronomio 29,22).


    Si muore per un sì e per un no, si dà la vita per un ordine e una scelta di qualcuno, fate decenni di carcere per raggiungere un potere di morte, guadagnate montagne di danaro che investirete in case che non abiterete, in banche dove non entrerete mai, in ristoranti che non gestirete, in aziende che non dirigerete, comandate un potere di morte cercando di dominare una vita che consumate nascosti sotto terra, circondati da guardaspalle. Uccidete e venite uccisi in una partita di scacchi il cui re non siete voi ma coloro che da voi prendono ricchezza facendovi mangiare l'uno con l'altro fin quando nessuno potrà fare scacco e ci sarà una solo pedina sulla scacchiera. E non sarete voi. Quello che divorate qui lo sputate altrove, lontano, facendo come le uccelle che vomitano il cibo nella bocca dei loro pulcini. Ma non sono pulcini quelli che imbeccate ma avvoltoi e voi non siete uccelle ma bufali pronti a distruggersi in un luogo dove sangue e potere sono i termini della vittoria. È giunto il tempo che smettiamo di essere una Gomorra...

     

     


    August 24

    La Chiesa delle origini


    Tratto da La vita quotidiana dei primi cristiani, di Adalbert G. Hamman; pag 175-176, 199-206)


    La Chiesa e le Chiese

    “Noi formiamo un corpo, mediante la coscienza di una religione, l’unità di disciplina e il legame della speranza”, ecco l’orgogliosa affermazione di Tertulliano che nella lingua di ogni giorno descriveva una realtà più fluida che imbarazzava e sconcertava il mondo pagano. La Chiesa era anzitutto un raggruppamento d’uomini e di donne che avevano in comune una stessa fede, una stessa speranza e che, anche se dispersi, erano coscienti della loro unità.

    Se esisteva una Chiesa, esistevano delle chiese, vale a dire persone che si raggruppavano. Le Chiese locali, ad Antiochia e a Corinto, a Filippi e a Lione si aggregarono tute all’unica Chiesa madre di Gerusalemme. […] Al di là delle classificazioni stabilite, e cioè dei Greci, Ebrei o barbari, nasceva un popolo nuovo, una realtà storica diversa da tutte le altre, la “terza razza” come la chiamavano i pagani, inconsapevoli di dire una cosa tanto vera. […] Essi sapevano benissimo di essere differenti da tutti gli altri raggruppamenti religiosi e di costituire, nella diversità dell’aspetto e della personalità, disperse su tutte le latitudini, un tutt’uno, un corpo, una Chiesa.


    Unità e diversità



    Sin dalle origini la Chiesa fu cosciente di essere aperta a tutte le nazioni. Essa non fu legata né a una città, né a un impero, né a una razza, né a una classe sociale, perché ogni particolarismo avrebbe significato negare se stessa. essa non fu la Chiesa degli schiavi, né la Chiesa dei padroni, né quella dei Romani o dei barbari, ma la Chiesa di tutti perché a tutti ella fece scoprire la stessa fratellanza. […] In questo scambio e in questo reciproco dono consisteva la sua originalità. Rapidamente, più rapidamente di quanto non ammettano i suoi detrattori, come Celso, essa fiorì ovunque, da Alessandria a Lione, raggiungendo tutti i livelli della società, la corte imperiale e l’intellighenzia. Unità e cattolicità avanzarono di pari passo, l’una fu la base, la vitalità dell’altra. Furono le due dimensioni legate inestricabilmente alla Chiesa cattolica e ad essa soltanto.

    Le comunità, da Antiochia a Roma, da Cartagine a Lione, sentirono profondamente di formare insieme un’entità unica, un corpo, un popolo. Ignazio dice: “Dove è il Cristo è la Chiesa Universale”. Sarebbe altrettanto esatto dire: Dove fiorisce una chiesa fiorisce la Chiesa. Questa coscienza di appartenere ovunque alla Chiesa universale, di andar oltre l’ambiente locale per raggiungere la cattolicità era profondamente radicata nel cuore di ogni fedele.

    Il diacono Sanctus, di Vienne, al quale i carnefici chiesero quale fosse la sua città d’origine, rispose: “Io sono cristiano”. Cristiano, seguita il racconto, era “il suo nome, la sua città, la sua razza, il suo tutto.” Il giudice Polmone chiese a Pionio: “Sei cristiano?”. “Sì.” “Di quale chiesa?” “Cattolica: non ve ne sono altre fondate da Gesù Cristo”.

    Il vescovo Ignazio di Antiochia chiamò la Chiesa “cattolica” nel momento in cui solo a Roma, in Occidente, vi era una comunità cristiana. La cattolicità non era “affare geografico o di cifre”, ma un messaggio e una missione. […] Grazie a Eusebio, possediamo ancora una lettera da Smirne a Filomelio, indirizzata”a tutte le comunità della Santa Chiesa Cattolica in qualsiasi luogo esse si trovano”.

    Verso la fine del II secolo le relazioni tra le chiese dipendevano meno dall’iniziativa privata, e le comunità cominciarono a organizzarsi tra di loro, a riunirsi in sinodi, o assemblee di vescovi, per prendere posizione su problemi d’attualità come il montanismo e la controversia pasquale. La riunione d’Asia escluse gli eretici dalla comunione della Chiesa, e comunicò la decisione alle altre chiese, in quanto impegnava tutta la Chiesa e aveva valore universale.


    Il primato romano 



    La capitale della Chiesa si spostò da Gerusalemme a Roma, perché l’occupazione e la distruzione della vecchia Sion impediva ormai alla chiesa di questa città di svolgere un ruolo pilota nella storia del cristianesimo. La situazione politica di Roma, metropoli di tutte le città dell’Impero, permise alla comunità cristiana della città di assumere sin dall’inizio quell’importanza che sarà consacrata dalla venuta di Pietro.

    Le altre grandi metropoli come Antiochia, Efeso e Corinto, le cui comunità furono fondate dagli apostoli Paolo o Giovanni, riconobbero presto il primato romano. Il prestigio di Roma dipendeva anzitutto dalla venuta e dal martirio degli apostoli Pietro e Paolo, e l’autorità di Pietro consacrò il primato della città che non si affermò subito, ma poco a poco, secondo le circostanze e i bisogni, secondo una legge che illustra la storia della Chiesa. […]

    Le testimonianze in favore del primato di Roma appaiono verso la fine del I secolo, all’epoca della persecuzione di Domiziano. Senza forza, prese individualmente, il loro insieme fornì rapidamente una impressionante documentazione. La lettera di Roma alla Chiesa di Corinto, scritta da Clemente, vescovo della città, contribuì allo scoppio di una crisi interna, perché con dolcezza ma fermamente essa chiedeva che i presbiteri destituiti fossero reintegrati nei loro incarichi e, ai fomentatori dello scisma, consigliava di lasciare il paese.

    Non conosciamo l’accoglienza riservata alla lettera, ma sappiamo dal vescovo Dionigi che, settant’anni più tardi, essa era ancora letta nelle riunioni eucaristiche della domenica, il che non si spiegherebbe, se essa non avesse raggiunto il suo scopo. Battifol vede nell’avvenimento “l’epifania del primato romano”. Ignazio, vescovo della prestigiosa città di Antiochia, scrivendo alla Chiesa di Roma la saluta, con sottolineata deferenza, come “quella che presiede nella regione dei Romani, maestra di carità e di fraternità”. Nel corso della lettera, egli moltiplica gli elogi e le attestazioni di stima, il che meraviglia, perché tali espressioni non figurano in nessuna delle altre sei lettere che egli scrisse. La lettera che Dionigi, capo di una comunità egualmente fondata dagli apostoli Pietro e Paolo, scrisse ai Romani, esprime una deferenza altrettanto significativa. […]

    Il conflitto che oppose la celebrazione pasquale d’Asia a quella di Roma, dimostra che le decisioni delle chiese e dei sinodi consultati esercitarono tutta la loro autorità con l’approvazione romana, ed è a papa Vittore che si deve la comunione universale. I suoi procedimenti potevano essere criticati, ma nessuno nella Chiesa

     Mise in discussione la sua autorità. Lo stesso Ireneo, che partecipò ai negoziati per la conciliazione, contestò l’opportunità ma non la legittimità dell’intervento romano, riconoscendo esplicitamente che la Chiesa di Roma (egli stese la lista dei suoi vescovi) era investita di un’autorità maggiore delle altre, il he portà Harnack, insospettabile, a scrivere: “Sin dalle origini, esisteva una stretta relazione tra i termini cattolico e romano”.


    August 20

    L'inganno della predestinazione (calvinista)


    Gli amici protestanti hanno buon gioco nel dire che la predestinazione è biblica. In effetti, senza saperlo, hanno ragione. Ci sono molti passi, del Vecchio e del Nuovo Testamento, che parlano di predestinazione. Il termine predestinazione ricorre molto spesso nelle lettere paoline, il problema è che la predestinazione di cui parla Paolo non ha nulla a che vedere con quella che poi Calvino credette di capire. Analizziamo il passo più usato dai sostenitori della dottrina della predestinazione:

    Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno. Perché quelli che ha preconosciuti, li ha pure predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli; e quelli che ha predestinati li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati li ha pure glorificati.

    (Romani 8:28-30)

    Ecco. Procedendo a ritroso, i glorificati sono stati prima giustificati, i giustificati invece chiamati e i chiamati predestinati. Cioè, coloro che si salvano sono stati predestinati alla salvezza; mentre tutti gli altri alla perdizione. Possibile? Perché Dio non dovrebbe salvare tutti?

    I protestanti rispondono che non si può disputare con Dio, che è così e basta. Bisogna fidarsi, hanno ragione. Il problema è che questo Dio predestinatore non coincide col Dio di Gesù Cristo. Chiunque abbia una minima conoscenza del Kerygma, sa che La Buona Novella consiste nel fatto che Dio ti ama e che Cristo è morto per te. Con la predestinazione dovrebbe essere che Dio forse ti ama, e che forse Cristo è morto per te. Visto che potresti non essere un predestinato.

    Un altro problema di questa dottrina è che di fatto nega il libero arbitrio. Ma se il male non è colpa dell’uomo, vuol dire che è colpa di Dio. Il quale, infatti, non desidera la salvezza di tutti e lascia che i non eletti siano “cavalcati” da Satana, secondo una celebre espressione di Satana, senza che abbiano la possibilità di cambiare cavaliere. Ma se questo fosse vero, Dio forse non sarebbe Giustizia. Ma di sicuro non sarebbe Amore. Se non c'è libero arbitrio, l'eletto accetta Gesù perchè deve, perchè essendo predestinato c'è come in lui un meccanismo che scatta e gli fa accettare Cristo per potersi salvare. Non è un matrimonio d'amore, è un matrimonio combinato. Mentre i non eletti non hanno questo apparecchio ed essendo destinati alla dannazione, non possono arrivare a Cristo. E poi gli eletti sono costretti ad accettare un bugiardo. Uno che comandava di essere misericordiosi come Dio, e quindi di amare il prossimo (cioè tutti) insegnando così che Dio ama tutti gli uomini e che quindi noi dobbiamo fare lo stesso. Falso, Dio ama solo i suoi eletti e li salva. E non può nemmeno dire che li ha scelti perchè sono i migliori, visto che li ha scelti prima di crearli. Ed è un bugiardo anche chi dice che Dio ha tanto amato il mondo da mandare il Figlio. No, Dio ha tanto amato una parte del mondo da mandare il Figlio.

