Ettore's profile"Chi controlla il passat...PhotosBlogListsMore Tools Help

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    July 19

    Blog in ferie



    Cari amici blogger e non,

    è giunto anche per me il momento di andare in vacanza. Desidero ringraziare tutti i lettori che hanno partecipato a questo blog, arrivato quasi a 35.000 visualizzazioni e a 4.600 visite (ma a dire la verità, nutro molti dubbi sullo stato di salute del contavisite…). Non so se sia o meno un buon risultato, considerata anche la giovine età dello space, ma mi ritengo largamente soddisfatto. Per i miei (quasi) due anni di utenza in windows live, oserei chiedere un regalino. La gentile gestione msn è molto attenta in materia di rispetto delle regole di comportamento nei blog. Forse è il caso di considerare anche i commenti, inserendo una qualche forma di moderazione che permetta una più agevole regolazione dei dibattiti. Ma va bene…chiedo venia per tutti gli errori e le incomprensioni, spesso causate anche dalla virtualità delle discussioni.

    Il blog cmq resta aperto, ma disattiverò i commenti che altrimenti resterebbero per troppo tempo fuori controllo. È ora di partire. Buone vacanze!


    Dio vi benedica




    July 10

    Aiuti umanitari? Rovina dell'Africa


    Ho trovato questo articolo che conferma una convinzione che mi sono fatto da un po’ di tempo: il problema dell’Africa non sono i soldi. O, almeno, non solo. Fiumi incontrollati di denaro possono creare più problemi di quanti non ne risolvano. Questo perché spesso finiscono per essere gestiti da governi notoriamente corrotti e che usano buona parte di quei soldi, se non tutti, per ingrandire i loro conti (personali) in Svizzera mentre la loro gente muore di fame. Il problema dell’Africa, quindi, è soprattutto politico. Anche perché nei casi in cui si ha certezza del buon esito dei finanziamenti, puntualmente quello che è stato costruito (come scuole e ospedali) viene spazzato via dalle guerre che si succedono senza sosta. L’ideologia del terzomondismo fa male, quindi, soprattutto all’Africa. Questo è un altro aspetto della miopia delle politiche occidentali nei confronti della questione Africa: “vi diamo i soldi, ma non ci importa quello che ne fate; poi per il resto scannatevi pure tra di voi quanto volete, a noi non importa.” Sostanzialmente è questo il messaggio. Alle compagnie petrolifere viene spesso rinfacciato di fare affari milionari con governi criminali, il punto è che su ogni tentativo di interferenza politica – anche per via economica – c’è sempre chi è pronto ad accusare di neocolonialismo. Eppure fra il colonialismo e l’irresponsabile cascata di dollari, deve esserci una via di mezzo per una sana collaborazione – che per esempio, favorisca i governi democratici – fra Occidente e Africa. Forse sarebbe il caso di lasciar perdere Bono e co. per dare un po’ più di ascolto a persone come Dambisa Moyo.

