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    November 30

    Di Ru 486 si muore, e non si vuol saperlo


    di Assuntina Morresi

    Era ovvio che la comunità scientifica se ne occupasse, con tutta l’autorevolezza di una rivista come The New England Journal of Medicine (NEJM): quattro donne morte in meno di due anni solo in California, colpite dalla stessa, rara infezione da Clostridium Sordellii, dopo essersi sottoposte ad aborto chimico con la Ru 486.

    La spiegazione dei fatti è stata affidata a un articolo firmato da 13 esperti appartenenti ad importanti istituzioni mediche americane, mentre è di Michael F. Greene – editore associato della rivista e direttore della Harvard Medical School a Boston – un editoriale di cui hanno già dato notizia Eugenia Roccella e Nicoletta Tiliacos, sia su Avvenire  sia su Il Foglio. La chiave di lettura dei dati è preoccupante: le morti da aborto chimico negli Usa sono 1 su 100.000, da confrontare con quelle per aborto chirurgico registrate nello stesso periodo della gravidanza: 0,1 su 100.000. Una mortalità dieci volte maggiore, quindi, nel caso della pillola abortiva. Si sottolinea poi che per l’approvazione del mifepristone (principio attivo della pillola abortiva) la Food and Drug Administration ha impiegato ben 54 mesi, mentre ce ne sono voluti meno di 16, in media, per le altre nuove molecole registrate lo stesso anno, il 2000, e che comunque fino ad ora per ben due volte si sono dovuti modificare i foglietti illustrativi della pillola, viste le morti e i pesanti effetti collaterali.

    Questa sindrome mortale da shock tossico per Clostridium Sordellii è rara: oltre ai quattro casi registrati, e a un quinto in Canada nel 2001 ancora una volta dopo un aborto chimico, nella letteratura sono stati descritti solo altri nove casi della stessa, mortale infezione, non legati a procedure abortive. Simile la gran parte dei sintomi, soprattutto vomito e forti dolori addominali – normali nel caso di un aborto chimico – e quasi sempre senza febbre, il che impedisce di diagnosticare tempestivamente l’infezione in corso. Le donne morte avevano seguito lo stesso protocollo per l’aborto chimico: nella prima fase, 200 mg di mifepristone – che blocca il progesterone causando la morte dell’embrione – e poi 800 mg di misoprostol, che induce le contrazioni e ne permette l’espulsione. Il misoprostol può essere assunto oralmente oppure, come nel caso delle 4 donne statunitense e della canadese, per via vaginale, con effetti collaterali di minore intensità.

    Sui legami fra pillola abortiva e infezione mortale nel New England Journal of Medicine non si formulano ipotesi, anche se si menziona quella del dottor Ralph Miech: l’interferenza del mifepristone con il sistema immunitario potrebbe depotenziare le difese naturali all’invasione del Clostridium Sordellii. Nei due contributi pubblicati dal NEJM non viene chiesto il ritiro dal commercio della pillola, ma si raccomanda particolare attenzione agli operatori del settore, ammonendoli a tener presente questa rara ma letale possibilità. «La mancanza di consapevolezza della gravità della situazione è pericolosa», scrive a proposito Didier Sicard in una lettera pubblicata nell’ultimo numero di The Annals of Pharmacotherapy.

    Ne ha parlato il Boston Globe, anche perché Didier Sicard, oltre ad essere il presidente del Comitato consultivo nazionale di etica in Francia, è il padre di Oriane Shevin, ultima vittima lo scorso giugno dell’aborto chimico. Scrive ancora Sicard: «La più recente raccomandazione da parte della FDA sottolinea la particolare attenzione che deve essere prestata per l’uso di questi farmaci prima della loro ampia diffusione e dell’uso generalizzato nei Paesi in via di sviluppo, dove il tasso di infezione batterica è molto alto. In Africa, l’elevata frequenza di infezioni genitali, insieme alle scarse cure mediche, può risultare in un significativo numero di morti se uso e applicazione di mifepristone e misoprostol non sono riesaminati. Questo è vero specialmente alla luce dell’aumento dell’uso in Africa degli spermicidi, che aumentano la carica batterica vaginale».

    Speriamo che ne abbia letto Silvio Viale, per il quale le polemiche sulla pericolosità del farmaco sono tutte «balle messe in giro dal movimento per la vita americano, che sfrutta cinque righe che la FDA ha ordinato di inserire nelle controindicazioni della Ru 486» e che ritiene che «prendere la pillola abortiva non è più pericoloso che fare un viaggio in auto: se le vetture avessero i bugiardini le loro controindicazioni sarebbero più numerose». Ma la letteratura scientifica specializzata ha sempre indicato che l’aborto chimico oltre ad essere meno efficace di quello chirurgico presenta pesanti effetti collaterali. Nel marzo del 2000, ad esempio, il NEJM passa in rassegna diverse sperimentazioni di aborto farmacologico, e a quelle eseguite con mifepristone e misoprostol assegna un’efficacia media del 95%, specificando che l’effetto collaterale più pesante è dato dalle abbondanti perdite di sangue, fino a quantità quasi doppie rispetto a quelle per aborto chirurgico. Pure la durata delle perdite è maggiore: si cita in particolare uno studio in cui il 9% delle donne ne ha per oltre trenta giorni, e l’1% per più di sessanta. Anche gli altri effetti collaterali – nausea, vomito, dolori addominali – sono di maggiore entità.

    Viene sottolineato che l’aborto medico può essere scelto solo se si ha facilmente accesso a centri specializzati in grado di intervenire chirurgicamente, visto che si potrebbe avere necessità di trasfusioni. Viene ripetuto che il metodo chirurgico è più efficace (99%).

    Invece nella sperimentazione presentata da Spitz e dai suoi collaboratori, sempre nel NEJM ma due anni prima, l’efficacia media è del 92%. Il 75% delle donne espelle il "prodotto del concepimento" entro le 24 ore dalla somministrazione del misoprostol. Il 68% ha ricevuto antidolorifici e l’ospedalizzazione è stata necessaria nel 2% dei casi, per interventi chirurgici ma talvolta anche per l’eccessivo dolore e vomito. Il 4% ha avuto infezioni virali. I dati si riferiscono ad aborti fino al 49esimo giorno di gestazione, dopo il quale l’efficacia della procedura chimica diminuisce. Per seguire questa via bisogna quindi accertare con estrema precisione a che punto si è con la gravidanza; d’altra parte se si deve abortire entro le prime sette settimane non c’è molto tempo a disposizione per decidere e scegliere, mentre se ne ha abbastanza per pensarci durante la procedura: 3 giorni considerando la fase acuta – somministrazione di pillole ed espulsione –, 15 compresa la visita finale di controllo, necessaria per verificare che l’utero sia stato effettivamente svuotato, un numero imprecisato di giorni se si considera la possibilità di perdite di sangue molto prolungate. Per chi non vuole ricorrere alla letteratura specialistica è sufficiente scorrere i tanti articoli dedicati alla vicenda dal New York Times.

    Da un’inchiesta pubblicata il 14 novembre del 2000 emerge che «molti medici nelle cliniche abortive dicono che consiglieranno le proprie pazienti di scegliere l’aborto chirurgico, perché pensano che sia un metodo migliore. La decisione di offrire mifepristone, dicono alcuni, è dettata più da ragioni di competizione che dalla convinzione che sia un metodo migliore per interrompere una gravidanza». La diffidenza è confermata anche dai dati più recenti, secondo i quali solo il 6% delle donne negli Usa sceglie di abortire con la pillola. Nel 1994, invece, vengono intervistate diverse donne che hanno seguito una procedura di aborto medico in Gran Bretagna, tra cui un’americana di 17 anni. «Mi sono sentita come se stessi morendo», ha dichiarato dopo l’espulsione del feto. Tutte le donne interpellate concordano: più difficile, più doloroso di quanto ci si aspettava. «Mi auguro ancora di trovare una qualche pillola magica che porti via subito tutto. Mi sono meravigliata di quanto facesse male».

    E adesso la "pillola magica", attraverso strade le più strane, è arrivata in Italia.


    Avvenire


    November 26

    Sull'eutanasia moderna

     

    L’eutanasia è ormai diventato un diritto indiscutibile. Ma esattamente su quale giustificazione teoretica e giuridica si basa? Molto spesso non si sente altro che una giustificazione del tutto sentimentale. Ma siccome in uno stato laico non esistono reati d’opinione, proviamo a mettere in discussione l’indiscutibile.

    Aspetto giuridico

    Proviamo a partire da qualche considerazione storica e giuridica. L’eutanasia è un problema moderno? Forse in passato non esistevano il dolore, la malattia e la sofferenza? No, infatti è un problema già affrontato da Ippocrate, il grande padre della medicina. Nel famosissimo giuramento si legge:

    Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio

    Dello stesso tenore, il giuramento nella forma moderna:

    ·  di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di una persona;

    ·  di astenermi da ogni accanimento diagnostico e terapeutico;

    ·  di promuovere l'alleanza terapeutica con il paziente fondata sulla fiducia e sulla reciproca informazione, nel rispetto e condivisione dei principi a cui si ispira l'arte medica;

    ·  di attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana contro i quali, nel rispetto della vita e della persona, non utilizzerò mai le mie conoscenze;

    Non sembra esserci, in entrambe le versioni, il minimo dubbio. Perché? È ancora lecito chiedersi perché, in epoca precristiana, Ippocrate avvertiva già con orrore l’idea che il medico potesse operare per la morte del paziente? Purtroppo oggi c’è la tendenza di fare del medico una sorta di notaio, un esecutore della volontà che all’occorrenza si trasforma in un terminator. Si vorrebbe insomma sostituire l’alleanza terapeutica fra medico e paziente con un rapporto professionale fra datore di lavoro e lavoratore. Il paziente comanda, il medico obbedisce.