    I protestanti, poi, dicono di vedere la prova della verità di questa dottrina nel fatto che priva l’uomo di ogni forma di orgoglio riguardo alla sua salvezza. Ma è assolutamente falso. In quanto è vero che da un lato viene negato ogni valore di salvezza alle opere (e anche alla fede, che non è libera), ma dall’altro l’eletto si trova ad essere una sorta di superuomo. Lui è stato creato da Dio in modo da potere accettare Cristo e potersi salvare. Ha questo strano meccanismo che tutti gli altri non hanno. È stato creato per la salvezza, è stato creato bene. Gli altri sono stati creati male e per il male. Questo un minimo di orgoglio lo susciterebbe in chiunque: sei attratto da Cristo? Allora appartieni probabilmente alla super-razza! La prova storica di questo è sotto gli occhi di tutti. La dottrina della predestinazione è stata uno degli slanci del colonialismo britannico e poi americano. Il popolo eletto andava alla conquista di popoli che, non essendo citati nel racconto del Genesi, erano destinati da Dio alla perdizione. Mentre il peggiore dei cattolici vedeva negli indigeni una massa da convertire con le buone o con le cattive, il migliore dei protestanti vi vedeva una massa da schiavizzare e sterminare. Sostanzialmente è questo il motivo per cui nell’America latina si trova oggi una razza mista, nata dalla mescolanza fra europei e indigeni: gli ispano-americani. Mentre negli Usa gli indiani sono stati sistematicamente sterminati, senza che ci fosse un Las Casas a difenderli. Ma di questo parleremo in uno specifico intervento.

    Tornando a noi, dopo aver messo in evidenza i motivi contrari a questa terribile dottrina, proviamo a contestualizzare il passo di San Paolo. Abbiamo già visto in altre occasioni come la lettura dell’et-et, ci metta al riparo dalle letture parziali che sono state sempre alla base delle eresie. Consultiamo lo stesso Paolo:

    [3] Questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore,
    [4] il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità.

    (1 Timoteo 2, 1-4)

    Notato nulla? Adesso Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati, cioè non ha fatto nessuna scelta a priori fra salvati e non. Quale dei due passi ha ragione? Come mai questa contraddizione?

    In realtà non c’è alcuna contraddizione, si tratta solo di due diversi punti di vista. La predestinazione di cui parla Paolo è cosa altra rispetto a quella di Calvino. Dio ha predestinato tutta l’umanità alla gloria e alla salvezza, per la salvezza di tutti. Facciamo un esempio molto semplice: 20 persone su una nave che sta affondando, io decido della loro salvezza. Come il Dio di Paolo, voglio salvarle tutte. Però, siccome li amo, li lascio liberi di fidarsi di me o meno. Possono accettare il mio aiuto e salire sulla mia scialuppa, o rifiutarlo. Quindi per quanto mi riguarda, sono tutti predestinati alla salvezza. Sta a loro poi accettare questa chiamata. Mettiamo che di queste 20, solo 10 si fidano di me e quindi si salvano. Le altre dieci si perdono. Quando poi il mio apostolo parla alle dieci persone salvate, dice che sono state predestinate. Ed è vero. Ma non si tratta di una predestinazione fatta a scapito degli altri dieci. I salvati sono davvero stati predestinati, la differenza è che rispetto agli altri hanno accettato il piano di Dio.

    Inoltre, nel passo dei Romani, Paolo non dice che ha predestinato alcuni perché lo amassero e fossero così immagine del Figlio. Dice l’esatto contrario: sono coloro che lo amano che vengono predestinati da Dio ad essere immagine del Figlio. È questo un trucco che abbiamo già incontrato, quello di confondere la sintassi grammaticale di un periodo per sconvolgerlo. Qui la cosa sembra essere meno raffinata. Semplicemente, nelle citazioni, viene omessa la prima fase per nascondere il soggetto (coloro che amano e Dio) e partire subito da Perché quelli che ha preconosciuti, li ha pure predestinati a essere ecc..

    Quindi, la predestinazione esiste. Ma ne esiste solo una, di salvezza. La predestinazione di Calvino è in realtà una doppia predestinazione. Ci sono gli eletti e i non eletti. Ma, a dimostrazione di quanto detto prima, di questa seconda predestinazione (di condanna) non c’è traccia nella Scrittura. Lo stesso Paolo parla solo e soltanto della predestinazione di salvezza: non ce ne sono altre. Qualche altro passo a conferma di questo, fra i tanti che si potrebbero scegliere? Eccoli:

     Dopo esser passato sopra ai tempi dell'ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti

    (Atti 17, 30.31)

     Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.
    Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.

    (Giovanni 3, 16-17)

    Sono talmente chiari che ogni commento è superfluo. Così come sono vani i tentativi di chi, estremizzando alcuni passi, trovandosi in difficoltà di fronte a una visione complessiva della Scrittura è costretto poi a fare vere e proprie manipolazioni del testo.

    Questo è il primo livello per una corretta interpretazione della predestinazione. Il secondo livello è che una forma speciale di predestinazione nei confronti degli eletti esista, ma solo nel senso della onniscienza di Dio. Cioè, fra quelle venti persone sa quali si salveranno e quali no. Ma da qui a dire che sia Dio stesso a far dannare i non eletti, ce ne passa. Inoltre, alla luce del Vangelo, sarebbe una terribile bestemmia che renderebbe inutile l’Annuncio stesso. Se il numero dei salvati è già stabilito a priori senza il loro consenso, tutta la vicenda dell’Incarnazione diventa un grottesco fenomeno da baraccone. Tanto valeva rivolgersi direttamente solo agli eletti, magari in visione, lasciando perdere tutti gli altri. Senza creare tanto trambusto per nulla rivelandosi a tutto il mondo.

    Quindi, la predestinazione vagheggiata da Calvino non esiste nella Scrittura. Usare i passi che parlano di predestinazione per costruirci sopra tutt’altra dottrina, è un’operazione molto subdola. Inoltre, sembra essere anche una dottrina piuttosto decadente. Dopo Calvino, tutte le dominazioni protestati ed evangeliche l’hanno fatta propria. Ma è rimasta al centro della dottrina solo dei calvinisti duri e puri. Tutti gli altri evangelici o la accettano solo nominalmente (è sempre una cosa scritta!) oppure la accettano ma la nascondono per vergogna. È raro trovare nei loro siti, che pure traboccano di anticattolicesimo, polemiche sulla predestinazione. Con la Chiesa cattolica polemizzano su tutto: ma non sul fatto che Dio ami tutti e desideri la salvezza di tutti. Almeno per quello che io ho potuto vedere.



    Sulla predestinazione, leggi anche questi articoli:

    Quale rapporto sussiste fra libertà e predestinazione; libertà e grazia; libertà e provvidenza


    Predestinazione nega il libero arbitrio?






    Predestinazione nega il libero arbitrio?

    1 Marzo 2008 di Marco Nappo

    Spesso molti confondono la predestinazione e la preconoscenza di Dio.
    Infatti se è vero che Dio conosce ogni cosa, anche il futuro, perchè per lui il tempo non esiste, è anche vero che lui non predestina nessuno per le scelte che farà.
    Un buon esempio che faccio spesso per comprendere questa realtà è quando guardiamo un film che abbiamo già visto. Sappiamo come andranno le cose, ma non per questo le abbiamo decise noi, o possiamo fare qualcosa per cambiarle.
    Se ci fosse la predestinazione saremmo tutti destinati a essere salvati o meno indipendentemente dalle nostre azioni, e non mi sembra una cosa giusta.
    Il passo che si prende ad esempio per dire che è biblica la predestinazione è quello di san paolo che dice:
    Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno. Perché quelli che ha preconosciuti, li ha pure predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli; e quelli che ha predestinati li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati li ha pure glorificati. (Romani 8:28-30)

    Certo che se leggessimo solo il versetto 29 che dice : “quelli che ha preconosciuti, li ha pure predestinati” saremmo anche noi propensi a dire che la bibbia parla di predestinazione.
    Ma se facciamo un passo indietro e andiamo a leggere il soggetto della predestinazione, chi sono quelli, vediamo che si parla di “quelli che amano Dio”, quindi chi sono predestinati ad essere conformi all’immagine di Dio, non Marco, Luca, Paolo, (per dire dei nomi) ma coloro che amano Dio.
    Coloro che amano Dio, sono predestinati ad assomigliare al Suo figluolo perchè questo è il cammino di ogni cristiano, nel momento in cui smettono di amare Dio, smettono di seguire questo cammino, non arrivano più qundi alla stessa meta.
    Dio ha un piano per ogni uomo, ma l’uomo amando Dio o rifiutandolo può decidere se questo piano si adempirà o meno nella sua vita.
    Che veramente tu possa, amandolo, intraprendere questa strada

    Le risposte della Bibbia


    La predestinazione


    Quale rapporto sussiste fra libertà e predestinazione; libertà e grazia; libertà e provvidenza

    Quesito

    Caro Padre Angelo,
    le volevo chiedere quale rapporto sussiste fra:
    -libertà e predestinazione;
    -libertà e grazia;
    -libertà e provvidenza.
    Perché questi concetti non sono contraddittori?
    Quale differenza sussiste fra la concezione cattolica e la concezione protestante e calvinista?
    Le chiedo questo perché il mio libro di filosofia (Abbagnano-Fornero) afferma che in Sant'Agostino la visione del rapporto fra grazia, predestinazione e libertà si collocherebbe a metà fra la visione cattolica e quella luterana.
    Grazie


    Risposta del sacerdote

    Carissimo,
    ci sarebbe da scrivere un trattato per rispondere alle tue domande.
    Proverò a farlo nella maniera più succinta possibile:

    1. “quale rapporto sussiste fra libertà e predestinazione”.
    A questo proposito bisogna ricordare che cosa s’intende per predestinazione in senso biblico e teologico.
    La predestinazione in senso biblico e teologico è diversa dal concetto comune di predestinazione.
    Secondo il senso comune per predestinazione s’intende qualcosa di preprogrammato, di ineluttabile: Ad esempio: se io schiaccio i pulsanti della tastiera, tutto deve venire fuori lo scritto voluto. Qui non c’è libertà, ma determinismo. Anzi tutti vogliamo che questo determinismo vi sia.
    In senso biblico e teologico per predestinazione s’intende che Dio ha chiamato l’uomo a conseguire un obiettivo più alto di quanto non possa la sua natura umana. L’obiettivo dato all’uomo è di ordine soprannaturale: diventare partecipe della vita di Dio, del suo pensiero, del suo amore, del suo potere, del suo paradiso, della sua eternità.
    In una parola: diventare per grazia quello che Cristo è per natura
    Per predestinazione s’intende anche che Dio non solo si limita a chiamare ad un obiettivo così alto, ma anche e soprattutto che dà tutti i mezzi per poterlo conseguire.
    Predestinati sono dunque coloro che sfruttano i mezzi che Dio ha loro dato per diventare partecipi della vita divina.
    Come vedi, la predestinazione in senso teologico non toglie affatto la libertà, ma la suscita e l’aiuta a collaborare.

    2. “quale rapporto sussiste fra libertà e grazia”.
    Poiché Dio ci chiama ad una vita di ordine soprannaturale, per dire il nostro sì a Dio e per poter vivere in comunione soprannaturale con Lui abbiamo bisogno dell’aiuto della sua grazia. Gesù ha detto: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (Gv 6,44)”. Senza questo aiuto non possiamo elevarci alla vita divina.
    Ma anche qui non viene tolta la libertà.
    Ti faccio un esempio: se tu perdessi uno spillo d’oro preziosissimo o un diamante in una stanza buia, e io ti accendo la luce perché tu lo possa trovare al più presto e impedire che un altro te lo rubi, ti faccio violenza o ti faccio un grande dono?
    Mi diresti che ti faccio un gran dono. Anzi tu stesso chiederesti la grazia di avere un pò di luce.
    Tale è anche il rapporto della grazia di Dio con la nostra libertà: è un aiuto, al quale però si può resistere. Di fatto tanto resistono.
    Ma chi ha risposto di sì, sa che il merito del sì va soprattutto a Dio che illumina e inclina a dire sì.

