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June 30 La Bibbia nella BibbiaQualcuno, non a torto, afferma che con la Bibbia alla mano si può affermare tutto e il contrario di tutto. Il problema è che la Bibbia stessa offre dei criteri di interpretazione, per cui esistono le interpretazioni giuste e quelle sbagliate. In un altro post, abbiamo visto quale sia il metodo di Gesù: quell’et-et poi così ben ripreso dalla Chiesa. Quindi, abbiamo analizzato l’approccio giusto; ma non è meno interessante andare a vedere quali sono gli approcci sbagliati che si trovano nella Scrittura stessa. È a dir poco stupefacente come nel Vangelo siano già presenti, ed esorcizzati, tutti gli errori e le interpretazioni sbagliate poi incrostatesi sulla Bibbia da duemila anni a questa parte. Alcuni li abbiamo già affrontati di sfuggita, quindi sarà bene analizzarli in maniera completa. Le tecniche interpretative sbagliate possono essere distinte in tre gruppi: 1- Aut-aut È l’approccio usato da Satana nel deserto, per tentare Cristo a colpi di Sacra Scrittura. Leggiamo: Allora il diavolo lo
condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio 6
e gli disse: "Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: (Matteo 4, 5-7) È un episodio molto importante, perché insegna che ogni passo non può essere completamente compreso se non analizzato nel contesto e nella totalità della Scrittura. Nella storia del Cristianesimo, nemmeno si contano i successori di questo metodo. Ogni eresia si fonda su un aut-aut, ovvero sull’arbitrario isolamento di uno o più passi a scapito di altri che hanno lo stesso valore. Ognuno, volendo, può scegliersi i passi che più gli piacciono e dire che la Bibbia è dalla sua parte. È un inganno molto sottile, anche perché i seguaci dell’aut-aut si faranno scudo di quei passi e, per mostrarsi come i Paladini della Bibbia (che non sono), li ripeteranno fino alla nausea e, spesso, estremizzandoli. Eppure riconoscerli non è difficile. Il vaccino lo offre lo stesso Cristo con quel “sta scritto anche…” in cui, in pratica, confuta ogni eresia presente, passata e futura. Se fate presente ad un seguace dell’aut-aut che “sta scritto anche” vedrete cadere ogni maschera. Rifiutandosi di fare sintesi dei vari insegnamenti, lo vedrete diventare una iena senza nessun motivo apparente. Il motivo è che avete osato leggere tutta la Bibbia, senza piegarvi al filtro che decide – in maniera del tutto arbitraria – quali sono i passi buoni e quali quelli cattivi da dimenticare. Per cui è chiaro che il seguace dell’aut-aut non difende affatto la Bibbia, difende un’altra Bibbia creata a propria immagine e somiglianza. Un esempio eclatante è quello della salvezza per fede o per opere. Un evangelico vi citerà tutti i passi possibili e immaginabili a sostegno della fede, mai gli altri a sostegno delle opere. Provate a citarli voi, vi farà intendere (se mantiene la calma) che quei passi lì – dove magari Cristo parla della salvezza per opere e senza nemmeno nominare la fede – non sono validi. Semplicemente perché non hanno superato il filtro della Bibbia personale. 2- E questo dove sta scritto? È una domanda legittima, ma nel suo abuso si nasconde un subdolo tranello. Leggiamo questo passo: In quello stesso
giorno vennero a lui dei sadducei, i quali affermano che non c`è risurrezione,
e lo interrogarono: 24 "Maestro, Mosè ha detto: Se qualcuno
muore senza figli, il fratello ne sposerà la vedova e così susciterà una
discendenza al suo fratello. 25 Ora, c`erano tra noi sette fratelli; il primo appena sposato morì e,
non avendo discendenza, lasciò la moglie a suo fratello. 26 Così anche il secondo, e il terzo, fino al
settimo. 27 Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna.
28 Alla risurrezione, di quale dei sette essa
sarà moglie? Poiché tutti l`hanno avuta". 29 E Gesù rispose loro: "Voi vi ingannate,
non conoscendo né le Scritture né la potenza di Dio. 30 Alla risurrezione infatti non si prende né
moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo. 31 Quanto poi alla risurrezione dei morti, non
avete letto quello che vi è stato detto da Dio: 32 Io sono il Dio di Abramo e il Dio di Isacco
e il Dio di Giacobbe? Ora, non è Dio dei morti, ma dei vivi". 33 Udendo ciò, la folla era sbalordita per la
sua dottrina (Mat 22, 23-33) La maggior parte dei moderni seguaci dei sadducei, non sono per nulla interessati alla risposta. La loro è una domanda retorica che presuppone una implicita risposta (negativa). Di solito l’aut-aut prevede l’oblio per i passi scomodi. Qui siamo in presenza, forse, di un metodo più raffinato. Si nega, cioè, quello che nella Bibbia non è scritto a chiare lettere. Non sta scritto “i morti risorgeranno”? Allora non è vero. Anche se quello è il messaggio che si può dedurre da alcuni passi, siccome risulta scomodo nella teologia che si è costruita a priori, lo si nega perché non è espresso nel modo che si pretende. È un metodo di interpretazione che procede per cavilli e che, permettendo di omettere quello che non piace, pure ha avuto molto successo fino ai giorni nostri. Anche oggi, i seguaci di questo metodo – dopo aver chiesto ossessivamente e per ogni singola cosa (che dicono gli altri) “dove sta scritto?” – se viene loro indicato dove effettivamente sta scritto, li vedrete fare salti mortali per dimostrare che quel passo non dice quello che è assolutamente pacifico ammettere sia il suo significato. Un esempio, che pure abbiamo spesso incontrato, è quello del primato petrino. È un passo talmente scandaloso che non si esita nemmeno di fronte alla manipolazione, con inversioni di soggetto e complemento oggetto e parafrasi che rovesciano abilmente il senso letterale del passo. Ovviamente, dopo aver manipolato il passo che essi stessi hanno richiesto, torneranno a chiedervi – come se nulla fosse – “e questo dove sta scritto?”. 3- Non sta scritto, quindi non è vero Anche questo metodo, lo troviamo nel Vangelo: Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: "Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?". 26 Gesù gli disse: "Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?". 27 Costui rispose: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso". 28 E Gesù: "Hai risposto bene; fà questo e vivrai". 29 Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: "E chi è il mio prossimo?". 30 Gesù riprese: "Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31 Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall`altra parte. 32 Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. 33 Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n`ebbe compassione. 34 Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. 35 Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all`albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. 36 Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?". 37 Quegli rispose: "Chi ha avuto compassione di lui". Gesù gli disse: "Và e anche tu fà lo stesso" (Luca 10, 25-37) In altri passi, quando si tratta di correggere la Legge, Gesù non teme di usare la sua autorità con espressioni del tipo “Ma Io vi dico…”. Eppure qui sceglie un’altra strada. Non usa pienamente la sua autorità ma nemmeno può citare un passo che esprima effettivamente il concetto che vuole insegnare. Così usa l’arma del ragionamento e aiuta il suo interlocutore a ragionare. La definizione così letterale di prossimo, che Gesù vuole sostenere, non stava scritta nella Bibbia (anzi era scritto il contrario): però è giusta. Questo episodio ci insegna, quindi, che sulla Bibbia si può ragionare e che partendo da una sua verità si può, tramite la deduzione, arrivare ad un’altra verità. La verità dedotta, però, non è n contraddizione con la verità di partenza e ne è anzi una diretta conseguenza. È come un teorema dal quale si possono ricavare dei corollari. Ecco legittimata la riflessione teologica e confutata, dal Vangelo stesso, la pretesa che ciò che non è scritto sia automaticamente falso. Invece è falso quello che è sbagliato. È facile notare come il secondo e il terzo errore siano molto intrecciati. Facciamo allora un ultimo esempio: “Trovandosi i farisei riuniti insieme, Gesù chiese loro: 42 "Che ne pensate del Messia? Di chi è figlio?". Gli risposero: "Di Davide". 43 Ed egli a loro: "Come mai allora Davide, sotto ispirazione, lo chiama Signore, dicendo: 44 Ha detto il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io non abbia posto i tuoi nemici sotto i tuoi piedi? 45 Se dunque Davide lo chiama Signore, come può essere suo figlio?". 46 Nessuno era in grado di rispondergli nulla; e nessuno, da quel giorno in poi, osò interrogarlo.” (Mat 22, 41-46) Gli Ebrei si aspettavano dal Messia un uomo straordinario,
mai e poi mai avrebbero pensato ad uomo-Dio. La sola idea che un uomo si
proclamasse Dio era la peggiore delle bestemmie, punita – sempre Bibbia alla
mano – con la morte. Anche qui Gesù non usa la sua autorità, semplicemente
ragiona con i suoi interlocutori. Fa notare che in quel passo di Davide c’è
qualcosa che non torna, la prefigurazione di una verità nascosta: la natura
umana e divina del Messia. Una cosa che allora alcuni interpreti moderni
avrebbero negato perché “non sta scritta e quindi non è vera”. Oppure avrebbero
chiesto polemicamente “e questo dove sta scritto?” per ignorare poi la