    Passiamo adesso ad un altro testo dimenticato: la Costituzione italiana. Leggiamo:

    Art. 2

    La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

    Art. 3

    Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

    Riconoscere vuol dire che non è lo Stato a creare i diritti fondamentali. Di conseguenza non può mai nemmeno revocarli. Inviolabile vuol dire che è indisponibile, per l’uomo stesso come per lo Stato. Pari dignità sociale vuol dire, invece, che non è contemplato il caso di persone indegne di vivere, come vorrebbero i sostenitori dell’eutanasia. E infatti nel codice penale è punito l’omicidio del consenziente. Anche qui forse è bene andare a rileggere:

    579 Omicidio del consenziente. Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con la reclusione da sei a quindici anni.
    Non si applicano le aggravanti indicate nell’articolo 61.

    […]

    580 Istigazione o aiuto al suicidio. Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima. […]

    Esattamente come per Ippocrate, non c’è bisogno di versetti biblici per capire che il suicidio assistito è sbagliato. Basta il comune e laico buon senso.

    Adesso, io non sono fra quelli che amano conferire una sorta di aurea sacrale alla Costituzione. Ma fatto sta che questi articoli esistono e sono chiari, non si può fingere di nulla. Per introdurre l’eutanasia in Italia, bisognerebbe abrogarli. Ma mettere mano alla Costituzione è sempre una faccenda molto complicata e forse, trattandosi dei primi dodici articoli e cioè dei principi fondamentali, addirittura tecnicamente impossibile. Bisognerebbe forse abrogare la Costituzione e farne un’altra. E sarebbe un peccato, visto che la Costituzione italiana è fra le più apprezzate al mondo (e nessuno l’ha mai definita come una sorta di dettato Vaticano solo ratificato dai padri costituente, ovviamente).

    Spesso si  cerca di far passare l’eutanasia passiva con l’articolo 32:

    Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

    Qui molti ci vedono il diritto di sospendere il sostegno vitale alle persone in coma. E in effetti è un’interpretazione confermata da diverse sentenze. In realtà è una questione molto controversa, l’articolo stesso prevede il caso di trattamenti sanitari obbligatori e il tutto deve essere quindi visto sempre alla luce dei suddetti articoli. Quello di non morire di fame fa ovviamente parte dei diritti inviolabili dell’uomo. Si può ragionevolmente affermare che i padri costituzionali non volessero minimamente, con l’articolo 32, aprire uno spiraglio all’eutanasia. Infatti il secondo periodo riportato fa chiaramente riferimento agli esperimenti umani perpetrati dai nazisti e il supporto vitale è da sempre considerato un dovere imprescindibile dal personale sanitario. Alimentare qualcuno non può in alcun modo violare il rispetto della persona umana, si potrebbe quindi pensare all’alimentazione come a un trattamento obbligatorio. Infatti la nuova legge sul testamento biologico, ancora in discussione, dovrebbe chiarire questo punto e individuare alimentazione e idratazione come atti eticamente dovuti. Ovviamente con questo nessuno vuole impedire con la forza a Pannella di fare i suoi scioperi della fame, ma quando ci si trova in una struttura pubblica è un altro discorso. Poi ci sono ovviamente tutti i distinguo da fare, tipo in caso di morte imminente, ma la nuova legge dovrebbe ribadire il divieto del suicidio assistito. Infatti la sospensione del supporto vitale è di solito accompagnata dalla sedazione, vuol dire che la pratica si configura come una vera e propria eutanasia passiva.

    Bisogna essere cauti anche a parlare di alimentazione forzata, perché allora è alimentazione forzata anche quella che si fa a un bambino. Più corretto parlare di alimentazione assistita. Con questa mentalità, anche l’infermiera che imbocca un disabile mentale potrebbe essere considerato un trattamento sanitario, ma se questo fosse facoltativo – con dichiarazione anticipata di rifiuto di alimentazione e idratazione – bisognerebbe davvero contemplare la possibilità di far lentamente morire di fame i disabili mentali. Quindi bisogna chiarire il significato dell’espressione “trattamento sanitario” che non è semplicemente qualcosa messo in atto da personale sanitario. Il trattamento sanitario deve essere ricondotto allo scopo terapeutico, quindi l’atto medico propriamente detto è la terapia. Ma il supporto vitale, anche se artificiale, non può essere considerato una terapia, perché la terapia ha per definizione bisogno di una malattia.

    A riguardo è molto interessante il pronunciamento, anche se non unanime, del Comitato nazionale per la bioetica che si può leggere a questo indirizzo:

    http://www.governo.it/bioetica/testi/PEG.pdf

    Riporto alcuni passaggi:

    Per giustificare bioeticamente il fondamento e i limiti del diritto alla cura e all’accudimento nei confronti delle persone in SVP, va quindi ricordato che ciò che va loro garantito è il sostentamento ordinario di base: la nutrizione e l’idratazione, sia che siano fornite per vie naturali che per vie non naturali o artificiali. Nutrizione e idratazione vanno considerati atti dovuti eticamente (oltre che deontologicamente e giuridicamente) in quanto indispensabili per garantire le condizioni fisiologiche di base per vivere (garantendo la sopravvivenza, togliendo i sintomi di fame e sete, riducendo i rischi di infezioni dovute a deficit nutrizionale e ad immobilità). Anche quando l’alimentazione e l’idratazione devono essere forniti da altre persone ai pazienti in SVP per via artificiale, ci sono ragionevoli dubbi che tali atti possano essere considerati “atti medici” o “trattamenti medici” in senso proprio, analogamente ad altre terapie di supporto vitale, quali, ad esempio, la ventilazione meccanica. Acqua e cibo non diventano infatti una terapia medica soltanto perché vengono somministrati per via artificiale; si tratta di una procedura che (pur richiedendo indubbiamente una attenta scelta e valutazione preliminare del medico), a parte il piccolo intervento iniziale, è gestibile e sorvegliabile anche dagli stessi familiari del paziente (non essendo indispensabile la ospedalizzazione). […] Procedure assistenziali non costituiscono atti medici solo per il fatto che sono messe in atto inizialmente e monitorate periodicamente da operatori sanitari.

    […]

    Il problema non è la modalità dell’atto che si compie rispetto alla persona malata, non è come si nutre o idrata: alimentazione e idratazione sono atti dovuti in quanto supporti vitali di base, nella misura in cui consentono ad un individuo di restare in vita.

    […]

    Si deve pertanto parlare di valenza umana della cura (care) dei pazienti in SVP. Se riteniamo comunemente doveroso fornire acqua e cibo alle persone che non sono in grado di procurarselo autonomamente (bambini, malati e anziani), quale segno della civiltà caratterizzata da umanità e solidarietà nel riconoscimento del dovere di prendersi cura del più debole, allo stesso modo dovremmo ritenere doveroso dare alimenti e liquidi a pazienti in SVP, accudendoli per le necessità fisiche e accompagnandoli emotivamente e psichicamente, nella peculiare condizione di vulnerabilità e fragilità.

    Non basta per riflettere? Bene, passiamo alla Dichiarazione universale dei diritti umani.

    Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti.

    Anche qui non è minimamente previsto il caso di persone che abbiano perso la loro dignità per un qualsiasi motivo. Ma non è forse un diritto, astenersi da un proprio diritto? Certo, ma nel diritto positivo. Io ho il diritto di votare, ma anche quello di astenermi. Nei diritti fondamentali, se vogliamo naturali, le cose funzionano in maniera diversa. Un esempio? L’articolo 4:

    Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.

    Che fine hanno fatto qui la libertà e l’autodeterminazione? Non bisognerebbe distinguere il caso, anche se ipoetico, in cui una persona volesse rinunciare alla propria libertà? Magari per la sua cultura che impone alla donna di stare sottomessa all’uomo, e all’uomo alla sua comunità? O per motivi economici? Non è un voler imporre a tutti un valore tutto occidentale? Sì, è proprio così. Perché la libertà è un diritto inalienabile, indipendente da fattori esterni. Io se voglio posso rinunciare alla mia libertà, posso fare lo schiavo di qualcuno. Nessuno mi verrà ad arrestare. Però allo stesso tempo nessuna autorità al mondo riconoscerà mai il mio status di “libero schiavo”. Perché? Eppure non voglio mica obbligare nessuno ad imitarmi. Non faccio male a nessuno. Certo, semplicemente, se la mia richiesta di riconoscimento fosse accolta, si lederebbe la dignità umana in toto; mortificata in una delle sue qualità principali.

    Sarebbe interessante, quindi, sapere come questi signori intendano modificare la Carta dei diritti umani. Proviamo a fare qualche tentativo:

    Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Ma ciò non toglie che si possano verificare casi di vite umane indegne da sopprimere su richiesta.

    Sarebbe una cosa accettabile? Oppure:

    La dignità della vita umana non ha valore universale e oggettivo ma dipende da fattori esterni quali la salute fisica e psicologica, la volontà, la percezione che si ha di se stessi ecc…

    E come conciliare il principio assoluto dell’autodeterminazione con l’articolo 4? Non oso nemmeno pensare a che pasticcio potrebbe uscirne fuori se il bando della schiavitù venisse condito dal verbo dell’individualismo sfrenato e della dignità a condizione.

    Tornando alla realtà, il punto è che il paradosso del libero schiavo mostra come ci siano diritti inalienabili ai quali non si può rinunciare. O meglio, si può rinunciarvi ma senza pretendere che essi vengano ufficialmente misconosciuti (anche solo individualmente) dal diritto.