    [...]

    4. Lutero ha detto che col peccato originale l’uomo si è totalmente corrotto e ha perso la libertà.
    Secondo Lutero la volontà umana è come una bestia da soma posta fra due cavalieri. “Se la cavalca Dio, vuole e va dove Dio vuole (...). Se invece la cavalca Satana, vuole e va dove Satana vuole. E non è nella sua facoltà scegliere o cercarsi uno dei due cavalieri” (M. Lutero, Il servo arbitrio, in Opere Scelte, 6, a cura di E. De Michelis Pintacuda, Claudiana, Torino 1993, p. 125). La fede salutare e la giustificazione dipendono interamente dalla scelta di Dio, e non hanno nulla a che fare con la nostra autonoma decisione.
    In questa impostazione non ha spazio la libertà umana. E per Lutero sono predestinati tanto coloro che si salvano quanto coloro che si dannano.
    Per la teologia cattolica invece c’è predestinazione (nel senso detto sopra) solo per coloro che si salvano.

    [...]

    Amici Domenicani

    August 17

    La rivoluzione cristiana: poveri e donne


    Tratto da Il culto dei santi di Peter Brown, pag 57-63

     

    La definizione cristiana di comunità urbana fu notevolmente diversa da quella propria della città classica. Essa comprendeva due categorie insolite e potenzialmente disgregatrici, le donne e i poveri. Il culto dei santi consentì di associare sotto il patronato del vescovo proprio queste due categorie, in una maniera tale da fornire una nuova base alle forme di solidarietà proprie della città. […] Fu proprio una scena del genere a commuovere Prudenzio quando descrisse le folle che sciamavano verso la campagna in direzione del sepolcro di sant’Ippolito. Qui era la vera Roma: per un giorno benedetto, Roma recideva nettamente le sue vistose distinzioni sociali e topografiche:

     L’amore della religione unisce latini e stranieri in un solo corpo compatto… L’augusta città riversa i suoi abitanti come un fiume; con uguale ardore patrizi e folla plebea si trovano confusi gomito a gomito, perché la fede abbatte le distinzioni di nascita

    (Prudenzio, Peristephaion, XI, 191-92, 199-202…)

    […] Era in occasioni del genere che si veniva anche a colmare la massima separazione esistente nella società urbana tardoantica: per un istante piacevole e pericoloso, le paratie che dividevano i sessi in pubblico venivano abolite. Anche se di fatto non si mescolavano agli uomini nella folla, le donne erano certamente accessibili allo sguardo della gente, come raramente accadeva in un contesto urbano della tarda antichità. […] Indiscreta societas, “socievolezza indiscriminata”: sebbene fossero collegati dai moralisti cristiani a pellegrinaggi e feste dei santi e invariabilmente condannati, questi momenti non convenzionali di incontro portavano con sé un caldo soffio di speranza in una solidarietà perduta e nell’allentamento di barriere sociali che ossessionavano le comunità urbane cristiane del mondo mediterraneo. […] Sarebbe sciocco sottovalutare il vigore persistente e il grosso peso esercitato della religiosità diffusa della vita cerimoniale non-cristiana propria della città tardoantica. Ma i sepolcri dei santi traevano vantaggio dal fatto di essere una sede e di avere una clientela uniche nel loro genere. Per le donne del mondo antico, le aree cimiteriali erano sempre state una zona di “gravità debole”, dove i loro movimenti e la scelta delle persone a cui accompagnarsi erano meno soggetti all’esame dei maschi e al controllo della famiglia. I nuovi santuari, quando non erano affollati come nei giorni di festa, costituivano oasi di pace e di bellezza, con acque fluenti, alberi fruscianti e, ovunque, il tubare di bianche colombe. Nel sacrario di santo Stefano ad Uzalis, possiamo vedere come la grande tranquillità di una tomba potesse avvolgere e risanare una donna imprigionata nei vincoli rigidi imposti dalla sua posizione urbana. […]

    La situazione dei poveri era analoga a quella delle donne. Il senso di solidarietà e di elemosina ideale connesso con le cerimonie presso i sacrari dei santi, fece di essi il naturale luogo di aggregazione per i poveri. […] Tali aree diedero alla Chiesa cristiana una posizione vantaggiosa dalla quale potere intervenire in un dibattito che raggiunse il culmine a cavallo fra il IV e il V secolo: chi era membro a pieno titolo della comunità urbana? In un modo assai felice, Evelyne Patlagean ha mostrato che uno dei principali mutamenti intervenuti nel passaggio dalla società classica a quella posclassica fu la sostituzione di un modello specificatamente politico di società, che aveva come unità costituiva la città e definiva la propria composizione in base al rapporto cittadini - non cittadini, con un modello economico più onnicomprensivo, che considerava l’intera società, sia urbana sia rurale, divisa in ricchi e poveri, attribuendo ai ricchi il dovere di aiutare i poveri; il che, in termini strettamente religiosi, era espresso come elemosina. […] In una società nella quale l’appartenenza alla comunità era espressa nella maniera più persuasiva sulla base del rapporto patrono-cliente e la distribuzione di doni era il simbolo tradizionale di tale rapporto, l’elemosina connessa al culto dei santi rappresentava molto più di una lodevole forma di assistenza ai poveri. Essa equivaleva propriamente alla pretesa dei nuovi leaders della Chiesa cristiana di ridisegnare i confini immemorabili della comunità urbana. […] La Chiesa cristiana non si limitò a ridefinire i confini della comunità accogliendo una classe del tutto nuova di beneficiai, ma individuò anche una nuova classe di donatori. Infatti, l’altra lacuna nella mappa della città classica erano state le donne. Si presupponeva che fare donazioni fosse un atto politico, non un atto di misericordia, e la politica era faccenda di soli uomini. Al contrario, la Chiesa cristiana fin dai suoi albori aveva incoraggiato le donne ad assumere una funzione pubblica, pienamente autonoma, in relazione ai poveri: esse facevano elemosine di persona, visitavano gli ammalati, fondavano sepolcri e ospizi a proprio nome ed era nelle aspettative che si mostrassero in maniera pienamente visibile quando partecipavano alle cerimonie presso le tombe.

    Verso la fine del IV secolo, il tradizionale punto di vista sulla collocazione delle donne all’interno delle classi alte della società romana era entrata in crisi. […] E’ perciò significativo che, dopo l’’assedio dei Goti e il sacco di Roma che avevano messo a prova l’immagine tradizionale della comunità urbana fino al limite della resistenza,le donne delle famiglie cristiane più eminenti acquistassero nuova importanza attraverso la partecipazione alla carità cristiana e alla costruzione di chiese in connessione al culto dei santi. Furono i loro patroni e consiglieri, cioè il vescovo e il clero, ad incoraggiarle a farlo in prima persona. [...]


    La logica dell'eugenetica: ora anche i sordi vogliono bimbi sordi



    di Assuntina Morresi - da L'Osservatore Romano del 24 febbraio 2008

    L'eugenetica è comparsa nei paesi occidentali alla fine del diciannovesimo secolo: si interveniva per modificare l'evoluzione della specie umana. In questa prima fase si presentava soprattutto come selezione imposta dallo stato, e così fu praticata in paesi come la Svezia e gli Stati Uniti, fino alla clamorosa e aberrante esperienza del Terzo Reich.

    Per questo, oggi, la si associa ai capelli biondi e agli occhi azzurri, simbolo della razza pura che si voleva creare nel cuore d'Europa. Ma l'eugenetica non ha solo questa dimensione, delegittimata dal nazismo: è bene chiarire che ogni tipo di selezione su base genetica delle persone è eugenetica.

    Se è un genitore a chiedere la selezione per non far nascere un figlio malato, scegliendo l'embrione migliore e scartando quelli difettati, fra i tanti prodotti con le tecniche di fecondazione in vitro, la sua scelta individuale sembra non appartenere più all'eugenetica: diventa una scelta saggia e "misericordiosa", per evitare future, intollerabili sofferenze al nuovo essere, e per garantire la libertà dei genitori di rifiutare il figlio imperfetto.

    La stessa azione, quindi, è considerata eugenetica se stabilita da una norma dello Stato; se la stessa pratica - impiantare gli embrioni sani e scartare i difettati - viene fatta per volontà dei singoli individui, allora la sua natura sembra diversa: scompare "eugenetica" - parola maledetta - e viene sostituita con "libertà", termine carico di connotazione positiva. Se veramente di "libertà" si tratta, allora tutti devono potervi accedere: ecco quindi che scegliere il figlio sano diventa un diritto.

    Ma le parole pesano come pietre, e quando si vuole giocare con le carte truccate, evitando di chiamare le cose con il loro nome, è facile poi trovarsi in un vicolo cieco.

    Ne sanno qualcosa in Gran Bretagna: sul "Sunday Times" del 23 dicembre scorso campeggiava un titolo "I sordi chiedono il diritto di progettare bambini sordi".

    All'origine di tutto, la proposta di un articolo di legge per proibire di impiantare un embrione malato o disabile, se contemporaneamente ne esiste disponibile uno sano; contestualmente viene negata anche la possibilità di far nascere una persona disabile rispetto a una sana.

    Sono subito insorte le due principali associazioni di sordi inglesi, il Royal National Institute for Deaf and Hard of Hearing People (Rnid) e la British Deaf Association (Bda), che hanno ravvisato, nel suddetto articolo, un limite alla libertà procreativa dei disabili che rappresentano, e anche una potenziale discriminazione della comunità dei sordi in quanto tale.

    La Rnid dichiara di temere innanzitutto una forte pressione verso l'aborto nei confronti della comunità dei non udenti. A favore della diagnosi preimpianto, ma contraria all'obbligatorietà dei test genetici, la Rnid in una nota ufficiale riconosce che la diagnosi preimpianto può causare un conflitto fra i medici e la comunità dei disabili.

    Alcuni sordi potrebbero voler impiantare embrioni sordi preferendoli a quelli udenti per avere figli simili a sé, che possano vivere nella loro stessa comunità, e condividere la loro stessa vita, e le medesime esperienze.

    La Rnid non sostiene la scelta di figli sordi, ma neppure la vuole vietare, se genitori e medici sono d'accordo; "quali embrioni debbano essere scelti per l'impianto deve rimanere una decisione degli individui e dei loro medici". E non accetta neppure nessun divieto ad impiantare embrioni che possono sviluppare con certezza future disabilità, nel caso fossero esclusivamente di questo tipo: "quando sono disponibili solo embrioni sordi, noi sosteniamo il diritto degli individui a scegliere l'impianto".

    Jackie Ballard, parlamentare inglese, si è fatto portavoce di questa istanza e sempre al "Sunday Times" ha dichiarato: "Molti genitori sceglierebbero embrioni udenti, ma riguardo a quei pochi che non lo farebbero, pensiamo che dovrebbe essere loro permesso di esercitare quella scelta, e noi vogliamo sostenerli in questa decisione".

    Ancora più netta la posizione di Francis Murphy, presidente della Bda: "Se ai cittadini in generale deve essere data la possibilità di scelta degli embrioni per l'impianto, e se agli udenti e ad altre persone è permesso di scegliere embrioni "come loro", con le loro stesse caratteristiche, lingua e cultura, allora crediamo che anche i sordi debbano avere lo stesso diritto". Molto significativa e articolata la lettera con cui lo stesso presidente ha argomentato la propria posizione.

    Innanzitutto, Murphy accusa la normativa proposta di limitare "la libertà riproduttiva per i cittadini che possiedono caratteristiche specifiche, inclusi i sordi" e di prevenire la nascita di alcuni tipi di persone, non solo dei sordi.

