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    February 28

    Il Cristianesimo e la rivoluzione industriale


    I manuali sono soliti insistere molto sulle cause che portarono la Gran Bretagna ad essere la prima a  realizzare la Rivoluzione industriale. In realtà è importante, prima di tutto, chiedersi perché questa sia avvenuta in Europa e non in altre aree che spesso erano anche più grandi e più ricche di risorse, come la Cina e l’impero arabo. Questo è uno dei primi pregi del libro di Vera Zamagni Dalla Rivoluzione industriale all’integrazione europea, che ad una grande chiarezza espositiva unisce una profonda conoscenza storica. Mentre il clima e le risorse hanno un ruolo semplicemente “facilitante” nello sviluppo economico, altro merito dell’autrice è quello di riconoscere nella visione filosofico-religiosa del mondo l’elemento determinante. La sua tesi è ben spiegata nella prefazione, dove si legge:

    La rivoluzione industriale, con cui ha avuto inizio la trasformazione economica e sociale del mondo, non poteva che nascere in quell’Europa dove si era affermata una concezione dell’uomo di origine cristiana che a un tempo ne esaltava la libertà, ma ne limitava il potere sugli altri uomini. È infatti solo questa concezione che dà campo libero all’estrinsecarsi della competizione, la molla del progresso…

    Zamagni individua tre principi fondativi:

    1-     la persona umana come valore sacro ed inviolabile: quanto più questo principio si è affermato tanto più si è abbandonato l’assolutismo e lo schiavismo e si è proclamata la libertà e l’uguaglianza di tutte le persone – maschio\femmina, bambino\vecchio, ricco\povero, malato\sano, forte\debole – con implicazioni fondamentali nel campo politico – la democrazia – ed economico – la libertà di iniziativa e la difesa dei diritti della persona;

    2-     l’esaltazione dello spirito come razionalità: da questo principio discende la nascita della filosofia, della scienza, dell’istruzione;

    3-     la superiorità dell’uomo sulla natura: da qui deriva l’idea dell’homo faber, ossia dell’uomo creativo, che non subisce la natura, ma la modifica a suo uso.

    Si tratta di argomenti che meriterebbero trattazioni separate. Qui ci limitiamo a brevi cenni. Per quanto concerne il primo punto è bene ricordare che la definizione dei diritti umani vide una tappa fondamentale nel giusnaturalismo scolastico (di epoca medievale). Il secondo punto, invece, riguarda la “straordinaria fede nella ragione” dell’Occidente cristiano, rilevata anche da Rodney Stark (nel libro La vittoria della ragione) e spiegata in base alla certezza di un Dio che ha razionalmente ordinato il cosmo. Per questo Galileo era convinto di poter conoscere il Creatore studiando la Creazione, cioè il libro della natura scritto da Dio in linguaggio matematico. Riguardo, infine, l’ultimo punto è chiaro che questa concezione della natura era possibile solo in una cultura, come quella giudeo-cristiana, che avesse una visione demagificata del mondo. Senza più guardare, per fare un esempio, agli astri e ai fenomeni naturali come a degli dei.

    Le origini della rivoluzione industriale (avvenuta a cavallo fra ‘700 e ‘800) vanno quindi cercate nel passato, è necessario fare un salto indietro fino ai primi secoli successivi alla caduta dell’impero romano. Un evento, quest’ultimo, che gettò l’Europa in un periodo di grandi difficoltà con rivolgimenti politici (soprattutto per via delle invasioni barbariche) e sociali. L’influsso del Cristianesimo fu fondamentale nella nobilitazione del lavoro manuale, ormai diventato prerogativa degli schiavi. Fu nel contesto di un’Europa devastata e smarrita che il monachesimo operò la ricostruzione agraria di gran parte dell’Europa, tanto che Henry Goodel ebbe a dire “i monaci benedettini lungo un arco di 1500 anni salvarono l’agricoltura”. La quale ovviamente è fondamentale per l’alimentazione e la crescita demografica (che interessò i primi secoli del Medioevo). Per questo il grande storico Pirenne definiva i monaci degli “educatori economici”. A questo si aggiunsero altre importanti innovazioni come la nascita di un sistema economico non più basato sulla schiavitù (che però continuava a esistere) e quindi un maggiore incentivo alla costruzione di macchine, come quelle per sfruttare l’energia idraulica.

