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    May 31

    Il passo di Svetonio

     

    Anche Svetonio (70-126 d.C.) ci ha lasciato una fugace traccia di Cristo, nella sua  famosa “Vita dei Cesari”:

     

    “Espulse da Roma i Giudei che per istigazione di Cresto erano continua causa di disordine” (Vita Claudii XXV, 4)

     

    L’autore scrive intorno al 110 d.C. e, anche in questo caso, troviamo solo un fugace riferimento. Il personaggio citato da Svetonio sembra, però, non possa essere altro che il Cristo dei Vangeli: il fatto che l’autore scriva Chrestus e non, come ci aspetterebbe, Christus sembra non porre nessun problema per l’identificazione. La confusione si spiega col fatto che in greco le parole greche Chrestos (buono) e Christos (Messia) hanno la stessa pronuncia. L’edizione Garzanti dell’opera di Svetonio conferma, in nota, che “quel Cresto non può che essere Cristo, perché gli scrittori non cristiani del Primo e del Secondo secolo scrivevano regolarmente Cresto e Crestiani” (pag. 242, nota 26). Ricciotti, nella sua opera, sostiene: “Non si può ragionevolmente dubitare che l'ap­pellativo di Cresto di Svetonio sia il termine greco « christòs », traduzione etimologica del termine ebraico “messia” (§ 81); tanto più che, come ha già fatto Tacito nel passo qui sopra riportato, anche in seguito i cristiani saranno chiamati crestiani (Tertulliano, Apolog., 3)” (pag. 106).

     

    Ricciotti ipotizza anche che la causa del disordine fra i Giudei fosse proprio la accettazione o meno di quel Messia. Probabilmente le autorità romane del tempo, e quindi neanche Svetonio come molti contemporanei, non erano ancora in grado di distinguere fra Giudei e Cristiani che erano spesso assimilati. In effetti questo si spiega col fatto che molti dei primi cristiani continuavano di fatto a vivere come ebrei, si tratta dei giudeo-cristiani che solo recentemente sono stati riscoperti dalla critica storica. Svetonio comunque non sembra molto interessato alla questione e, per questo, non la ritiene degna di un approfondimento. Infatti si tratta di un riferimento piuttosto vago, per cui vale quanto detto per la lettera di Mara Bar Serapion.

     

    Il passo di Svetonio, che da bibliotecario e segretario di Adriano aveva accesso alle fonti, ci permette però di fare un primo e veloce affondo nella credibilità storica dei Vangeli. Il fatto che riporta l’autore, l’espulsione dei Giudei, avvenne fra il 49 e il 50 d.C. e conferma il contesto di un episodio degli Atti degli Apostoli:

     

    “Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto. Qui trovò un Giudeo chiamato Aquila, oriundo del Ponto, arrivato poco prima dall`Italia con la moglie Priscilla, in seguito all`ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i Giudei.” (Atti 18, 1-2)

     

     

    La notizia è praticamente la stessa e concorda anche la cronologia. Quello degli Atti degli Apostoli è un libro che ha subito, al pari dei Vangeli, decennali tentativi di demolizione ma che (come ha notato Vittorio Messori) ha ripreso a godere di “ottima salute” storica, in seguito a quella rivoluzione archeologica ed esegetica a cui abbiamo altre volte accennato. Questo è solo un piccolo esempio, un assaggio se volete, di quello di cui ci occuperemo a tempo debito in maniera più completa.

     
    May 24

    La lettera di Mara Bar Serapion

     

     

    Quando, nel 72 d.C., Antioco IV di Commagene venne deposto e il suo regno annesso nella provincia di Siria, dell’Impero Romano, molti sudditi seguirono il loro re. Fra questi ci fu anche lo storico minore siriaco Mara Bar Serapion, del quale ci è giunta una lettera scritta forse durante la prigionia romana. Indirizzata al figlio studente ad Edessa, essa è datata all’anno 73 d.C. ed conservata al British Museum. Riportiamo il passo:

    “[...] Quale vantaggio trassero gli Ateniesi dal condannare a morte Socrate, quando la ricompensa per quell'atto furono carestia e pestilenza? Che vantaggio ebbero gli abitanti di Samo nel condannare al rogo Pitagora, quando in un'ora il loro territorio fu completamente ricoperto dalla sabbia? Quali vantaggi ottennero i Giudei dal condannare a morte il loro saggio re quando in quel momento il regno venne loro sottratto? Dio giustamente ha ricompensato la sapienza di questi tre uomini saggi: gli Ateniesi morirono per la fame, quelli di Samo furono sommersi dal mare e non poterono fare alcunchè; i Giudei, rovinati e scacciati dalla loro terra, sono dispersi per ogni paese. Ma Socrate non è morto, egli vive negli insegnamenti di Platone. Pitagora non è morto: egli continuò a vivere nella statua di Hera. E neppure il saggio re è morto; egli vive negli insegnamenti che aveva impartito [...]”

    In questo passo l’autore parla di tre uomini saggi uccisi dai loro popoli, con relativa punizione. Sono considerazioni di carattere teologico che noi non ci aspetteremmo da uno storico oggi, ma è chiaro che non possiamo pretendere di proiettare la nostra mentalità moderna nel passato (se non vogliamo cadere nell’anacronismo). Da notare che i riferimenti dei primi due personaggi non sono precisissimi, soprattutto Pitagora non è mai stato condannato al rogo e comunque non dagli abitanti di Samo. L’unico riferimento che si può fare è l’incendio delle scuole pitagoriche della Magna Grecia dal quale, secondo la tradizione, Pitagora si salvò miracolosamente. Si tratta comunque di errori perdonabili visto che la storia di Pitagora è sempre stata molto controversa e oscura, per cui nacquero diverse tradizioni sulla vita del Maestro di Samo. Solo la storiografia moderna più recente è riuscita a gettare un po’ di luce su quelle vicende.

    Ad ogni modo Serapion fa riferimento a dei personaggi storici, compreso il “saggio re”. Non è certo irrilevante notare che se Socrate e Pitagora sono personaggi vissuti molti secoli prima dell’autore, così non dovrebbe essere per il terzo sapiente. Perché la punizione relativa ai Giudei sembra essere proprio la distruzione di Gerusalemme del 70 d.C. che dovette colpire molto l’opinione pubblica. Giuseppe Flavio ci fornisce una descrizione inquietante di quei giorni di inaudita violenza che furono l’esasperata risposta romana contro l’indomabile orgoglio del popolo giudeo. L’evento ebbe grande risonanza, anche per via dei tesori del Tempio che furono portati in trionfo a Roma. Serapion quando scrive è molto vicino, cronologicamente, a questo evento: di un paio d’anni. Il terzo esempio è quindi qualitativamente diverso dagli altri due, perché è un evento contemporaneo. Per questo si fa riferimento alla definitiva diaspora dei Giudei come ad un evento quasi di cronaca, una punizione divina ancora attuale e non proiettata in un lontano passato.

    Interessante, inoltre, che anche il saggio re del testo sembra essere un personaggio non solo storico, ma anche vicino cronologicamente. Serapion infatti collega la sua uccisione alla distruzione di Gerusalemme, ma è un collegamento non solo teologico: anche strettamente temporale. Infatti l’uccisione del re avvenne, secondo lui, proprio in quel momento, in quel periodo in cui i Giudei perdevano definitivamente il loro regno che tanto avevano sperato di ricostruire. L’unico vero candidato per l’identificazione del saggio re di Serapion sembra essere proprio quel Gesù di Nazarteh “re dei Giudei” messo a morte da suo stesso popolo. Basta qualche citazione per rendersene conto:

     

    Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore l`interrogò dicendo: "Sei tu il re dei Giudei?". Gesù rispose "Tu lo dici". (Matteo 27, 11)

    "Volete che vi rilasci il re dei Giudei?". Sapeva infatti che i sommi sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. Ma i sommi sacerdoti sobillarono la folla perché egli rilasciasse loro piuttosto Barabba. Pilato replicò: "Che farò dunque di quello che voi chiamate il re dei Giudei?". (Marco 15, 9-12)

    Al di sopra del suo capo, posero la motivazione scritta della sua condanna: "Questi è Gesù, il re dei Giudei". (Matteo 27, 37)

     