    Aiuti umanitari? Rovina dell’Africa

    di Paolo Bracalini

    Segnatevi questa cifra per la prossima predica rock del Live Aid: 300 miliardi di dollari, trecento miliardi, gli aiuti mandati in Africa (la maggior parte a fondo perduto) negli ultimi 40 anni. L’altro numero da tenere a memoria è quello della crescita del continente africano, nella stessa porzione di tempo: meno dello 0,2 per cento all’anno (in media). Se ne potrebbe desumere che gli aiuti al terzo mondo non aiutino affatto lo sviluppo economico, ma l’autrice di Dead Aid (titolo-sfottò del grande evento benefico del musicista-terzomondista Bob Geldof) va molto oltre: il paesi africani restano inchiodati alla loro povertà, dice lei, a causa degli aiuti umanitari. Dambisa Moyo, l’autrice di questo libro che è tra i bestseller del New York Times (Dead Aid, ed. Farrar, Strauss and Giroux, pagg. 188, euro. 19) non è solo un’ex economista della Goldman Sachs e prima ancora consulente della Banca mondiale. È anche una giovane donna africana, nata e cresciuta in Zambia, il che «se non può essere l’unica ragione per darle retta - scrive nella prefazione il grande storico scozzese Niall Ferguson -, è sicuramente una ragione in più per sentire cosa ha da dirci». Quello che Dambisa Moyo ha da dirci equivale a un cazzotto in pancia al modello del solidarismo fondato sugli aiuti umanitari, un prova drammatica dell’insuccesso di un sistema che sembra aver sortito come unico effetto la paralisi economica del continente africano, la moltiplicazione di conflitti tra bande affamate dei dollari umanitari, la lievitazione incontrollata della corruzione. Tutto sembra dimostrare che la solidarietà non aiuta ma fa danni, «l’idea che gli aiuti possano alleviare la povertà strutturale dell’Africa, e che lo abbiano già fatto, è un mito». Eppure «viviamo nella cultura dell’aiuto». È la cultura che permea la musica pop, è lo sfondo dei mega eventi rock, il solidarismo terzomondista «è diventato parte dell’industria dell’intrattenimento. Le star della tv e del cinema, le leggende del rock fanno propaganda per gli aiuti, e i governi gli vanno dietro per la paura di perdere popolarità. Bono degli U2 partecipa ai summit mondiale sulla fame e Bob Geldof, per usare le parole di Tony Blair, è “una delle persone che ammiro di più”», scrive la Moyo. Alla fine, «gli aiuti sono diventati una merce culturale», un accessorio elegante da sfoggiare nelle serate di gala.
    E così, con l’avallo dei leader del pianeta e l’accompagnamento ad alto decibel delle grandi icone pop, «gli aiuti continuano a essere un incontrollato disastro politico, economico e umanitario per la maggior parte del mondo sottosviluppato». Perché gli aiuti economici causerebbero questo disastro nel Terzo mondo? La Moyo descrive la deriva di un’economia «aid dependent», ancorata cioè ai fondi umanitari come unica ma costante e torrenziale forma di sostentamento economico. Il moto è quello di una giostra, merry-go-round, che torna sempre su se stessa senza muoversi di un passo. Il circolo è tra sovvenzione internazionale e corruzione endemica dei governi sovvenzionati dall’Occidente. «Gli aiuti internazionali finanziano governi corrotti. I governi corrotti ostacolano lo sviluppo di libertà civili e impediscono la nascita di istituzioni trasparenti. Questo scoraggia gli investimenti nazionali e stranieri». Primo risultato: l’economia ristagna, non si crea lavoro, la povertà cresce o non si riduce. Secondo risultato: «In risposta alla crescente povertà i benefattori occidentali daranno ancora più aiuti, alimentando la spirale stessa della povertà». I miliardi di aiuti internazionali fanno gola ai governi corrotti ma anche alle bande di guerriglieri, alle fazioni tribali, e sono ancora gli aiuti la principale cause - secondo la giovane economista africana - delle guerre civile che insanguinano il continente. L’esercito dei «donors», dei benefattori, costituito da funzionari della Banca mondiale (10mila persone), dalle agenzie dell’Onu (5mila persone), dalle 25mila Ong registrate, forma una massa di 500mila impiegati dell’«industria della bontà», che produce aiuti con un’automatica coazione a ripetere. La ricetta draconiana della Moyo per l’Africa è diversa ed è questa: imparate dall’Asia. «Solo 30 anni fa il Burkina Faso, il Malawi e il Burundi erano davanti alla Cina quanto a reddito pro capite». Ma sono stati gli investimenti esteri e le esportazioni a trasformare la Cina in potenza mondiale, non gli aiuti.

    Tratto da Il Giornale

    Il Jihad giudiziario


    Islam, istruzioni per l'uso

    Il Jihad si combatte non solo con le armi ma anche nei tribunali


    “L’UOIF [Unione delle organizzazioni islamiche di Francia] perseguirà tutte le procedure legali per porre fine all’accanimento contro il Profeta Maometto – pace su di lui – e alla stigmatizzazione sistematica dell’islam e dei musulmani” (Comunicato dell’UOIF, 20 marzo 2008).