    Per capire perché la rivoluzione industriale si ebbe in Europa, è importante mettere a confronto (in un arco di tempo che va dal VII al XVIII sec) le tre società agricole più avanzate: la Cina, l’impero arabo e l’Europa. Fra i termini di paragone più importanti ne ricordiamo tre:

    1-     Libertà: l’Europa preindustriale è quella che vede la maggiore tutela delle libertà individuali, con una pluralità di istituzioni politiche e culturali che permettevano il formarsi di un sapere critico e una notevole libertà di pensiero. A questa si aggiunge una importante libertà di impresa che (dopo diffidenze iniziali) favorisce la nascita e lo sviluppo di un dinamico ceto mercantile. Mentre in Cina troviamo un regime politico assolutistico e la tirannide nell’impero arabo, con conseguenze negative su libertà di pensiero e di azione.

    2-     Giustizia: mentre in Cina essa è demandata all’arbitrio dell’imperatore e a quello dei vari potentati nell’impero arabo, in Europa si afferma una giustizia impersonale e oggettiva, basta su codici e che prevedeva la protezione dei diritti di proprietà.

    3-     Tassazione: in Cina era pesante e imprevedibile, nell’impero arabo ugualmente imprevedibile ma leggera. In Europa si afferma il principio No taxation without representation.

    Tutte conquiste che, ovviamente, si sono ottenute progressivamente e non sempre diffuse in tutti i paesi europei; o almeno non nella stessa misura. Ad ogni modo si tratta di progressi, come quello della tassazione, della rappresentanza e del habeas corpus, ottenuti a partire dalla Magna Charta del 1215 che si rivelò poi essere uno dei preziosi vantaggi della Gran Bretagna (per esempio rispetto alla Francia).

    Si tratta quindi di prerequisiti che sono fondamentali per il decollo industriale e che, significativamente, si trovavano solo in Europa. Questo spiega anche perché, prima ancora di arrivare alla rivoluzione industriale, l’Europa preindustriale potè godere di una grande superiorità tecnologica rispetto alle altre civiltà; cosa che non mancava di stupire gli Europei stessi all'indomani dei grandi viaggi oceanici. Per questo Rodney Stark si è chiesto:

    Perché per secoli gli europei rimasero gli unici a possedere occhiali da vista, camini, orologi affidabili, cavalleria pesante o un sistema di notazione musicale?

    Non che le invenzioni fossero a esclusivo appannaggio degli Europei, ma l’invenzione deve essere seguita dall’innovazione; ovvero dall’applicazione di quella determinata invenzione a un processo produttivo o ad altro uso. Basti pensare alla polvere da sparo, conosciuta già da secoli in Cina ma usata solo per fini ludici, mentre gli Europei seppero darle molteplici applicazioni.

    Per questo Zamagni scrive:

    Si può quindi concludere che l’Europa seppe sviluppare un ambiente particolarmente favorevole all’innovazione (tecnologica e istituzionale), in special modo dopo l’umanesimo e il rinascimento, perché c’era maggiore libertà e maggiore certezza del diritto, che dava basi più sicure al calcolo economico connesso all’investimento, e forniva più sostegno all’iniziativa individuale da parte dei pubblici poteri.

    L’innovazione fu fondamentale in particolar modo nelle prima rivoluzione industriale che non necessitò di “basi scientifiche diverse da quelle già esistenti nell’impero romano”. In Italia il processo di industrializzazione fu lento per il declino che aveva colpito la penisola in seguito alle numerose guerre. Tuttavia diede un contributo importante per la nascita di gran parte di quelle istituzioni e pratiche economiche (nate fra il XII e il XVIII sec) indispensabili per la rivoluzione industriale. Zamagni ricorda la banca e le pratiche bancarie  (come l’assegno, il conto, la cambiale), l’uso della partita doppia, l’assicurazione, la commenda, il servizio postale, la borsa, il brevetto e i codici di commercio. Per questo sempre Pirenne definiva, giustamente, i mercanti come i primi capitalisti.

    In ultima analisi si può concludere che il Cristianesimo, con tutte le sue conseguenze sviluppatesi nei secoli, è stato un pilastro fondamentale dell’economia moderna e della rivoluzione industriale. Quest’ultima è molto importante per diversi motivi. Prima di tutto perché permette di migliorare la qualità e la lunghezza della vita, tanto che le condizioni di vita di un inglese vissuto nella prima metà del’700 - se paragonate a quelle dei suoi pronipoti - sono più vicine a quelle dei legionari di Cesare. In secondo piano, disincentiva la guerra che blocca l’accumulazione capitalistica e getta nello scompiglio i mercati risolvendosi sempre in un gioco a somma negativa (tutti i contendenti perdono, anche i vincitori). Inoltre rende obsoleta la guerra per l’appropriazione di risorse, perché la rivoluzione industriale permette di produrre beni da altri beni senza doverli sottrarre ad altri; e in quantità prima inimmaginabili. Infatti Zamagni nota che mentre prima la povertà era dovuta essenzialmente alla mancanza di risorse e alla sottoproduzione, con le rivoluzioni industriali essa diventa esplicita responsabilità sociale. Tutti i processi di decollo industriale (a partire dagli Stati Uniti fino al Giappone) sono imitativi di quello europeo, con la conseguente diffusione del benessere dei paesi occidentali.