    Spiega che in questo modo ai sordi sarà negato l'accesso ad alcuni servizi legati alle nuove tecniche di fecondazione in vitro, e delinea alcuni scenari che si potrebbero verificare se la legge andasse in porto così com'è scritta. Uno riguarda la donazione di gameti: immaginiamo una coppia che non riesca ad avere bambini per infertilità della donna. I due desiderano avere figli che siano in qualche modo legati biologicamente ad entrambi, ma l'unica parente della donna che potrebbe donarle gli ovociti è sorda, e la sua sordità è ereditaria. Se fosse approvato il testo di legge come proposto adesso, la donna sorda non potrebbe donare i propri ovociti, e quindi alla coppia sarebbe negata la possibilità di avere un bambino legato biologicamente in qualche modo a tutti e due.

    La sordità è solo una delle milletrecento condizioni per le quali sono clinicamente disponibili test genetici. Murphy sottolinea che in questo modo a molte persone sarà impedito di donare i propri gameti. Quindi l'opportunità negata è quella di avere "un figlio in famiglia", qualunque sia il tipo di legame biologico: il problema è che per poter dire "mio" ad un figlio, si cerca a tutti i costi qualche legame biologico. Quello stesso legame di cui viene, allo stesso tempo, negata l'importanza, quando si chiede l'accesso alla fecondazione eterologa, cioè all'utilizzazione di gameti di una persona esterna alla coppia.

    Un altro problema riguarda invece i designer babies, i bambini su misura: "una coppia di sordi ha un bambino sordo, concepito con fecondazione in vitro diversi anni prima, che ha bisogno di un trapianto di midollo per una malattia indipendente dalla sordità. Il bimbo sta molto male, e la sua possibilità di sopravvivenza può venire da un midollo di un donatore compatibile, come un consanguineo. I genitori sperano di salvare la vita del proprio figlio concependo un altro bimbo con la fecondazione in vitro, usando la diagnosi preimpianto per selezionare l'embrione con la migliore compatibilità di midollo per il loro bambino già nato. Poiché i genitori possono avere solo figli sordi, e la legge proibisce l'accesso ai servizi di fertilità sulla base della sordità genetica, alla coppia non solo sono negati i servizi di fertilità, ma anche l'opportunità di offrire la migliore chance di sopravvivenza al loro unico bambino".

    Da selezione genetica in selezione genetica, insomma, verso il grande mercato del figlio su misura, mascherato dalle migliori intenzioni. Un figlio progettato già malato per il desiderio di avere un figlio, o di guarirne un altro, in nome di una libertà di scelta che, rispetto a chi deve ancora nascere, non è certo una scelta di libertà. Un figlio che verrà al mondo con certi precisi requisiti: malato, e immunocompatibile con il fratello. Un'eugenetica rovesciata: le sterilizzazioni dei disabili delle politiche eugenetiche del primo novecento servivano a impedirne la discendenza, a limitare le nascite di portatori di handicap quando ancora non c'era l'aborto di stato. Cento anni dopo, l'eugenetica si capovolge, e si parla di libertà procreativa con le nuove tecniche di fecondazione per aiutare coppie di disabili ad avere figli come loro, per i più diversi motivi. Si aprono scenari difficili da immaginare persino nel "mondo nuovo" di Aldous Huxley.

    La lettera del presidente della Bda continua con una lunga disamina del diritto delle persone sorde a esistere: scoraggiare la nascita di queste persone porta la società ad avere atteggiamenti negativi nei confronti della comunità dei non udenti. Argomentazioni pienamente condivisibili, che potrebbero valere per molti tipi di disabilità.

    È chiaro che i disabili, di fronte all'attacco eugenetico che si fa sentire ogni giorno di più grazie alle nuove tecniche di diagnosi genetica, cercano in qualche modo di difendersi, e la tentazione di chiudersi nella propria comunità di appartenenza è forte, specie se l'esperienza al suo interno è positiva. La ricerca del figlio disabile è comprensibile quando la si legge proprio come difesa dalle discriminazioni, come desiderio di non sentirsi estranei e diversi innanzitutto dai propri figli.

    E la questione non è certo limitata al caso inglese: il "New York Times" nel dicembre 2006 rese nota un'indagine della Johns Hopkins University: su un campione di centonovanta cliniche che effettuavano la diagnosi preimpianto, il tre per cento l'ha utilizzata per selezionare embrioni con disabilità, su richiesta dei genitori.

    Non più casi isolati, quindi, come quello della coppia di lesbiche sordomute che, nel 2002, chiese un donatore di sperma con lo stesso difetto genetico per poter avere un figlio come loro: la storia venne raccontata dal "Washington Post", e fece un grande scalpore. Man mano che le diagnosi genetiche si diffondono, inevitabilmente casi come questi si fanno sempre più frequenti, investendo non più singole coppie, ma addirittura intere associazioni che difendono i diritti dei disabili, come per i non udenti inglesi.

    Quando la nascita di un figlio è subordinata ad una selezione genetica, indipendentemente dalle intenzioni di chi la pratica, per avere un figlio uguale o diverso da sé, è difficile poi, per non dire impossibile, venire a capo delle mille contraddizioni che inevitabilmente si presenteranno.

    Papa Ratzinger blog

    L'inizio dell'esistenza? L'atto della fecondazione


    di Roberto Colombo

    Dal Corriere della Sera, 1 Febbraio 2005, p. 11

    L'intervento di Roberto Colombo, docente di Neurobiologia e Genetica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nel dibattito sulla fecondazione medicalmente assistita

    Mi sono sentito interpellato dalla domanda che ricorre con insistenza: che cosa sanno e dicono gli scienziati sull'inizio della nostra vita individuale? Senza chiarire anzitutto un aspetto di metodo scientifico, ogni ricorso alla biologia per sapere quando ha inizio la vita di un individuo umano è privo di valore conoscitivo e, dunque, eventualmente decisivo in ordine alla questione del rispetto e della tutela di questa vita giovanissima. La scienza moderna non si fonda sul sapere di rari cultori di arcane discipline, ma sul complesso delle conoscenze consolidate, validate e condivise dalla comunità internazionale dei ricercatori attraverso gli strumenti della letteratura scientifica (le migliaia di riviste scientifiche sulle quali appaiono i risultati dei lavori degli studiosi, le rassegne ed i manuali di riferimento). Come “una rondine non fa primavera”, così non è l’affermazione di questo o di quello scienziato che fa la scienza. Neppure se è un premio Nobel.

    Negli Stati Uniti, dove la stima per la scienza non fa certo difetto, alcuni vincitori del Nobel si sono visti bocciare i propri progetti di ricerca, o respingere una richiesta di contributi, per una valutazione negativa di alcune loro affermazioni da parte di anonimi colleghi senza fama ed onori, ma tra di loro concordi nel riconoscere che la realtà era diversa da come prospettata dall’insigne studioso. Questa procedura viene chiamata “recensione anonima” o “recensione alla pari”, perché mette tutti sullo stesso piano (una sorta di democrazia della scienza), e viene ormai applicata in tutto il mondo scientifico. Alla fine ciò che conta è la forza delle evidenze osservazionali e sperimentali e dell’esercizio corretto della ragione, non il nome di chi fa un’affermazione. Non ha dunque nessun senso (tanto meno scientifico) citare a sostegno delle proprie tesi uno, dieci o cinquanta premi Nobel, soprattutto se la maggior parte di questi ultimi non è uno studioso che si è occupato specificamente della materia in questione. L’ipse dixit appartiene ad altre forme di sapere e ad altri tempi.

    Da dove dunque è corretto attingere le informazioni biologiche necessarie per poter affermare o negare che la vita di ciascuno di noi è iniziata nella forma di un embrione umano e che quest’ultimo si è costituito attraverso la fusione di due cellule germinali, l’ovocita maturo e lo spermatozoo? Come ogni altra informazione di tipo scientifico essa deve venire ricercata leggendo con competenza e confrontando con pazienza le migliaia e migliaia di lavori osservazionali e sperimentali e le centinaia di rassegne e di manuali di riferimento scritti da studiosi di tutto il mondo, che sono passati al vaglio della “recensione alla pari” e sono stati ritenuti metodologicamente corretti per la realtà che descrivono. Proviamo, come esercizio esemplificativo, a interrogare il complesso degli studi, dei manuali di riferimento e dei testi di insegnamento a livello universitario – diversi per lingua e luogo di edizione – per conoscere che cosa la scienza, attraverso oltre un secolo di indagini – afferma a proposito dell’inizio della vita di un nuovo essere vivente, un individuo appartenente ad una data specie (compresa quella umana) che si riproduce sessualmente. La risposta è certa e unanime: la vita di un nuovo organismo vivente (o essere vivente o individuo vivente: la biologia non distingue tra questi tre termini, come invece fanno alcuni filosofi) ha inizio con un processo chiamato fecondazione, che consiste nella fusione tra lo spermatozoo e la cellula-uovo. Non è questo lo spazio idoneo per citare tutte le pagine delle riviste internazionali e dei volumi che si trovano nelle biblioteche scientifiche di università e centri di ricerca, che riportano una amplissima e consistente documentazione di tale affermazione. Ne ricordiamo una per tutti. Per il sito web della più vasta biblioteca biomedica del mondo, la National Library of Medicine di Bethesda (Usa), è stato scelto come manuale che riassume il saper più aggiornato nel campo della embriologia il volume Developmental Biology del professor Scott F. Gilbert, il testo di biologia dello sviluppo maggiormente diffuso nelle università americane e giunto in pochi anni alla sesta edizione. Il capitolo 7, nel quale viene illustrato come inizia la vita individuale di un essere vivente sessuato, ha per titolo: “Fertilization: Beginning a new organism”. La fecondazione è l’inizio di un nuovo organismo. Non uno o alcuni giorni dopo la fecondazione, non con l’impianto nell’endometrio dell’utero, non passate due settimane, ma quando i due gameti “fuse togheter” (Gilbert, inizio del capitolo citato), si fondono per dare origine all’embrione unicellulare o zigote. L’espressione “one-cell embryo” (embrione unicellulare) si ritrova in numerosissimi lavori di biologia dello sviluppo animale e umano, a testimonianza della consapevolezza dei ricercatori che l’embrione inizia ad esistere già allo stadio di una singola cellula, derivante dalla fusione dell’ovocita e dello spermatozoo.

    Il professor Boncinelli ha ragione quando afferma che “dal punto di vista biologico non c’è in sostanza nessuna discontinuità dal concepimento alla nascita e oltre”. E’ ciò che tutta la scienza sull’embrione da sempre conosce e insegna. E giustamente sottolinea che ogni “spartiacque” successivo alla fecondazione è una “convenzione umana”. Non ci si appelli dunque alla scienza – né, tantomeno, a uno, dieci o cinquanta premi Nobel – per forzare le decisioni dei cittadini in merito ad una scelta convenzionale che nulla ha di scientifico, ma si affronti con coraggio e libertà la vera questione che è in gioco: vi sono ragioni adeguate per ritenere che non ogni essere umano sia una persona umana come noi, meritevole di rispetto e di tutela?