     La stessa identica cosa vale per il suicidio. È un fenomeno che esiste da sempre. Ma da quando ha cominciato a pretendere di diventare un fenomeno sociale? Giuridicamente riconosciuto e accettato? Questo ci porta alla seconda parte della nostra trattazione, che merita qualche breve cenno storico.


    Aspetto storico

    Abbiamo visto che la prospettiva dell’eutanasia era già presente nel mondo antico, con Ippocrate. Un orientamento negativo poi rafforzato e messo pienamente in pratica solo dalla cultura cristiana. Infatti nemmeno il mondo antico ebbe la forza di applicare pienamente i principi ippocratici. Ma l’eutanasia è un fenomeno presente in tutte le civiltà, per cui è interessante vedere le culture di riferimento di queste civiltà allo scopo di capire se sia il caso di riprendere certe concezioni precristiane della vita. Seguiamo Peter Singer, uno dei più grandi bioeticisti dei nostri giorni:

    “L’uccisione dei neonati indesiderati o l’uso di lasciarli morire, è stata prassi normale in moltissime società, in tutto il corso della preistoria e della storia. La troviamo per esempio nell’antica Grecia, dove i bambini handicappati venivano esposti sui pendii delle montagne. La troviamo in tribù nomadi, come quella dei Kung del deserto del Kalahari, dove le donne uccidono tutti i bambini nati, quando ci sia un figlio più grande non ancora in grado di camminare. L’infanticidio era prassi corrente anche su isole polinesiane come Tikopia, dove l’equilibrio tra risorse alimentari e popolazione veniva mantenuto soffocando i bambini indesiderati dopo la nascita. In Giappone, prima dell’occidentalizzazione, il ‘mabiki’, parola nata dalla prassi di sfoltire le piantine di riso per consentire a tutte quelle restanti di fiorire, ma che finì per indicare anche l’infanticidio, era ampiamente praticato non solo dai contadini, che potevano contare su modesti appezzamenti di terreno, ma anche dai benestanti” (Peter Singer, “Ripensare la vita”, Il saggiatore, p. 137).

    Alcuni dicono che il grado di civiltà si vede da come vengono trattati i bambini, se assumiamo questo criterio non ci viene fuori certo un quadro rassicurante. Nonostante il giuramento di Ippocrate, anche il mondo antico ha conosciuto di questi fenomeni. A Sparta i bambini imperfetti dovevano essere uccisi o abbandonati, a Roma si era soliti scagliare giù dalla Rupe Tarpea i nascituri malformati. Quindi l’eutanasia, infantile e non, si inseriva in questo contesto di disprezzo per la vita umana (solo che almeno allora non si pretendeva fosse il medico a prendere il ruolo di boia).

    Quando le cose hanno cominciato a cambiate? Purtroppo per Singer, doveva nascere il fenomeno Cristianesimo che ha imposto una concezione della vita che poi è quella arrivata fino a noi. Ed è proprio questa concezione cristiana della vita che ci fa rabbrividire di fronte al ricordo della Rupe Tarpea. I cristiani dei primi secoli si vantavano di non uccidere i loro figli, ne dentro né fuori il grembo materno.

    Passarono così migliaia di anni, con regni e stati diversi, rivoluzioni politiche e giuridiche, ma senza che l’eutanasia venisse più presa in seria considerazione, a parte alcune eccezioni. E questo mentre le medicina non poteva certo offrire il sostegno cui oggi siamo abituati.

    Cosa è successo poi? Tutti sanno, ma non sempre si può dire, che l’eutanasia fa il suo vero ingresso storico col nazionalsocialismo che per primo, nell’Occidente europeo, la istituzionalizzò insieme all’aborto. Solo il nazismo, così fortemente ostile alle radici giudeo-cristiane dell’Europa, poteva attuare un tale rovesciamento culturale che riportasse il mondo alla prospettiva pagana di vita (col ritorno della rupe Tarpea). Ma con una differenza importante: un pietismo che scimmiottasse la carità cristiana. Cioè la volontà di sopprimere essere umani nel loro stesso interesse. Era così che la propaganda presentava il programma Aktion T4. A riguardo sono molto interessanti i video tratti dal documentario La croce e la svastica de La storia siamo noi che si trovano anche su youtube. Viene messo molto bene in evidenza il fatto che i media si misero subito al servizio della propaganda, con documentari “scientifici” tenuti da scienziati (questa volta senza virgolette) che spiegavano quanto fosse buono e giusto il darwinismo sociale. Immagini di semplici essere umani sofferenti, venivano montate ad arte per farne dei mostri: dei fenomeni da baraccone in condizioni tali da non potersi dire umani. Certo, l’intento del nazismo era anche eugenetico. Cioè eliminare gli imperfetti per scongiurare il rischio di infezione della pura razza ariana. Ma il motivo centrale della propaganda era quello ripetuto dagli stessi attori: “Se io dovessi finire in queste condizioni, vorrei essere ucciso” per cui molti documentari più soft potrebbero essere riutilizzati oggi senza imbarazzo. Col particolare che ovviamente nessuno si curava di chiedere alcun parare ai diretti interessati, né alle loro famiglie. Fatto sta che il popolo tedesco - ormai all’inizio della guerra che lo avrebbe portato alla rovina senza mai intaccare la loro fiducia nel loro Furher - non approva e, nonostante la martellante propaganda, Hitler fu costretto a sospendere il programma (in realtà solo ufficialmente). 

    Il punto è che per la prima volta, torna il concetto di vita umana indegna. Un’espressione coniata dal nazismo che ha resistito alla damnatio memoriae del Terzo Reich. Nessuno vuole averci niente a che fare con Hitler e il suo regime, basta farne il nome per suscitare espressioni disgustate. Eppure è come se dalla distruzione del colosso nazista, si fossero emanate delle tossine che ci sono entrate nel sangue. Il concetto di vita indegna ci sembra ormai infatti del tutto normale. Lo sentiamo in tv, alla radio, nei giornali. Non passa giorno che non si invochi il diritto di fare una “morte degna”. Chi osa anche solo contestarlo viene immediatamente tacciato di tutti i mali del mondo. Eppure sappiamo tutti da quale cultura ci viene questa espressione.

    A questo punto i ben pensanti e i moralisti, di solito, si stracciano le vesti. Come si osa ricordare che l’eutanasia fu un pilastro portante dell’ideologia nazista? Come si osa paragonarla alla nostra eutanasia, così buona e pietosa? Così rispettosa della volontà individuale?

    Il guaio è che le forme sono diverse, la sostanza è la stessa. La differenza fattuale sta solo nel punto che noi oggi, per sentirci un po’ meglio, vorremmo che all’ingresso delle moderne camere a gas ci fossero dei testamenti biologici da firmare. Ma di fatto si vuole far passare la terminazione dei disabili, solo che questa volta si ha la bontà di chiedere il loro parere. Si passa quindi dal modello in cui la medicina cura i malati, a quello in cui i malati li elimina.

    Chi si scandalizza del paragone con l’eutanasia nazista è un sepolcro imbiancato. Ci sono intellettuali che, con molta più coerenza, ammettono la validità dell’idea di fondo propagandata dal regime pur prendendo le distanze dalle modalità con cui questa è stata applicata. Dicono che dobbiamo liberarci del pregiudizio secondo cui una cosa è sbagliata solo perché l’ha fatta Hitler. È agghiacciante, ma almeno sono coerenti. E soprattutto danno a Cesare quello che è di Cesare, ovvero non negano il legame storico che li lega alla cultura nazista della vita indegna e inutile. Infatti allora lo stato tedesco creò delle categorie per individuare le persone da eliminare. Oggi bastano delle categorie di persone potenzialmente eliminabili. Infatti tra chi afferma – seguendo la Carta dei diritti umani – che la vita umana ha sempre una sua intrinseca, oggettiva ed universale dignità e chi contempla la possibilità di vite indegne, quale dei due è più vicino alla tradizione cristiana\occidentale e quale alla cultura nazionalsocialista e alla concezione precristiana della vita? E poi l’eutanasia nazista non era solo coercitiva, c’era anche quella praticata col libero consenso. Quindi sarebbe onesto riconoscere un proprio debito storico e culturale, visto che il nazismo non solo ha istituzionalizzato l’eutanasia. L’ha anche fornita di una sistematica giustificazione ideologica come mai si era visto prima, fornendoci anche un lessico che è ancora presente fra noi.

    Una certa rivalutazione del nazismo, poi, si trova anche in intellettuali di spicco come Piergiorgio Odifreddi che, nella sua intervista ad Hitler, sostiene che la demonizzazione del nazismo è solo frutto della storiografia dei vincitori. Per cui se fossero stati gli Usa a vincere la guerra, sarebbero diventati loro il simbolo del male. Insomma, il nazismo sembra essere stato un regime come tutti gli altri, colpevole solo di aver perso la guerra. E per questo Odifreddi non disdegna nemmeno malcelati toni antisemiti contro intellettuali come Giorgio Israel. Può sembrare un ritorno al passato, in realtà Odifreddi è semplicemente all’avanguardia.


    Pratica e teoria

    Ma la pratica corrisponde sempre alla teoria? No, per niente. Soprattutto perché la teoria eutanasica è contraddittoria e finisce naturalmente con l’evolversi verso conclusioni non previste, almeno non esplicite. Basta infatti fare un’altra operazione ideologicamente molto sgradita: andare a vedere come stanno le cose nei paesi che hanno legalizzato l’eutanasia da anni. Il bilancio non è molto positivo, visto che è accaduto quello che era ragionevole aspettarsi. Cioè un progressivo scivolamento verso pratiche che all’inizio facevano credere impensabili.