    February 19

    Noi e le scimmie

     

    Abbiamo parlato, qualche giorno fa, del Progetto Grande Scimmia e della adesione da parte della Spagna. Cercheremo adesso di approfondire la dimensione ideologica della questione, riassumibile in queste affermazioni:

    «Che piaccia o no, gli esseri umani sono grandi scimmie» e proteggere i diritti di queste ultime «è una responsabilità etica», ha detto ieri Joaquin Araujo, presidente spagnolo del Progetto internazionale Grande Scimmia.

    "Condividiamo più del 95% del nostro patrimonio genetico con i grandi primati - ha detto qualche tempo fa il deputato socialista Francisco Garrido.

    Un argomento, quello genetico, spesso usato anche da ferventi animalisti come Veronesi. Ma quanto c’è di vero in tutto questo? A riguardo abbiamo trovato qualche interessante passaggio, tratto dalla Pontificia Accademia per la Vita:

    “Questi argomenti impressionano molto in quanto sono dati per immagini e sembrano condurre al seguente paragone: l'uomo differisce dall'animale solo per poco più dell'1%. “L'errore maggiore, che spesso si commette – ribatte il biologo Jean-Didier Vincent – consiste nel dire che siamo paragonabili al 99% agli scimpanzé”.78

    Innanzitutto, la quantità non è così trascurabile. Il genoma umano è costituito di tre miliardi di basi di nucleotidi. Secondo le ultime stime, la differenza è dell'1. 2%, per cui ci sono meno di 40 milioni di nucleotidi di differenza tra l'uomo e lo scimpanzè.

    Secondo, la quantità non ci dice tutto. Bisogna considerare anche l'ordine. L'analisi diretta delle porzioni di genoma mostra che ci sono mutazioni selettive tra i geni (essendo i nucleotidi rimpiazzati da altri)79 inserimento o scomparsa di brevi sequenze di DNA,80 duplicazioni di frammenti di gene,81 e ricostituzione di intere porzioni di cromosomi.82 Messi insieme, tutti questi elementi aumentano la distanza genetica tra l'uomo e lo scimpanzè ad un 5%. Pertanto, Svante Paabo, Direttore del Dipartimento di Genetica presso il Max- Planck Institute dell'Antropologia dell'Evoluzione a Leipzig, afferma: “Questo piccolo 1. 2% (di differenza tra la sequenza del DNA dell'uomo e quella dello scimpanzè) può significare molto, soprattutto se le diverse ridisposizioni, duplicazioni e delezioni osservate sono aggiunte ai 40 milioni di mutazioni selettive”.83

    Allo stesso modo, se i geni si riassemblano molto, i cariotipi si diversificano: quello dell'uomo ha 46 cromosomi, quello dello scimpanzè 48, e quello di alcuni tipi di scimmie arriva fino a 70. Le differenze nell'architettura dei cromosomi porta ad una differenza nell'espressione dei geni e quindi anche dei geni regolatori da cui dipendono molti altri geni.

    [...]

    Inoltre, la prossimità e la somiglianza genetica sono sorprendenti solo se vengono interpretati ingenuamente in modo lineare e analitico. Attualmente la genetica è orientata verso un'interpretazione del genoma non lineare, ma piuttosto combinatoria o addirittura sistemica.84 “L'effetto combinante dei geni spiega come piccole differenze genetiche possano avere considerevoli conseguenze sugli esseri”, nota il genetista Axel Kahn.85

    […]

    Infine, vale la pena di ribadire la necessità epistemologica di una corretta distinzione tra discorso scientifico e filosofico: inferire, dalla sottile distanza genetica tra l'uomo e lo scimpanzè (fatto scientifico) la non-specificità dell'uomo (affermazione filosofica) è un sofisma. Questa è la conclusione cui giunge un articolo su questo argomento: “Bisogna...diffidare di conclusioni pseudo- filosofiche che, secondo alcuni autori, deriverebbero dal lavoro dei biologi. Dedurre da questi che l'uomo è un nulla, un accidente non è “una conseguenza derivante dai fatti scientifici. Allo stesso modo, il carattere unico dell'essere umano non è messo in questione dalla piccola distanza genetica che lo separa dalla scimmia. Il valore attribuito ai fatti scientifici non deriva dalla scienza”

    http://www.academiavita.org/template.jsp?sez=Pubblicazioni&pag=testo/embr_preimp/idepascal/idepascal&lang=italiano