risposta. Questo vale ancora di più per il Nuovo Testamento che mette fine al regime della lettera e inaugura la libertà dello Spirito. Chiaramente questa è solo una classificazione che, quindi, non va presa in modo troppo rigido. Tutti e tre gli errori considerati possono (non senza contraddizione) convivere in una stessa interpretazione e creare veri e propri disastri. La cosa curiosa è che sono agli antipodi del metodo interpretativo di Gesù e, infatti, i tre errori (o trucchi) sono rispettivamente fondati da Satana, dai sadducei e dai farisei. Altro particolare da notare è la eccezionale scivolosità di questi metodi. Più riescono a invischiare le persone nell’errore e più riescono a convincerle di difendere, così facendo, la Bibbia. È un circolo vizioso che può generare distorsioni anche pericolose, ma la cura è nel Vangelo stesso. L'Eurabia che non ti aspetti...L'Eurabia ha una capitale: RotterdamQui interi quartieri sembrano Medio Oriente, le donne camminano velate, il sindaco è musulmano, nei tribunali e nei teatri si applica la sharia. Un grande reportage dalla città più islamizzata d'Europa di Sandro Magister ROMA, 19 maggio 2009 – Uno dei frutti più incontestabili del viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa è stato il migliorato rapporto con l'islam. I tre giorni passati in Giordania e poi la visita alla Cupola della Roccia a Gerusalemme hanno fatto circolare anche tra il grande pubblico musulmano – per la prima volta in misura così diffusa – l'immagine di un papa amico, attorniato da leader islamici visibilmente felici di accoglierlo e di collaborare con lui per il bene della famiglia umana. Ma altrettanto incontestabile è la distanza tra questa immagine e la cruda realtà dei fatti. Non solo nei paesi a dominio musulmano, ma anche là dove i seguaci di Maometto sono minoranza, ad esempio in Europa. Nel 2002 Bat Ye'or, una studiosa nata in Egitto e di nazionalità britannica, specialista della storia e della condizione delle minoranze cristiane ed ebraiche – dette "dhimmi" – nei paesi musulmani, coniò il termine "Eurabia" per definire il destino verso il quale vede incamminata l'Europa. Un destino di sottomissione all'islam, di "dhimmitudine". Oriana Fallaci riprese nei suoi scritti la parola "Eurabia" e diede ad essa una risonanza mondiale. Il 1 agosto 2005 Benedetto XVI ricevette la Fallaci in udienza privata, a Castel Gandolfo. Lei rifiutava il dialogo con l'islam, lui lo voleva e lo vuole. Ma si trovarono d'accordo – come poi riferì la Fallaci – nel riconoscere "l'odio di sé" che l'Europa mostra, il suo vuoto spirituale, la sua perdita d'identità, proprio mentre aumentano in essa gli immigrati di fede islamica. L'Olanda è un test di verifica straordinario. È il paese in cui l'arbitrio individuale è più legittimato ed esteso – fino al punto di consentire l'eutanasia sui bambini –, in cui l'identità cristiana si è più dissolta, in cui la presenza musulmana cresce più spavalda. Qui il multiculturalismo è la regola. Ma drammatici sono anche i contraccolpi: dall'uccisione del leader politico anti-islamista Pim Fortuyn alla persecuzione della dissidente somala Ayaan Hirsi Ali, all'assassinio del regista Theo Van Gogh, condannato a morte per il film "Submission" di denuncia dei crimini della teocrazia musulmana. Il successore di Fortuyn, Geert Wilders, vive da sei anni protetto minuto per minuto dalla polizia. In Olanda c'è una metropoli dove questa nuova realtà si vede a occhio nudo, più che altrove. Qui interi quartieri sono pezzi di Medio Oriente, qui sorge la più grande moschea d'Europa, qui nei tribunali e nei teatri si applica la legge islamica, la sharia, qui molte donne camminano velate, qui il sindaco è musulmano, figlio di un imam. Questa metropoli è Rotterdam, la seconda città d'Olanda per popolazione, il primo porto d'Europa per volume di traffico. Quello che segue è un reportage da Rotterdam uscito sul quotidiano italiano "il Foglio" il 14 maggio 2009, seconda di sette puntate di una grande inchiesta riguardante l'Olanda. L'autore, Giulio Meotti, scrive anche per il "Wall Street Journal". Nel prossimo settembre uscirà un suo libro-inchiesta su Israele. La foto sopra ha per titolo: "Musulmane a Rotterdam". È ripresa da una mostra del 2008 dei due fotografi olandesi Ari Versluis ed Ellie Uyttenbroek. Nella casbah di Rotterdam di Giulio Meotti A Feyenoord si vedono ovunque donne velate che sfrecciano come lampi per le strade del quartiere. Evitano ogni contatto, soprattutto con gli uomini, perfino il contatto visivo. Feyenoord ha le dimensioni di una città e vi convivono settanta nazionalità. È una zona che vive di sussidi e di edilizia popolare, è qui che si capisce di più come l'Olanda – con tutte le sue norme antidiscriminazione e con tutta la sua indignazione morale – è una società completamente segregata. Rotterdam è nuova, venne bombardata due volte nella seconda guerra mondiale dalla Luftwaffe. Come Amsterdam è sotto il livello del mare, ma a differenza della capitale non ha fascino libertino. A Rotterdam sono i venditori arabi di cibo halal a dominare l'estetica urbana, non i neon delle prostitute. Ovunque si vedono casbah-caffè, agenzie di viaggio che offrono voli per Rabat e Casablanca, poster di solidarietà con Hamas e lezioni di olandese a buon prezzo. È la seconda città del paese, una città povera, ma è anche il motore dell'economia con il suo grande porto, il più importante d'Europa. È una città a maggioranza immigrata, con la più alta e imponente moschea di tutta Europa. Il sessanta per cento degli stranieri che arrivano in Olanda vengono ad abitare qui. La cosa che più colpisce giungendo in città con il treno sono queste enormi affascinanti moschee su un paesaggio verdissimo, lussurreggiante, boschivo, acquoso, come corpi alieni rispetto al resto. La chiamano "Eurabia". È imponente la moschea Mevlana dei turchi. Ha i minareti più alti d'Europa, più alti persino dello stadio della squadra di calcio Feyenoord. Rotterdam è una città che ha molti quartieri sequestrati dall'islamismo più cupo e violento. La casa di Pim Fortuyn spicca come una perla in un mare di chador e niqab. Si trova al numero 11 di Burgerplein, dietro la stazione. Di tanto in tanto qualcuno viene a portare fiori davanti alla casa del professore assassinato ad Amsterdam il 6 maggio del 2002. Altri lasciano un biglietto: "In Olanda si tollera tutto, tranne la verità". È stato un milionario di nome Chris Tummesen ad acquistare la casa di Pim Fortuyn perché rimanesse intatta. La sera prima dell'omicidio Pim era nervoso, lo aveva detto in televisione che si era creato un clima di demonizzazione contro di lui e le sue idee. E così avvenne, con quei cinque colpi alla testa sparati da Volkert van der Graaf, un militante della sinistra animalista, un ragazzotto mingherlino, calvinista, capelli rasati, occhi cupi, vestito da ecologista puro, maglia lavorata a mano, sandali e calze di lana caprina, vegetariano assoluto, "un ragazzo impaziente di cambiare il mondo", dicono gli amici. Nel centro di Rotterdam non molto tempo fa sono apparse foto mortuarie di Geert Wilders, poste sotto un albero, con una candela a lumeggiarne la morte prossima ventura. Oggi Wilders è il politico più popolare in città. È lui l'erede di Fortuyn, il professore omosessuale, cattolico, ex marxista che aveva lanciato un partito per salvare il paese dall'islamizzazione. Al suo funerale mancava soltanto la regina Beatrice, perché l'addio al "divino Pim" diventasse un funerale da re. Prima lo hanno mostrificato (un ministro olandese lo chiamò "untermensch", subuomo alla nazista), poi lo hanno idolatrato. Le prostitute di Amsterdam deposero una corona di fiori all'obelisco dei caduti in piazza Dam. "The Economist", settimanale lontano dalle tesi antislamiche di Wilders, tre mesi fa parlava di Rotterdam come di un "incubo eurabico". Per gran parte degli olandesi che ci vivono l'islamismo è oggi un pericolo più grande del Delta Plan, il complicato sistema di dighe che previene l'inondazione dal mare, come quella che nel 1953 fece duemila morti. La pittoresca cittadina di Schiedam, attaccata a Rotterdam, è sempre stata un gioiello nell'immaginazione olandese. Poi l'alone fiabesco è svanito, quando sui quotidiani tre anni fa è diventata la città di Farid A., l'islamista che minacciava di morte Wilders e la dissidente somala Ayaan Hirsi Ali. Da sei anni Wilders vive 24 ore su 24 sotto la protezione della polizia. A Rotterdam gli avvocati musulmani vogliono cambiare anche le regole del diritto, chiedendo di poter restare seduti quando entra il giudice. Riconoscono soltanto Allah. L'avvocato Mohammed Enait si è appena rifiutato di alzarsi in piedi quando in aula sono entrati i magistrati, ha detto che "l'islam insegna che tutti gli uomini sono uguali". La corte di Rotterdam ha riconosciuto il diritto di Enait di rimanere seduto: "Non esiste alcun obbligo giuridico che imponga agli avvocati musulmani di alzarsi in piedi di fronte alla corte, in quanto tale gesto è in contrasto con i dettami della fede islamica". Enait, a capo dello studio legale Jairam Advocaten, ha spiegato che "considera tutti gli uomini pari e non ammette alcuna forma di ossequio nei confronti di alcuno". Tutti gli uomini ma non tutte le donne. Enait è noto per il suo rifiuto di stringere la mano alle donne, che più volte ha dichiarato di preferire con il burqa. E di burqa se ne vedono tanti a Rotterdam. Che l'Eurabia abiti ormai a Rotterdam lo ha dimostrato un caso avvenuto in aprile allo Zuidplein Theatre, uno dei più prestigiosi in città, un teatro modernista, fiero di "rappresentare la diversità culturale di Rotterdam". Sorge nella parte meridionale della città e riceve fondi del comune, guidato dal musulmano e figlio di imam Ahmed Aboutaleb. Tre settimane fa lo Zuidplein ha consentito di riservare un'intera balconata alle sole donne, in nome della sharia. Non accade in Pakistan o in Arabia saudita, ma nella città da cui sono partiti per gli Stati Uniti i Padri Fondatori. Qui i pellegrini puritani sbarcarono con la Speedwell, che poi scambiarono con la Mayflower. Qui è iniziata l'avventura americana. Oggi c'è la sharia legalizzata. In occasione dello spettacolo del musulmano Salaheddine Benchikhi, lo Zuidplein Theatre ha accolto la sua richiesta di riservare alle sole donne le prime cinque file. Salaheddine, editorialista del sito Morokko.nl, è noto per la sua opposizione all'integrazione dei musulmani. Il consiglio municipale lo ha approvato: "Secondo i nostri valori occidentali la libertà di vivere la propria vita in funzione delle proprie convinzioni è un bene prezioso". Anche un portavoce del teatro ha difeso il regista: "I musulmani sono un gruppo difficile da far venire in teatro, per questo siamo pronti ad adattarci". Un altro che è stato pronto ad adattarsi è il regista Gerrit Timmers. Le sue parole sono abbastanza sintomatiche di quella che Wilders chiama "autoislamizzazione". Il primo caso di autocensura avvenne proprio a Rotterdam, nel dicembre 2000. Timmers, direttore del gruppo teatrale Onafhankelijk Toneel, voleva mettere in scena la vita della moglie di Maometto, Aisha. Ma l'opera venne boicottata dagli attori musulmani della compagnia quando fu evidente che sarebbero stati un bersaglio degli islamisti. "Siamo entusiasti dell'opera, ma la paura regna", gli dissero gli attori. Il compositore, Najib Cherradi, comunicò che si sarebbe ritirato "per il bene di mia figlia". Il quotidiano "Handelsblad" titolò così: "Teheran sulla Mosa", il dolce fiume che bagna Rotterdam. "Avevo già fatto tre lavori sui marocchini e per questo volevo avere degli attori e cantanti musulmani", ci racconta Timmers. "Poi mi dissero che era un tema pericoloso e che non potevano partecipare perché avevano ricevuto delle minacce di morte. A Rabat uscì un articolo in cui si disse che avremmo fatto la fine di Salman Rushdie. Per me era più importante continuare il dialogo con i marocchini piuttosto che provocarli. Per questo non vedo alcun problema se i musulmani vogliono separare gli uomini dalle donne in un teatro". Incontriamo il regista che ha portato la sharia nei teatri olandesi, Salaheddine Benchikhi. È giovane, moderno, orgoglioso, parla un inglese perfetto. "Io difendo la scelta di separare gli uomini dalle donne perché qui vige libertà