    Uno dei vantaggi del jihad con le armi è quello di essere palese e quindi di essere facilmente riconoscibile. Si cercano armi, cellule di predicatori del jihad. Tuttavia negli ultimi anni ha preso piede, soprattutto in quell’islam vicino al movimento dei Fratelli musulmani, un altro tipo di jihad ben più subdolo: quello che si svolge nei tribunali. Chiunque, giornalista, politico o avvocato che sia, si occupi di islam rischia di venire citato in tribunale per “oltraggio nei confronti di un gruppo di persone in ragione della loro religione”.

    Uno degli ultimi esempi è stato il processo intentato in Francia dall’Unione delle Organizzazioni islamiche di Francia e dalla Grande moschea di Parigi contro la rivista satirica “Charlie Hebdo” per avere ripubblicato le vignette danesi su Maometto. Nel marzo 2008 la corte d’appello di Parigi ha respinto ogni capo d’accusa poiché le caricature “che si riferiscono chiaramente a una frazione e non all’insieme della comunità islamica, non costituiscono un oltraggio, né un attacco personale e diretto contro un gruppo di persone in virtù della loro appartenenza religiosa e non valicano il limite ammesso della libertà di espressione”.

    Il tribunale francese ha agito in maniera saggia e sensata, ma la situazione deve fare riflettere per almeno due motivi: in primo luogo, l’attacco non viene da tutti musulmani, ma da sedicenti “comunità e organizzazioni islamiche” che non sono per nulla rappresentative, e in secondo luogo perché esiste una strategia che mira a mettere il bavaglio alla libertà d’espressione, in secondo luogo, a dimostrazione del fatto che l’islam ha vari volti, l’avvocato della rivista francese. Esistono avvocati, solitamente occidentali conniventi dal punto vista ideologico, preposti solo a questo.

    Un esempio lampante di jihad in tribunale è quanto ha denunciato Magdi Cristiano Allam in un suo articolo comparso sul Corriere della Sera l’11 marzo 2008. E’ un testo lungo, ma merita di essere citato per esteso: “Venerdì 7 marzo 2008 ricevo per posta nell’ordine: 1) Richiesta risarcimento danni da parte dell’avvocato Luca Bauccio per conto di Rachid Kherigi al-Ghannouchi, con riferimento a quanto ho scritto sul suo conto nel mio ultimo libro “Viva Israele”. 2) Richiesta risarcimento danni da parte dell’avvocato Luca Bauccio per conto dell’Ucoii (Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia), con riferimento al mio articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 4 settembre 2007 dal titolo “Quei predatori d’odio contro gli apostati sono arrivati in Italia”. 3) Richiesta risarcimento danni da parte dell’avv. Luca Bauccio per conto dell’Ucoii con riferimento a ben 9 miei articoli pubblicati sul Corriere della Sera dal 14 settembre 2007 al 25 febbraio 2008. Nella stessa giornata mi arriva via fax una quarta comunicazione, una richiesta di pubblicazione di rettifica rivolta al Corriere, direttamente da parte del presidente dell’Ucoii, Mohamed Nour Dachan, con riferimento al mio articolo del 25 febbraio 2008 dal titolo “Le nozze islamiche e il rischio di copiare Brown”. Sabato 8 marzo scarico dalla mia mail una quinta comunicazione, una richiesta da parte dell’Ufficio Legale del Corriere della Sera di una relazione circa la causa civile intentata da al-Ghannouchi per tre miei articoli pubblicati sul giornale. Mentre per posta mi arriva una sesta comunicazione, un “decreto che dispone il giudizio” emesso dall’Ufficio del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, per una causa intentata da Abdellah Labdidi, imam della moschea Er Rahma di Fermo, in riferimento a un mio articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 30 novembre 2003 dal titolo “Venerdì d’odio in alcune moschee”. Sempre di sabato ho sentito telefonicamente uno dei miei avvocati, Gabriele Gatti, circa un settimo caso giudiziario, una causa intentata contro di me dai responsabili della Grande Moschea di Roma per una dichiarazione resa nel corso di una puntata della trasmissione Otto e mezzo su La7. La domenica per fortuna l’ho passata indenne. Ma nella prima mattinata di lunedì 10 marzo ho ricevuto un’ottava comunicazione, una telefonata da parte di Bruno Tucci, presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, di convocazione per una denuncia inoltrata da Hamza Roberto Piccardo, ex segretario nazionale dell’Ucoii, circa un mio articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 16 gennaio 2007, con il titolo “Poligamia, la moglie che accusa il capo Ucoii”. Non è un caso che in Italia Ucoii, Rached Ghannouchi, Tariq Ramadan e Yusuf al-Qaradawi siano tutti difesi dallo stesso studio legale che è poi lo stesso che difende l’ex imam di Varese dall’accusa di terrorismo.