    Roberto Colombo

    Orarel
    August 12

    Le donne nella prima Cristianità



    Tratto da La vita quotidiana dei primi cristiani (Rizzoli Bur) di Adalbert G. Hamman, pag 87-95


    La chiesa è femminista o misogina? Non sarebbe difficile fornire una documentazione per l’una o per l’altra tesi, ma la realtà è molto più complessa. Non si deve del resto perdere di vista che conosciamo quell’epoca solo attraverso quanto hanno scritto gli uomini: le donne sono rimaste mute. È vero per altro che nelle comunità cristiane esse hanno svolto un ruolo attivo. In Oriente come a Roma, nella Grande Chiesa come nelle sette dissidenti, troviamo donne spesso fortunate che hanno contribuito all’espansione cristiana al punto che ci si può chiedere se alle origini non si sia avuto nella Chiesa un predominio femminile come si verificherà nella società borghese del XIX secolo. Si osserva che nell’epoca imperiale le donne diedero tono al fervore e alle pratiche religiose, ma come si spiega la seduzione esercitata su di esse dal cristianesimo? E ci si chiede se il frequentare i templi, soprattutto quelli di Iside, poteva soddisfare ogni aspirazione femminile. Le donne vi cercavano – e vi trovavano – più spesso degli uomini che la divinità.
    Una delle cose nuove del Vangelo era quella di inseguire l’eguaglianza dell’uomo e della donna, il valore della verginità, la dignità e l’indissolubilità del matrimonio. Il Vangelo univa la pratica religiosa alla purezza dei costumi e condannava implicitamente la morale pagana.
    Sotto l’impero, la donna veniva promessa in matrimonio quando giocava ancora con le bambole. Il matrimonio veniva combinato da terzi o da agenzie specializzate e concluso senza reciproca attrazione; veniva vissuto senza dignità. La fedeltà coniugale veniva schernita e spettacoli, terme e festività favorivano incontri senza seguito.
    Alle donne disincantate o di nobili aspirazioni il Vangelo portò un’atmosfera pura, un nuovo ideale. Patrizie e plebee, schiave e ricche matrone, giovani ragazze e sgualdrine pentite vennero a ingrossare le file delle comunità in Oriente, a Roma e a Lione e le più ricche contribuivano con le loro ricchezze al sostentamento delle comunità stesse. Nella Grande Chiesa, come nella dissidenza gnostica, specie in quella montanista, la donna si impose fino a suscitare le reticenze e il cattivo umore un po’ misogini di laici e dei dediti al culto. Per un certo numero di Padri, a cominciare da Tertulliano, che tra l’altro era ammogliato, la tentazione è donna e la donna è tentazione.
    A Ierapoli, in Asia Minore, le due figlie di Filippo, che senza dubbi non è l’apostolo, furono oggetto di venerazione e il vescovo Papia si estasiava ascoltandole. Un’altra profetessa, Amia, ebbe grande influenza a Filadelfia verso la fine del II secolo. Gli atti apocrifi di diversi apostoli rivelano ed elogiano il comportamento di molte donne nell’apostolato di Giovanni, di Paolo, di Tommaso, il che costituisce una bella riabilitazione della Eva accusata di tutti i mali. La provata conversione di Flavia Domitilla, sorella dell’imperatore Domiziano, dimostra come la corte fosse raggiunta dal cristianesimo fin dal I secolo. Domitilla fu esiliata in un’isola e suo marito, per rappresaglia, venne giustiziato. È possibile che Marcia, la favorita di Comodo, il cui harem annoverava trecento donne e trecento ragazzi, sia stata cristiana anche se alla nostra mentalità il fatto può apparire paradossale. Essa affermò in ogni caso la sua simpatia per i cristiani facendo liberare i confessori condannati alle miniere in Sardegna. G. B. de Rossi ha trovato tra le lapidi cristiane il nome di grandi famiglie imparentate con gli Antonini.
    L’evangelizzazione della donna sconvolse profondamente la società antica. Altri, come Plutarco, avevano lottato per l’uguaglianza della cultura e gli stoici preconizzavano la stessa formazione educativa per i due sessi. Voti platonici, questi, senza effetto sulla società. Il cristianesimo più che insegnare, operò dando alla donna una nuova dimensione, tutta cristiana, la dignità in un’esistenza avvilita dal paganesimo e affermando con insistenza la sua uguaglianza con l’uomo. Il celibato volontario per il regno di Dio affermò la libertà e l’autonomia della donna e il primato dell’esperienza cristiana sul desiderio carnale, in un’epoca che dava alla prostituzione una consacrazione religiosa.
    I pagani si imbatterono spesso in una testimonianza che sfuggiva alla loro possibilità di comprensione. Se esistette una corrente che contestò la dignità del matrimonio sospettandone la legittimità, essa non espresse mai la posizione della Grande Chiesa. “I cristiani si sposano come tutti gli altri, afferma la lettera a Diogene; procreano, ma non abbandonano mai i loro figli.” L’indissolubilità e la fedeltà nel matrimonio, rivalorizzate anche per il marito, apparivano ome esigenze inaudite. Minucio Felice poteva senza fatica chiudere la bocca ai calunniatori: “Ci accusate di falsi incesti, quando voi ne commettete di veri!”. È vero che l’armonia coniugale e l’uguaglianza degli sposi erano meno accentuate ella sottomissione della donna e del suo compito di educatrice. La riabilitazione della condizione della donna si effettuò progressivamente, ma lentamente. Contemporaneamente alla dignità della donna, il cristianesimo cominciò a esigere il rispetto della vita in un’epoca nella quale l’aborto era abitudine corrente in tutti gli strati sociali, in Egitto come a Roma. L’imperatore Domiziano aveva costretto la propria nipote all’aborto. Questa morì, provocando grande emozione. L’abbandono dei piccoli non costituiva il minore dei flagelli, e possediamo una lettera scritta da un operaio egizio alla propria moglie incinta dalla quale è lontano perché lavora ad Alessandria; le dice di far scomparire il neonato se sarà di sesso femminile. […] Questo realismo contrasta con lo spirito esaltato di certe sette che vietavano ala donna la sua funzione materna […] Qualche gnostico giunse a far apparire il matrimonio come una prostituzione e, all’estremo opposto, altre sette gnostiche (Simone, Apelle, Marco) sfruttarono la credulità della donna e ne turbarono lo spirito renderle consenzienti a certe libertà intime riprovate dalla morale comune.
    Le difficoltà si accrebbero per la donna che si sposava dopo la conversione al cristianesimo e non era seguita nella conversione dal marito. Situazione, questa, senza dubbio frequente nel corso dei primi secoli ed estesa a tutte le classi sociali. La Didascalia la considera senza drammatizzare, e fino al tempo di Monica e Agostino la donna dovette al marito il vero volto del cristianesimo, e le doti della sua anima contribuirono a far avvicinare il congiunto al Vangelo. In ogni caso i pagani andavano ripetendo: “Mettono la discordia nelle famiglie”.
    […] L’esperienza spiega la reticenza della Chiesa nei confronti dei matrimoni misti tra un pagano e una cristiana e Tertulliano descrive il rischio che correva la donna in simile caso. […] La conversione di una ragazza rendeva il suo avvenire incerto: come trovare marito in una società ove le donne erano più numerose degli uomini? Se la ragazza apparteneva all’aristocrazia o alle classi dirigenti, le sue possibilità di scelta diminuivano in una comunità in cui i giovani scapoli erano di condizioni più modeste. Al tempo di Marco Aurelio, una patrizia perdeva il suo titolo di clarissima sposando un uomo del popolo. Si vedevano così molte giovani aristocratiche vivere in concubinaggio con liberti o anche con schiavi pur di non perdere il proprio titolo.
    Tertulliano condannò queste abitudini ed esortò vivamente la giovane cristiana a preferire la nobiltà della fede a quella del sangue, perché l’armonia della fede in autentico amore compensa largamente le differenze sociali. Papa Callisto approverà questa pratica morganatica e giungerà ad autorizzare, in contrasto con il diritto romano, l’unione di una persona di condizioni superiori con un uomo privo di titoli, nato libero e anche con uno schiavo.
    […] Le giovani vedove, alle quali già Paolo raccomandava di risposarsi onde evitare di essere preda del proprio ozio, erano aiutate dalla cassa comune. Le più ferventi si raggruppavano in comunità.
    Mai come nel martirio la dignità e l’eguaglianza della donna con l’uomo risplendettero di tanta luce. Il numero di donne che accettarono il martirio è funzione del suo stesso eroismo e non vi è racconto che non segnali la presenza di donne sposate e di fanciulle. I pagani, per sadismo, sembrarono accanirsi in modo particolare contro di esse come se impersonassero la vittoria del cristianesimo.
    Nonostante gli smarrimenti e gli insuccessi, nel fervore della fede, la comunità cristiana cercò di realizzare un’altra società, una società nuova dove le barriere sociali, etniche, e sessuali cadevano di fronte all’impetuosa volontà di vivere in tutta sincerità la fratellanza cristiana, nello scambio e nella divisione dei beni. Il fratello, la sorella, ricchi o poveri, apparivano alla luce del Vangelo non secondo le categorie umane m nella comunità di una stessa vita e di una stessa azione di grazia. 

    August 11

    Pornografia a scuola: l'ultima frontiera dell'indottrinamento Arcigay


    Genova/ Fumetti porno per bambini. Scandalo in biblioteca

    Lunedí 25.05.2009 10:30

    Scandalo a Genova dopo che gli organizzatori del Gay Pride hanno messo a disposizione di giovani e adolescenti due opuscoli sui temi della sessualità e dell'affettività. I libretti sono corredati da bibliografie di siti internet, da Arcigay, Arcilesbica e Crisalide-Azione Trans, con fumetti espliciti che sconfinano nella pornografia. Il caso, sollevato da un consigliere regionale Pdl, è finito davanti alla procura. E sul forum di Affari scoppia la polemica. Molti i lettori indignati che scrivono che è "vergognoso". Ma c'è anche chi non grida allo scandalo e sostiene che " è meglio in biblioteca che altrove". E una lettrice vicina al Gay Pride scrive: " E' una menzogna politica e omofoba" (non poteva ovviamente mancare il genio che giocasse la carta dell'omofobia, ndr). E manda ad Affaritaliani un video che spiega la campagna sessuale. [...]

    I LIBRI- I volumi dal titolo "Diversamente libri" si trovano in due versioni: uno per adolescenti e uno per bambini e bambine. Distribuiti in varie copie, con il benestare del sindaco di Genova, Marta Vincenzi, contengono una ricca bibliografia di siti in realtà poco adatti ad un pubblico infantile. Tra questi www.beyourself.it, "una community giovanile dedicata alla sessualità e all'affettività in ogni sua forma".