    Infatti, il dibattito che viviamo oggi in Italia c’è stato, ovviamente, in forme analoghe anche in Gran Bretagna e in Olanda e in diversi altri paesi. Tuttavia l’Olanda è l’esempio più significativo perché fu uno dei primi paesi a legalizzare l’eutanasia e ancora oggi c’è un forte consenso della popolazione nei confronti di questa pratica. Dicevamo che il dibattito è stato simile al nostro. Bisognava dare risposta al grido di dolore dei malati terminali, concedendo loro una morte dolce e dignitosa. Ma oggi, è ancora così che stanno le cose?

    Il caso Chabot

    Per nulla. Già dieci anni dopo si ebbe il caso Chabot, un medico che aveva prescritto una dose mortale di farmaci ad una donna per niente ammalata, né fisicamente né psicologicamente. Semplicemente disperava di poter avere di nuovo una vita felice dopo la morte del marito. Cosa accadde a questo dottore? Fu processato e condannato. Ma non per quello che potrebbe sembrare, un caso di omicidio del consenziente. No, solo perché non aveva rispettato il protocollo omettendo di chiedere il parare di un altro dottore. E alla fine fu assolto in appello, cavandosela solo con un ammonimento da parte dell’ordine dei medici. Quindi già dieci anni dopo in Olanda, era venuto meno il principio che voleva l’eutanasia come soluzione estrema per casi estremi di malattia e di infermità.

    Chi avrebbe mai immaginato una cosa del genere? Nessuno, tranne coloro che sono abituati ad andare oltre la propaganda e capire che una volta eliminato un principio fondamentale diventa tutto possibile, e a nulla servono le buone intenzioni. Qual è il punto debole di questa costruzione ideologica, messo così bene in evidenza da questi casi?

    Volendo fare sintesi dei tre riferimenti medici e giuridici che abbiamo esaminato all’inizio (Giuramento di Ippocrate, Costituzione, Carta dei diritti umani) si deduce il principio dell’indisponibilità della vita. Cioè della vita come di un bene indisponibile per lo stesso individuo che non ne può appunto disporne come di una lampada da spegnere con un on\off. Contro questo principio si scagliano i sostenitori dell’eutanasia, opponendovi invece il principio dell’autodeterminazione. La vita è mia e ci faccio quello che voglio senza dover dare conto a nessuno, per farla breve. In realtà si tratta solo di una caricatura della vera libertà, perché quando si vive in società noi non apparteniamo più solo a noi stessi ma facciamo parte di un corpo. Inoltre deleghiamo allo Stato alcuni poteri fondamentali come quello legislativo. Anche il momento della nostra morte, non è socialmente irrilevante. È un po’ anche il motivo per cui non si può andare in giro nudi, pur restando nella piena autodeterminazione del proprio corpo.

    Il pendio

    Ad ogni modo, quando la vita si dichiara bene disponibile, è poi difficile ricreare dei paletti dal nulla. Se è disponibile per i malati, lo deve essere per tutti. È il principio fondamentale dell’eguaglianza dei diritti, una volta riconosciuto il diritto di morire è chiaro che esso deve essere esteso a tutti i cittadini. Questo è il primo passo.

    Il secondo passo riguarda invece la dignità della vita. Ogni ideologia eutanasica nello stato iniziale, sostiene la possibilità che la malattia comprometta talmente la qualità della vita da negarne la dignità umana. Ma quando è che si può parlare di vita umana indegna? Solo quando la ritiene tale il diretto interessato (il malato), rispondono con facilità i fautori dell’eutanasia. Quindi la dignità umana non ha più un valore oggettivo, diventa un fatto soggettivo. Questo vuol dire che quando si vede un disabile per strada, non si può dire se quella sia una persona umana con la sua intrinseca dignità. No, bisogna prima vedere lei che cosa ne pensa. Ma anche qui accade inevitabilmente lo stesso fenomeno. Se noi dichiariamo la vita un bene disponibile, e leghiamo la dignità alla volontà individuale, col tempo la casistica – che inizialmente applicava questi ragionamenti solo ai malati – scomparirà. Assumendo come criterio questo individualismo esasperato, prima o poi avremo persone sane che con diritto chiederanno lo stesso trattamento. Ecco il caso Chabot. Ma casi simili si registrano anche negli altri paesi.    

    Quindi, una volta abbattuto il principio dell’indisponibilità della vita e una volta che si è tolta alla dignità umana consistenza oggettiva, l’eutanasia diventa un diritto di tutti. Questa è la conclusione logica, confermata dall’esperienza. Quindi, presto o tardi, potremmo avere per le nostre strade le cabine del suicidio come quelle disegnate da Matt Groening nel suo cartone Futurama.

    La commissione Remmelink

    Ma il caso olandese offre molti altri spunti di riflessione. Nel 1995 il governo istituì la Commissione Remmelink per fare il punto sulla situazione. Uno dei risultati fu che ogni anno, circa mille pazienti venivano terminati dai medici senza il loro consenso. Ma la stessa Commissione non sembra essersi scandalizzata di questo dato, ritenendolo come qualcosa di fisiologico. E paradossalmente, non avevano tutti i torti. Ad ogni modo, questo vuol dire che in Olanda sono già stati terminati decine di migliaia di malati senza il loro consenso, tutto in pochi anni.

    Da notare poi che teoricamente un medico può essere sempre chiamato a rispondere delle sue azioni, e a volte è effettivamente accaduto. Ma nonostante l’omicidio di decine di migliaia di persone, non si registra neppure una condanna (o almeno io non ne ho notizia). Questo perché i medici olandesi sono una vera e propria corporazione che ha avuto un ruolo fondamentale nell’introduzione dell’eutanasia che quindi è un po’ una loro creatura e si sentono quindi legittimati a gestirla come vogliono loro.

    Una volta che abbiamo ammesso il principio per cui la qualità della vita può compromettere la dignità, facendo così venire meno il baluardo dell’inviolabilità dei diritti fondamentali, chi meglio del medico può valutare? Cose ne possono mai capire le famiglie? E cosa volete che ne sappia quell’ammasso di carne infetta che ormai vive solo per soffrire ed occupare un letto?

    Alcuni notano giustamente che ogni epoca ha la sua classe egemone. Anticamente erano i teologi che comandavano, poi è stata la volta dei filosofi e dei politici. Oggi è il turno dei medici e dei tecnici.

    E in tutto questo cosa ne dice l’opinione pubblica? Poco e nulla, perché le coscienze sono anestetizzate da decenni di propaganda pro-eutanasia. Il verbo dell’autodeterminazione è servito solo per reintrodurre il principio della vita umana indegna. E in effetti molti considerano questa una vera e propria rivincita sulla Storia che aveva visto l’Olanda in prima fila contro l’eugenetica nazista.

    L’eutanasia infantile

    Nei Paesi Bassi, però, si registra un fenomeno ancora più interessante: l’eutanasia infantile. Anche questa una battaglia portata avanti dai medici e che ha portato al Protocollo di Groningen a cui ha lavorato il pediatra Venhagen. Quest’ultimo ha se non altro il dono della chiarezza e spiega molto bene come si sia autoconferito il potere di vita e di morte sui suoi pazienti. Il problema è il seguente: se il diritto alla dolce morte è così importante, come regolarsi con i bambini? Perché lasciarli in una condizione così indegna e senza speranza? Se l’eutanasia forzata verso gli adulti è una pratica consolidata ma che tuttavia si preferisce tenere il più possibile segreta, il problema non si pone per un bambino che non è in grado di prendere decisioni. Si può chiedere il consenso dei genitori, certo. Sempre Venhagen, in realtà, spiega che però il consenso dei genitori è un po’ un impiccio burocratico che serve solo per dare ancora un minimo di continuità con la propaganda pro-eutanasia. In un’intervista a Repubblica dice testualmente che i genitori non sono in grado di decidere, deve essere lui a deliberare la morte. Poi nel caso può pensare di chiedere il parere dei genitori

    Un vergognoso e significativo silenzio

    E l’opinione pubblica? L’Unione Europea? Silenzio quasi totale. E cosa ne pensa invece chi, a livello politico, lotta per la cosiddetta autodeterminazione? Ovviamente accusa di oscurantismo chiunque osi mostrare anche solo perplessità. Ma la cosa degna di nota è un’altra e che sembra confermare la mia teoria. I sostenitori dell’eutanasia in Italia vanno dicendo che bisogna imitare l’Olanda, che l’Italia si deve vergognare per come tratta i malati. Ma non dicono mai che è assolutamente necessario introdurre cose come l’eutanasia infantile. Bisogna obbligarli a parlarne. Questo perché loro sanno benissimo che tutte queste cose sono sviluppi inevitabili della loro ideologia, ma sanno che nella prima fase della propaganda (quale è in Italia) bisogna prima creare un clima favorevole al ritorno del concetto di vita indegna con la rassicurante idea dell’autodeterminazione. Poi il resto verrà col tempo, in maniera spontanea.

    E in effetti nei paesi dove l’eutanasia è legale da più tempo, si regista un disprezzo per la vita altrimenti inspiegabile. Gli esempi che si possono fare sono tanti. In questi giorni è venuto alla luce il caso inglese di Kerrie che ha deciso di togliersi la vita per l’impossibilità di avere figli. Però ha voluto essere soccorsa dai medici solo per la terapia del dolore. E in effetti i medici l’hanno guardata morire per rispettare la sua volontà. Questo vuol dire che in Gran Bretagna il suicidio assistito è un diritto esigibile dalle strutture sanitarie, e anche qui non c’è più traccia delle famose malattie terminali e invalidanti.