d'espressione e di organizzazione. Se le persone non possono sedersi dove vogliono è discriminazione. Ci sono due milioni di musulmani in Olanda e vogliono che la nostra tradizione diventi pubblica, tutto si evolve. Il sindaco Aboutaleb mi ha sostenuto". Un anno fa la città entrò in fibrillazione quando i giornali resero nota una lettera di Bouchra Ismaili, consigliere del comune di Rotterdam: "Ascoltate bene, pazzi freak, siamo qui per restarci. Siete voi gli stranieri qui, con Allah dalla mia parte non temo niente, lasciatevi dare un consiglio: convertitevi all'islam e trovate la pace". Basta un giro per le strade della città per capire che in molti quartieri non siamo più in Olanda. È un pezzo di Medio Oriente. In alcune scuole c'è una "stanza del silenzio" dove gli alunni musulmani, in maggioranza, possono pregare cinque volte al giorno, con un poster della Mecca, il Corano e un bagno rituale prima della preghiera. Un altro consigliere musulmano del comune, Brahim Bourzik, vuol far disegnare in diversi punti della città segnali in cui inginocchiarsi in direzione della Mecca. Sylvain Ephimenco è un giornalista franco-olandese che vive a Rotterdam da dodici anni. È stato per vent'anni corrispondente di "Libération" dall'Olanda ed è fiero delle sue credenziali di sinistra. "Anche se ormai non ci credo più", dice accogliendoci nella sua casa che si affaccia su un piccolo canale di Rotterdam. Non lontano da qui si trova la moschea al Nasr dell'imam Khalil al Moumni, che in occasione della legalizzazione del matrimonio gay definì gli omosessuali "malati peggio dei maiali". Da fuori si vede che la moschea ha più di vent'anni, costruita dai primi immigrati marocchini. Moumni ha scritto un libercolo che gira nelle moschee olandesi, "Il cammino del musulmano", in cui spiega che agli omosessuali si deve staccare la testa e "farla penzolare dall'edificio più alto della città". Accanto alla moschea al Nasr ci sediamo in un caffè per soli uomini. Davanti a noi c'è un mattatoio halal, islamico. Ephimenco è autore di tre saggi sull'Olanda e l'islam, e oggi è un famoso columnist del quotidiano cristiano di sinistra "Trouw". Ha la miglior prospettiva per capire una città che, forse anche più di Amsterdam, incarna la tragedia olandese. "Non è affatto vero che Wilders raccoglie voti delle periferie, lo sanno tutti anche se non lo dicono", ci dice. "Oggi Wilders viene votato da gente colta, anche se all'inizio era l'Olanda bassa dei tatuaggi. Sono tanti accademici e gente di sinistra a votarlo. Il problema sono tutti questi veli islamici. Dietro casa mia c'è un supermercato. Quando arrivai non c'era un solo velo. Oggi alla cassa ci sono soltanto donne musulmane col chador. Wilders non è Haider. Ha una posizione di destra ma anche di sinistra, è un tipico olandese. Qui ci sono anche ore in piscina per sole donne musulmane. È questa l'origine del voto per Wilders. Si deve fermare l'islamizzazione, la follia del teatro. A Utrecht c'è una moschea dove si danno servizi municipali separati per uomini e donne. Gli olandesi hanno paura. Wilders è contro il Frankenstein del multiculturalismo. Io che ero di sinistra, ma che oggi non sono più niente, dico che abbiamo raggiunto il limite. Ho sentito traditi gli ideali dell'illuminismo con questo apartheid volontario, nel mio cuore sento morti gli ideali d'eguaglianza di uomo e donna e la libertà d'espressione. Qui c'è una sinistra conformista e la destra ha una migliore risposta al pazzo multiculturalismo". Alla Erasmus University di Rotterdam insegna Tariq Ramadan, il celebre islamista svizzero che è anche consulente speciale del comune. A scovare dichiarazioni di Ramadan critiche sugli omosessuali è stata la più celebre rivista gay d'Olanda, "Gay Krant", diretta da un loquace giornalista di nome Henk Krol. In una videocassetta, Ramadan definisce l'omosessualità "una malattia, un disordine, uno squilibrio". Nel nastro Ramadan ne ha anche per le donne, "devono tenere lo sguardo fisso a terra per strada". Il partito di Wilders ha chiesto lo scioglimento della giunta municipale e la cacciata dell'islamista ginevrino, che invece si è visto raddoppiare l'ingaggio per altri due anni. Questo accadeva mentre al di là dell'oceano l'amministrazione Obama confermava il divieto d'ingresso a Ramadan nel territorio degli Stati Uniti. Fra i nastri in possesso di Krol ve ne è uno in cui Ramadan dice alle donne: "Allah ha una regola importante: se cerchi di attrarre l'attenzione attraverso l'uso del profumo, attraverso il tuo aspetto o i tuoi gesti, non sei nella direzione spirituale corretta". "Quando venne ucciso Pim Fortuyn fu uno shock per tutti, perché un uomo venne assassinato per quello che diceva", ci dice Krol. "Non era più il mio paese quello. Sto ancora pensando di lasciare l'Olanda, ma dove potrei andare? Qui siamo stati critici di tutto, della Chiesa cattolica come di quella protestante. Ma quando abbiamo mosso critiche all'islam ci hanno risposto: State creando nuovi nemici!". Secondo Ephimenco, è la strada il segreto del successo di Wilders: "A Rotterdam ci sono tre moschee enormi, una è la più grande d'Europa. Ci sono sempre più veli islamici e un impulso islamista che viene dalle moschee. Conosco tanti che hanno lasciato il centro città e vanno nella periferia ricca e bianca. Il mio quartiere è povero e nero. È una questione di identità, nelle strade non si parla più olandese, ma arabo e turco". Incontriamo l'uomo che ha ereditato la rubrica di Fortuyn sul quotidiano "Elsevier", si chiama Bart Jan Spruyt, è un giovane e aitante intellettuale protestante, fondatore della Edmund Burke Society, ma soprattutto autore della "Dichiarazione di indipendenza" di Wilders, di cui è stato collaboratore dall'inizio. "Qui un immigrato non ha bisogno di lottare, studiare, lavorare, può vivere a spese dello Stato", ci dice Spruyt. "Abbiamo finito per creare una società parallela. I musulmani sono maggioranza in molti quartieri e chiedono la sharia. Non è più Olanda. Il nostro uso della libertà ha finito per ripercuotersi contro di noi, è un processo di autoislamizzazione". Spruyt era grande amico di Fortuyn. "Pim disse ciò che la gente sapeva da decenni. Attaccò l'establishment e i giornalisti. Ci fu un grande sollievo popolare quando scese in politica, lo chiamavano il ‘cavaliere bianco'. L'ultima volta che parlai con lui, una settimana prima che fosse ucciso, mi disse di avere una missione. La sua uccisione non fu il gesto di un folle solitario. Nel febbraio 2001 Pim annunciò che avrebbe voluto cambiare il primo articolo della costituzione olandese sulla discriminazione perché a suo dire, e aveva ragione, uccide la libertà di espressione. Il giorno dopo nelle chiese olandesi, perlopiù vuote e usate per incontri pubblici, venne letto il diario di Anna Frank come monito contro Fortuyn. Pim era veramente cattolico, più di quanto noi pensiamo, nei suoi libri parlava contro l'attuale società senza padre, senza valori, vuota, nichilista". Chris Ripke è un'artista noto in città. Il suo studio è vicino a una moschea in Insuindestraat. Scioccato nel 2004 dall'omicidio del regista Theo Van Gogh per mano di un islamista olandese, Chris decise di dipingere un angelo sul muro del suo studio e il comandamento biblico "Gij zult niet doden", non uccidere. I vicini nella moschea trovarono il testo "offensivo" e chiamarono l'allora sindaco di Rotterdam, il liberale Ivo Opstelten. Il sindaco ordinò alla polizia di cancellare il dipinto perché "razzista". Wim Nottroth, un giornalista televisivo, si piazzò di fronte in segno di protesta. La polizia lo arrestò e il filmato venne distrutto. Ephimenco fece lo stesso nella sua finestra: "Ci misi un grande telo bianco con il comandamento biblico. Vennero i fotografi e la radio. Se non si può più scrivere ‘non uccidere' in questo paese, allora vuol dire che siamo tutti in prigione. È come l'apartheid, i bianchi vivono con i bianchi e i neri con i neri. C'è un grande freddo. L'islamismo vuole cambiare la struttura del paese". Per Ephimenco parte del problema è la decristianizzazione della società. "Quando arrivai qui, negli anni Sessanta, la religione stava morendo, un fatto unico in Europa, una collettiva decristianizzazione. Poi i musulmani hanno riportato la religione al centro della vita sociale. Aiutati dall'élite anticristiana". Usciamo per un giro fra i quartieri islamizzati. A Oude Westen si vedono soltanto arabi, donne velate da capo a piedi, negozi di alimentari etnici, ristoranti islamici e shopping center di musica araba. "Dieci anni fa non c'erano tutti questi veli", dice Ephimenco. Dietro casa sua, una verdeggiante zona borghese con case a due piani, c'è un quartiere islamizzato. Ovunque insegne musulmane. "Guarda quante bandiere turche, lì c'è una chiesa importante, ma è vuota, non ci va più nessuno". Al centro di una piazza sorge una moschea con scritte in arabo. "Era una chiesa prima". Non lontano da qui c'è il più bel monumento di Rotterdam. È una piccola statua in granito di Pim Fortuyn. Sotto la testa lucente in bronzo, la bocca che accenna l'ultimo discorso a favore della libertà di parola, c'è scritto in latino: "Loquendi libertatem custodiamus", custodiamo la libertà di parlare. Ogni giorno qualcuno depone dei fiori. Tratto da: http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1338480 June 29 In difesa del vino
La tomba di PaoloDa venti secoli in quel sarcofago vengono venerati i resti dell'apostolo delle gentiSonda nella tomba di S.Paolo: |
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| Il sarcofago di San Paolo sul luogo della tomba dell'apostolo nella Basilica di San Paolo fuori le mura in una foto d'archivio (Ansa) |
L'«ATTENTA» ANALISI NELL'ANNO PAOLINO - L'Anno Paolino, dedicato al bimillenario della nascita di Paolo di Tarso, non poteva concludersi oggi in modo più degno. La Chiesa cattolica aveva effettuato scavi e ricerche per individuare con certezza la tomba di Pietro, cardine della stessa fede cattolica e del primato del vescovo di Roma; attorno al sarcofago di Paolo e di che cosa contenesse, era sempre rimasto invece un alone di incertezza. Nella Basilica romana dedicata all'apostolo delle genti, durante una cerimonia ecumenica a cui ha preso parte anche una delegazione ortodossa da Costantinopoli (Istanbul), Benedetto XVI ha spiegato la recente e «attenta» analisi scientifica. «Nel sarcofago che non è mai stato aperto in tanti secoli - ha raccontato il pontefice - è stata praticata una piccolissima perforazione per produrre una speciale sonda mediante la quale sono state rilevate tracce di un prezioso tessuto di lino colorato di porpora, laminato di oro zecchino e di un tessuto di colore azzurro con filamenti di lino. È stata anche rilevata la presenza di grani di incenso rosso e di sostanze proteiche e calcaree».