     

    Il messaggio di fondo del Gap è che l’uomo è solo una scimmia come le altre. Per questo vogliono estendere anche ai babbuini i diritti umani. Nonostante le prudenze del governo spagnolo non è difficile trovare dichiarazioni spontanee come queste, che non lasciano spazio a dubbi:

    «Il progetto Gran Simios - ha detto Joan Herrera, uno dei deputati ideatori della proposta che ha scandalizzato la Chiesa - consiste praticamente nel dare alle scimmie alcuni diritti che sono tipici degli esseri umani»

     

    Cioè diritti umani per le scimmie. E tutto in base a considerazioni probabilmente molto ideologiche (per usare un eufemismo) e ben poco scientifiche.


    February 11

    Auguri ai tifosi della morte

     

    Ha ragione Giorgio Israel, su Eluana si è scatenata una guerra ideologica. E come tutte le guerre ideologiche ha avuto le sue armi: le menzogne. Basti pensare a quelli che continuano a parlare di una vita sospesa a delle macchine che non esistevano; a quelli che parlano di una alimentazione forzata figlia della tecnica, quando invece la madre la nutriva normalmente fino a due anni fa, perchè era ancora capace di deglutire e il sondino veniva usato per pura comodità. Stamattina Sartori ha praticamente detto che quella non era vita umana, era una vita pari a quella di un pidocchio. L’autopsia ci informa che il decesso è avvenuto “per arresto cardiocircolatorio dopo una crisi di natura elettrolitica conseguente a disidratazione”. In sostanza è morta di fame e sete; è stata provocata deliberatamente la morte di una persona colpevole solo di essere fortemente disabile e forse di aver espresso sentimenti di comprensibile orrore nei confronti di uno stato vegetativo. Dubbi sono stati espressi sulla professionalità dei medici. Infondati, visto che hanno fatto un ottimo lavoro (anche se al rovescio). Se qualcuno dubita della morte celebrale si scandalizzano. Eppure non hanno remore a definire morta e poco meno di un vegetale una persona che, a quanto pare, non aveva encefalogramma piatto ed era forse ancora capace di sognare. Per non parlare delle affermazioni sulla sicura assenza di sofferenza, più lo affermavano e più la imbottivano di analgesici e altri accorgimenti. Inutili, se davvero si fosse trattato di un pezzo di legno. E in tutto questo bisognerebbe anche essere contenti. I tifosi della morte hanno esultato alla notizia e hanno anche l'ardire di indignarsi se non si esulta con loro. Tanti auguri e vivi complimenti. Riportano alla mente quel salmo che recita:

     

    Ai salici di quella terra
    appendemmo le nostre cetre.

    Là ci chiedevano parole di canto
    coloro che ci avevano deportato,
    canzoni di gioia, i nostri oppressori:
    "Cantateci i canti di Sion!".

    Come cantare i canti del Signore
    in terra straniera?

    February 09

    Il Progetto Grande Scimmia (GAP)


     

    Per capire di cosa si tratta è necessario partire dall’ideologia di Peter Singer. La quale non si limita solo all’eugenetica, che abbiamo visto nei precedenti interventi. Sarebbe troppo poco. Singer infatti è prima di tutto uno spinto animalista, e può anzi essere considerato il fondatore del movimento animalista. Singer ha formulato un nuova forma di discriminazione, quella che lui definisce specista. Leggiamo alcune sue dichiarazioni in merito:

    L’esclusione degli animali dalla sfera morale non è giustificabile razionalmente, è frutto di puro e semplice pregiudizio specista

    Lo specismo, che viene posto da Singer sullo stesso piano del razzismo e del sessismo, è “ un pregiudizio o atteggiamento di prevenzione a favore degli interessi dei membri della propria specie e a sfavore di quelli dei membri di altre specie”.

    Verrà il giorno in cui il resto degli esseri animali potrà acquisire quei diritti che non gli sono mai stati negati se non dalla mano della tirannia”, e quando questo giorno, profeticamente annunciato da Singer, arriverà, le attuali generazioni inorridiranno dinanzi allo specismo e lo condanneranno come noi oggi facciamo con le discriminazioni razziali e sessuali.

