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June 30 Il Testimonium Flavianum: il passo ritrovato.
Flavio Giuseppe, vissuto fra il 37 e il 100 d.C., è uno storico molto importante anche per via della sua particolare vicenda biografica. Inizialmente coinvolto nella disastrosa rivolta antiromana che portò poi alla distruzione di Gerusalemme (70 d.C.), si consegnò ai Romani in seguito alla sconfitta della sua guarnigione. Nacque così un intenso rapporto di collaborazione con gli ex nemici tanto da diventare un cliente di Tito e un grande ammiratore di suo padre, l’imperatore Vespasiano. La straordinarietà di questo personaggio si evince già dal suo nome, per metà ebreo e per metà romano. Infatti si integrò così bene nella famiglia imperiale che, anche per riconoscenza, ne assunse il patronimico (Flavio); per questo il Nostro ha un prenomen tipicamente ebreo (Giuseppe) e un nomen romano (e il nomen era quello che indicava la gens di appartenenza, o di acquisizione). Per questo Flavio Giuseppe può essere considerato uno storico e uno scrittore romano, ma la sua origine ebrea gli conferisce delle caratteristiche del tutto particolari nel panorama letterario latino. I suoi scritti sono, ovviamente, filoromani ma questo non gli impedisce di difendere il suo popolo e la sua cultura. La contestazione che Giuseppe faceva al suo popolo era solo l’ostinazione contro il dominio romano, che ai suoi occhi raggiungeva spesso il fanatismo (come il movimento zelota). È uno storico molto importante anche perché dedica grande spazio alle vicende della Giudea e ai suoi difficili rapporti con l’impero, le sue opere sono infatti per noi delle fonti primarie.
Flavio Giuseppe, quindi, era molto informato delle vicende del suo popolo, avendole vissute in prima persona. In questo contesto troviamo il famoso passo su Gesù, il cosiddetto Testimonium Flavianum delle Antichità giudaiche. Riportiamo il passo:
"Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se pure bisogna chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia d'altre meraviglie riguardo a lui. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani." (Ant. Giud. 18,63-64)
Il passo sembra essere interpolato. Si sa con certezza che Flavio Giuseppe non era un cristiano, per questo le espressioni di fede del testo creano grandi difficoltà per l’attendibilità del passo. La maggior parte delle persone, di solito, si ferma a questo punto. Siccome noi, però, aspiriamo ad avere un approccio scientifico con le fonti cercheremo di scavare più in profondità. Proviamo a ragionare, partendo da una domanda: l’interpolazione cristiana riguarda tutto il passo, o è possibile che essa si sia limitata ad aggiungere quelle espressioni di fede? In altre parole, se il passo sia stato aggiunto di sana pianta o se solo modificato (del tutto o in parte). Per cercare la risposta di questa domanda non si può prescindere da una prospettiva globale dell’opera di Flavio Giuseppe, ma prima qualche considerazione sul passo sopra riportato bisogna farla. È stato fatto notare che, eliminando le espressioni di fede, il passo mantiene un senso logico e grammaticale per cui è indipendente dalle parti più “sospette”. Inoltre diversi studiosi (come H. St. J. Thackeray) hanno notato, nel passo, peculiarità grammaticali e linguistiche di Giuseppe Flavio. Prima di continuare nell’analisi del Testimonium Flavianum, proviamo a cercare altri indizi nelle Antichità giudaiche. In particolare ci sono due passi interessanti, il primo è quello che parla di Giacomo il minore:
“Anano […] convocò il sinedrio a giudizio e vi condusse il fratello di Gesù, detto il Cristo, di nome Giacomo, e alcuni altri, accusandoli di trasgressione della legge e condannandoli alla lapidazione” (Ant. XX, 200)