L'ESAME DEL CARBONIO 14 - «Inoltre - ha proseguito -
piccolissimi frammenti ossei , sottoposti all'esame del carbonio 14 da
parte di esperti ignari della loro provenienza sono risultati
appartenere a persona vissuta tra il primo e il secondo secolo». «Ciò -
ha concluso - sembra confermare l'unanime e incontrastata tradizione
che si tratti dei resti mortali dell'apostolo Paolo. Tutto questo
riempie il nostro animo di profonda emozione». Al suo fianco,
l'arciprete della Basilica, il card. Andrea Cordero Lanza di
Montezemolo, che solo due giorni fa, in una conferenza stampa in
Vaticano, si era limitato ad accennare a progetti futuri di
ricognizione.
Gli Atti degli Apostoli narrano che Paolo fu catturato, su accusa
dei giudei del Tempio, verso la fine degli anni 50 a Gerusalemme, dove
si era recato per celebrare la Pentecoste insieme ai cristiani locali.
In quanto cittadino romano, chiese di essere giudicato a Roma, dove
arrivò nel 60-62, dopo essere stato per anni agli arresti domiciliari a
Cesarea Marittima e al termine di un viaggio rocambolesco, con tanto di
naufragio a Malta. San Paolo fu probabilmente liberato e poi arrestato
nuovamente: il suo martirio avvenne per decapitazione, come si usava
con i cittadini romani, verso il 66-67 sulla via Laurentina, in un
posto chiamato allora «Le tre taverne» e divenuto oggi «Le tre
fontane». La sepoltura fu fatta sulla via Ostiense, dove sorge la
Basilica di San Paolo Fuori le Mura. Già dal secondo secolo d. C., si
pregava sulla tomba di Paolo, come attesta il racconto di un presbitero
dell'epoca, tal Giaio. Da allora la venerazione è proseguita nei
secoli, fino ai giorni nostri. Certo, manca la possibilità di
effettuare prove scientifiche moderne come la prova del Dna, ma le
analisi rivelate oggi dal papa offrono un'importante conferma alla
tradizione religiosa.
Abbiamo visto come sia opinione diffusa che il culto mariano sia un surrogato di antichi culti femminili. Un’altra idea molto radicata è che il culto mariano fosse totalmente assente nel Cristianesimo delle origini e che sia stato inventato di sana pianta per motivi di convenienza politica. In realtà, i dati storici ci presentano una realtà diversa. Tutti sanno, anche i detrattori dl cattolicesimo, che una tappa fondamentale fu quella del Concilio di Efeso (431). Fino a prova contraria, però, questo non fu convocato per far fronte ad una sorta di crisi dei consensi; cioè, per poter fornire ai pagani un contentino che provvedesse alla perdita delle antiche dee pagane (anche perché, a dire il vero, un po’ tutto il paganesimo era profondamente in crisi insieme ai suoi culti ufficiali). Alla base della convocazione di ogni concilio, c’è sempre una questione teologica da discutere o da condannare. Fu il caso anche del Concilio di Efeso e la questione, questa volta, era anche più delicata del solito ma non riguardava direttamente Maria. Sul tavolo c’era, infatti, una delle più importanti questioni cristologiche, ovvero riguardo la natura di Cristo. Fin dalle origini, varie correnti ereticali avevano enfatizzato o negato una delle due nature di Cristo: quella umana e quella divina. C’era quindi chi voleva fare di Cristo un Dio che avesse solo le sembianze di un uomo e chi, invece, lo vedeva come un semplice uomo “portatore” di Dio. Una sorta di contenitore della divinità. Era questa la posizione di Nestorio, vediamo la sintesi che ne fa Wikipedia:
Il nestorianesimo enfatizzava la natura umana di Gesù a spese di quella divina. Il concilio denunciò come errati gli insegnamenti di Nestorio (Patriarca di Costantinopoli), secondo cui la Vergine Maria diede vita ad un uomo Gesù, non a Dio, non al Logos (Il Verbo, Figlio di Dio). Il Logos risiedeva in Cristo, era custodito nella sua persona come in un tempio. Cristo quindi era solo Theophoros, termine greco che significa "portatore di Dio". Di conseguenza Maria doveva essere chiamata Christotokos, "Madre di Cristo" e non Theotokos, "Madre di Dio"[1]. Gli storici hanno definito i confronti tra i sostenitori di una e dell'altra posizione "controversie cristologiche". Si veda anche Atti 19,28.
Il concilio decretò che Gesù era una persona sola, non due persone distinte, completamente Dio e completamente uomo, con un'anima e un corpo razionali. La Vergine Maria è la Theotokos perché diede alla luce non un uomo, ma Dio come uomo. L'unione di due nature in Cristo si compì in modo che una non disturbò l'altra.
Quindi, la questione dell’appellativo di Maria è una conseguenza e non una causa. Una conseguenza della divisione di Cristo, da parte di Nestorio, in un Gesù-uomo e in un Gesù-Dio. Da qui, la necessità di negare a Maria il titolo di “Madre di Dio” in favore del solo “Madre di Cristo” (almeno una volta gli eretici avevano certa una coerenza logica...). La Chiesa, però, aveva sempre insegnato che Cristo era l’Emmanuele: Dio fatto uomo. Quindi vero Dio e vero Uomo. Ma a Maria Theotokos, dedicheremo un intero intervento.
Una volta ripercorsa la storia del Concilio, non bisogna cadere nell’errore che quella dibattuta dai padri conciliari fosse una questione nuova. La proclamazione dei dogmi, compresi quelli mariani, è solo l’ufficializzazione di posizioni ben più antiche. E anzi, di posizioni ormai affermatesi nella Chiesa e che vanno quindi difese dagli eretici di turno (infatti, quasi ogni concilio ha il suo eretico da affrontare). Non fanno eccezione, come accennavamo, i dogmi mariani. Una certa vulgata di origine protestante, lavora da secoli per far credere quello mariano come un culto tardivo ed inventato ad hoc. In realtà, non necessariamente quello che non è documentato non esiste. Ma oggi noi possediamo documenti che mettono profondamente in crisi queste teorie. Ancora una volta, ci sembra l’occasione di citare uno studioso aggiornato come Messori, sempre dal suo Ipotesi su Maria del quale consigliamo la lettura completa:
Ebbene: c’è un papiro eloquente che riguarda anche, e direttamente, la Madre di Gesù; che testimonia (pure qui, contro tante teorie) quanto precoce sia stato il suo culto fra i cristiani. È un testo che, anzi, sembra contenere i semi che si sarebbero sviluppati nella contestata “mariologia”. Si tratta di un reperto che riguarda quella che i fedeli di rito romano (e ambrosiano) conoscono come l’antifona Sub tuum praesidium. […] Quell’antifona del Sub tuum praesidium non era stata oggetto di particolare attenzione da parte dei liturgisti, anche perché la prima testimonianza che se ne aveva risaliva al nono secolo, almeno per l’Occidente, e si pensava dunque che fosse una delle molte altre antifone di epoca carolingia. Nel 1917, la John Rylands Library di Manchester – forse la biblioteca al mondo più ricca di codici – acquistava in Egitto un lotto di papiri. Uno di questi, con dieci linee, […]era pubblicato soltanto più di vent’anni dopo, nel 1938. Secondo alcune voci, forse un po’ maliziose, il ritardo nella pubblicazione era dovuto a una sorta di imbarazzo confessionale. Sta di fatto che C. H. Roberts, l’eminente papirologo che provvide alla pubblicazione, era un convinto protestante e quel piccolo, malandato pezzo di materiale da scrittura con quelle lettere greche smentiva tutto ciò che avevano affermato i teologi della Riforma. E che, cioè, l’invocazione e il culto alla Vergine erano fenomeni tardivi, erano costruzioni in gran parte abusive […] Checchè ne sia del ritardo più o meno intenzionale nella pubblicazione, sta di fatto che il professor Roberts cercò di cautelarsi, dicendosi sicuro che il papiro era tardo, che doveva risalire ad un’epoca in cui quella che per i protestanti è la “mariolatria” era già iniziata. In realtà, furono i suoi colleghi stessi a smentirlo e oggi c’è unanimità nel riconoscere che quel testo non può risalire oltre il terzo secolo: la data più probabile è attorno all’anno 250. Ci troviamo, dunque, di fronte alla più antica preghiera mariana […] Ecco, dunque: “ Sotto la tua misericordia ci rifugiamo o Madre di Dio (Theotòkè): le nostre preghiere non disprezzare nelle disgrazie ma dal pericolo libera noi: tu la sola pura e la (sola) benedetta”. […] Secondo alcuni si tratterebbe addirittura di un “modello per incisore”: dunque, il testo da proporre ad un artigiano per un’iscrizione, forse su metallo o su marmo. Tutto questo aumenta l’importanza, già straordinaria, del reperto: non si tratta, cioè, di qualcosa di isolato, di casuale, bensì di “ufficiale”. Di qualcosa, cioè, usato nel culto e ella devozione no solo privata ma anche pubblica, ecclesiale (in effetti, il testo è al plurale: un “noi”, non un “io”). […] In ogni caso, le caratteristiche esterne del papiro contribuiscono ad aumentare l’antichità, mostrando come la preghiera che vi è riportata fosse entrata già da tempo nell’uso, tanto da diventare qualcosa di tradizionale. […] Ebbene, prima del 1938, si escludeva decisamente un culto “ufficiale”, riconosciuto alla Vergine Maria, anteriore al primo Concilio ecumenico, quello di Nicea dell’anno 325. Quanto poi al termine Theotòkos, dunque Dei Genetrix, Madre di Dio, i soliti saccenti negavano che potesse essere in uso prima della celebre definizione del Concilio di Efeso, nel 431. E anche se quel titolo così impegnativo appariva in qualche passo di scrittori cristiani precedenti, si affermava che si trattava di opinioni teologiche private, non certo approvate (e neanche tollerate) dalle Chiese. Ed ecco che l’umile brandello egiziano sposta indietro addirittura di due secoli quella data di Efeso che era citata come se fosse un termine perentorio.