    Nella storia di Israele pare ci sia un solo caso di regicidio, a noi noto, ed è quello di Amon di 2 Re 21,23. Tuttavia è un’identificazione piuttosto improbabile visto che è un personaggio molto lontano dai tempi della lettera. Inoltre non rispetta l’identikit del saggio re che abbiamo fatto sopra anche perché nessuna tradizione presenta Amon come saggio, si dice anzi che fu ucciso da una congiura perché aveva abbandonato il Signore servendo gli idoli. L’unico candidato che rispetta pienamente la descrizione dello storico siriano è quel Gesù di Nazareth dei Vangeli, sembra indicarlo anche quel riferimento al suo insegnamento che gli sopravvisse. Del caso si è occupata la studiosa Ilaria Ramelli che ritiene certa l'identificazione e così ha risposto in un'intervista su Il Giornale: «E proprio l'ancoraggio al 73 elimina, secondo me, i dubbi sull'identificazione del re dei Giudei: non può che essere Gesù. Non ci sono altre condanne a morte di re dei Giudei, veri o presunti, a Gerusalemme fra il 30, l'anno della Passione, e il 73-74» (l'intervista intera la trovate nell'archivio). Sul perché Serapion non ne riporti il nome si possono solo fare congetture: O non lo riporta perché dà per scontato che il figlio lo conosca; o non lo conosce abbastanza né gli interessa ai fini del suo discorso. L’intento infatti è di carattere didattico più che storico, ma resta il fatto che le considerazioni si basano su dei personaggi che l’autore ritiene senza dubbio storici. La storicità del “saggio re” infatti sembra non porre problemi ed è data per scontata.

    Il passo della lettera di Mara Bar Serapion non è tanto una prova schiacciante dell’esistenza di Gesù di Nazareth, ma più che altro una conferma che la storia di questo personaggio era già diffusa nei primi decenni del Cristianesimo anche in ambienti non cristiani. Un dato questo che andrà contestualizzato e guardato all’interno dell’ipotesi mitica, alla quale qui non è possibile nemmeno accennare ma certamente la analizzeremo come merita in seguito.

    May 17

    Le fonti non cristiane

     

    Prima di passare all’analisi delle fonti non cristiane ci sembra opportuno fare qualche premessa di carattere metodologico. Il tema delle fonti non cristiane viene spesso abusato e distorto, facendo apparire come incomprensibili dei silenzi che invece sono assolutamente spiegabili. Per questo, prima di passare al vaglio delle fonti, è importante capire che cosa noi possiamo aspettarci da questa ricerca. Oggi noi siamo abituati a vivere in un mondo globalizzato che ci sommerge di notizie più o meno utili. Ormai anche il mondo “è paese”, perché le notizie viaggiano a grande velocità da una parte all’altra del globo. Su qualsiasi argomento, anche il più futile, si possono trovare ampie documentazioni. L’errore che noi potremmo, inconsapevolmente, commettere a questo punto è quello di riportare questa realtà (per noi così normale) al mondo antico. Potremmo, cioè, correre il rischio di pretendere delle fonti “da telegiornale”, cioè abbondanti e segnate da una mentalità moderna. Invece, soprattutto per la storia antica, lo storico deve sapersi accontentare a volte di poco quando non di pochissimo. A volte scarseggiano le fonti per gli eventi più importanti, figuriamoci per quelli più piccoli, ma questo non impedisce allo storico di lavorare e di giungere a delle conclusioni oggettive. Per questo non si può veramente fare storia senza avere un approccio scientifico alle fonti, che sia in grado di valutare quello che la fonte dice ma anche come lo dice. E quindi tutta una serie di analisi (filologica, paleografica, diplomatica, archeologica, storica…ecc) che sono quelle che davvero fanno “parlare” le fonti, le quali altrimenti ci fornirebbero una conoscenza del tutto superficiale. Alcuni studi (un po’ grossolani) sulle origini del Cristianesimo perdono a volte questa dimensione assumendo, rispetto alle fonti antiche, un approccio da “telegiornale” inevitabilmente anacronistico. Capita così che si dedichi più attenzione alle fonti che noi non abbiamo e che si pretenderebbe di avere, non sempre a ragione, rispetto invece alle fonti che realmente esistono e che sono in nostro possesso.