    "Tante sono le conseguenze a cui le riflessioni di Singer conducono: condanna della vivisezione, dello sfruttamento intensivo degli animali negli allevamenti, accuratamente documentato con realistica crudezza nelle pagine di Animal Liberation, possibili cambiamenti nei menù sulle nostre tavole, le parole di Singer hanno convertito migliaia di persone al vegetarianesimo, una scelta alimentare che vuole essere una denuncia della ingiusta inosservanza dei diritti e degli interessi degli animali non umani solo perché “ ci piace il gusto della carne”. Noi siamo abituati a pensare che uccidere un uomo, cioè un essere della nostra stessa specie sia più grave che uccidere un essere appartenente ad una specie diversa dalla nostra, ma Singer ci porta a riflettere su questa considerazione che ci sembra così scontata, chiedendosi: perché deve essere così? La mera differenza specifica non basta a giustificare questa discriminazione! potremmo sostenere che è più grave uccidere un uomo perché ha una caratteristica che tutti gli altri esseri non possiedono, ovvero un' anima senziente, ma Singer afferma di non avere nessuna prova scientifica dell'esistenza di quest'anima e forse solo quando gli scienziati gliela forniranno sarà disposto a rivedere la sua posizione a proposito. Sono questi i motivi per cui Singer mette esplicitamente sotto accusa la tradizione occidentale, questa è responsabile di aver posto gli uomini su di un piedistallo, solo gli uomini sono stati creati ad immagine e somiglianza di Dio e solo questi hanno un'anima. Per millenni questa visione antropocentrica tipica dell'Occidente, completamente assente in altre tradizioni, il Buddhismo ne è un esempio, ha legittimato lo sfruttamento degli esseri non umani da parte dell' uomo, ma nel 1871 Charles Darwin pubblica l'Origine della specie, è un duro colpo per il ruolo che secondo la nostra tradizione occidentale rivestiva l'uomo nell'universo, se a ciò si aggiunge la nascita del movimento animalista negli anni '70 e le nuove conoscenze genetiche che portano a ripensare la classificazione degli uomini e dei nostri antecedenti più prossimi, allora ben presto la tradizionale distinzione tra uomo e animali non umani potrebbe veramente vedere la fine, e allora la liberazione animale potrebbe diventare anche liberazione umana."

    http://www.filosofico.net/petersinger.htm

    In quest’ultimo frammento troviamo un’altra di quelle curiose colpe del Cristianesimo, quale quella dell’antropocentrismo. Diverso tempo fa anche Veronesi lanciò un’accusa del genere nei confronti della Chiesa Cattolica, argomentando che se andavano tutelati gli embrioni umani allora dovevano esserlo anche quelli di scimmia. Alla quale cosa rispose un ridacchiante Giuliano Ferrara con qualcosa del tipo “ma questa è un’accusa terribile…”. Ad ogni modo se voi credete esservi sostanziale differenza fra l’uomo e gli animali, correte il rischio di essere bollati come specisti. Poco male. Soprattutto per coloro che sono abituati ad essere accusati, ogni giorno, delle cose più assurde. E invece no, perché la cosa non si ferma alla pura filosofia. La liberazione animale non può non pretendere il riconoscimento politico e diventare quindi ideologia statale. Qui entra in gioco il Progetto Grande Scimmia, Del quale Singer è uno dei fondatori. Per capire in cosa consista questo progetto, siamo andati a cercare informazioni nel sito ufficiale. Dove si legge:

    "Chiediamo l'estensione della comunità di eguali per includere tutte le grandi scimmie: gli esseri umani, scimpanzé, bonobo, gorilla e orangutango.

    La comunità di eguali è la comunità morale all'interno della quale si accettano alcuni principi morali fondamentali che disciplinano i diritti o le nostre relazioni con gli altri e al diritto applicabile. Tra questi i principi e i diritti sono i seguenti:

    1. Il diritto alla vita
    La vita dei membri della comunità di eguali devono essere tutelati. I membri della comunità di eguali non possono essere uccisi, tranne in circostanze molto rigorosamente definite, per esempio, l’auto-difesa.

    2. La tutela della libertà individuale
    I membri della comunità di eguali non devono essere arbitrariamente privati della propria libertà, se essi dovessero essere incarcerati senza giusto processo legale, hanno il diritto di immediato rilascio. La detenzione di coloro che non sono stati condannati per qualsiasi reato, o di coloro che non sono penalmente responsabili, deve essere consentito solo se può essere dimostrato che è per il loro bene, o è necessario per proteggere la collettività da parte di un membro della comunità che potrebbe chiaramente essere un pericolo per gli altri se in libertà. In tali casi, i membri della comunità di eguali devono avere il diritto di ricorso, direttamente o, se manca la capacità, tramite un avvocato, ad un tribunale giudiziario.