Quindi quello del libro 18 non è l’unico riferimento a Cristo, qui ne troviamo un altro. La prima cosa da notare è la strana identificazione che lo storico fa di Giacomo. Nelle società antiche, e anche in quella ebrea (basta pensare alla Bibbia), l’identificazione avviene sempre tramite il padre. C’è sempre un Tizio figlio di Caio, invece qui il punto di riferimento è Gesù. Segno che forse lo storico ritiene questo riferimento più significativo, almeno per i suoi lettori, di quello del padre di Giacomo. Forse proprio perché di quel “Gesù, detto il Cristo” ha già parlato prima e per questo, essendo ormai noto ai lettori, lo usa come valido riferimento per Giacomo. Questo spiega anche perché lo storico non si soffermi su un personaggio che sembra così importante, questo Gesù di cui parla è addirittura chiamato Cristo. Per un ebreo come Flavio Giuseppe una cosa del genere non può non essere interessante, vista l’intensità dell’attesa messianica del tempo. Anche questo sembrerebbe indicare che di quel Cristo si è già parlato in precedenza (solo un paio di libri prima) per cui non è necessario soffermarsi oltre. Da notare, inoltre, che qui, verosimilmente e quindi a differenza di prima, non si afferma che Gesù è il Cristo, ma che era detto Cristo. Per quanto riguarda la questione dei “fratelli di Gesù”, basti ricordare la polisemia del termine “fratello” nelle lingue semitiche per cui esso può assumere una pluralità di significati; fra i quali anche quello di parenti in generale. È un problema legato alla strutturazione della famiglia antica, un argomento interessante ma che ora ci porterebbe troppo lontano. Il secondo passo è quello del Battista:
“Ad alcuni dei Giudei parve che l’esercito di Erode fosse stato annientato da Dio, il quale giustamente aveva vendicato l’uccisione di Giovanni soprannominato il Battista. Erode infatti mise a morte quel buon uomo che spingeva i Giudei che praticavano la virtù e osservavano la giustizia fra di loro e la pietà verso Dio a venire insieme al battesimo; così infatti sembrava a lui accettabile il battesimo, non già per il perdono di certi peccati commessi, ma per la purificazione del corpo, in quanto certamente l’anima è già purificata in anticipo per mezzo della giustizia. Ma quando si aggiunsero altre persone - infatti provarono il massimo piacere nell’ascoltare i suoi sermoni - temendo Erode la sua grandissima capacità di persuadere la gente, che non portasse a qualche sedizione - parevano infatti pronti a fare qualsiasi cosa dietro sua esortazione - ritenne molto meglio, prima che ne sorgesse qualche novità, sbarazzarsene prendendo l’iniziativa per primo, piuttosto che pentirsi dopo, messo alle strette in seguito ad un subbuglio. Ed egli per questo sospetto di Erode fu mandato in catene alla già citata fortezza di Macheronte, e colà fu ucciso” (Ant. XVIII, 116-119).
La narrazione della vicenda del Battista è simile, negli aspetti fondamentali, a quella evangelica di Matteo:
“In quel tempo il tetrarca Erode ebbe notizia della fama di Gesù. Egli disse ai suoi cortigiani: "Costui è Giovanni il Battista risuscitato dai morti; per ciò la potenza dei miracoli opera in lui". Erode aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione per causa di Erodìade, moglie di Filippo suo fratello. Giovanni infatti gli diceva: "Non ti è lecito tenerla!". Benché Erode volesse farlo morire, temeva il popolo perché lo considerava un profeta. Venuto il compleanno di Erode, la figlia di Erodìade danzò in pubblico e piacque tanto a Erode che egli le promise con giuramento di darle tutto quello che avesse domandato. Ed essa, istigata dalla madre, disse: "Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista". Il re ne fu contristato, ma a causa del giuramento e dei commensali ordinò che le fosse data e mandò a decapitare Giovanni nel carcere. La sua testa venne portata su un vassoio e fu data alla fanciulla, ed ella la portò a sua madre. I suoi discepoli andarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informarne Gesù.” (Matteo 14, 1-12)
