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April 30 Sulle persecuzioni romane contro i CristianiL’Impero Romano resistette alle pressioni interne ed esterne per un periodo molto lungo. Questo fu possibile anche grazie ad una attenta politica che cercava di evitare di esasperare gli animi degli sconfitti rendendoli “alleati”. In questo processo la raffinata cultura greco-romana giocava un ruolo fondamentale per l’integrazione nel sistema romano, che insieme alla politica del terrore non mancava di argomenti convincenti sotto l’aspetto economico. L’integrazione avveniva anche a livello religioso, i Romani riconoscevano le divinità delle popolazioni assoggettate e le facevano proprie. La religione aveva una riconosciuta funzione statale di “instrumentum regni”. Tuttavia in questo contesto di assimilazione abbiamo una ininterrotta fase persecutoria contro i Cristiani che va dal 64 al 313 d.C. Si impone d’obbligo questa domanda: Perché nel multireligioso Pantheon romano non c’era posto per il Nazareno? Cosa aveva il Cristianesimo di diverso? Il problema dei Cristiani era lo stesso che avevano avuto i Giudei. Roma era tollerante sì, ma fino a un certo punto. Le popolazioni soggette erano comunque costrette all’adorazione del genio dell’imperatore e a riconoscere la divinità di Roma. Il culto giudeo e quello cristiano avevano un carattere più esclusivo e il monoteismo li poneva già in una certa demagificazione del mondo. La richiesta di adorare l’imperatore o la sua effige era inconcepibile. Così il Cristianesimo cominciò ad essere visto come un pericolo per il sospetto di sovversione. Tertulliano e altri vietavano espressamente la partecipazione alle manifestazioni pubbliche, perché queste presupponevano sempre sacrifici dei pagani o giochi cruenti. Questi ed altri comportamenti che noi oggi definiremmo semplicemente “riservati” allora venivano interpretati come un’inaccettabile critica, per quanto fosse tacita. I Cristiani divennero così il capro espiatorio di ogni sciagura e di ogni segno dell’ormai inevitabile decadenza del mondo antico. Accusati di ogni nefandezza erano visti anche come degli “anarchici”. La storiografia ha abbandonato da tempo la teoria che voleva il Cristianesimo come l’assassino dell’Impero Romano per il semplice motivo che quest’ultimo presentava, già nei primi secoli della nuova era, tutte quelle cause di decadenza (etiche, politiche, amministrative, economiche, demografiche ecc…) che si trascineranno fino alla simbolica deposizione di Romolo Augustolo. A questo aspetto dedicheremo un altro intervento, qui ci limitiamo solo a ricordare che già con san Paolo si invitavano i Cristiani a stare sottomessi alle autorità (Romani 13), anche non cristiane. Inoltre molti cristiani, in primis sant’Agostino, videro con orrore la caduta dell’Impero Romano credendo addirittura che fosse il preludio della fine del mondo.
Dopo questa premessa passiamo all’analisi delle persecuzioni. Prima abbiamo parlato di una ininterrotta fase persecutoria che si protrae fino al IV sec. d.C. ma non bisogna credere che tutti questi anni abbiano visto persecuzioni. Infatti in questo lungo arco di tempo si ebbero molti periodi di relativa tranquillità, i quali però furono spesso seguiti da improvvise vampate di furore anticristiano. Partiamo dalla prima persecuzione del 64, quella di Nerone. Su di essa ci soffermeremo particolarmente perché ci sembra essere una delle più contestate. Cerchiamo di ragionare sulle fonti, abbiamo la fortuna di avere un passo di Tacito (uno dei più grandi storici dell’antichità) su questo episodio:
Tacito, Annales, Libro XV, 44. “Perciò, per far cessare tale diceria, Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Cristo, il quale sotto l'impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato; e, momentaneamente sopita, questa esiziale superstizione di nuovo si diffondeva, non solo per la Giudea, focolare di quel morbo, ma anche a Roma, dove da ogni parte confluisce e viene tenuto in onore tutto ciò che vi è di turpe e di vergognoso. Perciò, da principio vennero arrestati coloro che confessavano, quindi, dietro denuncia di questi, fu condannata una ingente moltitudine, non tanto per l’accusa dell'incendio, quanto per odio del genere umano. Inoltre, a quelli che andavano a morire si aggiungevano beffe: coperti di pelli ferine, perivano dilaniati dai cani, o venivano crocifissi oppure arsi vivi in guisa di torce, per servire da illuminazione notturna al calare della notte. Nerone aveva offerto i suoi giardini e celebrava giochi circensi, mescolato alla plebe in veste d’auriga o ritto sul cocchio. Perciò, benché si trattasse di rei, meritevoli di pene severissime, nasceva un senso di pietà, in quanto venivano uccisi non per il bene comune, ma per la ferocia di un solo uomo.” Per l’attendibilità di Tacito rimandiamo al relativo intervento. In esso abbiamo anche riportato il passo dove lo storico riporta semplicemente l’ipotesi che voleva Nerone responsabile del terribile incendio. Chi vuole spiegare il sopra riportato passo come una semplice esigenza di far apparire Nerone come una persona feroce deve spiegare diverse cose. Se l’intento era puramente quello di screditare Nerone, non sarebbe stato più facile accusarlo direttamente di aver provocato l’incendio? L’incendio dell’Urbe era un qualcosa di infinitamente più grave di quello di aver mandato a morte i Cristiani, per Tacito e gli altri storici romani quest’ultimo non è neanche un crimine. Nel passo si legge chiaramente che il Nostro ritiene i Cristiani meritevoli di morte, al massimo può avere da ridire sulle modalità, ma la cosa non ha poi grande importanza (in questa prospettiva). Tutti i manuali presentano quella di Nerone come la prima persecuzione anticristiana, tentare di “scagionare” l’imperatore negando alla persecuzione un ruolo ufficiale sembra del tutto infondato. Tacito non è l’unica fonte, leggiamo Svetonio:
De vita Caesarum, Nero,16. “…furono inviati al supplizio i Cristiani, genere di uomini dediti a una nuova e malefica superstizione…”
Anche Svetonio, come Tacito, è antineroniano. Inutile far notare però che entrambi sono più anticristiani che antineroniani, non credo che dopotutto Nerone sia mai bollato come nemico dell’umanità. Da notare che Svetonio inserisce l’episodio dei Cristiani non fra le cose negative del principato neroniano, ma fra quelle positive. Basta controllare il contesto in cui il passo è inserito per rendersene conto. Abbiamo quindi due fonti autorevoli da parte pagana che non hanno quindi nessun interesse a far apparire gli odiati Cristiani come delle vittime, né ad enfatizzare la ferocia di quella persecuzione. Tacito perla senza remore di una “ingente moltitudine”. Abbiamo però un’altra fonte importante a conferma di queste notizie. Si tratta di un passo della lettera ai Corinzi di san Clemente, successore di Pietro a capo della comunità di Roma:
«Prendiamo in considerazione i buoni apostoli: Pietro, che per gelosia ingiusta sopportò non uno né due ma molti affanni, e così, dopo aver reso testimonianza, s’incamminò verso il meritato luogo della gloria. [...] Intorno a questi uomini [Pietro e Paolo] che piamente si comportarono si raccolse una grande moltitudine di eletti, i quali, dopo aver sofferto per gelosia molti oltraggi e tormenti, divennero fra noi bellissimo esempio» (Lettera ai Corinzi 5-6).