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    Fumetti porno, Genova spiega il sesso ai bimbi


    di Massimiliano Lussana

    Lo sanno tutti: i bambini devono imparare l’alfabeto. Anche le lettere più difficili e quelle assemblate nel modo più strano a disposizione. E quindi, nella biblioteca per bambini di Genova, ci si esercita su Lgbtqui. [...] Diciamoci la verità. I disegni non sono un granché. Non siamo né nei dintorni di Milo Manara, né in quelli del Magnus in versione erotica, ma nemmeno in quella dei già non esaltanti manga giapponesi. Ad esempio, i peli sul sedere del protagonista maschile - peraltro forse troppo anticipati per un pubblico di «bambine e bambini», forse ancora glabri - sembrano troppo sollevati dalla pelle per essere veri. E, come potete vedere dall’ampia selezione grafica che vi presentiamo in queste pagine, anche i testi non è che siano proprio straordinari. I giochi di parole con i fumetti «Non lo vuoi un bel pee...sce nella vaa...sca» o vorrei «un caa...ne nel cuu...ore, ho la fii...nestra aperta» - lettere in nero, ripetizioni di vocali e puntini di sospensione sono degli autori - sarebbero di cattivo gusto anche in un film di Bombolo, Cannavale e Alvaro Vitali. Figuriamoci su un sito segnalato e consigliato ai bambini. Ma anche senza neretti e virgolette, non è che il resto sia meglio. C’è il ragazzo, peraltro senza mutande, che chiede alla ragazza se può toccarle il seno e - dopo aver festeggiato l’inatteso diametro - accompagna il tutto con una dietrologia. Nel senso letterale della parola: «Posso da dietro?». La palpeggiata reagisce con argomenti di particolare forza intellettuale: «Ih, ih».
    [...] E, addirittura, dai computer del consiglio regionale non è riuscito a collegarsi perché il sito «consigliato ai bambini» è filtrato dal dispositivo che impedisce l’accesso agli indirizzi internet inadatti ai minori. [...] Noi l’abbiamo fatto, la magistratura pure (l’indagine pare proceda a ritmo spedito) e il risultato lo potete vedere in queste pagine. Sperando che nessun bambino che ha preso la bibliografia nella biblioteca comunale abbia fatto altrettanto.
    (hanno collaborato Federico Casabella e Diego Pistacchi)


    August 10

    Bufale su Voltaire, Papa Leone X e Galileo Galilei


    di Vittorio Messori

    […] Smettiamola di ripetere la frase fin troppo famosa: «Non sono d’accordo con la tua idea ma mi batterò, se necessario, sino alla morte perché tu possa esprimerla».
    Smettiamola, dico, di attribuirla a tal François-Marie Arouet , in arte Voltaire, come esemplare conferma della sua tolleranza e, in genere, della libertà di pensiero difesa dall’Illuminismo. Questa frase edificante non è di Voltaire, queste parole non sono sue ma di un’autrice inglese, Evelyn Beatrice Hall, e si trovano in un libro edito a Londra nel 1906. Quella scrittrice scriveva sotto uno pseudonimo maschile, Stephen G. Tallentyre (le opere femminili non erano prese sul serio, nella Gran Bretagna anglicana, ancora all’inizio del XX secolo) e ha “immaginato” che così si dicesse nella Francia del Settecento.
    Se su Voltaire si fosse informata meglio, l’ingenua anglosassone avrebbe scoperto, tra l’altro, che quel filosofo era in realtà il ricco “mantenuto” di un despota come Federico II di Prussia e che investiva i suoi guadagni letterari nella società che aveva messo in piedi con un ebreo, in Olanda, per il commercio degli schiavi neri dall’Africa all’America. Un tipo, Voltaire, che amava talmente la tolleranza da chiedere con insistenza alle autorità regie che fossero messi a tacere, con ogni mezzo, i Gesuiti che ne contrastavano le idee. E che non ebbe nulla da dire quando l’ufficio di censura del re di Francia proibì l’uscita di una rivista periodica che lo aveva attaccato.

    Da una falsa citazione che dovrebbe dare onore al presunto autore, eccone una, altrettanto falsa, da disonore.
    Succede spesso infatti – anche negli attuali pamphlet anticristiani e in particolare anticattolici – di vedere citata una lettera di Leone X al fratello subito dopo l’elezione a papa, nel 1513. Quel Medici subito dopo il conclave, avrebbe scritto: Quot commoda dat nobis haec fabula Christi!, quanti vantaggi ci dà questa favola di Cristo. Parole citate, ovviamente, per dimostrare che, se neanche i Papi hanno creduto nella verità del Vangelo, meno che mai possiamo farlo noi.
    Peccato per quei polemisti che quella lettera di Leone X non sia mai esistita e che sia stata inventata dal polemista protestante John Bale nella sua opera The Pageant of Popes, il corteo dei Papi, pochi anni dopo la morte del pontefice fiorentino.
    Il grande storico cattolico Pastor, poi, ha dimostrato in maniera inconfutabile che è falsa anche un’altra lettera attribuita allo stesso Pontefice che, uscito dal Conclave, avrebbe scritto al fratello Giuliano: «Godiamoci il Papato, visto che ci è stato dato».

    Andiamo oltre, restando sempre sui terreni dove pascolano le “bufale”. Ecco qui un ritaglio del 7 febbraio 2007 non da un giornalino di provincia ma da Le Monde, il giornale per il quale è obbligatorio, stando al conformismo egemone, usare l’aggettivo “autorevole”. Altrettanto autorevole lo scienziato che firma un articolo, scrivendo tra l’altro, testualmente: «Allorché Galileo Galilei ha affermato che la Terra era rotonda, il consenso unanime era contro di lui e i cardinali che processarono l’astronomo pisano sostenevano che la Terra era piatta». I soliti preti ignoranti e fanatici della leggenda nera galileiana! In realtà, già due secoli prima di Cristo, il matematico e geometra di Cirene trapiantato ad Alessandria, Eratostene, non solo sapeva che il nostro pianeta è rotondo, ma riuscì a calcolarne la circonferenza due volte, con due metodi diversi, e con sorprendente precisione.
    La riprova concreta venne poi da Magellano che, un secolo prima di Galileo, compì il giro completo della Terra, navigando sempre verso Occidente; al punto di partenza, in Portogallo, non ritornò lui, che era morto in uno scontro con indigeni del Pacifico, ma giunsero le sue navi. Dimostrando così con i fatti la teoria, conosciuta e riconosciuta da almeno 17 secoli. Da tutti i dotti, dunque anche da quelli del Papa “oscurantista”.

    [Vittorio Messori, Il Timone, maggio 2009, pp. 64-65]

    Ricchezze vaticane: chi le ha prodotte, chi le ha rubate?


    di Vittorio Messori

    Due soli dati - piccoli, ma significativi e inoppugnabili - a proposito del gran parlare delle solite "ricchezze della Chiesa". Il bilancio della Santa Sede - cioè di uno Stato sovrano con, tra l’altro, una rete di oltre 100 ambasciate, le "nunziature", e con tutti quei "ministeri" che sono le Congregazioni più i Segretariati e gli infiniti altri uffici - quel bilancio, dunque, per il 1989 era pari a meno della metà del bilancio del Parlamento italiano. Insomma, i soli deputati e senatori che siedono nei due edifici romani (già pontifici) di Montecitorio e di palazzo Madama, costano al contribuente italiano più del doppio di quanto non costi il Vaticano agli 800 milioni di cattolici nel mondo. I quali cattolici, poi, sono così generosi? Non sembra, visto che quegli 800 milioni di battezzati danno ogni anno alla loro Chiesa offerte minori di quanto non ne diano i 2 milioni di americani membri della Chiesa Avventista del Settimo Giorno. Per non parlare dei Testimoni di Geova o di tutte le altre sètte - la Chiesa dell’Unificazione di Sun Moon, ad esempio - le quali dispongono di capitali che muovono e investono in tutto il mondo e che ridicolizzano le "ricchezze" del Vaticano. Le uniche, però, queste ultime, delle quali si parli indignati.
    A quella indignazione sfugge tra l’altro che simili ricchezze (a differenza di quanto avviene per le nuove sètte, chiese e chiesuole che non lasciano nulla per altri) sono state nei secoli messe a frutto con un "investimento" che ha dato, dà e darà sempre più dividendi straordinari. È quell"’investimento" sull’arte del quale prosperano innumerevoli città d’Europa e, soprattutto, d’Italia. Che sarebbe Roma stessa se non disponesse che delle scarse rovine imperiali, se una serie ininterrotta di papi non vi avesse gettato le famose, esecrate "ricchezze" per crearvi quello che è forse il maggior complesso artistico del mondo, sparso su tutti i quartieri? Qualcuno dovrebbe pur ricordare a politici, giornalisti, demagoghi vari i quali, a Roma, moraleggiano sui "soldi del Vaticano" che in quella stessa città quasi metà della gente vive dei proventi di un turismo causato proprio da uno spendere soldi "cattolici" secolo dopo secolo, a favore dell’arte. Se - qui come ovunque altrove - è dai frutti che si riconosce l’albero, va pur detto che i tanti secoli di amministrazione pontificia di Roma, pur con le loro ombre (ma non più gravi della media del tempo), hanno avuto come frutto il dotare la città di un capitale in grado di produrre ininterrotta ricchezza.
    A proposito di soldi, la campagna scandalistica contro quell’otto per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche che i contribuenti possono liberamente mettere a disposizione della Chiesa italiana ignora (o vuole ignorare) quale sia il retroscena storico. Nel 1860 i Piemontesi, per raggiungere (e bloccare) Garibaldi al Sud, invasero - approfittandone per annetterle con la forza al nuovo Regno - le regioni pontificie della Romagna, delle Marche e dell’Umbria. Dei suoi possedimenti, alla Chiesa non restò che il Lazio, anch’esso poi invaso e incamerato dai Savoia nel 1870. Tutto ciò fu considerato come una vera e propria rapina da parte degli studiosi dì diritto internazionale, e di certo non solo cattolici: si scandalizzarono per il sopruso persino i grandi giuristi della luterana Germania di Bismarck. A questo si aggiunse quell’altro clamoroso sopruso del sequestro e dell’incameramento di tutti i beni ecclesiastici italiani: dai monasteri, alle istituzioni benefiche, ai campi, sino alle chiese stesse. Confisca, si badi, senza alcun indennizzo. Per tentare di salvare la faccia di fronte alla comunità internazionale - e per dare una qualche rassicurazione alle masse cattoliche che rappresentavano l’enorme maggioranza, ma senza voce perché escluse dal voto, dei sudditi del nuovo Regno d’Italia - subito dopo la breccia di Porta Pia il governo dei liberali approvava la cosiddetta "Legge delle Guarentigie". Una legge che, riconoscendo implicitamente che la conquista, senza neppure dichiarazione di guerra, di tutti i territori di uno Stato violava il diritto delle genti, attribuiva un "rimborso" al papa, come sovrano derubato. La somma fu stabilita in una rendita di quasi tre milioni e mezzo di lire-oro: un’enormità, per uno Stato come quello italiano, il cui bilancio era di poche centinaia di milioni di lire. Un’enormità che confermava però quale fosse l’entità della "rapina" perpetrata. Quello delle Guarentigie non era però un trattato accettato dalle due parti, era una legge unilaterale del governo sabaudo: i Papi mai la riconobbero né vollero accettare un centesimo di quella somma vistosa. Per le necessità economiche della Santa Sede preferirono affidarsi alla carità dei fedeli, istituendo l’Obolo di San Pietro.
    Solo quasi sei decenni dopo, nel 1929, si giunse ai Patti Lateranensi, che comprendevano un Concordato e un Trattato che regolava anche i rapporti finanziari. Il Trattato ristabiliva il principio di quel "rimborso" per la confisca dello Stato Pontificio e dei beni ecclesiastici che lo stesso governo italiano del 1870 aveva giudicato necessario. Si stabilì così che l’Italia avrebbe versato 750 milioni in contanti e che si sarebbe accollata alcuni oneri come quello di uno stipendio ai sacerdoti "in cura d’anime". Quello stipendio, in parte era fondato sui crediti che la Chiesa vantava verso lo Stato italiano, in parte derivava dalle nuove funzioni pubbliche - come la celebrazione e la registrazione dei matrimoni con rito religioso, aventi però anche validità civile che i Patti attribuivano alla Chiesa. Dunque, le concessioni economiche del 1929, motivo di tanto scandalo per la polemica anticlericale, non erano un "regalo", il frutto di qualche favore "costantiniano", ma la copertura (seppure, solo parziale) di un debito determinato dalle spoliazioni del XIX secolo. È in questa prospettiva storica che andrebbe giudicata la recente revisione dei Patti Lateranensi ad opera del governo non di un democristiano ma di un socialista come Bettino Craxi. In quella revisione, tra l’altro, si supera il concetto, pur del tutto legittimo alla luce del diritto internazionale, di "rimborso" e si instaura quello della contribuzione volontaria della quale lo Stato si limita a fare da esattore. Il famoso "otto per mille", dunque, va inquadrato in una più che secolare vicenda della storia italiana. Ma, questa, chi la conosce più?
    Ma sì: proviamo a venderli - a beneficio, che so?, dei poveri negretti - i tesori del Vaticano. Cominciamo, per esempio, dalla Pietà di Michelangelo che è in San Pietro. Lì prezzo d’asta, stando a chi ha provato ad azzardare una valutazione, non potrebbe essere inferiore al miliardo di dollari. Solo un consorzio di banche o di multinazionali americane o giapponesi potrebbe permettersi un simile acquisto. Come primo risultato, quel capolavoro eccelso lascerebbe di certo l’Italia. E poi, quell’opera che è ora esposta, gratis, all’emozione di tutti, cadrebbe sotto l’arbitrio di un padrone privato - società o collezionista straricco - che potrebbe anche decidere di tenere per sé, vietandola alla vista di altri, tanta bellezza. Bellezza, poi, che - cessando di dar gloria a Dio in San Pietro - darebbe gloria, in qualche bunker blindato, al potere della finanza, cioè a ciò che la Scrittura chiama "Mammona". Il mondo avrebbe, forse, un ospedale in più nel Terzo Mondo: ma sarebbe davvero più ricco e più umano?