Le due narrazioni divergono abbastanza, soprattutto nelle motivazioni della condanna (pur senza escludersi a vicenda), da ritenere altamente improbabile una qualche influenza fra le due. Infatti l’originalità di questi ultimi due passi, quello di Giacomo e quello del Battista, non è mai stata ragionevolmente messa in dubbio. Da questo deduciamo che non solo Flavio Giuseppe ritiene storico il personaggio di Gesù, visto da come ne parla nel passo di Giacomo, ma che storici sono anche personaggi primari e secondari delle narrazioni evangeliche. Non solo personaggi che appartengono più che altro al “contesto” storico, come può essere Ponzio Pilato, ma anche i protagonisti propri delle vicende narrate. Il Giacomo, di cui parla sopra lo storico, è lo stesso apostolo di cui parlano i Vangeli e gli Atti degli Apostoli. La cosa curiosa è che l’ipotesi mitica (in senso ampio) che vorrebbe i Vangeli come confuse narrazioni costituite soprattutto di elementi mitologici e per nulla o quasi di realtà storica, appare vacillante ancor prima di passare all’analisi diretta dei Vangeli. Le stesse fonti non cristiane, delle quali a torto ci si lamenta, ci forniscono elementi preziosi che non solo non ci inducono in favore dell’ipotesi mitica ma anzi ci sconsigliano fortemente di adottare una simile prospettiva. Infatti le varie ipotesi mitiche sono poi incorse (e vi incorrono ancora oggi i suoi inconsapevoli discendenti) in una serie impressionante di “infortuni”, come vedremo in seguito. Si tratterebbe infatti di un mito a dir poco anomalo.
Tornando al Testimonium Flavianum c’è un’altra considerazione da fare in relazione al passo del Battista. In effetti il copista cristiano autore dell’interpolazione avrebbe, ragionevolmente, dovuto aggiungere i riferimenti a Gesù subito dopo il passo del Battista o quello di Giacomo. Entrambi offrivano lo spunto per sopperire alla presunta mancanza del passo su Gesù, la cosa sarebbe stata più sicura rispetto all’aggiungere un passo tout court quando bastava semplicemente aggiungere qualcosa a uno dei due passi. Come ultimo indizio riguardo l’ipotesi dell’interpolazione parziale segnaliamo anche che un cristiano difficilmente avrebbe parlato di “tribù” rivolgendosi ai Cristiani; verosimilmente avrebbe parlato di Chiesa, per cui forse questo è un’altra traccia della preesistenza del passo prima dell’interpolazione visto che quella delle tribù sembra essere proprio un’espressione dello storico. Ci sono quindi molti indizi che sembrano indicare l’effettiva esistenza del passo su Gesù, il problema è capire in che modo esattamente il passo originale ne parlasse. Una potente conferma di questa ipotesi è giunta, nel 1971, da una scoperta del prof. Shlomo Pines, dell’Università Ebraica di Gerusalemme, che trovò una versione araba del passo contestato in un'opera del X secolo, la "Storia universale" del vescovo Agapio di Hierapolis (in Siria). Riportiamo il passo:
"Similmente dice Giuseppe l'ebreo, poichè egli racconta nei trattati che ha scritto sul governo dei Giudei: "A quell'epoca viveva un saggio di nome Gesù. La sua condotta era buona, ed era stimato per la sua virtù. Numerosi furono quelli che, tra i Giudei e le altre nazioni, divennero suoi discepoli. Pilato lo condannò ad essere crocifisso ed a morire. Ma coloro che erano suoi discepoli non smisero di seguire il suo insegnamento. Essi raccontarono che era apparso loro tre giorni dopo la sua crocifissione e che era vivo. Forse era il Messia di cui i profeti hanno raccontato tante meraviglie."