     

    Conclusa questa doverosa premessa, partiamo da un dato noto ai più: certamente Gesù di Nazarteh non spopola nelle fonti latine. Per potere bene interpretare questo dato è, però, necessario dare un breve sguardo al panorama letterario latino. Anche nel mondo antico le notizie circolavano, ma per poter essere interessanti per un imperatore o per uno storico (e per poterne quindi trovare traccia) è chiaro che una notizia doveva avere un minimo di risonanza e di rilevanza storica, politica o culturale. Questo perché nel mondo antico, per l’appunto, non esisteva il “telegiornale”; non è che Tiberio o Seneca, dopo una lunga giornata di lavoro, si sbracassero davanti la tv trovandosi a guardare per caso uno speciale di approfondimento dal titolo “Cos’è successo oggi in Giudea”. Il nodo della questione è proprio questo, cioè di quale interesse può essere il caso del Gesù di Nazareth dei Vangeli, perché poi è questo che stiamo cercando. Analizziamo i tre aspetti di cui ho detto sopra:

    Punto di vista storico:

    La storiografia latina, come quella greca, è interessata soprattutto alle grandi personalità e quindi a condottieri, generali, consoli, politici…ecc…è chiaro che Gesù, agli occhi di uno storico romano, non rientra in nessuna di queste categorie. Anche a volerlo considerare un rivoluzionario antiromano le cose non cambiano perché raramente si riconosceva valore ad un non greco-romano (un “barbaro”) e comunque alla fine Gesù non aveva provocato, sempre stando ai Vangeli, nessuna frattura politica. Magari per loro poteva essere uno dei tanti aspiranti messia che ci aveva provato, ma senza nessun successo (anzi rispetto agli altri aveva fallito ancora più miseramente). Quindi per uno storico romano la vicenda era ben poco interessante; almeno fino a quando i Cristiani non cominciarono ad essere visibili. Ecco che allora scatta la curiosità di un Tacito nell’occasione della persecuzione di Nerone, solo allora ha senso andare un po’ a vedere. Questo perché la storiografia era romano-centrica, una notizia assumeva valore nel momento in cui poteva avere una relazione con Roma. Questo spiega perfettamente perché nei libri degli storici romani non troviamo interi capitoli dedicati al Nazareno ma, al massimo, degli incisi piuttosto veloci. Ma questo aspetto non può che apparire, per chi ha un minimo di percezione di quel mondo, del tutto nella norma.

    Punto di vista politico:

    Il caso Gesù poteva avere una rilevanza politica, perché la Giudea era una provincia molto calda e in continua rivolta. Non è improbabile quindi che in effetti a Roma un fascicolo sia arrivato, anzi pare che san Giustino (famoso polemista cristiano del II sec. d.C.) invitasse pubblicamente i suoi avversari ad andare a verificare, negli archivi, quello che davvero era successo sotto Ponzio Pilato. Questo è solo un indizio chiaramente e non tanto una prova, ma il fatto è che a noi di quegli archivi è rimasto ben poco: quindi non si può dire. Però, ammettendo o meno l’esistenza del fascicolo, resta il fatto che Gesù dovette essere solo uno dei tanti Messia (e furono davvero molti) e fu forse il più fallimentare, almeno da un punto di vista rivoluzionario (anche se poi in realtà fu l’unico a fare “carriera”). Per cui ci appare verosimile che il caso di Gesù di Nazareth non abbia sfondato nell’opinione pubblica e politica del tempo, sempre perché infondo non era successo niente di veramente importante e di straordinario. La frattura in realtà era avvenuta (altrimenti noi non staremmo qui a parlarne), una frattura talmente grande da dividere la Storia in prima e dopo la sua nascita. Ma il Cristianesimo non fu una rivoluzione giacobina, non fu immediata. Si diffuse lentamente per ben quattro secoli, fu un cambiamento radicale ma lento. Gli storici contemporanei non potevano ancora, in alcun modo, rendersi conto della reale portata dell’evento.