[…]
Ma, in questi decenni, altre “pietre” hanno “gridato” per smentire teorie nate o dall’astrazione intellettuale o dalla deformazione teologica. E questa volta non di papiri, ma proprio di pietre si tratta: quelle che sorreggono le mura del santuario sorto sin dagli inizi per racchiudere l’umile casa (o grotta) di Nazareth, dove tutto ebbe inizio. […] Comunque toccò all’archeologo francescano (padre Bagatti, ndr) provare quella che […] mi disse essere la più grande emozione della sua vita. Sull’intonaco della base di un grande muro, utilizzato per sostenere il tetto della chiesa-sinagoga, si trovò un’iscrizione in caratteri greci: un Kairè Marìa, cioè il saluto dell’angelo nel Vangelo, la prima Ave Maria della storia. Su una colonna, un pellegrino aveva lasciato un altro segno di devozione: “In questo santo luogo di Maria ho scritto”. Su un altro pilastro, una parola in antico armeno: “Vergine bella”. È provato che tutto quanto si è trovato in quel luogo è certamente precedente al concilio “mariologico” di Efeso. Dunque, dopo il papiro con il Sub tuum, ecco le pietre del santuario elevato dagli stessi concittadini di Maria a provare che il culto a lei, l’invocazione al suo potere di intercessione, sono assai precedenti a quanto si credeva o si voleva far credere.
Viene, quindi, a cadere uno dei miti del protestantesimo che da sempre ha avuto bisogno di credere ad un cristianesimo delle origini “puro” rispetto alle degenerazioni dei secoli successivi. Queste testimonianze storiche, alcune delle quali di eccezionale valore come quella del Sub tuum praesidium,mostrano come la figura di Maria, discreta ma importante nella stessa Scrittura, non fosse affatto “snobbata” dai primi cristiani. È vero, però, che la questione mariana non sembrava preoccupare molto gli apostoli. Ma questo si spiega con l’ansia della Buona Novella (testimoniata anche dalla narrazione scarna e nervosa dei Vangeli) che aveva – e che ha tuttora- al centro Cristo. Quella mariana è solo una delle tante questioni che la Chiesa ha dovuto affrontare nel tempo. Lo stesso Gesù afferma di non avere potuto dire tutto e che per questo lo Spirito Santo avrebbe guidato alla verità tutta intera. I dogmi mariani, infine, non sono aggiunte ma approfondimenti della fede per nulla accessori. Per questo sarà necessario analizzare più da vicino, in un altro post, le conseguenze teologiche che possono venire dal rifiuto del titolo di Theotokos per Maria di Nazareth.
Il 28 maggio 2007 è stato inaugurato, a Petersburg, il Creation Musuem. Si tratta di un particolare “museo di storia naturale” nato dal movimento evangelico Answer in Genesis. Lo scopo è quello di propagandare un creazionismo duro e puro che dovrebbe insegnare a grandi e piccini – scrive Riccardo Chiaberge ne La variabile Dio – che la narrazione biblica ricalca fedelmente la realtà. Da qui tutta una serie di veri e propri disastri e salti mortali.
“Sicchè – prosegue Chiaberge – le lucertole giganti e gli Homo Sapiens Sapiens, che secondo gli scienziati sono comparsi sulla Terra a milioni di anni di distanza, vengono fatti convivere come in un cartoon dei Flintstones. I creazionisti non nutrono dubbi sul fatto che la Terra abbia appena seimila anni, che i dinosauri siano usciti dalle mani del Padreterno il sesto giorno e siano saliti sull’arca insieme agli altri animali (a parte i fossili annegati nel diluvio). Per rendere più chiaro il messaggio, gli scheletri delle creature preistoriche, i minerali colorati e le immagini del Grand Canyon si alternano a diorama con Mosè e Paolo che catechizzano le folle, Lutero che incita la Chiesa a ritornare alle Scritture […] Se cominci ad accettare l’evoluzione su una Terra molto più antica del racconto biblico ti troverai di fronte alla gigantesca palla per demolizione, con su scritto MILIONI DI ANNI, che va a schiantarsi sulle fondamenta di una chiesa. […] Il presidente di Answer in Genesis, l’australiano Ken Ham, […] è insuperabile nell’arringare adunate oceaniche di scolari con i suoi sermoni contro la biologia evoluzionistica. “Ragazzi e ragazze – esordisce di solito. – Se uno dei vostri insegnanti parla di evoluzione, o di Big Bang, o di un’era in cui i dinosauri dominavano la Terra, voi dovete alzare la mano e chiedere: “Scusi, ma lei era lì a quei tempi?” I bambini rispondono con un boato di approvazione. Ham continua: “Talvolta l’insegnante risponderà: “No, ma non c’eravate neanche voi”. Allora voi ribattete: “Non c’ero, ma conosco qualcuno che c’era e ho qui il suo libro sulla storia del mondo”, e sbandiera una copia della Bibbia.
Tutto questo non accade in uno oscuro cantuccio di uno dei tanti movimenti del protestantesimo impazzito. Avviene alla luce del sole, e senza badare a spese. Il tutto è costato 27 milioni di dollari, una cifra raggiunta con le offerte degli evangelici americani. Sempre con le offerte, si raggiunge un budget annuale di 15 milioni di dollari per le retribuzioni e ulteriori attività di propaganda (con siti internet, libri e dvd). Questo vuol dire che, dal 2007 a oggi, sono stati spesi quasi 60 milioni di dollari. Una spesa veramente folle. Questo non solo accade alla luce del sole, ma succede anche in quella che è la patria dell’evangelicalismo: gli USA. Qui può nascere una prima riflessione. Capita spesso di sentire deplorate le monumentali bellezze vaticane e cattoliche, viste come un impedimento per una vera adorazione “in spirito e verità”. Anzi, uno dei cavalli di battaglia di certi evangelici nostrani è proprio l’aspetto economico che hanno iniziative come i pellegrinaggi con tanto di vendita di statuette e di santini. Eppure, non ci si cura di quello che gli evangelici fanno (e sperperano) oltre oceano né si è mai visto un evangelico usare toni duri nei confronti di questi fenomeni. Di sicuro, mai con la stessa durezza che si usa contro la Chiesa cattolica.
Questo per una prima riflessione di carattere economico. Ma quello che più mi colpisce è la concezione della Bibbia di queste persone. Sembra essere, essenzialmente, un libro di storia naturale e umana. La cosa curiosa è che se avessero ragione, la Bibbia perderebbe ogni interesse diventando uno dei tanti libri che si trovano sull’origine dell’uomo e dell’Universo. Credono di rendere onore alla Scrittura, ma legandone la veridicità agli aspetti esteriori, in realtà, la umiliano e la ridimensionano. Guardate questo video, con particolare attenzione ai minuti 15 e 16:
YouTube - Gesù Cristo è una bufala?
Questo signore si chiama Danilo Valla e tiene delle lezioni sulla Bibbia per You Tube. Un’iniziativa assolutamente lodevole e resa ancora più godibile dalla grande cultura di questo bibliofilo e dal suo carattere aperto e dialogante. L’argomento della lezione è assolutamente ineccepibile, ne ho parlato spesso anche io nel mio blog. Eppure anche Valla mostra di avere una concezione limitata della Bibbia “che non può sbagliare”. Al minuto quindicesimo si parla della classificazione del coniglio. Alberto, nei commenti di questo post di Miriam (che trovate qui), ha fatto notare delle imprecisioni dette. Ed ecco che la Bibbia, da libro dell’incontro fra Dio e l’uomo, diventa questione di ruminanti. Tutta la fede sembra reggersi, o cadere, a seconda di quello che il coniglio fa o non fa con i suoi escrementi. La veridicità della Bibbia si misura lì. Forse è una responsabilità un po’ troppo grande per un coniglio. Ecco perché, dicevo, credendo di onorare la Bibbia la si offende. Già in un altro post ho spiegato perché, invece, la Bibbia può sbagliare ma che è questo a renderla interessante.
Certo, il creazionismo degli evangelici italiani è (o almeno sembra) molto più moderato. Mi chiedo se questo “moderatismo” rispetto ai compagni americani non sia in fondo dovuto al benefico contatto col Cattolicesimo che pure credono di avversare. Ma questa concezione sbagliata della Bibbia è presente anche in loro ed è la fonte di molti dei loro errori. Sarebbe interessante, in merito, sentire un parere ufficiale delle Assemblee di Dio in Italia (per quelle americane non credo ci sia speranza). Su una cosa così importante non si può fare finta di niente, questa concezione della Bibbia da parte degli evangelici americani (ai quali quelli italiani devono moltissimo) è giusta o sbagliata: non ci sono vie di mezzo. Forse, visto quello che fanno gli evangelici americani, sarebbe il caso di moderare i toni anche nei confronti della Chiesa cattolica continuamente accusata di oscurantismo e di manipolazione del messaggio biblico. Forse sarebbe anche il caso di riconsiderare il peso della storia e della tradizione della Chiesa che ha già visto tentativi del genere di fare della Bibbia il “libro totale” (allora, almeno in parte, giustificati dai tempi). L’esito è stato un vicolo cieco.
In conclusione, un ultimo spunto di riflessione. Sant’Agostino spiegava che si può possedere la verità religiosa senza avere anche quella scientifica. Ma se la Bibbia è un libro scientifico, vuol dire che se cade una, viene meno anche l’altra. Infatti, il grande pensatore lasciò il manicheismo perché era legato ad una visione scientifica (precisamente cosmologica) poi rivelatasi errata. Adesso capita spesso di leggere in siti e blog evangelici la pretesa di avere un rapporto diretto con Dio, con tanto di folgoranti illuminazioni dello Spirito Santo e fenomeni di glossolalia. Ma se la Bibbia è un libro scientifico e la conseguente visione scientifica contiene degli errori, non sarà che forse sono sbagliate anche la visione teologica e tutto l'apparato circostante?
Nel precedente intervento abbiamo riportato i pareri di illustri studiosi sul rapporto fra il culto mariano e i culti pagani che avevano per oggetto personaggi femminili. Sarà bene riportare la conclusione di Danièlou:
Relazione, dunque, tra la struttura del dogma mariano nella rivelazione cristiana e la struttura dei culti femminili nella mitologia e nei misteri pagani? Se si esaminano davvero le cose, si constata che le analogie (che colpirono, e tuttora colpiscono qualcuno) riguardano le circostanze esteriori: nei due casi, infatti, è questione di nascita straordinaria e di culto che hanno per oggetto una donna. È però onestà oggettiva riconoscere che c’è opposizione totale tra le due strutture – cristiana e pagana – nel loro fondamento e nella loro natura.