Siamo quindi in possesso di un passo che non presenta più quelle sospette espressioni di fede; ad esempio non si afferma più la resurrezione ma si riporta semplicemente quello che i discepoli “raccontarono”. Questa scoperta, riportata anche da Vittorio Messori in Ipotesi su Gesù (pag. 197, edizione 2001), ci fornisce una potente conferma dell’ipotesi dell’interpolazione parziale che dovette evidentemente riguardare solo le espressioni di fede. Infatti già il testo di base appariva indipendente da queste. Un dato da tenere in considerazione è che Agapio è un vescovo, in quanto tale sembra impensabile che abbia mutilato il passo dello storico in senso riduttivo. Né si può credere che egli abbia omesso le espressioni di fede perché consapevole della contraddizione con la fede dell’autore, per diversi motivi. Prima di tutto perché nessuno dubitò mai dell’esistenza storica di Cristo per quasi diciotto secoli e Agapio visse nel X secolo, quando nemmeno esisteva allora un problema del genere; pertanto non può essere mosso dall’esigenza di dimostrare la storicità di Cristo, infatti riporta semplicemente il passo e non sembra consapevole della portata “filologica” che invece hanno per noi queste poche righe. Se, ancora nel X secolo, non esisteva un dibattito “storiografico” su Gesù è ovvio che, non ponendosi proprio il problema, non si analizzavano certo a fondo le fonti. Solo con un approccio moderno con le fonti è stato possibile rendersi conto delle incongruenze del passo su Gesù, e quindi sospettare dell’originalità del passo. Ipotizzare che questo possa essere avvenuto nell’Alto Medioevo è del tutto anacronistico. È essenziale tenere presenti le coordinante spaziali e temporali della vicenda. Il fatto che Agapio sia siriaco sembra proprio indicare che egli avesse a disposizione una copia dell’opera estranea al circuito occidentale e quindi di un passo su Gesù non manipolato o comunque più vicino all’originale. L’interpolazione cristiana pare sia avvenuta in Occidente fra il III e il IV secolo ma, anche alla luce di questa scoperta, non sembra più dettata da un complotto di carattere storico (un'ipotesi questa già debole in sè, a prescindere da tutto). Semplicemente il copista cristiano dovette trovare irriguardoso il fatto che Flavio Giuseppe parlasse in modo così “laico” di Gesù, così aggiunse quelle espressioni di fede che solo a partire dal XVI secolo cominciarono a destare sospetti. Ad ogni modo l’attendibilità storica del Testimonium Flavianum ne esce confermata. A sostengo di questa ipotesi ci sono diversi studiosi, fra i quali anche David Flusser (altro storico israeliano ed ebreo). Pertanto, anche questa fonte ci conferma quelli che sono i dati essenziali della biografia di Gesù, sia spaziali sia temporali. La cronologia viene confermata dal riferimento alla condanna sotto Ponzio Pilato, troviamo inoltre un’altra conferma (se mai ve ne fosse stato bisogno) dell’origine giudaica del Cristianesimo. Flavio Giuseppe ci informa anche dell’attività di predicazione di Gesù e del conseguente discepolato. Anche questa fonte avvalora, inoltre, le notizie evangeliche della condanna a morte per crocifissione ma questa volta lo storico, certamente più informato di altri, riporta anche la notizia fondante del Cristianesimo: la resurrezione dopo tre giorni. Da notare infine che Flavio Giuseppe scrisse le Antichità giudaiche verso la fine del primo secolo dopo Cristo, presumibilmente intorno alla metà degli anni Novanta. Scriveva, quindi, di eventi accaduti circa una sessantina d’anni prima e di poco posteriori, se non contemporanei, alla sua nascita (avvenuta nel 37 d.C.). Un dato, anche questo, che bisognerà tenere presente perché, ai fini della nostra ricerca, i tempi di formazione del Cristianesimo sono importanti. E questi tempi cominciano, man mano che si prosegue, a farsi sempre più ristretti e a lasciare quindi sempre meno spazio a prospettive dal carattere mitologico. Lo vedremo ancora meglio poi. June 23 Le fonti latine