    E’ proprio per rispondere a questo attacco frontale che negli Stati Uniti è nato il “Middle East Forum Legal Project”. Un jihad che ha visto la giornalista Rachel Ehrenfeld portata in un tribunale da Khalid bin Mahfouz per avere sostenuto che costui aveva legami finaziari con Al Qaeda e Hamas e condannata a un’ammenda di 30.000 sterline e a pubbliche scuse;  il Cair (Consiglio per le relazioni americano-islamiche) accusare Andrew Whitehead, responsabile del sito Anti-Cair, per avere diffuso false notizie a danno della reputazione dell’Associazione, per poi ritirare l’accusa due anni dopo; la Islamic Society di Boston accusare di diffamazione diciassette persone nel maggio 2005 anche in questo caso per ritirare l’accusa due anni dopo. 

    Il sito del “Legal Project” è molto chiaro e lucido nel definire questa tattica: “Siffatte cause sono spesso predatorio, avviate senza una seria aspettativa di successo, ma intraprese per causare la bancarotta, per distrarre, intimidire e demoralizzare gli accusati. Non si cerca tanto di vincere in tribunale, quanto di portare allo sfinimento ricercatori e analisti”. Vengono riportati anche dati ben precisi riguardo all’estrema attenzione rivolta dalle associazioni islamiche a questa battaglia: “Il Cair ha annunciato nell’ottobre 2005 di avere raccolto in un mese un milione di dollari, in parte per ‘difendere gli attacchi diffamatori ai musulmani e all’islam.”

    Il jihad in tribunale è stato dichiarato e merita un contrattacco. Il Legal Project americano meriterebbe di essere imitato in ogni dove perché solo così l’occidente potrà mantenere intatta la sua tanto cara libertà d’espressione di cui fruiscono gli integralisti islamici nostrani.


    Tratto da l'Occidentale


    July 07

    Coloro che si trovano al di fuori...


    Dal «Commento sui salmi» di sant'Agostino, vescovo
    (Sal 32, 29; CCL 38, 272-273)
     