La lettera di san Clemente è datata al 96 d.C circa e la persecuzione alla quale si fa riferimento non può che essere quella del 64. Abbiamo quindi una importante concordanza fra le fonti: sia quelle pagane sia quelle cristiane dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, l’esistenza della persecuzione neroniana. Tacito e san Clemente poi parlano entrambi di una moltitudine di martiri, segno non solo che la persecuzione vi fu ma anche che fu alquanto feroce. Chiaramente per moltitudine non bisogna intendere milioni di persone ma comunque, come minimo, un numero a tre cifre. La persecuzione fu infatti limitata alla città di Roma ma dovette colpire molto duramente la comunità cristiana dell’Urbe. Inoltre si protrasse fino al 68, anno della morte di Nerone.
Fino a Decio le persecuzioni non furono portate alle estreme conseguenze essendo vampate di furore anticristiano scoppiate a livello locale. Esse potevano essere scatenate dall’imperatore come da un governatore di provincia. Per quanto riguarda le persecuzioni imperiali, dopo la persecuzione di Nerone, si ebbe quella di Domiziano (verso la fine del I sec. d.C). Qui non è possibile analizzarle tutte per cui accenneremo soltanto quelle più importanti. La prima vera persecuzione di carattere generale fu quella di Decio (149-251) che fu breve ma molto cruenta. La persecuzione più violenta e lunga fu quella di Diocleziano, essa iniziò nel 303 e continuò fino al 306 in Occidente e addirittura fino al 313 in Oriente. Fra i vari provvedimenti c’era, ancora una volta, l’obbligo per tutti di sacrificare agli dèi. In Occidente la persecuzione fu meno cruenta grazie alla moderazione di Costanzo Cloro, ma vide comunque la distruzione delle chiese e la limitazione di alcuni diritti civili.
Queste sono solo alcune fra le persecuzioni di carattere imperiale e generale. La famosa lettera di Plinio il Giovane a Traiano ci spiega perché si può parlare di fatto di una ininterrotta fase persecutoria. Traiano non organizzò una vera e propria persecuzione, comunque nulla di simile a quella di Decio o di Diocleziano. Eppure Plinio, legato proconsolare in Bitinia, afferma con leggerezza di avere mandato a morte alcuni cristiani perché gli sembrava da punire la loro ostinazione. Traiano gli risponde che i Cristiani non vanno ricercati e che bisogna occuparsi di loro solo se denunciati (ma non su denuncia anonima). Questo ci fa capire che anche negli anni di pace, in cui non si ebbe nessuna persecuzione imperiale, c’è una persecuzione locale e quotidiana. Chiaramente ci troviamo in un quadro storico molto vasto e differenziato e in un arco di tempo relativamente lungo. A nostro parere è sbagliato affermare che per tutti e quattro i secoli presi in esame si hanno avuto vere e proprie persecuzioni, ma è errato anche minimizzare la reale portata del fenomeno limitandolo alle grandi persecuzioni. Anche sotto gli imperatori più favorevoli ai cristiani come Commodo e Filippo l’Arabo si ebbero persecuzioni locali. Queste non erano imperiali ma non erano nemmeno illegali, i governatori delle province ne avevano il potere. La persecuzione contro i cristiani non aveva bisogno sempre di interventi straordinari come gli editti imperiali, perché bastava la legge ordinaria. Questo fino all’Editto di Milano del 311, quando il Cristianesimo divenne finalmente religio licita. Le fonti pagane che abbiamo riportato bastano da solo per far capire quanto odiosi fossero agli occhi dei Romani i Cristiani; per cui è ragionevole supporre che provvedimenti come quelli presi da Plinio il Giovane non fossero affatto inusuali. Questo aspetto sfugge ad un rigoroso controllo ma negarlo sarebbe sciocco. Le grandi persecuzioni di Decio e di Diocleziano sono solo la punta dell’iceberg.
Per quanto riguarda una stima orientativa delle vittime, anche per quanto detto sopra, non sappiamo dire. Certo è che sarebbe ingenuo pensare di poter fissare una stima definitiva appiattendola sulla somma aritmetica dei nomi dei martiri reperibili nelle catacombe e negli Atti dei martiri. Per il semplice motivo che questi non possono che essere dati parziali e comunque non esaurienti. Così come sarebbe ingenuo confondere il numero dei martiri ufficialmente riconosciuti dalla Chiesa con quello delle vittime effettive. Inoltre per vittime non bisogna intendere solo le persone uccise ma anche tutte quelle che finirono in carcere, che furono torurate, esiliate, stuprate, private dei loro beni e torturate.