    3. Il divieto di tortura
    La deliberata inflizione di dolore su un membro della comunità di eguali, sia arbitrariamente o per un presunto beneficio agli altri, è considerata come la tortura, ed è sbagliato."

     http://www.greatapeproject.org/declaration.php

    Potrebbe sembrare quasi la sceneggiatura per un film. Qualcosa del tipo Il pianeta delle scimmie 2: la vendetta. E invece è tutto vero. Vogliono estendere i diritti umani alle scimmie integrandole nella comunità di eguali. Con diritti e doveri. Infatti i poveri scimmioni dovranno anche badare a come si comportano. Se saranno sorpresi a rubare banane dal fruttivendolo dovranno subire regolare processo e finire dietro le sbarre (forse con buona pace di uno sventurato compagno umano). Ovviamente è previsto anche il diritto di ricorso, cioè finalmente anche le scimmie potranno rivolgersi alla Cassazione ed essere assistite da un avvocato. A questo punto si potrebbe credere si tratti solo un gruppo di pazzi, isolati fanatici. Invece fra i sostenitori c’è prima di tutto Peter Singer, che abbiamo visto essere bioeticista di fama mondiale. Poi sembra abbia aderito anche Richard Dawkins, uno dei più grandi evoluzionisti e autore di diversi libri (oltre ad essere forse il maggiore divulgatore dell’ateismo). Si tratta quindi di una cosa seria, e per certi versi addirittura autorevole. Per quanto riguarda gli intellettuali nostrani non sarebbe difficile immaginare l’adesione di un animalista come Veronesi, o di un Odifreddi.

    A questo punto è lecito domandarsi quale accoglienza abbia trovato questo progetto, a livello politico. L’obiettivo principale è quello di vedere riconosciuti i diritti delle Grandi scimmie dalle Nazioni Unite, ma il GAP è attivo anche su scala nazionale. Il primo paese ad aderire è stato la Nuova Zelanda. Ma il progetto ha già fatto il suo sbarco in Europa. In quale paese? È una domanda retorica, visto che non poteva che trattarsi del paese delle meraviglie (o dei balocchi, se vi piace): la Spagna di Zapatero. Le prime adesioni del governo socialista risalgono al 2006, ma lo stesso sito del GAP riporta la notizia del sostegno ufficiale. Vale la pena di leggere l’entusiasmante comunicato:

    25 giugno 2008
    " IL CONGRESSO SPAGNOLO ANNUNCIA IL SOSTEGNO PER IL GRANDE PROGETTO APE E GRANDI SCIMMIE"

    "Proprio ora dai nostri colleghi in Spagna: Solo qualche ora fa, il Parlamento spagnolo ha annunciato il suo sostegno per il Progetto Grande Scimmia, la missione di realizzare i diritti legali per i non-umani grandi scimmie. "Questa è la prima volta nella storia dell'umanità che un importante Parlamento ha annunciato l'approvazione dei diritti per la Gran Primati" ha annunciato il Dott. Pedro Y. Ynterian, Direttore del GAP Brasile e Presidente GAP Internazionale entrante. Questo è il tema centrale su cui il Grande Progetto Ape si è concentrato per gli ultimi 14 anni.

    Questo è un passo importante verso futuri supporti governativi per le grandi scimmie di tutto il mondo. Nella maggior parte delle strutture di governo, i diritti sono l'unico modo per assicurare che i non-umani grandi scimmie siano liberi dalla tortura, la morte e le catture inutili. Le semplici leggi per la "protezione degli animali" non sono sufficienti. Ci congratuliamo con il duro lavoro e gli sforzi di GAP Spagna e dei suoi membri, oltre a partiti politici che ha introdotto e sostenuto la decisione: Il Fronte Sinistra unitaria e Catlunya Party. Questo è un enorme successo."