    Coloro che si trovano al di fuori, lo vogliono o no, sono nostri fratelli

    Fratelli, vi esortiamo ardentemente a questa carità, non soltanto verso i vostri compagni di fede, ma anche verso quelli che si trovano al di fuori, siano essi pagani che ancora non credono in Cristo, oppure siano divisi da noi, perché, mentre riconoscono con noi lo stesso capo, sono però separati dal corpo. Fratelli, proviamo dolore per essi, come per nostri fratelli. Cesseranno di essere nostri fratelli, quando non diranno più «Padre nostro» (Mt 6, 9).
    Il Profeta ha detto ad alcuni: «A coloro che vi dicono: Non siete nostri fratelli, rispondete: Siete nostri fratelli» (Is 66, 5 sec. LXX). Riflettete di chi abbia potuto usare questa espressione: forse dei pagani? No, perché secondo il linguaggio scritturistico ed ecclesiastico non li chiamiamo fratelli. Forse dei giudei che non hanno creduto in Cristo?
    Leggete l'Apostolo e noterete che quando egli dice «fratelli» senza alcuna aggiunta, vuol intendere i cristiani: «Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi il tuo fratello?» (Rm 14, 10). E in un altro passo scrive: «Siete voi che commettete ingiustizia e rubate, e questo ai fratelli!» (1 Cor 6, 8).
    Perciò costoro, che dicono: «Non siete nostri fratelli», ci chiamano pagani. Ecco perché ci vogliono ribattezzare, affermando che noi non possediamo ciò che essi danno. Ne viene di conseguenza il loro errore, di negare cioè che noi siamo loro fratelli. Ma per qual motivo il profeta ci ha detto: «Voi dite loro: siete nostri fratelli», se non perché riconosciamo in essi ciò che da loro non viene riconosciuto in noi? Essi quindi, non riconoscendo il nostro battesimo, dicono che noi non siamo loro fratelli; noi invece, non esigendo di nuovo in loro il battesimo, ma riconoscendolo nostro, diciamo loro: «Siete nostri fratelli».
    Dicano pure essi: «Perché ci cercate, perché ci volete?». Noi risponderemo: «Siete nostri fratelli». Ci dicano: «Andatevene da noi, non abbiamo niente a che fare con voi». Ebbene, noi invece abbiamo assolutamente parte con voi: confessiamo l'unico Cristo, dobbiamo essere in un solo corpo, sotto un unico Capo.
    Perciò vi scongiuriamo, fratelli, per le stesse viscere della carità, dal cui latte siamo nutriti, dal cui pane ci fortificheremo, per Cristo nostro Signore, per la sua mansuetudine vi scongiuriamo. E' tempo che usiamo una grande carità verso di loro, una infinita misericordia nel supplicare Dio per loro perché conceda finalmente ad essi idee e sentimenti di saggezza per ravvedersi e capire che non hanno assolutamente nessun argomento da opporre alla verità. Ad essi è rimasta solo la debolezza dell'animosità, la quale tanto più è inferma quanto più crede di abbondare in forze. Vi scongiuriamo, dicevo, per i deboli, per i sapienti secondo la carne, per gli uomini rozzi e materiali, per i nostri fratelli che celebrano gli stessi sacramenti anche se non con noi, ma tuttavia gli stessi; per i nostri fratelli che rispondono un unico Amen come noi, anche se non con noi. Esprimete a Dio la vostra profonda carità per loro.


    http://www.maranatha.it/Ore/ord/LetMar/14MARpage.htm

    July 01

    Il paradosso di Frossard


    Lavoravo (era il mio primo impiego dopo la laurea) all’ufficio stampa della casa editrice salesiana, le cui origini ri­salgono a don Bosco stesso, quando uno dei più noti e caustici giornalisti e scrittori francesi, André Frossard, appena nominato, mise a rumore prima il tout-Paris e poi il mondo intero con il racconto del Mistero in cui era incappato all’improvviso trent’anni prima. Toccò dunque a me accompagnare l’autore in una tournée di presentazione per mezza Italia quando uscì la traduzione di quel suo sconcertante Dieu existe, je l’ai rencontré.

    Rividi poi Frossard varie altre volte, nella sua casa di Neuil­ly-sur-Seine. E fu proprio lì che, un giorno, intesi uno dei suoi molti paradossi sferzanti. Si parlava del disprezzo di certi intellettuali per il mondo della religiosità popolare; e, in particolare, per ciò che ha contrassegnato – e, almeno in parte, tuttora contrassegna – la devozione mariana, l’ambiente dei santuari e dei relativi pellegrinaggi.

    Mi disse, dunque, il vecchio André, ammiccando con i suoi occhi ironici e accendendosi l’ennesima sigaretta, dopo averla infilata su un bocchino, con una sorta di rito che conoscevo bene («Solo un ordine esplicito del Papa potrebbe indurlo a smettere di fumare...», sospirava la moglie): «L’Aldilà, creda a me, sarà una bella sorpresa per i sapienti sofisticati. Non solo scopriranno che un Altro Mondo esiste davvero, ma si troveranno a essere bersaglio della benevola quanto splendida ironia del Dio cristiano. Credo proprio, infatti, che quegli schizzinosi signori troveranno nel loro paradiso tutto ciò che in vita li aveva fatti inorridire: le bottiglie in plastica a forma di Madonna, le bocce con il santuario e la neve quando si scuotono, le immagini di Maria e dei santi popolani da attaccare al cruscotto dell’automobile, i quadretti e le immaginette kitsch. E il bello sarà che tutto quel bazar gli piacerà moltissimo, perché Dio gli avrà ridato quell’infanzia spirituale e intellettuale che avevano perduta e tanto disprezzata. Vivranno felici per sempre, beandosi fra quella paccottiglia da bancarella di santuario»

    Tratto da Ipotesi su Maria di Vittorio Messori, pag 68