April 18 Le origini medievali della scienza moderna e il ruolo del Cristianesimo
Per lungo tempo si è ritenuto che la scienza medievale non avesse dato nessun significativo contributo all'origine della Scienza moderna, nata dalla Rivoluzione scientifica del XVII secolo. Edward Grant nel suo libro intitolato "Le origini medievali della scienza moderna" affronta il problema con un approccio a dir poco innovativo e originale. Infatti il docente di Storia e Filosofia delle Scienze all'Indiana University non si limita, come si fa di solito, a mettere in evidenza quelle che furono idee anticipatrici di alcuni pensatori medievali. Questo contributo ci fu certamente (anche se non in tutti i casi può esservi piena certezza) ma non è essenziale per la tesi di Grant. Essa infatti si basa su dei prerequisiti contestuali e sostanziali che furono un prodotto della scienza medievale e la sua eredità, la quale rese possibile la Rivoluzione scientifica. I prerequisiti contestuali sono tre:
1- Le traduzioni
Gran parte della letteratura scientifica era in lingua greca ma da tempo questa non era più accessibile nell'Occidente cristiano. I Latini però non mancarono di rendersi conto della "latinorum penuria" quando entrarono in contatto con la civiltà araba che da tempo aveva ultimato le traduzioni di molti pensatori greci, fra i quali Aristotele. Anche in seguito alla Reconquista si venne a creare una vera e propria ondata di traduzioni in latino dall'arabo e dal greco nel corso del XII secolo. Fu così che arrivarono anche in Occidente le opere di Aristotele, di Archimede, di Euclide, di Galeno e tanti altri insieme anche ai vari commenti alle difficili opere di Aristotele. Questo evento pone già un problema significativo: come fu possibile una accoglienza così entusiasta di opere di pagani, in un contesto così fortemente cristiano? Perchè la Chiesa ne permise la diffusione quando queste contenevano idee pericolose quando non offensive (come l'eternità del mondo sostenuta da Aristotele, negando così la creazione)? Per rispondere a questa domanda bisogna fare un passo indietro, ai primi secoli del Cristianesimo. Il fatto è che la diffusione della nuova religione fu molto lenta, quasi quattro secoli, per cui i Cristiani furono a lungo in una posizione di subalternità nei confronti della cultura pagana e impararono quindi a farla propria. Ciò non avvenne, come vedremo, nella civiltà islamica perchè la diffusione dell'Islam fu impetuosa (e per larga parte forzosa) per cui nel giro di cento anni i Maomettani avevano già cambiato la geografia politica con la creazione di un vasto impero. Quindi le traduzioni del XII secolo furono solo il secondo veicolo col quale la cultura latina cristiana accettò quella pagana, perchè già da secoli era scesa a compromesso con questa.
2- La nascita dell’Università
Le Università furono il prodotto della rinascita dei secoli XI-XII che videro, insieme al riaffermarsi di una stabilità politica, tutta una serie di innovazioni tecnologiche sulle quali qui non è possibile accennare. Importante fu il fattore dell’incremento demografico e della rinascita delle città, ma non determinante. Già diverse civiltà antiche avevano conosciuto un certo sviluppo scientifico insieme a vere e proprie megalopoli. Tuttavia nessuna di esse produsse mai qualcosa di simile all’Università, evidentemente perché non si tratta di una creazione urbana ma di una creazione autonoma della civiltà occidentale. Esistevano quattro facoltà: quella delle arti; di filosofia naturale; di medicina; di teologia. Per comodità ricordiamo quali erano le sette arti: grammatica, retorica e logica (trivium); aritmetica, geometria, astronomia, musica (quadrivium). Le sette arti liberali erano le ancelle della filosofia naturale della quale abbiamo parleremo dopo. Le Università disseminate in tutt’Europa avevano un carattere internazionale grazie all’uso del latino che permetteva ai professori di spostarsi senza difficoltà da un’università all’altra permettendo una forte circolazione delle idee. Non mancavano le dispute, tanto che queste erano istituzionalizzate in varie forme che si affiancavano alla lectio. Si trattava quindi di un curriculum prevalentemente scientifico, le materie come la storia e la poesia vennero aggiunte solo col Rinascimento. Questo dimostra lo stretto legame fra la nascita dell’università e le traduzioni, che pure erano state di argomento prevalentemente scientifico. Inutile notare che tutto questo (così importante per tutta la storia successiva) avveniva nel pieno dei “secoli buii”. Le università modellarono la vita intellettuale occidentale creando un clima favorevole alla ricerca scientifica. Anche in questo caso la Chiesa ebbe un ruolo determinante perché, anche qui, non solo non si oppose a queste istituzioni (che poi si autogovernavano, anche le facoltà erano indipendenti tra loro) ma addirittura ne fondò come fece Bonifacio VIII con la Sapienza di Roma. Le Università, e così tutta la cultura medievale, furono caratterizzate da un amore per il sapere come valore intrinseco che non venne mai più meno nella civiltà occidentale cristiana.
3- I filosofi teologico-naturali
L’emergere di questa categoria ebbe un ruolo importantissimo. Erano esperti sia di teologia sia di filosofia naturale. Così scrive Grant a pagina 261: “Se i teologi nelle università avessero deciso di opporsi alle dottrine aristoteliche perché pericolose per la fede, esse non avrebbero potuto diventare il nucleo essenziale dell’insegnamento nelle università europee”. Essi erano convinti dell’utilità della filosofia naturale anche per la teologia, ma nelle loro ricerche non confusero mai le due discipline rifiutando la tentazione di creare una “scienza cristiana”. I testi biblici non venivano usati per dimostrare le verità scientifiche, erano argomenti persuasivi e non dimostrativi. I filosofi teologico-naturali godevano anche loro di un notevole livello di libertà di ricerca, anche perché non erano molti gli argomenti che potevano essere veramente pericolosi per la fede e c'era il modo di affermare alcune teorie senza pericolo. A questo riguardo riportiamo un passo di Tommaso d'Aquino molto eloquente: "Che il mondo ha avuto inizio è cosa che si tiene soltanto per fede, ma non oggetto di dimostrazione o di scienza" (Summa theologiae, parte I, quest. 46, art. 2") Il passo si riferisce al dibattito sull'eternità del mondo sostenuta da Aristotele, da notare che l'autore non crede dimostrabili scientificamente nessuna delle due tesi. Ma quello che più conta è che San Tommaso distingue nettamente ciò che è affermabile solo per fede da ciò che può essere dimostrato scientificamente, chiaramente il passo non deve essere letto anacronisticamente ma senza dubbio contiene un grado di modernità sorprendente. Di esempi di questo tipo se ne possono fare tanti altri con diversi autori.