    Un altro caso inglese che ha fatto scalpore, è stato quello di un bambino di un anno con un cervello perfettamente funzionante ma con l’handicap di non potersi muovere e di un respiratore. Medici e genitori hanno stabilito che la sua non poteva che essere una vita triste e misera – testuali parole – che in sostanza non era degna di essere vissuta. Conclusione: hanno staccato il respiratore e lo hanno lasciato morire asfissiato. Così, anche in Gran Bretagna, l’eutanasia ha aperto la porta all’eliminazione delle “vite indegne”.

    È chiaro che in questi paesi si è già diffusa l’idea che piano piano si sta facendo strada anche da noi. Ovvero che è accettabile eliminare la malattia e la sofferenza eliminando i malati stessi. Anche i medici olandesi si dichiarano in maggioranza onorati di porre fine alle sofferenze dei bambini. Questo vuol dire che loro non vivono l’eutanasia nemmeno come una sconfitta, semplicemente loro erogano vita e morte allo stesso modo. Come se la morte si trattasse di una normale terapia.

    La Clinica della morte, Dignitas

    Negli ultimi tempi è balzata agli onori della cronaca anche una clinica tutta particolare, la Dignitas. È una clinica che si occupa di suicidio assistito per le persone che lo richiedano, senza mettersi a indagare troppo sulle ragioni. Il suo direttore, Minelli, esalta senza remore il suicidio come una magnifica opportunità per fuggire dalla sofferenza. Ma qui ormai non si tratta nemmeno più lontanamente del dolore di una malattia terminale e inguaribile. Infatti questo signore crede suo dovere “aiutare” anche i vedovi se si sentono troppo soli. Un’iniziativa lodevole, se aiutare non volesse dire sopprimere invece di provare magari a far loro un po’ di compagnia.

    Ed è così che Dignitas ha già “aiutato” tante persone per i più svariati motivi e con le tecniche più fantasiose. È una clinica che opera in Svizzera col beneplacito della legge, incontrando talvolta solo resistenze occasionali e di motivo tecnico. Infatti è stata costretta diverse volte a lasciare gli appartamenti e gli alberghi in cui operava, perché la gente era stanca del continuo via vai di cadaveri.

    Infine, c’è un’altra cosa da chiarire. L’Olanda è una democrazia, non una dittatura come quella nazista. I dissidenti non vengono fatti tacere, sono semplicemente inascoltati. Solo che il popolo tedesco, ripetiamo, nonostante la martellante propaganda obbligò Hitler, in un paese sotto dittatura, a cambiare strategia. Invece noi, nell’Europa di oggi libera e democratica, nemmeno ci permettiamo di protestare. Infatti a livello internazionale non esistono azioni di protesta degne di nota. Questo vuol dire che forse la propaganda è ancora più subdola di quella nazista. Un esempio è il sopra citato articolo di Repubblica che presenta l’eugenetica di Venhagen con i tratti rassicuranti tipici dei filmini girati dai nazisti. La clinica della morte è un posto dove tutti sorridono. Dove non si usa la parola “uccidere”, dove si terminano le persone per il loro bene. Non una dittatura, non un paese in guerra. Semplicemente un paese impregnato della cultura della morte. Tanto che gli anziani sono terrorizzati e molti non vanno in ospedale per paura di essere un po’ troppo “aiutati”.

    Inoltre è bene ribadire che tutti i successivi sviluppi dell’eutanasia olandese non sono deformazioni (come qualcuno vorrebbe far credere), bensì la logica conseguenza di un’ideologia spiegata solo in parte. Sviluppi che condivide anche chi lotta per introdurre l’eutanasia italiana e che infatti si guarda bene dal criticare la via olandese o la Dignitas, difese anzi a spada tratta.

    Ovviamente, non mancava chi all’inizio diceva che così si sarebbe andati a finire. Chi osava fare una previsione così logica e poi così dimostrata dai fatti, veniva bollato come un pazzo visionario. Eppure per una cosa così clamorosa, come sempre, non c’è nessuno degli accusatori di allora che si sogni di fare autocritica. Ne sono nate due strategie differenti. Parte degli accusatori di allora si sono semplicemente convertiti alle successive evoluzioni dell’eutanasia, fingendo di non averle mai negate. L’altra parte nemmeno ammette di avere sbagliato, si nasconde dietro più o meno velate critiche all’Olanda. Dicono che per fede dobbiamo credere che in Italia questo non accadrà, come se il bel paese potesse resistere per sempre contro tutto il mondo. Paradossalmente poi questi sono spesso anche quelli malati di esterofilia, per cui tutto ciò che viene dall’estero è bello e morale.

     

    Conclusioni

    Nel corso di questa piccola inchiesta, ho parlato spesso di ideologia. Nel caso dell’Italia forse è ancora più evidente. Infatti il nostro è un paese dove ci sono migliaia e migliaia di ammalati che sono semi-abbandonati. Molto spesso ricevono una pensione di invalidità minima (e sono spesso capofamiglia) e l’assistenza è ridotta al lumicino. Questo non perché ci sia una esplicita volontà di abbandonarli, semplicemente mancano i finanziamenti. Ma è una realtà molto ben nascosta anche dai media che quando trovano il malato che invoca il diritto di morire, ci si soffermano per giorni e giorni nella forma di una pervasiva propaganda. Quando invece si tratta di malati che chiedono il diritto di vivere, la cosa sembra essere meno interessante. Ma questo forse non accade per caso.

    Diritto di morire, ma non di vivere

    Infatti, se agli ideologi dell’eutanasia importasse davvero qualcosa della sofferenza e se la loro non fosse appunto un’ideologia ma avesse un briciolo di razionalità, lotterebbero prima per assicurare il massimo dell’assistenza a queste persone. Poi forse penserebbero all’eutanasia. Invece accade l’esatto contrario. Prima si assicurano che i malati vengano abbandonati a se stessi per gettarli nella disperazione insieme alle loro famiglie, e questo mentre diffondono la cultura di morte che individua nel malato una persona potenzialmente indegna e quindi eliminabile. Perciò è molto raro vedere questi ideologi lottare concretamente e in prima linea per l’assistenza di queste persone. Sanno bene che in una società dove il malato non è un peso, con una medicina che combatte la sofferenza e non il sofferente, dove queste persone possono sentirsi amate e accudite non solo dalle loro famiglie ma anche da uno stato che metta a disposizione tutto l’aiuto possibile, le richieste di eutanasia crollerebbero in quantità e intensità. Rischierebbero cioè di prosciugare il loro bacino di consenso principale. È tutto sommato conveniente che in Italia i malati terminali continuino ad essere praticamente dei morti che camminano.

    Infatti oggi la tecnologia permette anche a persone gravemente malate come Stephen Hawking, uno dei più grandi astrofisici viventi, di spostarsi autonomamente, di comunicare, di fare ricerca, tenere lezioni. Quindi i nostri malati andrebbero forniti di sintetizzatori, carrozzine elettriche e superaccessoriate. Ma di questo non si può parlare. Non si può intavolare un dibattito pubblico su questi temi, siamo già troppo impegnati ad assicurare loro il “diritto” di morire. Del loro diritto di vivere ci occuperemo poi, forse. Cioè mai. Anche se così si verrebbe incontro a una buona parte di quelle persone che vorrebbero inserire nelle categorie della morte.

    Un’altra prova è forse ancora più chiara. Solo in questi giorni l’Italia ha forse eliminato il gap che la divideva dagli altri paesi europei quanto a cure palliative per i malati terminali. Eppure tutta la propaganda eutanasica ha insistito pochissimo su questo punto, al contrario per esempio della annuale Giornata mondiale del malato (istituita da Giovanni Paolo II nel lontano 1992).

    Ma l’ideologia eutanasica dimostra la sua vera natura anche per la fallacità dei concetti che ha ormai inculcato in molte persone che si prodigano nella loro pedissequa ripetizione, senza che sia possibile far loro assumere una dimensione critica. Li ho già trovati nel corso della trattazione, è utile considerarli insieme e in maniera sintetica.

    Ci viene ripetuto fino alla noia che nessuno vuole eliminare i disabili, si vuole solo dare loro la possibilità di autoeliminarsi. Ma, uscendo dalla retorica, rimane il dato sostanziale che i nostri paesi diverranno dei posti dove si attuerà probabilmente l’eliminazione di massa dei disabili, per quanto consensuale. Ma questo cosiddetto “consenso” che valore finisce con l’assumere in società, come quella olandese, dove la morte da evento naturale viene promosso a quotidiano atto amministrativo? A riguardo è molto interessante l’opinione di Hirsch Ballin, ex-ministro della giustizia olandese, espressa diversi anni fa:

    Ma sono tuttora convinto che stabilire un diritto all' eutanasia, stabilire l' eutanasia come normalità , come regola e non come eccezione alla regola, avrebbe effetti pericolosi: metterebbe a rischio i diritti di chi soffre. Soprattutto in una società  come la nostra, in cui competitivita' e materialismo determinano il valore dell' individuo. Il malato, sentendosi improduttivo e magari di ostacolo agli altri,  potrebbe essere indotto a chiedere la morte.

    Questa è l’opinione di uno che all’eutanasia ha lavorato attivamente. Cioè il consenso per essere davvero tale al di là di ogni ragionevole dubbio, dovrebbe essere contestualizzato in una società del tutto opposta alla nostra (e soprattutto dove i malati non vengono abbandonati). Ma questo gli ideologici dell’eutanasia non lo sanno o non lo dicono, pensano che per applicare l’eutanasia tal quale esce dalle loro menti basti una legge.