A sostegno di questa conclusione, proviamo ad occuparci dei casi più sospetti e famosi di contaminazione pagana nel culto mariano. Molto spesso capita di vedere citate con disinvoltura le dee pagane. In realtà, già la natura di questi culti – lo abbiamo visto nel precedente intervento – basterebbe a sconsigliare qualunque accostamento col culto mariano. Nello specifico bisogna notare che spesso i culti dedicati a dee pagane avevano una forte carica erotica, non certo il massimo per chi fosse in cerca di modelli per divinizzare la madre di Gesù. Stupisce talvolta di vedere chiamata in causa la stessa Venere, la dea dell’amore che nella mitologia non brilla esattamente per la sua castità. Tanto che, pare, il suo culto veniva celebrato anche con accoppiamenti rituali. Un’altra dea “sospetta” che viene a volte tirata in ballo è Danae. Seguiamo di nuovo Messori:
Ha scritto Charles Guignebert, uno dei maggiori tra i critici che cercarono di scalzare le basi storiche del cristianesimo anche con lo strumento della “storia religiosa comparata”: “E’ nel mondo greco-romano che si trovano le analogie più evidenti con il racconto della concezione miracolosa di Gesù. È in quel mondo che sta, tra l’altro, la leggenda di Perseo, nato da Danae, vergine che Zeus, sotto forma di una pioggia d’oro, ha fecondato”. Danièlou - e molti specialisti con lui –ha buon gioco a dimostrare innanzitutto che in questo mito pagano (come negli altri che vengono citati dai “comparatisti”) non si tratta di una nascita verginale. A differenza di quanto scrive Guignebert, in nessuna delle versioni che possediamo è detto che Danae, fecondata dal Monarca dell’Olimpo, non avesse ancora conosciuto uomo. Comunque, “la leggenda di Zeus e Danae appare come una rappresentazione antropomorfica, piuttosto banale se non triviale, della Divinità, alla quale si prestano costumi umani. Si tratta – qui come altrove – di una semplice sublimazione della sessualità, mentre la concezione virginale di Maria si situa nella prospettiva delle opere compiute dallo Spirito Santo in tutta la Scrittura e che qui raggiunge un vertice. Ovunque, in effetti, sia nelle religioni asiatiche che in quelle dell’antico ellenismo, si trovano delle teo-gamie, cioè delle unioni sessuali di un Dio con una donna. Non vi è nulla di simile nell’Annunciazione lucana, dove non vi è alcuna apparizione di un Dio (magari sotto forma di pioggia d’oro, di cigno o di altro animale) e si è lontanissimi dal clima di erotismo che accompagna tutte le mitologie dove protagonista è una donna.
Quindi, anche Danae non ha molto in comune con Maria. Veniamo, finalmente, a uno degli cavalli di battaglia dei comparatisti moderni, i quali spesso non possono nemmeno vantare un grande bagaglio di erudizione rispetto ai loro (semi-dimenticati) predecessori. Si tratta di Iside, madre di Horus. L’accostamento Maria-Iside viene, in realtà, da lontano e da studi non proprio scientifici (per usare un eufemismo). Riportiamo una paginetta di Wikipedia che sembra ben fatta:
La teoria si basa sugli studi compiuti da Gerald Massey. Le teorie di Massey ispireranno anche il teosofo Alvin Boyd Kuhn. Massey fu esponente della massoneria e le sue opere sono ancora oggi testi di riferimento della Società Teosofica [1], movimento religioso-filosofico fondato da Helena Blavatsky. Poeta e appassionato di civiltà egizia, apprende da autodidatta l’arte di decifrare i geroglifici. La sua teoria che vuole instaurare un parallelismo tra la vita di Horus e quella di Gesù si basa su un rilievo che si trova a Luxor, che lui esamina e interpreta nell'opera The Historical Jesus and The Mythical Christ.
In questo rilievo si leggerebbe l’annunciazione, l'immacolata concezione della dea Iside, la nascita ed adorazione di Horus. Questa sua interpretazione contrasta con quella degli egittologi[2] e non è stata mai confermata da altre fonti. Le sue opere, che tentano di stabilire un più generale parallelismo tra la religione giudaico-cristiana e la religione egizia, sono assolutamente disconosciute dalla moderna egittologia e non sono menzionate nell'Oxford Encyclopedia of Ancient Egypt o in qualche altra opera di riferimento di questa branca accademica. Massey non è infatti nominato nè in "Who Was Who in Egyptology" di M. L. Bierbrier (III ed., 1995), attuale lista degli egittologi internazionali di riferimento, nè tanto meno nella più estesa bigliografia sull'antico Egitto stilata da Ida B. Pratt (1925/1942), universalmente riconosciuta dalla comunità internazionale degli egittologi [3]. Nel 1999 la storica e archeologa D.M. Murdock riporta in auge questa "teoria" nel The Christ Conspiracy pubblicato con lo pseudonimo di Acharya. L'opera è stata anche utilizzata come base della prima parte del film web Zeitgeist. In un capitolo del suo libro l'autrice mette in luce delle somiglianze notevoli che intercorrerebbero tra la figura di Gesù Cristo e quella di Horus. In questo ripercorre sostanzialmente le tesi di Massey sul parallelismo Horus/Gesù. La questione relativa all'attendibilità delle sue tesi è tuttora molto controversa e il dibattito molto acceso. La Murdock non ha una formazione accademica da egittologa ed una delle critiche fondamentali che gli si rivolgono è di non aver attinto da fonti primarie ma di aver utilizzato fonti poco attendibili come Ancient Egypt: The Light of the World di Gerald Massey. Nel suo ultimo libro Christ in Egypt (Ed. 2009) l'autrice replica che il suo lavoro non si ispirerebbe a quello di Massey (sebbene a distanza di cento anni risulterebbe sostanzialmente corretto) ma su molteplici fonti di egittologi tra cui cita Margaret Murray, egittologa e antropologa vissuta negli anni '30, che nel libro "Il Dio delle streghe" si è occupata di stregoneria medievale cercando di trovare le sue radici nel periodo pre-cristiano. Anche la storicità del lavoro della Murray è ancora molto discussa e le sue argomentazioni sono oggi aspramente criticate in ambito accademico: tra gli storici che criticano la sua impostazione di ricerca e quindi i risultati raggiunti ci sono Norman Cohn, Ronald Hutton, G. L. Kitteredge, Keith Thomas, J. B. Russell and Carlo Ginzburg [4]. Questo getta ulteriori ombre sulla canonicità storico/scientifica dell'opera della D.M. Murdock. Si consideri inoltre che, analogamente a quanto affermato dagli egittologi in relazione alle tesi di Massey, la ricostruzione della vita di Iside e Horus fatta dalla Murdock è in aperto contrasto con i risultati raggiunti dall'attuale egittologia e non trova riscontri nella narrazione delle vicende di Horus e Iside come narrate nella mitologia egizia [5]. L'unica fonte di riferimento per questa tesi resterebbe quindi l'iscrizione di Luxor, sopra indicata, in una traduzione e interpretazione considerata dagli egittologi moderni totalmente fallace[6], che non trova altri referenti se non il succitato Massey.
http://it.wikipedia.org/wiki/Horus
Purtroppo queste sono le fonti di certe teorie comparatiste che però, per il loro innegabile fascino, continuano ad essere spacciate per vere (e, non a caso, soprattutto in rete). In nota, abbiamo trovato anche un interessante testo di Richard C. Carrier (studioso dell’antichità e filosofo ateo) che mette queste tesi a confronto con i risultati dell’egittologia, nello specifico con Bruce Metzger. Il testo lo trovate qui, in inglese.
In sostanza, Carrier dice che ci sono delle analogie (piuttosto esteriori, come abbiamo detto anche prima) ma nulla di scandaloso. E che tali analogie sono “inevitabili” perché anche l’antropologia insegna che esiste un immaginario religioso comune a un po’ tutti i popoli. Per questo si possono trovare miti di popoli diversi (e magari lontani) che presentano delle coincidenze, senza dovere per questo necessariamente postulare un contatto o addirittura un plagio.
Il culto mariano, però, ha avuto uno sviluppo piuttosto lento. Per alcuni, infatti, le contaminazioni pagane vanno cercate proprio nelle fasi di questo sviluppo. Il problema è che spesso queste teorie “tarde” sono spesso figlie delle prime (fallite) e ne riportano quindi gli stessi difetti. Allo sviluppo del culto marino, dalle origini fino ai grandi concili dogmatici, dedicheremo il prossimo post. Qui ci limitiamo alle somiglianze, vere o presunte che siano, fra Maria e le dee pagane. Abbiamo visto che il confronto non regge nemmeno con Iside. Infatti quest’ultima non è affatto vergine. Anzi, del rilievo di Luxor Carrier elenca divertito i pannelli che riportano scene erotiche ai limiti della pornografia. Il fatto è che della nascita di Horus possediamo diverse versioni, si tratta sempre di concepimenti miracolosi quando non curiosi; ma non verginali. Quindi Iside non è vergine, almeno stando al rilevo di Luxor. In altre versioni, invece, avrebbe lavorato col cadavere del marito per potersi fare fecondare; lo spiega bene Zel, nell'intervento che trovate cliccando qui.
Un ultimo argomento da affrontare è quello dei debiti artistici del culto mariano nei confronti di Iside. In effetti l’immagine iconografica di Maria col bambino in braccio sembra desunta dalle rappresentazioni classiche di Iside con Horus. Inutile sottolineare che questo non dice nulla sull’origine storica del culto mariano, perché le tendenze artistiche si influenzano reciprocamente. La prima arte cristiana, com’è noto, riprende temi e figure dell’arte pagana. Sarebbe impossibile pensare ad una rottura netta, il passato ha sempre un peso sul presente. Ma questo non vale solo per Maria, anche Gesù viene ritratto a volte nelle pose di un filosofo greco e anche l’immagine del pastore, con la pecorella sulle spalle, fa parte di una radicata tradizione bucolica. Ogni artista ha sempre un proprio bagaglio culturale. Troppo poco, ad ogni modo, per costruirci sopra certe ipotesi simili ad edifici pericolanti. Anche nel campo artistico, però, non sono mancate le forzature. Si vorrebbe far passare per verità assoluta il fatto che le famose madonne nere abbiano imitato questa curiosa caratteristica dalla rappresentazioni di Iside (scure, in effetti). In realtà, è scientificamente dimostrato che molte madonne nere non erano tali in origine. Il colore scuro è dovuto allo sciogliersi dello stucco, in seguito al fumo dei ceri e all’azione del tempo. A ciò si aggiunga che esisteva anche una precisa scelta teologica, proveniente dall’Oriente, che voleva rappresentazioni oscure – per scrupoli aniconici - non solo per Maria ma anche per i santi e lo stesso Gesù.