Quindi le cause della Rivoluzione Scientifica sono da ricercare altrove e non nei livelli di cultura o di istruzione. Altrimenti l’occidente cristiano avrebbe dovuto esser l’ultimo posto per la nascita della scienza moderna, molto meglio la civiltà islamica o quella bizantina. Il vero discrimine fra l’occidente cristiano e queste ultime due è proprio invece a livello religioso. In esse infatti la teologia creò un clima di ostilità nei confronti della scienza e di Aristotele per cui si raggiunsero ottimi risultati nelle scienze esatte ma uno scarso sviluppo della filosofia naturale. Quest’ultima fu essenziale per la Rivoluzione e quindi lo fu anche Aristotele, la filosofia naturale è infatti la madre di tutte le scienze perché affronta tutti i campi dello scibile (fisica, meccanica, ottica ecc…) che poi divennero scienze autonome. La Rivoluzione nacque infatti dall’esigenza di dare nuove risposte a vecchie domande e non tanto da nuove conoscenze, lo stesso Galileo formulò molte ipotesi sbagliate. Fu la filosofia naturale della scolastica medievale che pose quelle domande, e senza di esse la Rivoluzione avrebbe tardato di secoli perché essa nacque proprio dall’esigenza di distaccarsi dall’aristotelismo, ma se questo non ci fosse mai stato Galileo e gli altri avrebbero avuto ben poco da contestare. La filosofia naturale potè svilupparsi in Occidente perché la teologia cristiana la accolse con entusiasmo, questo perché era già scesa a patti con la cultura pagana avendola fatta propria. Questo spiega il grande fenomeno delle traduzioni del XII sec. e l’entusiasmo fu tale da produrre un evento unico nell’umanità: l’istituzionalizzazione dell’istruzione con la nascita dell’Università. Così si creò un clima favorevole al sapere e alla ricerca che fu la vera eredità del Medioevo al mondo moderno. I filosofi naturali avevano certo dei limiti teologici ma questi non furono di grande ostacolo perchè l’esplosione del conflitto scienza-fede era evitato dai filosofi teologico-naturali, cioè dai teologi che si occupavano di applicare la scienza alla fede ma mantenendo separati i due aspetti. Galileo e gli altri ereditarono così un contesto di apertura, tutta una serie di questioni, di ipotesi, tutto il linguaggio scientifico medievale ampiamente usato. Se la Chiesa non avesse voluto, le traduzioni non sarebbero state possibili e neanche l’università sarebbe nata senza il suo assenso. Non solo non si oppose, ma guardò alla nuova letteratura filosofico-scientifica come a un fatto di vitale importanza. L’altra differenza dell’Occidente con l’Islam e l’oriente bizantino è che in queste ultime due non esisteva una separazione fra Stato e Chiesa e questo rendeva inconcepibile la solo esistenza di una vera scienza e di una cultura “laica”. Quella separazione invece c’era in Occidente almeno in via di principio. In questo senso se è vero che ci sono stati conflitti fra scienza e fede cristiana è vero anche che essa, pur ponendole dei limiti, ne incitò lo sviluppo fino a permettere la Rivoluzione scientifica che nacque dall’esigenza di un nuovo metodo e che fu un grande passo avanti dell’umanità ma, senza quella eredità medievale e cristiana, essa non sarebbe mai stata possibile. Ecco perché la Rivoluzione avvenne nell’Occidente cristiano, perché il Cristianesimo sviluppò un rapporto essenzialmente positivo e razionale con la scienza. Passiamo ora all’analisi di quelli che Grant definisce i tre prerequisiti sostanziali:
1- Le scienze esatte
Erano la matematica, l’astronomia, la statica e l’ottica. Queste furono arricchite dagli studiosi medievali, ma senza introdurre rilevanti innovazioni tecniche e metodologiche. Essi ebbero però il merito di mantenere vivo l’interesse per queste scienze che altrimenti, in Occidente, sarebbero finite nell’oblio. Senza questa opera di conservazione la Rivoluzione Scientifica avrebbe tardato di secoli. Questo può essere considerato un importante contributo “passivo” da parte degli studiosi medievali, ma non manca quello attivo.
2- La filosofia naturale
Fu il contributo “attivo” da parte del mondo medievale. La filosofia naturale aristotelica, in tutti i suoi aspetti, fu profondamente rinnovata con uno sviluppo fin oltre l’immaginabile. Gli stessi intellettuali islamici guardarono con stupore questo sviluppo che si basava anche sul contributo delle opere di Avicenna e di Averroè che, paradossalmente, venivano virtualmente ignorate nella civiltà islamica. Sarebbe troppo lungo qui fornire i dettagli di questo grande quanto complesso sviluppo. La filosofia naturale era considerata l’ancella della teologia, ma di fatto divennero due discipline del tutto indipendenti.
3- Il linguaggio scientifico
Galileo e gli altri studiosi poterono avvalersi di un’ampia terminologia scientifica ereditata dalla scienza medievale. In parte questa era mutuata da Aristotele ma era stata anche corretta e innovata. Furono elaborati nuovi concetti importanti come la distinzione fra dinamica e cinematica, il peso specifico, il moto uniforme, l’accelerazione uniforme, la velocità istantanea e l’impetus (utilizzato ancora per tutto il secolo).