    Le categorie della morte

    Ballin dice quindi una grande verità. Vogliono farci credere che l’autodeterminazione sia una libertà in più che non può in alcun modo ledere la libertà degli altri. Certo, ma in un mondo utopico. In realtà è il principio stesso che contiene questo pericolo. Come si fa a dichiarare pubblicamente che abbiamo eliminato quella persona perché affetta da quella data malattia che la privava di dignità, senza per questo tangere – anche senza volerlo – la dignità di tutte le altre persone che hanno quella malattia? Come negare che esse, facendo parte delle “categorie della morte”, perdano il loro status di persone umane ineluttabilmente degne per diventare persone potenzialmente indegne? L’autodeterminazione in queste forme, quella che riguarda solo le scelte individuali e mai gli altri, ci impedirà di vedere un disabile per strada e di considerarlo automaticamente persona degna, in base alla Carta dei diritti fondamentali. No, bisognerà vedere prima lei che cose ne pensi.

    Cosa ne direbbe l’Arcigay, se alla Dignitas offrissero cocktail mortali ai gay depressi e insoddisfatti della loro vita? Se aiutassero a morire persone che magari sono state convinte di essere malate in quanto omosessuali? Sarebbe sufficiente l’escamotage del finto individualismo? Sì, aiutiamo a uccidersi quel gay perché a suo dire l’omosessualità lo priva della dignità, però questo non ha assolutamente niente a che fare con tutti gli altri gay. No, io direi proprio che non funzionerebbe.

    E queste categorie poi, chi le stabilisce? Chi stabilisce che una tale malattia è passibile di morte e un’altra no? Gli stessi che accusano gli oppositori dell’eutanasia di voler imporre la loro etica. Come se lo scegliere quali persone possono accedere al diritto che loro hanno individuato, in barba a tutti i fondamenti giuridici, non sia una forma di discriminazione (che infatti verrà meno col tempo, come insegna l’esperienza).

    Questo per quanto riguarda i malati, ma c’è anche un livello più generale. Nel momento in cui si contempla giuridicamente la possibilità di riconoscere vite umane indegne che quindi rinunciano al loro diritto alla vita, viene meno il già citato articolo dei diritti umani. Quindi non è per niente una questione individuale e basta, si tratta di relativizzare la dignità umana. E quindi questo riguarda tutti. Cioè il diritto di morire lede in maniera così generalizzata i diritti di tutti, da non sembrarlo.

    I registi di un’ideologia

    In conclusione, è bene almeno accennare sui personaggi che tengono le fila di questi dibattiti. Conoscerli bene, vuol dire capire i veri obiettivi. Pochi sanno che uno dei maggiori sostenitori internazionali dell’eutanasia è Peter Singer, uno dei più grandi bioeticisti dei nostri tempi. Un signore che scrive libri, tiene conferenze in giro il mondo, amato e venerato. Tanto da essere scelto come consigliere di bioetica dal governo Zapatero. Ma questo signore sostiene che un porco sano vale più di una bambina malata. Dice chi i bambini non sono persone, e che prima di considerali umani a tutti gli effetti ci vuole un periodo di osservazione per assicurarsi che siano perfetti. Sostanzialmente lui e tutti quelli della sua risma, vedono i diritti umani come una sgradita eredità della cultura cristiana. Da qui si spiega l’attacco sferrato al cuore dei diritti umani, in quella dignità che deve essere svuotata di oggettività e universalità. Infatti sempre Singer sostiene che la vita umana non ha il grande valore che crediamo, ad avere valore è il progetto di vita che ognuno di noi ha. Gran parte dell’ideologia eutanasica viene da queste persone, opportunamente rielaborata da media e politici conniventi che la spiattellano nelle forme del pietismo e dell’autodeterminazione. Ma ovviamente a uno come Peter Singer non può importare molto della sofferenza dei malati (almeno non più di quella di un maiale), quella è solo un’occasione per aprire un varco nella dottrina dei diritti umani. Che si tratti poi di reazione sentimentale e non razionale, poco importa. Perché loro sanno che quella breccia si aprirà progressivamente con i colpi delle loro picconate, fino a quando non cadrà tutto l’edificio faticosamente costruito negli ultimi due millenni e rigenerato dalla sconfitta del nazismo.

    Perché questa volta non ci sarà una guerra, troppo rumorosa. La loro è una guerra psicologica e silenziosa volta a due obiettivi nemmeno tanto nascosti. Primo, la rinuncia della dignità umana, apparentemente almeno a come la abbiamo conosciuta fino ad oggi. Secondo, la fine del bando dell’omicidio in tutte le sue forme. Deve essere loro riconosciuto il diritto di uccidere le persone indegne, anche se all’inizio in forme limitate. Ma l’importante è che venga meno il principio mosaico del “Non uccidere” che ha la colpa di disconoscere allo stato e alla società il diritto di disporre della vita altrui. Una volta abolito questo ultimo tabù, i cosiddetti abusi verrano inevitabilmente perchè verrà attribuito - alla società, ai medici, allo stato e quant'altro- un potere enorme che non dovrebbero mai avere. E l'illusione dell'autoeliminazione non servià a molto, perchè nei fatti saranno loro ad eliminare.

    E questa volta quello che vogliono non se lo prenderanno con la forza, lo esigono come qualcosa di dovuto. Noi dobbiamo spontaneamente rinunciare ad una cosa fondamentale come la dignità umana. È un patto col diavolo al quale non ci può sottrarre: noi offriamo loro in sacrificio la dignità umana e questi ideologi in cambio ci offrono la promessa illusoria di una vita – e una morte – senza sofferenza. Chi nutre perplessità, deve essere convinto di essere una persona cattiva e così deve essere pubblicamente additato. Così l’Occidente rischia di vendersi l’anima per poco, come Esaù che vendette la sua primogenitura per un piatto di lenticchie senza credere di farlo sul serio. Poi però non si torna più indietro.

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    Eutanasia olandese

    La croce e la svastica - L'eliminazione delle "vite inutili"

    Morte a comando. Purché sia salva la forma




    November 25

    Il giallo delle email rubate


    «Sul clima dati falsificati»

    Hacker vìola un archivio. E scopre i trucchi degli scienziati. Scettici contro catastrofisti

    DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
    WASHINGTON
    Gli scet­tici sul riscaldamento del cli­ma sono in piena euforia. Convinti di aver colto con le mani nella marmellata i profe­ti di sciagure e gli sciamani del global warming. In pieno negoziato per non far fallire il vertice di dicembre a Co­penhagen, lo scandalo dei da­ti ritoccati rivelato ieri dal New York Times fa riesplode­re la disputa pubblica sui dan­ni veri o presunti causati dai gas serra alla sostenibilità cli­matica del pianeta. Gridano alla truffa i negazionisti, ri­spondono con uguale vee­menza i teorici della responsa­bilità umana, invocando l’enorme quantità di dati a so­stegno delle lo­ro tesi. Qualche dub­bio sulla qualità della ricerca ri­mane. Soprat­tutto ora, che centinaia di e-mail, rubate da pirati telema­tici dai compu­ter della Univer­sity of East An­glia, in Gran Bretagna, rivela­no che autorevo­li ricercatori e scienziati inglesi e americani hanno spesso «forzato» e in qualche caso alterato i dati in loro possesso, per combatte­re gli argomenti degli scetti­ci, concordando vere e pro­prie strategie di comunicazio­ne per convincere l’opinione pubblica. Non mancano nella corposa corrispondenza riferi­menti derisori e insulti perso­nali a quanti mettono in dub­bio la tesi del global war­ming, che uno degli autori delle mail definisce «idioti». «Questa non è una pistola fumante, è un fungo atomi­co », ha detto al quotidiano newyorkese Patrick Micha­els, un esperto climatico che da tempo accusa il fronte del surriscaldamento di non pro­durre prove certe e dati con­vincenti a sostegno delle tesi catastrofiste.

    LA SCOPERTA - La scoperta dell’incursione è avvenuta martedì scorso, dopo che gli hackers erano penetrati nel server di un al­tro sito, un blog gestito dallo scienziato della Nasa Gavin Schmidt, dove hanno comin­ciato a scaricare i file degli scambi di posta elettronica tra questi e gli studiosi di East Anglia. Due giorni dopo, le prime mail hanno comin­ciato ad essere pubblicate su The Air Vent, un sito dedicato agli argomenti degli scettici. La polizia ha aperto un’indagi­ne, anche se i primi dubbi sul­l’autenticità della posta sono stati sciolti dagli stessi scien­ziati anglo-americani, che hanno confermato di essere gli autori. «Il fatto è che in questo mo­mento non possiamo dare una spiegazione alla mancan­za di riscaldamento ed è una finzione che non possiamo permetterci», scriveva poco più di un mese fa Kevin Tren­berth, del National Center for Atmospheric Research di Boulder, in Colorado, in una discussione sulle recenti va­riazioni atipiche della tempe­ratura. Ancora, nel 1999, Phil Jones, ricercatore della Clima­te Unit a East Anglia, ammet­teva in un messaggio al colle­ga Michael Mann, della Penn­sylvania State University, di aver usato un «trick», un ac­corgimento per «nascondere il declino» registrato in alcu­ne serie di temperature dal 1981 in poi.