In conclusione, le teorie comparatiste non sono affatto
fondate. Si tratta di un approccio interessante di cui però si è abusato. Non è
un caso se si tende a forzare i dati per creare delle coincidenze: ecco perchè
Danae e Iside devono essere vergini. È bene quindi diffidare da tute le
ricostruzioni scandalistiche che si trovano in rete, spesso più che altro
identificabili come metastoriche se non proprio anti-storiche.
Sempre più spesso, capita di imbattersi in pedestri
ricostruzioni storiche sul rapporto fra paganesimo e cristianesimo. La vittima
preferita di questi malsani giochi sembra essere la figura di Maria. In realtà,
tali “ricostruzioni” si basano più o meno consapevolmente su studi
ottocenteschi di storia comparata delle religioni, tanto monumentali quanto
superati. Il più famoso, e recente, esempio di riesumazione di queste teorie ci
viene offerto dallo Zeitgeist. Si tratta di un video che da tempo gira in rete
e che viene presentato come la prova inconfutabile delle contaminazioni pagane.
A queste e altre accuse, Vittorio Messori risponde nel capitolo XIX del suo Ipotesi
su Maria. Riportiamo alcuni passaggi di questo capitolo per dare un’idea
generale della questione, prima di verificare la credibilità di certe
specifiche teorie.
Nella seconda età dell’Ottocento, prima gli eruditi delle università tedesche e poi via via, i loro colleghi degli altri paesi occidentali furono folgorati dalla scoperta delle antiche religioni non cristiane, soprattutto asiatiche, sino ad allora poco o nulla conosciute in Europa. […] Da un simile cocktail di erudizione (e, speso, di settarismo ideologico: era il tempo del razionalismo e del positivismo) nacque la scuola “comparatista”. Quella, cioè, che comparava il cristianesimo alle religioni asiatiche e al “brodo di cultura” ellenistico e mediorientale dove aveva mosso i primi passi. Si cercò, così, di dimostrare che la “presunta” rivelazione del Vangelo altro non era che un coacervo di elementi religiosi e superstiziosi eterogenei. […] Da allora, il problema ha avuto ampiamente il tempo di decantarsi e molte delle vecchie opere di “storia comparata delle religioni”, pur restando talvolta dei monumenti impressionanti di erudizione, hanno perduto la loro carica aggressiva e non sembrano più una minaccia alla fede e al culto cristiani, almeno per chi non sia così ingenuo da farsi impressionare. Anche qui, però, si è verificata la consueta deriva: abbandonate, o molto mitigate, dagli studiosi più seri e aggiornati, le “ipotesi mitologiche” su Gesù e Maria fanno parte della vulgata dell’uomo di strada. Il quale è spesso convinto che dietro la devozione dei cattolici per la Madonna ci sia l’anacronistica continuazione dei culti di qualche Grande Madre leggendaria, di qualche Parthènos pagana. […] Il problema è stato studiato a fondo, tra gli altri, da Jean Danièlou, il grande teologo divenuto poi cardinale. A parere degli esperti non faziosi, di qualunque tendenza, il suo lavoro resta fondamentale: non si dimentichi che questo specialista d religioni ha avuto cattedra non solo nelle università cattoliche, ma anche in quelle di uno Stato dalle tradizioni laiciste come quello francese. Per anticipare la conclusione della ricerca, condotta su tutte le fonti disponibili, ecco alcune delle parole di Danièlou:
“Relazione, dunque, tra la struttura del dogma mariano nella rivelazione cristiana e la struttura dei culti femminili nella mitologia e nei misteri pagani? Se si esaminano davvero le cose, si constata che le analogie (che colpirono, e tuttora colpiscono qualcuno) riguardano le circostanze esteriori: nei due casi, infatti, è questione di nascita straordinaria e di culto che hanno per oggetto una donna. È però onestà oggettiva riconoscere che c’è opposizione totale tra le due strutture – cristiana e pagana – nel loro fondamento e nella loro natura.” In effetti, continua Danièlou, “i culti pagani sono tutti, senza eccezione, l’espressione di una religione della vita biologica, della fecondità, dove la femmina è il simbolo”. Se si guarda invece al ruolo di Maria “ci troviamo di fronte al riferimento storico a un intervento preciso di Dio nella vicenda umana. Intervento che, tra l’altro – ben lungi dall’esaltare la fecondità -, sottrae questo avvenimento alle leggi ordinarie della vita: e ciò per rimarcare il suo significato spirituale”.[…] Ovunque, in effetti, sia nelle religioni asiatiche che in quelle dell’antico ellenismo, si trovano delle teo-gamie, cioè delle unioni sessuali di un Dio con una donna. Non vi è nulla di simile nell’Annunciazione lucana, dove non vi è alcuna apparizione di un Dio (magari sotto forma di pioggia d’oro, di cigno o di altro animale) e si è lontanissimi dal clima di erotismo che accompagna tutte le mitologie dove protagonista è una donna. […] Più in generale, dando ancora la parola a Jean Danièlou: “Per chi conosca i tempi e il clima in cui la fede nel Vangelo è sorta, appare contraria a ogni verosimiglianza anche la semplice ipotesi di una influenza dei miti pagani sul cristianesimo primitivo. Il conflitto fra il politeismo pagano e il cristianesimo è troppo violento perché una influenza sia ipotizzabile. Una simile questione può porsi per il quarto secolo (quando vi è un afflusso in massa di pagani nella Chiesa), ma di certo non nel primo secolo, quando i Vangeli si fissano in modo definitivo”.
In effetti, gli specialisti della storia comparata delle religioni hanno finito per accorgersi che la di difficoltà era insuperabile, visto che ci si trova di fronte a un nucleo cristiano primitivo impermeabile a influenze non giudaiche. […] Se è possibile stabilire l’indipendenza da influenze pagane dei testi fondamentali del Vangelo che riguardano Maria […] c’è un altro problema, come dicevamo all’inizio. […] Ma che dire del suo sviluppo? Pur partendo dai dati biblici, non si sono forse costruiti una dogmatica, un culto, una devozione segnati dall’’influenza del paganesimo? […] Albert Noyon, uno specialista di questa materie, sintetizza così il problema […]: “Ci si dice: quando, soprattutto dopo l’editto di Costantino, nel IV secolo, i pagani entrarono in massa nella Chiesa, vi portarono la loro mentalità, solo superficialmente intaccata dalla nuova fede. […] Può darsi che la figura evangelica di Maria non abbia a che fare, alla sua origine, con le Dèe Madri, ma di esse divenne in seguito un surrogato, sotto la spinta delle masse. Anzi – senza che si osasse confessarlo – divenne una Dea ella stessa”. […] Cominciamo col proporre un paio di domande avanzate dallo stesso Noyon. La prima può riassumersi così: “Se culto e devozione verso la Vergine sono “prodotti” pagani, perchè appaiono così deboli, così ridotti proprio in quel terzo, quarto secolo in cui i pagani entrano in massa nella Chiesa? È proprio allora che si sarebbe dovuta verificare la paganizzazione del cristianesimo: le pratiche mariane sarebbero dovute esplodere. In realtà, non è affatto così. Maria è sì onorata, ma scrutata soprattutto, più che dal popolo, dalla teologia, che cerca di individuare – con oggettività e quasi “freddezza” di dibattito tra dotti – le dimensioni del mistero che quella Donna rappresenta per la fede.
Nel prossimo post, dopo aver offerto un quadro generale, entreremo nello specifico delle teorie che vogliono il culto mariano derivato da quello pagano.
Washington - Un gruppo di ricercatori americani è riuscito a mettere a punto il modo più sicuro finora mai scoperto per realizzare cellule del tutto simili alle staminali a partire dalle normali cellule della pelle.
La nuova tecnica La tecnica ideata dall’equipe della Harvard University e della Advanced Cell Technology, azienda del Massachusetts, consiste nell’immergere le cellule della pelle in proteine umane in grado di portare indietro le lancette dell’orologio biologico, facendo sì che le cellule si comportino come staminali embrionali. Il Dr. Robert Lanza della Advanced Cell vede delle applicazioni commerciali già nel prossimo futuro. "Basterà qualche altro test e le nostre cellule staminali saranno pronte per l’uso commerciale", ha dichiarato aggiungendo che l’azienda ora cercherà l’autorizzazione della Food and Drug Administration per sperimentare le sue staminali sull’uomo l’anno prossimo - ma l’approvazione della Fda richiederà del tempo, come per ogni nuova tecnologia.
Un metodo "sicuro" Il nuovo metodo viene presentato come il più "sicuro" finora messo a punto perchè non solo non implica l’uso della clonazione o degli embrioni, molto controverso, ma anche perchè altri metodi per realizzare le staminali, anche senza gli embrioni, partendo dalle cellule della pelle e facendole agire come staminali pluripotenti o iPS, richiede di integrare in queste cellule dei retrovirus o delle molecole geneticamente modificate. Tutti questi metodi, spiega Lanza, hanno controindicazioni. La sua equipe, che ha lavorato insieme a Kwang-Soo Kim dell’Harvard Stem Cell Institute e a un gruppo di scienziati del CHA Stem Cell Institute in Corea del Sud, ha usato per la prima volta un peptide, un frammento di proteina, e così ha trasformato le cellule della pelle in iPS, capaci di trasformarsi a loro volta in cellule di vari organi e tessuti. "Con questa tecnica abbiamo eliminato i rischi associati con la manipolazione chimica e genetica", sottolinea Lanza sulla rivista Stem Cell.
GENESI CHIMICA - Le staminali suine pluripotenti, che al pari di quelle embrionali sono in grado di generare qualsiasi tipo di tessuto umano, sono state create tramite la riprogrammazione delle cellule prelevate dagli animali, avvenuta con l'introduzione di un cocktail chimico iniettato al loro interno per mezzo di un virus. Dopo la riprogrammazione, le cellule hanno iniziato a cambiare e a svilupparsi in colonie di cellule staminali simili a quelle embrionali: i test realizzati in laboratorio hanno confermato che si tratta effettivamente di staminali capaci di differenziarsi spontaneamente nei tessuti primari dell'embrione (endoderma, mesoderma, ectoderma) e quindi in grado di svilupparsi (successivamente) in organi diversi.
UTILIZZO - La scoperta «è assai importante, e avrà numerose implicazioni sia nella salute dell'uomo che dell'animale», ha dichiarato il dottor Xiao. Potrebbe per esempio permettere di creare maiali geneticamente modificati dai quali prelevare organi per trapianti destinati all'uomo che non daranno problemi di rigetto, o consentire di ottenere esemplari resistenti a malattie e virus come quello della febbre suina. Tuttavia, come spiegato dai ricercatori, ci vorranno anni prima che si possa giungere all'applicazione clinica dei risultati ottenuti a Shangai.