Gli autori della Rivoluzione scientifica ereditarono, quindi, un contesto favorevole alla scienza con un sorprendente grado di libertà. Ereditarono tutta una serie di problemi scientifici (come quello del moto e del vuoto, per fare qualche esempio) e un vivo interesse per la natura e la struttura del mondo fisico. Perchè la scienza medievale fu essenzialmente razionale, sancendo di fatto la libertà di indagine e l’autonomia della ragione. La Rivoluzione nacque da una nuova concezione del mondo, da un nuovo uso della matematica e da un nuovo metodo che si basava sull’esperimento. Quest’ultimo era di rado usato nel Medioevo che produsse solo esperimenti isolati. Gli studiosi medievali non erano ostili alla matematica ma la applicavano solo a problemi ipotetici. Ai tempi di Galileo era giunto il momento di cambiare, le critiche erano giuste. Lo stesso Galileo però non avrebbe mai ammesso, e forse non avrebbe potuto, il contributo medievale perché troppo immerso nel contesto di critica all’aristotelismo. Galileo creò una potente caricatura degli aristotelici presentandoli come ottusi e servili, e in effetti così passarono alla storia. Anche Locke definiva quello della scolastica solo una ginnastica mentale che ne faceva dei coniatori di vuote parole. L’errore comune è quello di non limitare questo giudizio agli aristotelici del tempo, ma di applicarlo anche a quelli medievali fornendo un’idea falsa della filosofia naturale. Anche la Chiesa si era arroccata nell’aristotelismo ma bisogna anche comprendere che quello era stato il modo di pensare per secoli e secoli. Molti avversari di Galileo (che divennero veri e propri nemici personali) si appigliarono alla teologia probabilmente in mancanza di argomenti più attinenti. Ad ogni modo il processo era già iniziato e condannare la scienza in toto era impensabile (e non auspicabile). Nonostante le nuove paure per la fede, gli studiosi continuarono ad avvalersi di una libertà di ricerca impensabile nelle altre civiltà del tempo. Galileo non fu condannato tanto per le sue teorie (quello fu il motivo ufficiale), infatti Copernico non fu neanche processato per la sua rivoluzione copernicana. Perché? Perché Galileo pretendeva di scrivere le sue opere scientifiche in volgare, mentre Copernico continuò a scrivere nella lingua dei dotti e della scienza: il latino. Quindi senza dubbio esisteva un problema di libertà da parte della Chiesa, ma ad essere limitata era soprattutto la libertà di divulgazione e non tanto quella di ricerca che, fra alti e bassi, non venne mai meno. Cosa non da poco in quanto questo ultimo concetto era quasi inintelligibile altrove. Tuttavia la condanna di Galileo segnò di fatto un deteriorarsi dei rapporti fra Chiesa e scienza, lo dimostra il fatto che l'opera "De Revolutionibus orbium coelestium" di Copernico circolò indisturbata per settant'anni. L'iscrizione nell'Indice dei libri proibiti, nel 1616, scattò per via di questo inasprimento che però non è stato, come abbiamo visto, sempre l'atteggiamento della Chiesa. Un'altra causa di questo tardivo intervento si può però individuare anche nelle prime polemiche sollevate da Galileo dove si sosteneva con forza e pubblicamente la rivoluzione copernicana. Forse fu proprio questa la causa scatenante della messa all'Indice, la quale però durò solo quattro anni. Dopo questi l'opera di Copernico fu rimossa dall'Indice con qualche correzione di passi (non molti) che vennero emendati senza modificare la teoria che però doveva restare tale (e non una realtà fisica). Questo periodo merita però una trattazione a parte. Per quanto riguarda la scienza greco-araba-latina, Grant la definisce un trionfo di tre civiltà che fu un grande esempio di pluriculturalismo nonostante le differenze linguistiche e religiose. Ma i cristiani occidentali, in particolare, ebbero il merito di saper apprendere da tutti: dai “pagani greci morti” agli “eretici musulmani morti”. Secondo l’autore è uno dei capitoli più gloriosi della storia dell’umanità, anche perché avvenuto in un tempo impensabile come quello medievale erroneamente considerato dai più un tempo buio e ottuso. April 12 Quando l'ideologia si disintegra contro la ragioneLa lista di Giuliano Ferrara contro l’aborto scatena vecchi odii mai sopiti. Ma perché tanto odio? Perché l’aborto è un tabù del quale non si può parlare? Perché solo parlarne vuol dire intentare la temuta quanto inesistente “restaurazione”? La triste verità è che molti non concepiscono più l’aborto come un dramma (e forse, pur dichiarandolo, non ci hanno mai creduto), per loro l’aborto è un “idolo libertario”. È meglio abortire che partorire. Abortire è un diritto e quindi un segno di libertà, partorire invece un segno di sottomissione all’autorità patriarcale e maschile. Questa è l’unica spiegazione. Solo così si capisce perché l’aiuto alle donne viene continuamente demonizzato e calunniato, le stesse donne che vi fanno parte sono presentate come dei mostri traditori. Chi vuole provare a dare un aiuto materiale e spirituale alle donne che vivono gravidanze difficili deve essere messo a tacere, è un nemico delle donne. Nella precedente legislatura Rosy Bindi ebbe la malaugurata idea di proporre un incentivo alla natalità (in un paese come il nostro che è a rischio estinzione) con un bonus in denaro per le donne che portavano a termine la gravidanza. Anche allora tutti si stracciarono le vesti perché quel provvedimento voleva dire mettere in discussione l’aborto, aiutare una madre e salvare il bambino dagli strumenti chirurgici significava togliere qualcosa a quel mostrum che è sempre esistito ma che noi abbiamo contribuito a creare in queste dimensioni. I giornali di estrema sinistra non esitano a riproporre vecchi slogan anni Settanta dove si dice che il feto non è vita, che è solo un’escrescenza che è meglio estirpare. Peccato solo che queste cose potevano a fatica essere credute trent’anni fa, quando del feto non si sapeva quasi niente. Oggi si mostrano in tutta la loro essenza, semplici dichiarazioni ideologiche che si basano sul nulla. Rita Bernardini, segretaria dei radicali, va predicando da mesi che la lista di Ferrara non fa altro che “diffondere l’aborto clandestino”. Per vedere se questo è vero basta dare un’occhiata al programma:
· Promuovere legislativamente il dovere di seppellire tutti i bambini abortiti nel territorio nazionale, in qualunque fase della gestazione e per qualunque motivo. Le spese sono a carico del pubblico erario. · Vietare per decreto legge l’introduzione in Italia della pillola abortiva Ru486 e simili veleni capaci di reintrodurre la convenzione dell’aborto solitario e clandestino contro lo spirito e la lettera della legge 194 di tutela sociale della maternità. · Stabilire per via di legge che accoglienza, rianimazione e cura dei neonati sono un compito deontologico dei medici a prescindere da qualunque autorizzazione di terzi. · Emendare l’articolo 3 della Costituzione, comma 1. Dove è scritto “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge” aggiungere una virgola e la frase “dal concepimento fino alla morte naturale”. · Impegnare il governo della Repubblica a costruire un’alleanza capace di emendare la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite all’articolo 3. Dove è scritto “ogni individuo ha diritto alla vita” aggiungere una virgola e la frase “dal concepimento fino alla morte naturale”. · Difendere la legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita, escludendo per via di legge e linee guida interpretative ogni possibilità, adombrata in recenti sentenze giudiziarie, di introdurre la pratica eugenetica della selezione per annientamento dell’embrione umano al posto della cura e della relativa diagnostica terapeutica. Opporsi comunque ad ogni tipo di intervento legislativo peggiorativo in materia. Introdurre nei primi cento giorni una moratoria per la ricerca sulle cellule staminali embrionali, sulla falsariga di quella europea abbandonata dal governo Prodi, e rafforzare la ricerca sulle staminali adulte o etiche. · Fondare in ogni regione italiana una Agenzia per le adozioni il cui compito specifico sia quello di favorire l’adozione, con procedura riservata e urgente, di quei bambini che possono essere sottratti a una decisione abortiva di qualunque tipo. · Adottare le modalità del “Progetto Gemma” sul sostegno materiale alle gestanti in difficoltà e alle giovani madri di ogni nazionalità e status giuridico per la prima accoglienza e educazione dei bambini, con l’erogazione di consistenti somme per i primi trentasei mesi di vita dei figli. · Applicare la parte preventiva e di tutela della maternità della legge 194, promuovendo la riforma dei consultori familiari e rafforzandone il ruolo sociale di prevenzione dell’aborto e di sostegno alla famiglia. Potenziare in termini di risorse disponibili e di formazione del personale pubblico (particolarmente per quanto concerne la vita prenatale e la procreazione libera e responsabile), valorizzando il volontariato pro vita, la rete insufficiente dei consultori e dei Centri di aiuto alla vita in ogni regione e provincia italiana. · Triplicare i fondi per la ricerca sulle disabilità e istituire una Agenzia di tutela e integrazione del disabile in ogni regione italiana. Potenziare il sostegno alle famiglie di malati terminali o di persone in stato vegetativo, sia in termini economici che di assistenza domiciliare. · Sostenere con sovvenzioni pubbliche adeguate, a livello nazionale e locale, l’attività dell’associazione di promozione sociale denominata Movimento per la vita e di tutte le associazioni che operano specificatamente a tutela della vita nascente e a sostegno della maternità difficile.