    Punto di vista culturale:

    Bisogna tenere presente che la Giudea era una delle ultime province (in tutti i sensi) dell’impero e che i Romani guardavano molto male i Giudei. La spiegazione di questo astio non è certo difficile, le cause principali erano due: da un lato la loro religione esclusiva (invano Caligola aveva tentato di far entrare le sua statua nel Tempio di Gerusalemme); dall’altro per le loro continue rivolte (che li portarono all’annientamento). Per cui un po’ tutta la letteratura romana è fortemente antigiudaica, spesso i Giudei vengono presi fortemente in giro e lo stesso Tacito ha dei pregiudizi terribili nei loro confronti. Se a ciò si aggiunge che questo profeta\messia giudeo era pure morto in croce (l’infamante supplizio degli schiavi), si capisce bene il motivo per cui nessun intellettuale poteva esservi attratto né prestarvi attenzione. Si trattava di un oscuro personaggio colto da una vicenda terrificante, avvenuta tra l’altro in una terra lontana, desertica, fastidiosa e “barbara”. E poi la raffinata cultura grecoromana aveva i suoi filosofi: cosa potevano mai farsene di un profeta giudeo crocifisso? Detto questo, non stupisce affatto che Gesù non spopoli nelle fonti latine. Questo silenzio non è strano quindi, non solo è spiegabile ma è anche realistico. Alcuni interpetano ambiguamente questo “silenzio” per sentenziare che non esistano fonti non cristiane o che esse non siano in alcun modo significative. In realtà, lo vedremo, quelle fonti esistono e hanno grande importanza ai fini della nostra ricerca.

    Una volta esauriti i nostri campi di ricerca, appare chiaro che la nostra attenzione dovrà giocoforza rivolgersi soprattutto alle fonti antiche di carattere storico. All’analisi di queste dedicheremo i prossimi interventi; per questo non ci lasceremo prendere dalla pretesa, a volte un po’ ossessiva, delle fonti “contemporanee” dove per contemporanee non si intende più, come sarebbe normale, dello stesso periodo storico. Si pretenderebbero, cioè, fonti redatte in tempo reale e quasi in diretta rispetto agli eventi evangelici; ma in quel caso non sarebbero più opere di storia, bensì di cronaca. Gli storici, per definizione, scrivono sempre riguardo fenomeni che sono ormai consegnati alla storia e non degli eventi del loro presente. Altrimenti si trasformerebbero in cronisti, sarebbe anche questa una pretesa anacronistica. Ovviamente ci concentreremo sulle fonti che sembrano più significative, perché in realtà le fonti non cristiane che citano, direttamente o indirettamente, i Cristiani e Cristo sono numerose. Nel caso concederemo ad esse uno sguardo d’insieme, in un altro intervento.

     
    May 13

    I Vangeli: una questione di metodo


    Inauguriamo con questo intervento una nuova categoria di questo blog, interamente dedicata alla storicità dei Vangeli. Essendo questo un argomento molto dibattuto e complesso abbiamo pensato di riportare, con la maggiore chiarezza possibile, i risultati dei nostri studi. La questione della storicità dei Vangeli ha visto scorrere veri e propri oceani di inchiostro, essa sembra in qualche modo tornata d’attualità visto che quasi nessuno oggi si risparmia lo sfizio di riversare su quei testi le proprie speculazioni filosofiche. Che poi si abbiano o meno le competenze non importa a nessuno, pare che a taluni matematici sia invero concesso il privilegio di prescindere dalle leggi della Storia e dai suoi metodi.