Proponiamo qualche considerazione di carattere generale sulle fonti latine. Di solito, ci si lamenta molto spesso della presunta e sospetta mancanza di fonti sulla storicità di Cristo. Ci si lagna della scarsità e della velocità dei riferimenti a questo personaggio da parte della “storia ufficiale”. Tacito e Svetonio sarebbero, infatti, troppo poco. Fra tutti gli storici romani solo due tre citazioni: veramente troppo poco. Si rende così l’idea che le testimonianze di Tacito e Svetonio sarebbero il magro risultato di una vana ricerca di Cristo attraverso le numerose cronache romane. Già, cosa facevano tutti gli altri storici? Per rispondere a questa domanda bisogna, in realtà, porsi un’altra domanda: Ma quanto ci è arrivato della storiografia imperiale? La risposta ha in sé qualcosa di ironico: Tacito e Svetonio. Accade così che molti si lamentino della mancanza di Cristo nelle altre cronache romane, quando in realtà quelle cronache non esistono, non più. Ci si concentra così su quello che non si possiede, trascurando invece quello che c’è. In questa prospettiva quel “poco” diventa in realtà un “molto”, perché la storiografia imperiale è andata quasi del tutto perduta. Lo stesso Tacito non ci è giunto completamente, mancano molti libri delle sue opere. In questo contesto, noi cerchiamo il Cristo della storia e gli unici due storici romani che abbiamo a disposizione ci parlano di lui. È questo il dato reale, ed è molto significativo. La Storia deve molto spesso accontentarsi di ciò che solo apparentemente appare poco ma che in realtà, con le dovute analisi, ha molto da dirci. Questo per quanto riguarda le fonti latine le quali, quindi, ci forniscono nella nostra ricerca un contributo per nulla disprezzabile. Se consideriamo la mole di opere e di fonti andate irrimediabilmente perdute il numero delle citazioni di Cristo non appare più, statisticamente, esiguo ma anzi possiamo ritenerci fortunati. Da questo punto di vista si può ben dire che, tenendo conto di quanto detto, le fonti latine non cristiane sono dotate sia di quantità sia di qualità. Per molti personaggi di incontestata storicità ci si accontenta, talvolta, di molto meno. Lo vedremo in seguito, ma prima bisognerà completare il quadro delle fonti non cristiane più rilevanti che ci mostrerà come, dopotutto, la Storia non sia poi così avara nei confronti del Nazareno. June 08 L'archeologia di Tacito
Al tema dell'attendibilità di Tacito abbiamo già dedicato diversi interventi, ai quali ovviamente rimandiamo. Qui ci concentreremo sul famoso passo delle Annales dedicato a Cristo, dove leggiamo: Tacito scrive intorno al 120 d.C. e quindi il passo avrebbe, dicono alcuni, una datazione troppo lontana dai fatti per poter essere attendibile. Una affermazione questa strana a dir poco, risulta troppo stonata per chi abbia un minimo di dimestichezza in questo genere di cose. L’opera in questione, gli Annales, è appunto un’opera storica e quindi si occupa di cose passate e non, come taluni pretenderebbero, di cronaca. Si tratta in realtà di una storia contemporanea, recente. Tacito scrive nel 120 ca. (ma forse anche dieci anni prima, non si sa con certezza) di eventi che coprono un arco cronologico che va dal 14 al 68, ovvero dalla morte di Augusto a quella di Nerone. Gli Annales costituiscono per noi una fonte importantissima per la ricostruzione di quegli anni così importanti per la storia di Roma. Sono una fonte attendibile, la maggior parte delle nostre informazioni gli storici le traggono proprio da Tacito. Nessuno oggi proporrebbe di giudicare quelle informazioni pregiudizialmente false perché tarde, semplicemente perché tarde non sono. Questo vale, quindi, anche per il passo che abbiamo preso in esame. Altri poi hanno cercato di forzare il senso del passo facendo di Tacito un “cantastorie” che si limiterebbe a riportare quello che sente. Lo storico cioè riporterebbe acriticamente quello che i cristiani solevano dire del loro mitico fondatore. Un’ipotesi interessante, ma quanto fondata? Chi conosce Tacito, o meglio lo studia, sa che egli non dice mai nulla a caso, consapevole com’era dei rischi della vox populi e delle manipolazioni. Tacito, sarà bene ricordarlo, è uno storico talmente preciso che talvolta è possibile riconoscere i documenti che ha usato, permettendoci di constatarne un uso sostanzialmente corretto. Quando