Il fatto che un programma così lucido, così razionale e laico provochi tanti dissensi dimostra in che mondo ci troviamo a vivere. Ci sono esseri umani che non solo vengono serialmente soppressi (come i Down per fare un esempio), i loro cadaveri sono anche considerati “rifiuti speciali” ospedalieri. L’intento della lista non è quello di rendere di nuovo illegale l’aborto né di indagare nelle coscienza delle donne che abortiscono, nè di condannarle. Si tratta semplicemente di applicare la legge 194 nella sua parte di prevenzione e di tutela della maternità. Molti di quelli che manifestano credono forse che la legge dica di abortire allegramente, per questo parlare di prevenzione e di aiuto li fa scattare in difesa di una legge che in realtà non esiste e si scagliano contro chi invece vuole applicare la legislazione esistente. È tutto un confondersi di grotteschi paradossi. Solo un occhio ideologico può dire che aiutando le donne le si priva della loro libertà. Il problema è di rimuovere le cause materiali che stanno alla base dell’aborto, esse sono prima di tutto economiche. In Italia le donne che vivono gravidanze difficili sono molto spesso sole e nessuno offre loro una seria alternativa. Questo che dovrebbe indignare prima di tutto le femministe, avviene nell’indifferenza più assoluta che non ci smuove nemmeno per il genocidio indiano e cinese delle bambine. In quell’indifferenza etica che ci porta a considerare di poco conto una cosa come un miliardo di aborti nel giro di trent’anni. È un dovere umanitario mettere da parte i vari Bonino e Pannella che ci hanno portato a questo per dare spazio a chi invece, come Paola Bonzi, si impegna per la libertà negata di non abortire. A chi da sempre aiuta le donne, quelle vere e non quella astratta Donna ideologica che ci ha impedito troppo a lungo di guardare all’aborto per quello che è realmente. Aborto? No, grazie. April 11 Quando la Sinistra si (ri)scopre intolleranteLe sempre più violente contestazioni contro Giuliano Ferrara obbligano a far venire allo scoperto quella parte più estremista che si cela sopita dietro quel manto solo apparentemente democratico. La libertà di critica e di contestazione è sempre garantita, ma quello che ha subito l’Elefantino va ben oltre. Dai lanci di prezzemolo e dai megafoni per impedirgli di parlare si è passati a Bologna ad un vero e proprio tentativo di linciaggio con lanci non solo di pomodori e di vari ortaggi ma anche di fumogeni e di sedie in ferro battuto. Tanto che l’Elefantino ha dovuto rinunciare al comizio ed essere portato via sotto scorta, alcuni agenti sono stati feriti ed è stato coinvolto anche un inviato di Repubblica. Adesso quindi, a prescindere da quello che si può pensare sulla moratoria per l’aborto, veniamo a conoscenza che non tutti hanno il diritto di parlare e di esprimersi liberamente. La cosa strana, e un po’ grottesca, è che alla fine il potere di concedere la parola è affidato alle mani dei no-global e dei centri sociali, i quali hanno già ampiamente dimostrato che tutto è loro concesso. Non meno colpevoli le femministe più estremiste che pure hanno partecipato alle spedizioni squadriste. A questo punto ci si aspetterebbe, come minimo, una condanna unanime da parte del mondo politico: invece no. Alle condanne più o meno esplicite sono seguite dichiarazioni di approvazione come quella della senatrice arcobaleno Manuela Palermi che è arriva a dire che «hanno fatto bene. Mi auguro che capiti in tutte le piazze d'Italia». Cioè una senatrice della Repubblica Italiana incita alla violenza contro chi osa dissentire dalla “congiura del silenzio”, gli avversari vanno accolti a sediate e a fumogeni: ma che fine ha fatto l’arcobaleno? E la rassicurante bandiera della pace? Forse sono stati solo simboli privi di un vero significato. Non ha fatto sentire la sua mancanza quella che minaccia di essere un’interessante new entry nel nostro “bestiario” anticlericale, Flavia D'Angeli di Sinistra critica che dichiara: “Hanno fatto bene”. Anche Occhetto di Rifondazione ha giudicato Ferrara come un provocatore giustificando così l’accaduto. Bizzarro che si giustifichi la violenza in “difesa” della donna con lo stesso odioso motivetto della “minigonna” provocante. Cosa accadrebbe se un gruppo di ciellini sfegatati impedisse a Pannella di parlare? Non si scatenerebbe forse la guerra civile? Invece lo Stato deve accettare di condividere il monopolio della violenza con altri soggetti che usano una tecnica di intimidazione molto simile a quella del vecchio P.C.I. In questa campagna elettorale (forse la più noiosa della storia repubblicana) l’unica nota veramente positiva sembra essere quella dell’irruzione della super-politica, quella che si basa sugli ideali e sui grandi temi della vita e della morte che sono quelli veramente fondamentali di ogni civiltà. Forse è proprio questo riportare l’attenzione su queste questioni che non va giù, questo andare oltre l’apatia della politica che tiene fuori i temi veramente importanti (ipocritamente definiti “eticamente sensibili”) per dibattere all’infinito su Alitalia, sulla forma delle schede elettorali e se le donne siano in posizione verticale o orizzontale. Il fatto che ci siano