I «nuovi atei»? Sono l’alter ego «laico» dei creazionisti, i cristiani fondamentalisti convinti che il racconto della Genesi sia un dato scientifico assodato. Richard Dawkins, Sam Harris e Christopher Hitchens (i 'neo laici' di maggior successo) sono 'illogici e incoerenti' rispetto ai grandi pensatori atei del passato, ad esempio Nietzsche e Camus. Alterna il fioretto dell’argomentazione e la sciabola della polemica John Haught, teologo americano di vaglia, nel suo ultimo convincente lavoro, Dio e il nuovo ateismo (Queriniana, pp. 167, euro 13,80). Senior Fellow al Science & Religion Woodstock Theological Center della Georgetown University di Washington, nei giorni scorsi Haught ha ricevuto la laurea honoris causa dall’Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, per la sua pluridecennale ricerca sul rapporto tra teologia e scienza.
Professor Haught, nel suo saggio distingue l’ateismo 'hard-core' di Sartre,
Camus e Marx, da quello 'soft-core' di Hitchens, Dawkins e Harris: qual la
principale differenza?
«Gli atei 'duri' volevano che si pensasse in maniera logica alle implicazioni
dell’ateismo. Nietzsche, Sartre e Camus insistevano sul fatto che Dio non
esiste e quindi non c’è una base eterna ai nostri valori etici. Se Dio non c’è,
non esistono nemmeno gli assoluti! Ogni cosa è relativa e noi siamo i creatori
dei nostri propri valori. Perciò gli atei 'duri' pensavano che ci volesse una
coerenza enorme per essere un ateo, visto che non esiste più un appoggio
morale. Per questo Sartre definiva l’ateismo 'un affare crudele'. La maggior
parte della gente non sarebbe capace di essere veramente atea perché troppo
debole nel vivere senza valori incondizionati. I 'nuovi atei' credono che certi
principi siano assoluti, come la ricerca della verità scientifica oppure i
diritti civili. Ma gli atei 'duri' direbbero che questi 'neo-atei' sono deboli
e codardi come i credenti in Dio, dato che si aggrappano a valori assoluti».
Lei considera 'simili' i 'nuovi atei' e i creazionisti. Qual è il loro comune
errore nell’approcciare il 'problema-Dio'?
«Come i creazionisti, anche Dawkins, Harris e Hitchens considerano la Bibbia incompatibile con la
scienza moderna, in particolare con l’evoluzione. Al pari dei cristiani
fondamentalisti essi si approcciano ai testi religiosi antichi per provare la
loro pertinenza in quanto fonti di informazioni scientifiche. Ma la Bibbia non ha mai voluto
essere all’origine di verità scientifiche. Ad Hitchens, ad esempio, fanno
problema i racconti dell’infanzia di Gesù in Matteo e Luca. La maggior parte
degli studiosi cristiani resta affascinata dall’irriducibilità narrativa di
tali passi. Questi ultimi riconoscono che gli evangelisti stanno introducendo
con quei testi alcuni temi poi ampliati nel corso delle loro opere. Tali
racconti si preoccupano di trasformazioni spirituali, non di informazioni
scientifiche. Ma Hitchens si domanda: come possono essere ispirati queste
narrazioni se Matteo e Luca non concordano sui fatti storici? E finisce per
definirli 'una frode immorale'. Anche Dawkins condivide con Hitchens un certo
gusto litteralistico a livello esegetico. Egli però non vedrebbe nessun
contrasto tra la Genesi
e l’evoluzione se non condividesse con i creazionisti l’aspettativa che una
Bibbia veramente ispirata potrebbe essere una fonte di affidabili informazioni
scientifiche. Ancora più penoso il caso di Harris, il quale si domanda come mai
la Bibbia, se
è 'scritta da Dio', non possa essere 'la fonte più ricca a livello matematico
che l’umanità abbia mai conosciuto'. Per lui, se la Bibbia è ispirata, avrebbe
dovuto dirci qualcosa 'sull’elettricità, sul Dna o sull’attuale misura
dell’universo'».
È preoccupato dalla diffusione di questo 'nuovo ateismo'?
«Il problema è che la maggior parte delle persone non possiede una preparazione
teologica per rispondere ai 'nuovi atei'. Gli operatori di media, poi, non
sanno come valutare i loro scritti dal momento che non hanno riferimenti
teologici o filosofici. I lettori possono facilmente essere d’accordo con i
'nuovi atei' visto che gli scandali tra i preti o gli attentatori suicidi in
nome di Dio sono fatti che capitano tutti i giorni. Per molte persone questo è
il lato più visibile della religione. Ho scritto il mio libro come un piccolo
tentativo per mostrare che c’è molto di più di questo 'lato oscuro' nella
religione, e che esistono risposte positive e teologicamente elaborate al
'nuovo ateismo', così come all’ateismo 'duro' di cui si diceva».
A suo giudizio, c’è una risposta specificatamente 'cattolica' ai 'nuovi atei'?
«Sì. Anzitutto, sarebbe necessario che la Chiesa e i suoi membri confessassero il proprio
coinvolgimento nei peccati che i 'nuovi atei' elencano in maniera fervorosa (e
anche divertita). Una confessione come questa sarebbe una testimonianza potente
della nostra professione di fede più fondamentale, ovvero che il mondo è
avvolto in una bontà e in un amore infinito, una bontà che il nostro peccato ha
offeso e oscurato: in questo modo il nuovo ateismo troverebbe fiducia e
giustificazione. Però possiamo notare che, ironicamente, gli stessi atei
testimoniano questa stessa dimensione di bontà nell’accusare i cristiani di
immoralità. In che modo potrebbero esseri sicuri che i credenti sono cattivi
senza essere toccati dalla bontà che stabilisce i criteri della loro stessa
accusa? I cattolici chiamano Dio la fonte di questa bontà».
Quella che spesso emerge dai manuali scolastici, e che poi si impone nell’opinione pubblica, è un’immagine distorta della storia. Se si può indugiare sui crimini politicamente corretti, come quelli commessi dall’Inquisizione, lo stesso rigore non si può usare per scavare in altri trascorsi. Complice involontaria di questa situazione, è anche la disponibilità della Chiesa Cattolica a chiedere perdono a Dio per i crimini commessi in passato dai cattolici. Molti tendono a credere che queste ammissioni di colpa autorizzi a credere che sia solo la Chiesa Cattolica ad avere bisogno di perdono. Paradossalmente nell’opinione pubblica si impongono come “colpe del passato” solo quelle che vengono ammesse, dimenticando le altre. La realtà è che, invece, la Chiesa Cattolica sembra più colpevole degli altri solo perché questi ultimi sono soliti rimuovere gli eventi scomodi del loro passato. E questo vale per tutti. Dai crimini perpetrati nel mondo islamico fino a quelli anticlericali e passando per quelli protestanti. Si tratta di tre categorie molto protette dai mass-media, se di colpe si deve parlare si parli di quelle cattoliche. E quando proprio non si può evitare di ricordare eventi scomodi, lo si fa con tono pacato e avalutativo: è successo e basta. Capita spesso invece di vedere l’intellettualoide di turno che, al solo sentire parlare di storia del cattolicesimo, si altera, sbuffa, strilla. E non lesina commenti come “fanatismo”, “oscurantismo” e via dicendo. Tutte categorie che non applicherebbe mai ad altre storie, pur in presenza di fatti e situazioni analoghe, perché sa bene di non rischiare nulla a bollare il Cattolicesimo con ogni infamia. Anzi, parlare male della Chiesa Cattolica (possibilmente in pose eroiche, come se le guardie svizzere stessero per fare irruzione) può aprire molte porte e suscitare simpatie bypartisan. Sull’anticattolicesimo si possono costruire milionarie saghe di film e romanzi. Si possono scrivere libri che vomitano odio fin dalla copertina e scalare le classifiche (a prescindere poi dall’effettiva qualità del contenuto). Se vi doveste, per sventra, capitare di essere invitati a trasmissioni come quelle di Augias (o di Santoro e di Lerner), la regola d’oro è chiara. In caso di difficoltà basta dire qualcosa contro la Chiesa cattolica e vedrete levarsi spontaneo l’applauso del pubblico, con tanto di sorriso finalmente compiaciuto del conduttore (anche se si stava parlando della mucca pazza).
Tutta questione di pubblicità, quindi. L’uomo della strada deve sapere solo che la storia del Cattolicesimo è esclusivamente Inquisizione e crociate (infatti anche ammesse!). Deve sapere, seppur in maniera superficiale, di Galileo e di Giordano Bruno. L’importante è che non si chieda cosa avvenisse, nello stesso periodo, in terra d’Islam e nei paesi protestanti. Deve sapere nei dettagli come i cattolici gestivano il dissenso cinque secoli fa, ma non quale concezione della libertà avessero i paesi governati dall’ateismo di stato qualche anno fa (e ancora oggi). E se qualcuno sa che il male non è un’esclusiva dei cattolici, tende naturalmente a credere che si tratti ad ogni modo di fatti di minor rilievo e dei quali, infatti, non si parla più di tanto. La realtà è che di essi non è buona educazione parlare. Ricordare che la storia dell’Islam non è solo rose e fiori (come qualcuno vorrebbe far credere) può provocare l’accusa di xenofobia e di voler infierire contro i discendenti di coloro che, miserini, subirono le crociate. Provare a tirare le fila di una storia critica del protestantesimo provoca l’accusa di papismo (l’equivalente moderno dell’eresia, in certi ambienti laici o sedicenti tali). Provare a distogliere, anche solo per un attimo, l’attenzione dall’Inquisizione per andare un momento a studiare quello che avveniva nella Russia atea vuol dire invece per alcuni (e questa è la più classica) attentare quasi alla laicità dello stato. E non vi venga in mente di riconsegnare alla storia quegli eventi sui quali si è costruito quell’apparato storico-mitico definito, anche negli ambienti accademici più insospettabili, come Leggenda nera. In quest’ultimo caso possono scattare tutte le suddette accuse messe insieme, con tanto di fatwa contro il “negazionismo” o il “giustificazionismo”.
In conclusione, il nostro modo di guardare al passato è poco sereno perchè ancora vittima di pregiudizi e mosso da intenti non sempre lodevoli (come quelli di simpatia e antipatia). Per questo abbiamo deciso di realizzare una triologia nel tentativo di porre le basi per una storia critica anche del protestantesimo, dell’Islam e del comunismo ateo. Con questo non si vuole certo volgere contro protestanti, islamici e atei l’uso infame e ideologico che si fa della storia cattolica (con tanto di demonizzazione) ma solo sfatare il mito “pacifico” che sopra abbiamo descritto. Rinfacciare il passato per averla vinta in una discussione è quasi sempre segno di debolezza e di mancanza di argomenti. Ma il mito “pacifico” fa sì che, e non è un caso, l’unico passato “politicamente” spendibile sia quello cattolico. È a questa distorsione che cercheremo di rimediare.
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