     

    Ovviamente nessuno vuole far soffrire inutilmente gli animali, ma le leggi per la protezione animali (dicono) non bastano. Perché? Ci torneremo alla fine. Qui ci limitiamo a notare che il governo Zapatero ha aderito al GAP ma in maniera piuttosto soft. Cioè senza insistere sulle parole “diritti umani” e via dicendo, cercando di far apparire il tutto proprio come una normale legge di tutela; solo un po’ più riguardosa. Anche questo non stupisce, sull’abilità di giocare con le parole di Zapatero (ovvero sulla neolingua) si potrebbero scrivere interi trattati, e non escludiamo un giorno di farlo. Certo però che il governo spagnolo sembra incline (già da diversi anni) ad abbracciare tutto quello che abbia anche solo un retrogusto di “corretto”, pur di distogliere l’attenzione dalla crisi economica e dal calo di consensi che sembrano registrare gli ultimi sondaggi. E così se il politicamente corretto non basta, si ricorre addirittura allo “zoologicamente” corretto (secondo una felice espressione di Giuliano Ferrara in un articolo che segnaliamo: http://www.ilfoglio.it/soloqui/730)

    Torniamo infine al fondatore, Peter Singer. Riportiamo il curioso aneddoto del babbuino:

    "Togliere la vita a un individuo è, ovviamente, per Singer, un fatto gravissimo. Ma egli ritiene che quando siamo costretti a farlo non dobbiamo guardare alla razza, al sesso o alla specie cui questo essere appartiene ma solo alle caratteristiche dell'individuo che verrebbe ucciso: per esempio al suo desiderio di continuare a vivere o al genere di vita che è capace di condurre. Quando nel '92 a Pittsburgh Starzl decise di trapiantare il fegato di un babbuino a un paziente che stava morendo di una malattia epatica, Singer si oppose. Non solo il paziente morì, ma si uccise un altro essere senziente, sano, intelligente e reattivo: il babbuino. Solo pochi mesi prima, ricorda Singer, a Palermo, si impedì che si prelevassero gli organi da una bambina anencefalica, che comunque sarebbe morta poco dopo. In queste decisioni, secondo Singer, c'è qualcosa che non va. Anche chi non condivide le sue posizioni, invece di strapparsi le vesti, farebbe bene almeno a ringraziarlo per l'invito a ragionare senza pregiudizi su questioni di tale portata. Perché quel che è certo è che la nostra idea della vita, negli ultimi decenni, è radicalmente cambiata e che la vecchia morale, basata più sull'intuizione che sulla ragione, non è una bussola affidabile."

    Morale della favola: un babbuino sano vale più di una bambina malata. Ma c’è di più, anche in condizioni di “parità” sanitaria, Singer afferma che:

    «la vita di un neonato vale meno di quella di un maiale, di un cane o di uno scimpanzé» perché i bambini alla nascita non sono autocoscienti ovvero in grado di capire di esistere, mentre gli animali sì.

    http://www.violettanet.it/poesiealtro_autori/PETER_SINGER.htm

    Questo spiega molte cose. Spiega perché non bastano le semplici tutele per gli animali. Il loro difetto è che non negano i diritti umani, come invece succede implicitamente con l’estensioni di diritti umani a chi umano non è. L’ideologia di fondo è che non esista nessuna differenza fra l’uomo e gli animali, per cui la lotta allo specismo richiede l’abolizione dei diritti umani per l’assunzione di generici diritti degli esseri viventi. E comunque se Singer non dovesse gradire la vostra qualità della vita, oppure se dovesse stimare troppo ristretto il tempo che vi resta, non ci sarà diritto che tenga. Servono gli organi. Se poi si tratta di bambini, ancora meglio. Perché almeno con loro non bisogna mettere in scena le fiabe dell’autodeterminazione. Quindi la nuova negazione dei diritti umani passa anche per l’animalismo selvaggio ed estremista. Prima per negare i diritti umani si procedeva per esclusione: si individuavano categorie di esseri umani da dichiarare non persone e quindi prive di diritti. Oggi hanno capito che è meglio procedere per arricchimento: concedere i diritti umani a tutti gli esseri viventi, in modo da disintegrare in modo soft e sentimentale uno dei fondamenti giuridico-culturali della civiltà occidentale. Singer insiste molto sul fatto che “i nostri nipoti avranno orrore di noi”. E forse in questo ha proprio ragione, senza saperlo.