uomini e donne, di ogni provenienza politica e culturale, che invece offrono al cittadino la possibilità di guardare al proprio paese con uno sguardo d'ampio respiro mette a tutti una gran paura, ben più di quello che può fare la demagogia dell’antipolitica. April 04 Sulla attendibilità di TacitoA lungo Tacito è stato considerato come una sorta di poeta della storia: uno storico che all’indagine scrupolosa univa il gusto per il drammatico quando non per il tragico. Lo stesso Francesco Arnaldi, insieme ad altri famosi critici letterari, condivideva questo giudizio in parte negativo. Tuttavia se oggi andate nel dipartimento di Filologia Classica, a lui dedicato, della Federico II si può facilmente verificare che la critica, da allora, ha molto sviluppato gli studi su Tacito attenuando molto questo giudizio (per quanto ancora diffuso nei manuali meno recenti). A lungo si è dibattuto anche sulla veridicità dei discorsi diretti riportati da Tacito nelle sue opere, oggi però si è dimostrato (anche tramite ritrovamenti archeologici) che lo storico romano è sostanzialmente attendibile anche su questo aspetto. Prima di approfondire queste considerazioni non è inopportuno riportare un passo della grande studiosa Margherita Guarducci, nel capolavoro Pietro ritrovato, dove si pone il problema dell’attendibilità di Tacito. Citiamo da pagina 27:
“Ma si può veramente fidarsi della cronologia di Tacito? Sì: tutti gli studiosi sono concordi nell’affermare che, almeno per quanto riguarda gli avvenimenti di Roma, Tacito è sempre attendibile. Non si deve dimenticare infatti ch’egli aveva a sua disposizione gli Atti del senato e gli Acta diurna, cioè i giornali dell’epoca. Trattandosi poi, come in questo caso, di avvenimenti di poco precedenti all’età sua, egli poteva ricorrere anche a testimoni oculari.”
Da notare che l’autrice sta prendendo in esame la persecuzione di Nerone e che il libro fu pubblicato nel 1970, ovvero quando il suddetto dibattito storico doveva essere ancora molto accesso. Già allora, nonostante tutto, Tacito veniva ritenuto sempre attendibile per le vicende della Città eterna. Oggi vengono usate classificazioni diverse dal passato e più attinenti alle caratteristiche degli storici romani. Un contributo significativo in questo senso è stato dato da Syme che, nel saggio Livy and Augustus, distingue due filoni storiografici: quello dei senatori e quello dei letterati. Il primo coincide spesso con quello definito "filone pragmatico" e il secondo con quello detto "filone drammatico" (o tragico). Un accenno a queste due categorie si trova già (anche se non nominate espressamente) nel manuale "La produzione letteraria nell'antica Roma" (Monaco De Bernardis Sorci) a pag. 304 dove si parla della tendenza di Tacito verso l'uomo (mettendo da parte il divino). Una trattazione più completa si trova invece nel saggio Storiografia di senatori e storiografia di letterati in Aspetti del pensiero storico latino. In questo saggio La Penna accetta le due categorie ma le attenua perchè Syme, isolando il filone "aureo" dei senatori, svalutava troppo i letterati come "uomini inetti a creare storia" (dice La Penna). Quindi è vero che Tacito, come tutti gli storici latini, interpreta l'opera storica come un'opera d'arte e per questo tende a "drammatizzare" con un impianto tragico e col gusto per la ritrattistica (con un particolare interesse anche per l'aspetto psicologico) ma lui presenta delle caratteristiche che lo differenziano troppo da altri storici. Infatti la differenza tra Tacito (che aveva per modello Sallustio e Tucidide) e Livio è troppo grande per essere passata sotto silenzio. Anche gli antichi erano a conoscenza dell’esistenza dei due filoni e per questo è illuminante un passo delle Istitutiones di Quintiliano:
“Ma la storia non potrebbe cedere davanti ai Greci. Non avrei paura di contrapporre Sallustio a Tucidide, Erodoto non si indignerebbe se gli venisse accostato Tito Livio..” (Istitutiones - Liber X – CI)
Con questo passo Quintiliano vuole indicare la raggiunta parità della storiografia latina con quella greca, individuando in Sallustio il Tucidide “latino” e in Livio il rispettivo Erodoto. L'accostamento non è casuale e indica proprio la differenza fra il filone pragmatico (fondato da Tucidide) e quello drammatico (fondato da Erodoto). Per capire la differenza basta fare qualche esempio. Erodoto, descrivendo la Sicilia, riporta la tradizione che la voleva anticamente abitata dai giganti (ma invita, allo stesso tempo, il lettore a credere come voleva). Una cosa del genere difficilmente si trova in Tucidide e quindi anche in Sallustio e in Tacito. Infatti Livio, il campione latino del filone drammatico, ha una metodologia molto simile a quella di Erodoto con una forte presenza di leggende e storie fantastiche. Un'altra differenza significativa è che Tacito e Sallustio danno un'interpretazione razionale dei fatti e, non limitandosi alla semplice narrazione annalistica e cronologica, si interrogano sulla "ratio" (il motivo che si cela dietro gli avvenimenti). Livio invece sembra interessarsi più al diletto che alla ricerca incondizionata del vero, è un modo diverso di fare storia ma resta sempre una fonte importante.