    L’importante è che si neghi a priori, negare-negare-negare: questa è la parola d’ordine. Perché poi infondo è di questo che si tratta: questione di metodo. Appunto. Quello che noi cercheremo di usare è un metodo che si rifaccia il più possibile al metodo storiografico moderno, quello scientifico. Il quale, per sua natura, non può tollerare approcci ideologici di parte. Se il nostro intento non sarà quello di negare per forza, non sarà nemmeno quello di affermare per forza. La nostra aspirazione è semplicemente quella di guardare ai Vangeli come a delle fonti storiche e di applicare ad esse il metodo comune per le altre fonti e per gli altri personaggi storici. Perché poi una cosa curiosa è che molti di coloro che negano ogni storicità ai Vangeli e al personaggio Gesù in realtà non saprebbero dire quali caratteristiche debba avere un personaggio per poter aspirare ad essere “storico”. Così come non saprebbero salvare la storicità (ovviamente mai contestata) di altri personaggi storici, applicando a loro lo stesso metodo usato per Cristo. Inoltre molti si rifanno, spesso senza saperlo, a delle vecchie teorie sul Cristianesimo elaborate con metodi che oggi non sono più accettabili. Esse si basavano anche su dei contenuti che sono stati poi irrimediabilmente smentiti da quella che è stata definita la “rivoluzione archeologica ed esegetica”. Questa ha completamente sconvolto il quadro mettendo in crisi le grandi correnti storiografiche che per secoli avevano cercato di demolire i Vangeli pezzo a pezzo. Era chiaro a tutti che bisognava ricominciare daccapo, ma questo (fatto forse unico nella storia della disciplina) non avvenne. Si preferì rimanere alle conclusioni di quelle teorie anche se le basi delle stesse erano saltate, così le due grandi scuole (delle quali parleremo in seguito) non furono seguite da un nuovo studio in materia altrettanto sistematico. Così le persone, inevitabilmente attratta da un sì grande problema, finiscono sballottate dai capricci di filmini faziosi e fittizi e di sedicenti storici i quali, nei migliori dei casi, ignorano del tutto o in parte la metodologia storiografica o, nei peggiori dei casi, si abbandonano ai parti delle loro menti per poter salvare le loro strampalate teorie. All’arroganza di questi personaggi si affianca un certo potere mediatico permesso anche dalle loro autodichiarazioni di inconfutabilità che si vanno a sommare al fatto che quasi nessuno, più o meno giustamente, ha voglia di abbassarsi al loro livello per confutarli; così un numero difficilmente quantificabile, ma ragionevolmente alto, di persone viene ingannato e offeso. Di tutto questo noi cercheremo di dare conto, avvalendoci anche della guida di chi invece ha avuto il coraggio di cambiare idea, senza fare delle proprie teorie dei dogmi incontestabili. Principalmente ci rifaremo alle opere di Giuseppe Ricciotti e di Vittorio Messori, ma spazieremo un po’ dovunque. Per cominciare riportiamo adesso una brillante riflessione di Jean Guitton:

     

    Gli storici del Tremila, venuti in possesso di una breve biografia di Napoleone salvata per caso dalla catastrofe atomica, se seguiranno lo stesso metodo usato per Gesù dimostreranno che l’epopea napoleonica non è altro che un mito. Una leggenda, nella quale gli uomini del lontano XIX secolo hanno incarnato l’idea preesistente di “Grande condottiero”.
    Le spedizioni nel deserto e tra le nevi, la nascita e la morte in un’isola, il nome stesso, il tradimento, la caduta, la resurrezione, la ricaduta definitiva sotto i colpi dell’invidia e della reazione, l’esilio in mezzo all’oceano. “Da tutto questo appare evidente che Napoleone non è mai esistito. Si tratta del mito eterno dell’Imperatore, forse è l’idea stessa della Francia, cui qualche oscuro gruppo di invasati da fede patriottica ha fornito nome, esistenza, imprese fittizi all’inizio dell’Ottocento”, diranno infiniti professori. I successori cioè di quegli studiosi che applicano questo metodo al problema di Gesù di Nazareth.

     

     Questo anedotto è sintomatico anche di un certo modo (ormai antiquato) di fare storia prescindendo dalle fonti. Si ragiona spesso per analogie (vere o presunte), ma raramente si affronta il cuore del problema che, invece, è quello dell’attendibilità delle fonti primarie. Probabilmente ciò è dovuto ad una sorta di “trauma” psicologico nato da quella suddetta rivoluzione che ha praticamente “prosciugato” interi mari, restando sempre nella metafora, di quell’oceano di inchiostro di cui si parlava sopra. Nel prossimo intervento analizzeremo le obiezioni più comuni che si portano di solito contro la storicità dei Vangeli. Chiariamo fin d’ora che tutti i prossimi interventi costituiranno la pars destruens del nostro lavoro, necessaria prima di passare alla pars costruens. Sarà un lavoro lungo e complesso, anche per questo ci guarderemo bene dall’errore di quei sedicenti storici e restiamo aperti alle critiche e alle osservazioni. Avvisiamo anche che l'eventuale gentile lettore che vorrà seguirci dovrà avere un pò di quella "pazienza di Giobbe" perchè la complessità del tema non permette di esaurire la quetione in pochi interventi, ma gradualmente cercheremo di arrivare a delle conclusioni.