    GIUSTIFICAZIONI - Mann ha cercato di sminuire il significato del termine trick, spiegando che è parola spesso usata dagli scienziati per riferirsi a «un buon modo di risolvere un de­terminato problema» e non indica una manipolazione. Nel caso specifico, erano in discussione due serie di dati, una che mostrava gli effetti delle variazioni di temperatu­ra sui cerchi dei tronchi degli alberi, l’altra che considerava l’andamento delle temperatu­re atmosferiche negli ultimi 100 anni. Nel caso dei cerchi degli alberi, l’aumento della temperatura non è più dimo­strato dal 1960 in poi, mentre i termometri hanno continua­to a farlo fino a oggi. Mann ha ammesso che i dati degli alberi non sono stati più im­piegati per individuare la va­riazioni, ma che «questo non è mai stato un segreto». Secondo Trenberth, le e-mail in realtà mostrano «l’integrità sostanziale della nostra ricerca». Ma per Patri­ck Michaels, lo scandalo rive­la l’atteggiamento fondamen­talista dei teorici del global warming, «pronti a violare le regole, pur di screditare e danneggiare seriamente la re­putazione di chi vuole solo un onesto dibattito scientifi­co ».

    Paolo Valentino
    22 novembre 2009

    Corriere della Sera

    Come riscaldare un mondo che forse si sta raffreddando


    di Gianfranco Bangone

    Fuga di notizie.  Finiscono in rete migliaia di mail trafugate da un server dell'Università dell'East Anglia. A leggerle sembrerebbe che i dati sul global warming siano stati “addomesticati” o quantomeno che siano stati ignorati («dieci anni con temperature relativamente stabili») quelli che non lo confermavano.


    Un migliaio di mail vengono trafugate da un server dell'Università della East Anglia e finiscono in rete. È la corrispondenza fra alcuni ricercatori che hanno contribuito a provare l'aumento delle temperature degli ultimi decenni e il loro lavoro è alla base dei Rapporti dell'Agenzia delle Nazioni Unite per i mutamenti climatici. Nelle mail rese pubbliche c'è di tutto: espedienti per aggiustare i dati che confermino il riscaldamento, proposte per minare la credibilità dei propri avversari e occultare i dati più scomodi.

    Il grafico che vedete in questa pagina è forse il più famoso di tutti i tempi e si è meritato il nome di “hockey stick” (o mazza da hockey). Rappresenta i valori di temperatura dell’ultimo millennio ed è la prova più citata a sostegno della tesi sul contributo delle attività antropiche al riscaldamento globale. La ricostruzione è stata pubblicata nel 1998 e gli autori sono tre climatologi: Michael Mann, Raymond Bradley e Malcom Hughes.

    Il grafico assume un significato politico assoluto nel 2001 quando diventa l’architrave del terzo Rapporto dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i mutamenti climatici (Ipcc), oltre a figurare in centinaia di documenti istituzionali e politici che sostengono la necessità di tagliare drasticamente le emissioni di gas serra. Va precisato che l’andamento delle temperature indicate nel grafico è una ricostruzione che utilizza varie fonti di dati: misuriamo le temperature a partire dal 1850, per cui per ricostruire quelle precedenti si è dovuto ricorrere ai cosiddetti proxy, ovvero a temperature ricavate dagli anelli degli alberi o a microrganismi contenuti nei sedimenti lacustri e marini. Ma al di là dei tecnicismi, resta il fatto che la ricostruzione di Mann e colleghi dimostra un andamento pressoché piatto delle temperature fra l’anno 1000 e gli inizi del secolo scorso, dopo di che sale inesorabilmente con una curva molto ripida. È quindi un segno evidente che le attività umane sono responsabili, attraverso le emissioni di gas di serra, di questo precipitoso aumento. Da un punto di vista strettamente politico è la pezza d’appoggio scientifica che giustifica il Protocollo di Kyoto e qualsiasi altro programma di mitigazione seguirà.

    La controversia sulla solidità di questa ricostruzione inizia nel 2003 quando un consulente minerario canadese, Stephen McIntyre, la sfida apertamente sostenendo che è viziata da artefatti dovuti a calcoli sbagliati e a dati inaffidabili.

    Negli anni che seguono si scatenerà un inteso dibattito con decine di lavori pubblicati pro o contro, contesa destinata restare nell’ambito degli addetti ai lavori. Si occuperanno del caso molte istituzioni accademiche fra cui il National Research Council e la National Academy of Sciences statunitense oltre a un sottocomitato del Senato americano ed associazioni disciplinari. Il gruppo originario del 1998 nel frattempo recluta altri ricercatori, viene ribattezzato “The Team” e diventa l’anima “tecnica” del gruppo di esperti dell’Ipcc che realizza la parte scientifica del rapporto redatto ogni quattro anni dall’agenzia dell’Onu. Insomma parliamo di climatologi sulla cresta dell’onda che pubblicano su riviste a grande fattore di impatto e hanno un peso notevolissimo anche nell’influenzare le politiche nazionali sulla mitigazione del clima. Ora però la credibilità di questo gruppo è duramente messa alla prova dalla pubblicazione di un migliaio di mail, che un hacker avrebbe trafugato dal server dell’Università della East Anglia in Gran Bretagna. Anche se l’ipotesi più probabile è che sia stato un ricercatore del gruppo, e non un hacker, a trafugare la documentazione.

    Il materiale “piratato” è stato appoggiato su un server russo dove generalmente il popolo della rete si collega per scaricare gratuitamente programmi craccati. Più di mille mail sono oggi disponibili e alcune lasciano sospettare una vera e propria cospirazione per minare la credibilità delle riviste che hanno pubblicato i lavori degli avversari. In un primo momento queste mail sono state definite apocrife, ma siccome potevano diventare un boomerang molti ricercatori chiamati in causa hanno preferito ammettere che sono vere. È noto da diversi anni, ad esempio, che la temperatura in questo momento non è in crescita, così un ricercatore scrive in una mail: «Sì, non è molto più alta del 1998 e tutto questo mi preoccupa… c’è la possibilità di avere davanti un periodo lungo una decina d’anni con temperature relativamente stabili… forse posso tagliare gli ultimi punti sulla curva prima del mio intervento».

    Nel 2008 il solito McIntyre inoltra una domanda utilizzando il Freedom Information Act, un provvedimento che garantisce il libero accesso a dati governativi o istituzionali se non attengono alla sicurezza nazionale. La notizia si sparge e immediatamente dopo c’è un fitto scambio di missive in cui si chiede di cancellare la corrispondenza sull’argomento. Ma questo è il meno, le mail più preoccupanti - e sono decine - sono quelle che indicano i modi per aggiustare i dati che non convergono con l’interpretazione del Team.

    Questa patata bollente arriva in una fase abbastanza delicata: da una parte manca poco al meeting di Copenaghen dove si discuterà di un Kyoto II che ha già un bel po’ di guai, dall’altra diversi gruppi scientifici stanno lavorando al prossimo rapporto dell’Ipcc dove non si potranno truccare le carte come in passato. Un altro nodo sarà il comportamento delle riviste scientifiche che hanno pubblicato i lavori “addomesticati” e che ora riceveranno non poche contestazioni. Lo scandalo è certamente di enorme portata perché solleva molti dubbi sull’onesta scientifica del gruppo più influente del settore, ma siccome questi ricercatori hanno lavorato con finanziamenti pubblici c’è anche il rischio che si apra una inchiesta federale.


    Il Riformista


    Sulla nutrizione assistita

     

    Uno dei punti più discussi della legge sul testamento biologico, è la possibilità di sospendere la nutrizione assistita ai pazienti. Anche io mi sono molto interrogato su questo argomento, fino a quando non ho trovato questo documento del Comitato di bioetica che oggi vi propongo.

    Tutto ruota intorno all’articolo 32 della Costituzione, indebitamente usato anche da diverse sentenze per far passare l’eutanasia passiva. In realtà con certe sentenze, come quella su Eluana Englaro, si è andati evidentemente contro le intenzioni del Legislatore; altrimenti si dovrebbe ammettere che in Italia esista l’eutanasia passiva da più di cinquanta anni, senza che però nessuno ne se sia mai accorto.

    L’articolo 32 sancisce il diritto di rifiutare i trattamenti sanitari. Il problema è che cosa si debba intendere esattamente con questa espressione. Recentemente si tende a darne un significato letterale, trattamento sanitario sarebbe ogni atto praticato da personale sanitario. Ma con questa definizione così larga, anche l’infermiera che imbocca un bambino o un anziano entra a far parte dei trattamenti sanitari (rifiutabili anche questi?). Ma per imboccare una persona non ci vuole una particolare competenza, quindi considerarlo un atto sanitario vuol dire svalutare l’attività di medici e infermiere. Se quello è un trattamento sanitario, allora tutti sono in grado di compiere questi trattamenti. Però non ha molto senso, se non si vuole svalutare a tal punto la scienza medica.

    In realtà, l’infermiera che imbocca un paziente non autosufficiente, per qualsiasi motivo, si sta solo occupando del supporto vitale. Lo sta curando ma nel senso più ampio del termine, di un essere umano che si prende cura di un suo simile. L’infermiera entra nella specificità delle sue mansioni quando somministra i medicamenti, le medicine ecc…non quando si occupa di alimentazione e idratazione che sono bisogni primari per tutti, sani e malati.

    Quindi l’espressione di “trattamento sanitario” andrebbe riportata al suo significato originario, ovvero a quei trattamenti che solo il personale qualificato è autorizzato a mettere in atto. In sostanza, agli atti medici. Adesso, la medicina non serve per sfamare gli affamati, serve per curare gli ammalati. L’atto medico è quindi un atto che ha un fine terapeutico. Parlare di trattamento sanitario ha senso solo se si tiene presente questa finalità terapeutica.