    Riguardo la differenza fra uomini e scimmie, rimandiamo a questo post:

    http://historia.spaces.live.com/blog/cns!4909A6BEBF18EC09!2461.entry

    February 02

    Le vere colpe del Cristianesimo


    Quando si vuole attaccare il Cristianesimo, o semplicemente mettere in difficoltà un cristiano, anche l’uomo comune è dotato di un inventario pressoché infinito di accuse. Non c’è certo bisogno di leggere libri specifici sulla storia criminale del Cristianesimo per buttare in mezzo roghi, crociate, inquisizioni (anche se non si sa precisamente dove, come e quando e in che misura) e via dicendo. Tutte argomentazioni che spesso risultano solo parzialmente convincenti, anche a causa di quelle anime belle che ogni tanto se ne escono ricordando che però sono cose passate. E così, fra colpe vere e colpe immaginarie (attribuibili più che altro alla sindrome del capro espiatorio), si omettono quelle che sono le colpe più profonde del Cristianesimo: quelle meno evidenti ma più pericolose; quelle radicate nelle coscienze delle persone e che perdurano ancora. Colpe che ancora si omettono per quieto vivere, ma che un intellettuale profondo come Nietzsche aveva colto e denunciato (cfr. Frammenti postumi 1888-1889, pp. 257-258). Seguiamo Socci in uno dei più interessanti passi di Indagine su Gesù:


    La rivoluzione cristiana, che è per Nietzsche la più grande sciagura, sta nel fatto che – dopo Gesù – nessun essere umano può essere più ritenuto “sacrificabile”. Ma proprio sui sacrifici umani – nelle loro molteplici forme, politiche, rituali, sociali e militari – sono stati edificati da sempre tutti i regni  e gli imperi, quindi Gesù – inchiodato sul patibolo – è un colpo mortale alla storia precedente (come rileva Nietzsche), uno spazzar via tutta la storia pagana, fondata sul dominio del più forte.

    Per questo chi come Nietzsche a quella storia pagana vorrebbe tornare giudica Gesù come la peggiore sciagura del mondo: “L’individuo fu tenuto dal Cristianesimo così importante, posto in modo così assoluto, che non lo si potè più sacrificare ma la specie sussiste solo grazie a sacrifici umani […] E questo pseudo umanesimo che si chiama cristianesimo, vuol giungere appunto a che nessuno venga sacrificato…”. Tutti noi oggi consideriamo “naturale” che ogni essere umano abbia diritti inviolabili, che non possa essere proprietà di nessuno e da nessuno sacrificabile, ma non è affatto così. È sempre stato naturale l’esatto contrario. Peter Singer, il famoso bioetici sta che vuol disfarsi dell’eredità ebraico-cristiana – c’informa che “i nostri atteggiamenti attuali datano dal sorgere del Cristianesimo”. […] Infatti “se ritorniamo alle origini della civiltà occidentale, ai tempi dei Greci e dei Romani” spiega Singer “troviamo che l’appartenenza alla specie homo sapiens non era sufficiente a garantire la protezione della propria vita. Non c’era rispetto per le vite degli schiavi o degli altri “barbari”; e anche tra gli stessi Greci e Romani, i neonati non avevano un automatico diritto alla vita. I neonati deformi venivano uccisi esponendoli alle intemperie sulla cima di una collina. Platone e Aristotele pensavano che lo Stato dovesse imporre l’uccisione dei neonati deformi. I tanto celebrati codici legislativi attribuiti a Licurgo e Solone contenvano disposizioni analoghe.” (pag 57 – 59)


    Infatti nella stessa intervista, che abbiamo proposto nel precedente intervento, leggiamo:

    Lei ha scritto molte pagine su come l’infanticidio era praticato a Roma, a Sparta, in Giappone. E che per questo dobbiamo giudicare relativa la nostra condanna dell’uccisione dei nuovi nati.

    Ho detto che dobbiamo guardare criticamente alla tradizione cristiana della santità della vita umana, non è universale. Le passate civiltà ci hanno offerto un altro modello sulla vita e sulla morte.

    […]

    Lei ha parlato di “desantificare” la vita umana. In che senso?

    I cristiani hanno stabilito che basta essere un membro della specie homo sapiens per avere rispetto assoluto. Io penso che non sia difendibile come teoria. Dobbiamo ripensare quando accordare protezione alla vita umana.

    http://alezeia.wordpress.com/2008/07/25/eugenetica-2000-peter-singer/


    Queste sono le vere colpe del Cristianesimo, per questo bisogna eliminarlo. Non è forse a causa di questa forma mentis che molti ritengono ancora incivile far morire di fame e di sete una persona perché ritenuta indegna di vivere? Non è forse questa mentalità che impedisce (o almeno ci prova) l’eugenetica che pure migliorerebbe la specie umana? Che ritiene orribile pensare di eliminare la sofferenza eliminando i sofferenti? Ma tutto questo molti anticlericali non lo sanno, anche se forse è questa la causa (non detta) dell’odio anticristiano tipico della cultura alla quale appartengono. Eppure sarebbero delle argomentazioni formidabili, che porterebbero alla condanna senza appello del Cristianesimo, in certi processi imbastiti in perfetto stile sovietico.