    Vittorio Messori

    August 06

    Il pomodoro e l'embrione...


    Sembra strano. Ma anche in Italia c'è chi è contrario alle manipolazioni genetiche dei pomodori, ma se si tratta di embrioni umani i difensori dei pomodorini freschi si accalorano (assumendo il colore dei loro assistiti). Più diritti per i pomodori, d'altra parte il nostro è uno stato laico!




    Pio XII secondo gli Ebrei


    di Rino Camilleri

    Trascrivo una lettera gentilmente segnalatami da Vittorio Messori: «Comunità Israelitica di Milano, 2 maggio 1945. A Sua Eminenza Cardinale Schuster, Arcivescovo di Milano. E’ a nome degli ebrei liberati dall’incubo dell’esistenza trascorsa per tanti mesi, di quelli che si sono salvati quando erano più perseguitati, che rivolgo il presente messaggio alla Eminenza Vostra, per esprimere la loro gratitudine più profonda per quanto la Chiesa Cattolica ha fatto in loro favore. A rischio continuo della vita, soffrendo per noi il carcere o il campo di concentramento, i Vostri Sacerdoti hanno sentito l’imperioso dovere di riconoscere con i fatti che la fratellanza umana supera ogni differenza di fede. E nell’opera sono stati degni Missionari dell’idea di bontà e di carità. E’ stata concessa allo scrivente la possibilità di precisare i sentimenti nostri alla Radio di Milano Libera la sera del 30 aprile u. s., ed ora di nuovo si vuole assicurare l’Eminenza Vostra della comprensione e valutazione più completa di quanto è stato con spirito fraterno compiuto per noi. Non verrà più di dimenticare e costantemente conclamare in tutto il mondo l’azione di salvataggio di esistenze umane, che la Chiesa ha compiuto, mentre le forze del male le distruggevano. Voglia gradire l’Eminenza Vostra i sensi del più profondo ossequio. Raffaele Cantoni, Commissario Straordinario».

    http://www.rinocammilleri.com/2009/06/pio-xii/

    August 05

    L’aborto chimico ha seri problemi con la 194

    di Assuntina Morresi

    L’aborto farmacologico ha problemi di compatibilità con la 194, la legge che regola l’aborto in Italia: lo abbiamo sempre sostenuto. Adesso che le indagini a Torino si sono chiuse e si avvicina il processo per quattro medici coinvolti nella sperimentazione della Ru 486 all’ospedale Sant’Anna, i fatti emergono in tutta la loro chiarezza.

    Silvio Viale, il ginecologo radicale che ha guidato quella sperimentazione, potrebbe essere processato per violazione della legge 194, perché ben 38 donne – su 332 che hanno usato la Ru 486 fra agosto 2005 e luglio 2006 – hanno abortito al di fuori dell’ospedale, contrariamente a quanto stabilisce la norma italiana, secondo la quale gli aborti debbono avvenire all’interno delle strutture sanitarie pubbliche. Mario Campogrande, primario, Marco Massobrio, docente universitario, e Gianluigi Boveri, direttore generale all’epoca, potrebbero rispondere davanti ai giudici di eventuali violazioni della legge solo per il primo periodo della sperimentazione.

    Con il metodo farmacologico il rispetto della 194 è possibile solamente se le donne si ricoverano per almeno tre giorni, a causa delle modalità stesse dell’aborto con la Ru 486. Il protocollo prevede infatti che il primo giorno le donne assumano la prima pillola, la Ru 486 vera e propria, che uccide l’embrione nel ventre della madre. Dopo 48 ore c’è un secondo farmaco, il misoprostol, che induce le contrazioni e provoca l’espulsione dell’embrione. Dopo due settimane c’è la visita di controllo per verificare che l’aborto sia avvenuto completamente e l’utero si sia svuotato.

    Ma dal momento in cui assume la Ru 486, la donna non sa quando, dove, come e se abortirà: il 5% circa espelle l’embrione fra il primo e il secondo farmaco. L’80% lo espellerà entro 24 ore dal secondo farmaco, cioè entro i primi tre giorni dall’inizio della procedura, e un 12-15% nei quindici giorni successivi. Le altre avranno bisogno di un intervento chirurgico per aborto incompleto o perché la gravidanza è continuata. Dunque per essere certi che si abortisca in ospedale, come richiesto dalla legge, è necessario predisporre un ricovero di almeno tre giorni. Gran parte delle donne sottoposte alla sperimentazione invece sono tornate a casa dopo l’assunzione della prima pillola, contrariamente a quanto previsto anche dal protocollo di sperimentazione. E per ben 38 di loro l’aborto è avvenuto al di fuori della struttura ospedaliera. «Avevo uno spettacolo – ha spiegato una di loro, ballerina di tango – e mi sono sentita dire che non ci sarebbero stati problemi. Però, qualche ora dopo l’esibizione, ho abortito a casa». «Ero sola in casa quando, all’improvviso, ho cominciato ad avere un’emorragia. Non sapevo come comportarmi e ho dovuto chiamare un’amica prima di precipitarmi in ospedale». Sono due delle testimonianze raccolte dagli inquirenti torinesi, e danno la misura di cosa avviene quando si sceglie la procedura abortiva farmacologica, se non si è in ospedale. Oltre a essere più pericolosa (una mortalità dieci volte maggiore di quella per aborto chirurgico) e avere una maggiore quantità di effetti collaterali, oltre che più duraturi, la Ru 486 rende l’intera procedura abortiva più lunga rispetto a quella chirurgica attualmente usata, ed estremamente incerta nei tempi.

    Il Consiglio Superiore di Sanità si è già pronunciato a riguardo: perchè l’aborto farmacologico si possa effettuare con le stesse garanzie del normale metodo chirurgico per la salute della donna, è necessario il ricovero ospedaliero fino ad aborto concluso, cioè fino a espulsione dell’embrione. Eppure Massobrio, uno degli indagati, ha dichiarato: «Quando l’aborto farmacologico entrerà nell’uso comune, se mai succederà, non si potrà certo prevedere di farlo in ricovero ordinario di tre giorni. Sarebbe assurdo». Assurdo rispettare la legge?

    L’alternativa è modificare la 194, come è accaduto in Francia, dove si è prima variata la definizione di aborto, facendolo coincidere con l’assunzione della pillola e non con l’espulsione dell’embrione. Questo non è bastato. Dopo qualche anno è stato introdotto l’aborto a domicilio: le francesi possono scegliere di abortire a casa, dopo aver assunto la prima pillola davanti al medico. Da sole, dopo 48 ore, assumeranno la seconda, con in tasca gli antidolorifici e il foglietto delle istruzioni, insieme al numero di telefono dell’ospedale più vicino nel caso in cui le perdite di sangue – solitamente molto abbondanti – diventino una vera e propria emorragia, eventualità che a volte rende necessaria anche una trasfusione.

    Che i problemi della Ru 486 non fossero dettati dalla politica ma dal metodo stesso è anche evidente dal fatto che la sperimentazione è iniziata con il ministro Sirchia, del centro-destra, sospesa e poi ripresa con il nuovo ministro Francesco Storace, ed è stata definitivamente sospesa con un governo di centrosinistra (ministro Livia Turco) dall’assessore alla Sanità piemontese Mario Valpreda, di Rifondazione Comunista.

    Avvenire

    La Ru 486 fallisce, altro che «aborto con l’airbag»


    di Assuntina Morresi

    «Abortire con la Ru 486 è come viaggiare con sei airbag anziché con due»: parola di Massimo Srebot, primario di ginecologia a Pontedera (Pisa), uno dei primi medici in Italia a introdurre l’aborto chimico, importando il farmaco dalla Francia. Si poteva leggere su Il Tirreno del 13 novembre 2005.

    Ma ecco un parere totalmente diverso: «Alla luce dei 200 casi che ho seguito chiedo alle donne di restare tutta la giornata, sia perché alcune di loro hanno dolori forti per le contrazioni violente e sanguinamento e spesso bisogna ricorrere a un forte analgesico per via endovenosa, sia per fare un controllo ecografico. Inoltre, un 4-5 per cento non riesce a espellere e bisogna intervenire con l’aspirazione. In ogni caso è bene dire che la Ru 486 deve essere usata sotto stretto controllo, non va assolutamente presa sotto gamba, va fatta una valutazione medica prima, perché ci si può trovare di fronte, per esempio, a una gravidanza extrauterina. [...] Non è comunque un modo indolore per abortire, per una donna non c’è un modo indolore».

    Chi è? È sempre Massimo Srebot, lo stesso ginecologo di Pontedera, però l’anno successivo (inserto «Salute» di Repubblica dello scorso 1 marzo) dopo la nostra campagna che mirava a ripristinare la verità sulla pillola abortiva.

    Il fronte dell’aborto con airbag, sostenuto dalla quasi totalità della stampa nazionale, si è incrinato innanzitutto con la notizia della mortalità per aborto chimico 10 volte maggiore di quella per aborto chirurgico: lo scriveva il New England Journal of Medicine, già nel dicembre 2005. E mentre sul New York Times si dibatteva sulla "kill pill" e sulla misteriosa e letale infezione da Clostridium Sordellii, in Italia, lo scorso maggio, si è saputo di un ricovero al pronto soccorso del Policlinico Gemelli: una signora aveva preso la Ru 486 all’ospedale di Siena, ma si trovava a Roma quando è sopraggiunta un’emorragia che l’ha costretta a un raschiamento. Nel settembre successivo l’assessore piemontese alla Sanità Mario Valpreda, di Rifondazione comunista, sospendeva definitivamente l’unica regolare sperimentazione dell’aborto con la Ru 486, quella all’ospedale Sant’Anna di Torino, usando le stesse motivazioni con cui l’aveva temporaneamente interrotta, un anno prima, l’allora ministro della Sanità Storace, di Alleanza nazionale. La magistratura di Torino sta ancora indagando per verificare che al Sant’Anna sia stata rispettata la 194, e che sia stato effettivamente seguito il protocollo sperimentale stabilito che imponeva il ricovero ospedaliero di tre giorni: molte donne a Torino hanno abortito fuori dall’ospedale, e il quotidiano La Stampa ha riferito di un esposto presentato da una signora che non avrebbe apprezzato l’aborto casalingo.