Ora se Quintiliano prendeva a modello Sallustio si può ben dire che, per la critica moderna, Tacito è il “nostro” Tucidide perchè pur essendo uno storico antico ha molti elementi moderni. Sul problema del successo di Tacito fra i contemporanei ci limiteremo a dire che egli ebbe scarso successo anche, probabilmente, per motivi ideologici. Prima di tutto fu ostracizzato per le critiche ai vari imperatori e alla gestione/trasmissione del potere in età imperiale. Poi non fu irrilevante il giudizio negativo di Tertulliano che definì Tacito un bugiardo per le cose che aveva detto contro gli Ebrei. Nella quattordicesima orazione Marco Antonio Mureti riporta che Tertulliano definì Tacito come un mendaciorum loquacissimum. Questo perché nel V libro delle Historiae lo storico dava un quadro a tinte fosche dei Giudei giudicando abominevoli le loro usanze e non risparmiando nemmeno la loro terra vista inospitale e malsana (Historia, Liber V- IV, V, VI). Questo mostra anche quanto fosse antico l’antisemitismo, tanto che nel mondo antico esisteva una vera e propria letteratura antisemitica (a dispetto di quelli che ne parlano come una invenzione cristiana). Comunque, dall’Umanesimo in poi, Sallustio venne scalzato da Tacito perché fu finalmente possibile giudicarlo serenamente; c’è anche da dire, però, che prima di allora molti libri delle sue opere erano caduti nell’oblio per cui anche nel Medioevo Tacito era stato anche poco conosciuto. Per verificare l’attendibilità di Tacito è necessario vedere, prima di tutto, l'uso che fa delle fonti. Tacito riporta il discorso di Claudio per la concessione della cittadinanza ai maggiorenti della Gallia Comata e quello di Tiberio per il processo contro Pisone padre dopo la morte di Germanico. La conferma che Tacito riporta il vero ci viene dalla tabula Lungunensis per il primo e da una copia di un senatum consultum trovata nel sud della Spagna (per il secondo). Le aggiunte di carattere letterario da parte dell’autore ci sono (con la famosa drammatizzazione) ma la sostanza dei discorsi riportati è la stessa. Il Nostro inoltre presenta una grande onestà nei confronti dei lettori riportando i diversi punti di vista degli eventi e prendendo posizione nelle questioni controverse, a differenza di Livio che invece raramente si schiera limitandosi a riportare le opinioni differenti. Per questo le opere tacitiane possono essere usate come una fonte interpretativa, quelle di Livio no. L'onestà nei confronti dei lettori si vede anche nel modo in cui riporta i discorsi; ad esempio nelle Historiae, introducendo il discorso di Galba, scrive:
“Igitur Galba, adprehensa Pisonis manu in hunc modum locutus fertur:..” (Historiae, I-XV)
"Si racconta che Galba, presa la mano di Pisone, abbia parlato così:...". (Historiae 1-15)
Quel "fertur" è una spia metodologica importantissima perchè Tacito ammette di riportare il tono complessivo del discorso, quindi si può dire che l'elaborazione dello storico c'è ma sulla base di un dato reale. Il Nostro, inoltre, quando non è sicuro di una cosa lo ammette senza riserve. Tacito è incredibilmente moderno, non dice mai niente per caso (nemmeno le parole che usa); anche in lui si trovano faziosità, imprecisioni ed errori ma è una fonte molto attendibile. Presentarlo come uno storico tragico (o drammatico, che è lo stesso) è piuttosto ingeneroso perchè non rende l'idea del suo genio che merita invece lo status di storico a tutti gli effetti. Da molti è considerato, insieme a Tucidide, il più grande storico dell’antichità. C’è un passo delle Annales che forse rende bene l’idea di quanto Tacito fosse consapevole dei rischi che si corrono nell’indagine storica:
“Tanta ambiguità portano con sé i fatti più importanti, perché alcuni accettano come verità provata ciò che hanno in qualsivoglia modo sentito, altri alla verità cambiano il volto: e tanto le une che le altre notizie, con i passar del tempo acquistano consistenza.” (Annales, Libro III-19)
Tacito quindi mostra di avere un metodo avanzato che non si esaurisce nelle dicerie, egli inoltre aveva a disposizione gli archivi avendo ricoperto un ruolo politico di una certa importanza.
Alcuni hanno voluto vedere in Tacito un repubblicano nostalgico che per questo tende a parlare, sempre e comunque, male degli imperatori e soprattutto della dinastia giulio-claudia. In realtà lo storico mostra in più passi di ritenere anacronistico ogni tentativo di ritorno al passato repubblicano che è stato ormai consegnato alla storia. Quindi Tacito non è contro l’impero, semplicemente critica i metodi di gestione e trasmissione del potere in età imperiale. Guarda al passato perché spera di poter cambiare il presente, una speranza che andò presto svanita. Pertanto, è vero che Tacito non è totalmente obiettivo ma bisogna anche ammettere che all’obiettività assoluta si può solo tendere e non raggiungerla. Le pretese di obiettività assoluta sono ormai abbandonate anche dagli storici moderni perché quella storica è sempre una ricostruzione. Quindi Tacito dà senza dubbio un giudizio negativo di Nerone e di Tiberio ma non bisogna credere che lo storico sia sempre pronto a dare sfogo al suo livore. Proprio su Tiberio e su Nerone si possono riportare degli esempi che sono illuminanti. Riguardo la morte di Germanico, Tacito fa capire che la notizia non dovette dispiacere a Tiberio, il dissimulatore per eccellenza. Tuttavia lo storico non accusa l’imperatore di essere coinvolto nell’assassinio, mostra forse fra le righe di esserne convinto ma non si azzarda ad affermarlo. L’unica spiegazione che si può dare a questo è che Tacito, pur essendo avverso a Tiberio, non lo accusa gratuitamente con azzardi che non è in grado di dimostrare. Riguardo Nerone riportiamo un altro passo:
“Seguì poi un disastro (non si sa se dovuto al caso o alla malvagità del principe, poiché entrambe le versioni furono tramandate dagli storici), che fu più grave e più spaventoso di tutti quelli che accaddero a questa città per la violenza degli incendi.” (Annales, XV-38)
Probabilmente a Tacito non dispiacerebbe di poter accusare Nerone anche di questo, ma non lo fa. Avrebbe potuto dare spazio alla sola versione che voleva Nerone colpevole dell’incendio, invece con grande onestà intellettuale ammette di non sapere e riporta entrambe le versioni. Per questo noi ci sentiamo di consigliare molta prudenza prima di insinuare che Tacito dica questa o quella cosa semplicemente perché è avverso a questo o quell’imperatore. Non che questa possibilità non debba essere tenuta in considerazione né può essere esclusa a priori, ma di fronte ad un metodo così efficiente e che dà dimostrazione di una certa obiettività, anche con gli imperatori che la tradizione ha sempre presentato come “cattivi”, non si possono negare con leggerezza notizie che magari trovano anche riscontro in altre fonti o che, sempre a livello documentario e storico, non presentano nessuna difficoltà né contraddizione. Alla luce di queste ed altre considerazioni analizzeremo, in altri interventi, il famoso passo su Gesù doppiamente contestato da alcuni in merito alla storicità dei Vangeli e della persecuzione neroniana. |
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