non è sicuro di una cosa lo ammette senza riserve riportando le opinioni discordanti, senza prendere posizione esplicitamente (quantunque poi sappia far trapelare, tra le righe, il suo parere). Quando riporta il sentito dire usa inequivocabilmente espressioni quali fertur, trador…ovvero “si dice - si narra che”; tutte cose che nel nostro passo non compaiono. Esiste, però, ancora un altro livello di analisi che ci permette di scavare ancora più in profondità. Tacito appartiene, lo dicemmo a suo tempo, alla storiografia pragmatica. Al genere fondato cioè da Tucidide e ripreso a Roma da Sallustio. Una caratteristica che li accomuna, tutti e tre, è proprio quella di non limitarsi alla narrazione dei fatti spingendosi nell’indagine della ratio. Questo aspetto si manifesta in maniera evidente in una particolare categoria storico\letteraria da essi abbondantemente usata: l’archeologia. Per archeologia non si intende il significato comune di oggi, ma quello etimologico. Il termine greco archaiologia è un composto di archaios (antico) e logos (discorso): quindi un discorso di cose antiche. Cioè gli storici pragmatici, prima di affrontare la narrazione di un evento, sono soliti premettere la narrazione dei fatti che precedono il periodo dell’argomento scelto. In altre parole, non si può cogliere pienamente la portata di un evento se non lo si considera nella sua genesi, in quello che lo ha preceduto e in ciò che lo ha causato. Questa abitudine si scorge facilmente in Sallustio, il quale non procede con una narrazione cronologica dei fatti facendo così continue digressioni sul passato degli eventi e dei personaggi trattati. A volte l’archeologia la troviamo proprio all’inizio dell’opera, nei primi capitoli. Una pratica, quella dell’archeologia, che anche Tacito conosce e usa con disinvoltura. Proviamo ad applicarla al nostro passo. Tacito sta raccontando del principato di Nerone, in particolare dell’incendio e della persecuzione contro i Cristiani. Potrebbe raccontarlo e basta, come fa Svetonio. Invece, improvvisamente, affonda nell’origine della denominazione dei Cristiani, essi sono in qualche modo protagonisti di quella vicenda e quindi non possono restare nell’ombra. Bisogna capire chi sono, qui scatta l’archeologia. Certo una piccola archeologia, commisurata nella lunghezza e nella collocazione all’importanza che Tacito attribuisce a quell’evento. Ma nemmeno bisogna attribuire eccessiva importanza all’estensione del passo. Basti pensare che all’inizio della stessa opera Tacito riesce a fare un’archeologia della, quasi millenaria, storia di Roma compattandola in poche righe che però rendono perfettamente l’idea del suo percorso storico-politico. Se abbiamo ragione, il ritrovamento di questa piccola archeologia (ma tutto in realtà lo fa pensare) ci mostra che Tacito deve avere personalmente indagato sulla vicenda. Su una vicenda accaduta qualche decennio prima della sua nascita, quindi facilmente verificabile. Il risultato è una potente conferma non solo dell’esistenza storica di Cristo ma addirittura di alcuni dei dati fondamentali fornitici dai Vangeli, tanto da entrare poi nel Credo. Tacito conferma la condanna a morte e che essa avvenne sotto Ponzio Pilato. Oltre al dato cronologico (quello di Ponzio Pilato) e a quello narrativo (la condanna a morte) ci viene inoltre confermato anche un altro dato fondamenatale, quello spaziale. Lo storico, cioè, riconosce il cristianesimo come un fenomeno originario della Giudea. L'origine palestinese del cristianesimo è ormai un dato acquisito della moderna critica storiografica, anche se a lungo alcuni studiosi hanno cercato di negarla per far meglio quadrare l'ipotesi mitica. Ad ogni modo, l’ipotesi del Tacito “cantastorie” sembra venire smentita sotto ogni aspetto. Sarebbe molto strano non solo che uno storico come Tacito si limitasse a credere a quello che si diceva in giro, ma addirittura a quello che dicevano i componenti di quella tanto odiata setta. Sarà bene a questo punto, nel prossimo intervento, provare a fare qualche considerazione di carattere generale sulle fonti non cristiane d’ambito latino.
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