    In Toscana, la regione leader nell’introduzione della Ru 486 nel servizio sanitario pubblico, l’aborto per via farmacologica si è rivelato un fallimento: i dati raccolti dal dicembre 2005 mostrano che il 15% delle donne cui è stata somministrata la Ru 486 ha poi dovuto fare comunque l’intervento chirurgico, sottoponendosi quindi a due procedure abortive consecutive. In molti casi anche dopo l’espulsione dell’embrione morto l’utero non si svuota completamente: è soprattutto per questo che il dottor Facchini, all’ospedale di Siena, ultimamente ammette all’aborto chimico solo donne con una gravidanza entro le sei settimane (contro le sette indicate dall’Organizzazione mondiale della Sanità), e ne sconsiglia le dimissioni dalla struttura sanitaria, per il pericolo di emorragie.
    La somministrazione in Toscana della Ru 486 continua ad avvenire nell’illegalità, come sottolinea Marco Carraresi (Udc) in un’interrogazione al presidente del Consiglio regionale toscano: in Italia non esiste alcun protocollo approvato che regoli la procedura abortiva per via farmacologica, anche perché la ditta che produce il farmaco, nonostante i ripetuti annunci, ancora non ne ha chiesto la registrazione nel nostro Paese. È illegale anche l’uso del secondo farmaco, il misoprostol, che induce le contrazioni e permette l’espulsione dell’embrione morto: non è mai stato registrato dalla casa produttrice come farmaco abortivo ma solo come antiulcera, e quindi viene usato – come si dice – off label (per scopi diversi da quelli per cui è registrato) in violazione delle norme contenute nell’ultima Finanziaria (quella del governo Prodi).

    Non solo: rispondendo a un’interrogazione parlamentare degli onorevoli Santolini e Volontè, il sottosegretario alla Salute Patta ha ricordato il parere del Consiglio superiore di Sanità del 18 marzo 2004, per il quale la procedura abortiva con la Ru 486 sarebbe conforme alla legge 194 solo se se svolta «in ambito ospedaliero fino a completamento dell’aborto e delle cure del caso», mentre in Toscana la stragrande maggioranza delle donne presenta dimissioni volontarie dopo la somministrazione della pillola, e quindi spesso abortisce a casa.

    Vista la situazione, e considerando il recente caso drammatico del bimbo sopravvissuto all’aborto all’ospedale Careggi, probabilmente in Toscana sarebbe opportuna una verifica a tutto campo sull’effettiva applicazione della legge 194.

    Il recentissimo caso denunciato a Trento conferma i timori espressi da chi non ha mai creduto all’aborto con l’airbag: a una signora cui era morto naturalmente l’embrione in pancia è stato somministrato il misoprostol per causarne l’espulsione. L’aborto quindi, iniziato spontaneamente, si è concluso per via farmacologica, seguendo lo stesso percorso dell’aborto chimico volontario (nel quale è il primo dei due farmaci che si somministrano a causare la morte dell’embrione, mentre il secondo, il misoprostol appunto, serve per l’espulsione).

    La signora di Trento ha raccontato di aver aspettato ore e ore, dopo aver preso il misoprostol e prima dell’espulsione, durante le quali temeva un’emorragia per via delle perdite di sangue che si intensificavano, e doveva anche guardare dentro il water per cercare di identificare l’embrione abortito. Scene da film dell’orrore, diremmo: eppure si è trattato di un usuale, normale aborto chimico, senza alcuna complicazione. Con la procedura farmacologica la donna deve necessariamente gestire da sola tutte le fasi dell’aborto, anche se si trova all’interno dell’ospedale: è lei che per tutto il tempo deve tenere informato il personale medico su quello che le sta succedendo, chiedendone un eventuale intervento.

    Ma la denuncia della donna di Trento riguardava soprattutto il consenso informato per l’aborto chimico, firmato perché pressata, anche se con gentilezza, dal personale medico, che non l’aveva sufficientemente informata su cosa concretamente le sarebbe successo.

    Cosa altro bisogna aspettare, cosa altro deve accadere perché le autorità sanitarie del nostro Paese vadano a verificare cosa sta succedendo negli ospedali in cui si sta ancora somministrando la pillola abortiva? E come è possibile formulare un consenso informato attendibile su un farmaco non ancora introdotto in Italia? Attendiamo risposte.

    Avvenire

    Quei protocolli clinici invocati a giorni alterni


    di Assuntina Morresi


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    Le polemiche per l’introduzione della Ru486 in Italia non sono legate soltanto a un metodo abortivo, ma mettono in gioco ancora una volta il rispetto della legge, la deontologia medica, il significato della libertà di scelta.

    L’approvazione da parte dell’Agenzia di farmacovigilanza (Aifa) è subordinata a un uso della pillola abortiva esclusivamente in regime ospedaliero, come dichiarato da quegli stessi dirigenti dell’Aifa che pure hanno ritenuto un atto dovuto introdurla nel nostro Paese.

    Perché sia rispettata la 194 la delibera finale – a detta del direttore dell’Aifa – indicherà per la procedura di aborto farmacologico un ricovero ospedaliero fino a espulsione avvenuta: quindi da un giorno e mezzo a circa quattro. Ma in nome dell’autodeterminazione della donna, e addirittura della salvaguardia del rapporto medico-paziente, i sostenitori più convinti della pillola hanno subito messo in campo una violenta polemica proprio contro questa modalità di ricovero, accusando di voler tenere forzatamente in ospedale le donne che richiedessero la Ru486: si agita lo spettro del ricovero coatto, insomma, contrapposto alla libertà di scelta che coinciderebbe con la possibilità di tornare a casa – volendo – dopo la somministrazione dei farmaci abortivi. Ma in Italia esiste già la possibilità per tutti di firmare le dimissioni volontarie dall’ospedale. Da tempo, secondo certa stampa, pare invece che la prima preoccupazione di chi si ammala sia la possibilità di rifiutare le cure, anche salvavita. Adesso vediamo pure spuntare l’urgenza di sottrarsi a un ricovero in ospedale. Il giudice Amedeo Santosuosso, protagonista della battaglia giudiziaria su Eluana Englaro, sulla Ru486 ha affermato ad esempio che «non è stabilito da nessuna parte che la maggior tutela della paziente si realizzi solo in ospedale e non, anche, in uno sperimentato regime di day hospital».

    Anche Mario Riccio, il medico che ha sospeso la ventilazione a Welby, ha rilasciato dichiarazioni analoghe. E invece proprio sull’aborto con la Ru486 il più autorevole consesso medico italiano, il Consiglio superiore di Sanità, in ben due pareri – 2004 e 2005 – ha indicato che «la donna deve essere trattenuta fino ad aborto avvenuto» in ospedale, vista l’impossibilità di prevedere il momento dell’espulsione dell’embrione, e considerati i rischi del metodo chimico rispetto alla procedura chirurgica. È significativo che fra i più convinti sostenitori dell’inutilità del ricovero per aborto da Ru486 ci siano coloro che in prima fila si sono battuti per il ricovero di Eluana in una struttura pubblica – un ricovero forzato, quello sì, visto che Eluana non lo aveva mai chiesto – per porre fine alla sua esistenza. Un ricovero per morire accompagnato da un dettagliato protocollo medico stilato dai giudici della Corte di Appello di Milano, che stabilirono anche nei minimi particolari come si dovesse sospendere alimentazione e idratazione, consigliando – è bene ricordarlo – i dosaggi di sedativi o antiepilettici, l’umidificazione delle mucose, la cura dell’igiene del corpo e dell’abbigliamento. Evidentemente i soli protocolli medici indiscutibili sono quelli scritti dai giudici, e non quelli indicati dalle massime autorità competenti in materia, sulla base delle evidenze scientifiche e cliniche, e neppure quelli consentiti da una legge dello Stato come è la 194. Non è possibile appellarsi all’autorità medica e scientifica a giorni alterni, a seconda delle convenienze, e non si può accettare che la salvaguardia del rapporto medico-paziente, e la libertà di scelta delle cura e delle terapie, siano utilizzate come grimaldello, ancora una volta, per modificare surrettiziamente le leggi vigenti, attraverso sentenze, procedimenti amministrativi o prassi inaccettabili.

    SAFE - Salute femminile

    La «scoperta» laica: anche il feto è una persona

    In Francia da gennaio anche i genitori dei bambini nati morti dalla 22esima settimana possono usufruire del congedo per maternità (secondo una raccomandazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che riconosce la "viability", cioè la possibilità di vita, al bambino nato dalle 22 settimane di gestazione); e una recente sentenza della Corte di Cassazione d’oltralpe (vedi articolo qui sotto) decreta che i feti nati morti possano essere registrati all’anagrafe indipendentemente dal peso e, si noti, dalla durata della gestazione.
    La sentenza segue la richiesta di tre famiglie che non volevano essere private della possibilità di piangere i piccoli deceduti prima di nascere ad un’età gestazionale tra 18 e 21 settimane. L’ex ministro della Sanità François Mattei, secondo l’agenzia Genethique, afferma che questo mette fine a un paradosso: «Le coppie vedono il figlio grazie all’ecografia, gli danno un nome, lo sentono muoversi, ma se muore è come se non fosse esistito».

    Già: è importante, per l’elaborazione del lutto, poter costatare la realtà del corpo del defunto, anche di quello piccolissimo. È una decisione storica in un Paese che permette l’interruzione di gravidanza, ma dove non si dubita che la gravidanza interrotta provoca la morte di una persona, tanto da farla registrare all’anagrafe con un nome.

    A conferma di questa inversione laica di tendenza, il New York Times di domenica scorsa riportava un lungo articolo sul dolore del feto, spiegando che ormai è un argomento di cui non si giovano solo i gruppi pro-life ma la scienza stessa. E cita i lavori di Sunny Anand, Robert Fisk e Vivette Glover: il feto dalla 20esima settimana può sentire il dolore, e questo ormai è il tema di congressi scientifici e libri di testo. Caduto da pochi (!) anni il mito che il neonato non soffrisse, ora dall’attento studio del bambino prima della nascita si sta spostando l’attenzione sul diritto di quest’ultimo a non soffrire, e si studiano farmaci e dosi apposite. Lo studio del dolore prenatale è una nuova frontiera della scienza e anche in questo si vede che non è certo la Chiesa che blocca la ricerca. Anzi. Certamente ciò invita anche noi a far cadere varie ipocrisie.

    La prima è che l’aborto possa essere permesso sulla base di una "distinzione di diritti" tra chi è nato e chi non lo è. In realtà non c’è nessuna differenza ontologica e tanto meno fisiologica tra feto e neonato: dunque non si capisce come accordare al primo meno valore e meno diritti solo perché è ancora in utero. Il feto soffre, ricorda, sorride, succhia il dito, ha il singhiozzo, proprio come accadrebbe se fosse fuori dall’utero: che sia l’ingresso d’aria nei polmoni che magicamente trasforma il "non umano" in "umano"? La seconda anomalia è l’uso della parola "feto", che solo da un secolo ha preso a indicare il bambino prima della nascita. Prima questa parola indicava la "progenie", come testimoniano gli scritti di Catullo e Cicerone. Il bambino restava un "puer" (o un "fetus") prima o dopo la nascita. La parola "feto" è invece oggi una parola neutra (non ha un femminile) mentre l’appartenenza a un certo genere è quello che caratterizza l’umano; è molto simile a parole quali "fetido", "difetto"... Ormai è nell’uso comune , ma sarebbe bene riprendere a chiamare "bambini" i bambini e "fiori" i fiori.

    Insomma, l’umanità del bambino prima della nascita è un dato di fatto scientifico e laicissimo. Chi piange, scalcia, ha un Dna uguale al mio e al vostro e un cuore che batte è una persona. Sarebbe bene accorgersene per legiferare e operare di conseguenza, sempre considerando con intelligenza tutti gli aiuti che lo Stato deve dare alle coppie e alle mamme sole in difficoltà, mettendole al primo posto nelle politiche sociali.

    Quello che fa riflettere, poi, è che le stesse famiglie reclamano questo riconoscimento; e le famiglie hanno il diritto al lutto, all’abbraccio col piccolo. Non è sentimentalismo ma banale psicologia. Però delle famiglie si parla poco: se ne parla quando si vuole sostenere che siano loro gli arbitri (spesso sotto stress, impreparati, dolenti) della vita e della morte del neonato piccolissimo... E non se ne dovrebbe parlare quando invece reclamano per il loro piccolo un nome e una sepoltura?

    Avvenire