    Se il trattamento sanitario è l’atto medico propriamente detto (e non tutto quello che il medico può fare come tutti gli altri), e se l’atto medico è la terapia, ne consegue che è la terapia a poter essere rifiutata.

    La nutrizione può in qualche modo configurarsi come una terapia? La terapia però, per essere tale, è il trattamento che mira alla guarigione contro una malattia. La nutrizione, invece, non ha nessun fine terapeutico, ha semplicemente come scopo il sostegno dell’organismo. Infatti rifiutare una terapia, comporta la morte per malattia. Rifiutare l’alimentazione, comporta invece la morte per inedia. La morte per fame e sete, ma secondo le convenzioni internazionali pane e acqua non si possono rifiutare a nessuno.

    Il modo in cui avviene la nutrizione non ha grande rilevanza. Anche se avviene per vie artificiali e necessita dell’intervento medico, questo non basta per definirlo un atto medico. Se è vero che ha bisogno di precise conoscenze scientifiche, è vero anche che manca del contenuto principale ovvero della finalità terapeutica. La nutrizione artificiale potrebbe essere definita un atto medico nella forma, ma non nella sostanza. Infatti poi è una pratica facilmente gestibile anche a casa, con somministrazione anche di cibo normale purchè frullato.

    Si tratta quindi un atto pratico con cui la società tutta si prende cura degli individui disabili e non autosufficienti. Rifiutare la nutrizione non equivale al rifiuto di una terapia. La richiesta non è di lasciare che la malattia faccia il suo corso, la richiesta è di privarsi del supporto vitale necessario per vivere. Si configura pertanto come un vero e proprio suicidio assistito, che però è ancora espressamente vietato nel codice penale. Per questo il comitato nazionale per la bioetica ha, nel 2005, individuato nella nutrizione un atto eticamente dovuto. È un testo molto interessante che merita di essere letto tutto, anche le obiezioni dei membri che non lo hanno votato ma che – anche se spesso pertinenti – a mio parere non affrontano il nodo principale della questione.

     

    L’ALIMENTAZIONE E L’IDRATAZIONE DI PAZIENTI

    IN STATO VEGETATIVO PERSISTENTE

     

    TESTO APPROVATO

    NELLA SEDUTA PLENARIA DEL 30 SETTEMBRE 2005

     

    1. Di recente l’opinione pubblica mondiale è stata profondamente scossa dalla storia di una donna vissuta per quindici anni in stato vegetativo e lasciata morire a seguito della decisione di un giudice che ha autorizzato la richiesta del marito (contro il parere dei genitori) a staccare il tubo dell’alimentazione dal quale dipendeva la vita della donna. Considerato il cospicuo numero di persone che, anche in Italia, si trovano a vivere nel cosiddetto stato vegetativo persistente (SVP); considerata altresì la controversia in atto sul considerare o no trattamento medico e/o accanimento terapeutico la nutrizione e idratazione con sondino o con enterogastrostomia percutanea (PEG), il CNB ritiene utile ribadire in proposito alcuni principi bioetici fondamentali.

    2. Con l’espressione stato vegetativo persistente (un tempo denominato coma vigile) si indica un quadro clinico (derivante da compromissione neurologica grave) caratterizzato da un apparente stato di vigilanza senza coscienza, con occhi aperti, frequenti movimenti afinalistici di masticazione, attività motoria degli arti limitata a riflessi di retrazione agli stimoli nocicettivi senza movimenti finalistici. I pazienti in SVP talora sorridono senza apparente motivo; gli occhi e il capo possono ruotare verso suoni e oggetti in movimento, senza fissazione dello sguardo. La vocalizzazione, se presente, consiste in suoni incomprensibili; sono presenti spasticità, contratture, incontinenza urinaria e fecale. Le funzioni cardiocircolatorie e respiratorie sono conservate e il paziente non necessita di sostegni strumentali. E’ conservata anche la funzione gastro-intestinale, anche se il paziente è incapace di nutrirsi per bocca a causa di disfunzioni gravi a carico della masticazione e della deglutizione. Se è vero che alcuni malati terminali possono diventare malati in SVP, è pur vero che le persone in SVP non sono sempre malati terminali (potendo sopravvivere per anni se opportunamente assistite). Non è corretto nemmeno associare la condizione dello SVP al coma: lo stato comatoso è infatti privo di veglia, mentre le persone in SVP, pur senza offrire chiari segni esteriori di coscienza, alternano fasi di sonno e fasi di veglia. Il problema bioetico centrale è costituito dallo stato di dipendenza dagli altri: si tratta di persone che per sopravvivere necessitano delle stesse cose di cui necessita ogni essere umano (acqua, cibo, riscaldamento, pulizia e movimento), ma che non sono in grado di provvedervi autonomamente, avendo bisogno di essere aiutate, sostenute ed accudite in tutte le loro funzioni, anche le più elementari. Ciò che va rimarcato con forza è che le persone in SVP non necessitano di norma di tecnologie sofisticate, costose e di difficile accesso; ciò di cui hanno bisogno, per vivere, è la cura, intesa non solo nel senso di terapia, ma anche e soprattutto di care: esse hanno il diritto di essere accudite. In questo senso si può dire che le persone in SVP richiedono un’assistenza ad alto e a volte altissimo contenuto umano, ma a modesto contenuto tecnologico.

    3. Non c’è dubbio che l’ingresso nello SVP sia un evento tragico e che ancor più tragica sia la permanenza (per una durata di tempo difficilmente prevedibile) in tale stato. Ma non c’è nemmeno il dubbio che la tragicità, per quanto estrema, di uno stato patologico, quale indubbiamente va ritenuto lo SVP, possa alterare minimamente la dignità delle persone affette e la pienezza dei loro diritti: non è quindi possibile giustificare in alcun modo non solo la negazione, ma nemmeno un affievolimento del diritto alla cura, di cui godono al pari di ogni altro essere umano. Non bisogna infatti dimenticare che non sono né la qualità della patologia né la probabilità della sua guarigione a giustificare la cura: questa trova la sua ragion sufficiente esclusivamente nel bisogno che il malato, come soggetto debole, ha di essere accudito ed eventualmente sottoposto a terapia medica. E’ peraltro intuizione comune, bioeticamente ben argomentabile, che quanto maggiore è la debolezza del paziente, tanto maggiore sia il dovere etico e giuridico di prendersi cura di lui, che grava sia sul sistema sanitario, sui suoi familiari e su ogni singolo individuo, che ne abbia la capacità e la possibilità. E’ opinione del CNB che qualora la famiglia fosse disponibile ad assistere a domicilio il paziente in SVP sia dovere delle istituzioni supportarne per quanto possibile gli oneri economici e assistenziali.

    4. Per giustificare bioeticamente il fondamento e i limiti del diritto alla cura e all’accudimento nei confronti delle persone in SVP, va quindi ricordato che ciò che va loro garantito è il sostentamento ordinario di base: la nutrizione e l’idratazione, sia che siano fornite per vie naturali che per vie non naturali o artificiali. Nutrizione e idratazione vanno considerati atti dovuti eticamente (oltre che deontologicamente e giuridicamente) in quanto indispensabili per garantire le condizioni fisiologiche di base per vivere (garantendo la sopravvivenza, togliendo i sintomi di fame e sete, riducendo i rischi di infezioni dovute a deficit nutrizionale e ad immobilità). Anche quando l’alimentazione e l’idratazione devono essere forniti da altre persone ai pazienti in SVP per via artificiale, ci sono ragionevoli dubbi che tali atti possano essere considerati “atti medici” o “trattamenti medici” in senso proprio, analogamente ad altre terapie di supporto vitale, quali, ad esempio, la ventilazione meccanica. Acqua e cibo non diventano infatti una terapia medica soltanto perché vengono somministrati per via artificiale; si tratta di una procedura che (pur richiedendo indubbiamente una attenta scelta e valutazione preliminare del medico), a parte il piccolo intervento iniziale, è gestibile e sorvegliabile anche dagli stessi familiari del paziente (non essendo indispensabile la ospedalizzazione). Si tratta di una procedura che, rispettando condizioni minime (la detersione, il controllo della postura), risulta essere ben tollerata, gestibile a domicilio da personale non esperto con opportuna preparazione (lo dimostra il fatto che pazienti non in SVP possono essere nutriti con tale metodo senza che ciò impedisca loro una vita di relazione quotidiana). Procedure assistenziali non costituiscono atti medici solo per il fatto che sono messe in atto inizialmente e monitorate periodicamente da operatori sanitari. La modalità di assunzione o somministrazione degli elementi per il sostentamento vitale (fluidi, nutrienti) non rileva dal punto di vista bioetico: fornire naturalmente o artificialmente (con l’ausilio di tecniche sostitutive alle vie naturali) nutrizione e idratazione, alimentarsi o dissetarsi da soli o tramite altri (in modo surrogato, al di fuori dalla partecipazione attiva del soggetto) non costituiscono elementi di differenziazione nella valutazione bioetica. Il fatto che il nutrimento sia fornito attraverso un tubo o uno stoma non rende l'acqua o il cibo un preparato artificiale (analogamente alla deambulazione, che non diventa artificiale quando il paziente deve servirsi di una protesi). Né d'altronde si può ritenere che l'acqua ed il cibo diventino una terapia medica o sanitaria solo perché a fornirli è un'altra persona. Il problema non è la modalità dell’atto che si compie rispetto alla persona malata, non è come si nutre o idrata: alimentazione e idratazione sono atti dovuti in quanto supporti vitali di base, nella misura in cui consentono ad un individuo di restare in vita. Anche se si trattasse di trattamento medico, il giudizio sull'appropriatezza ed idoneità di tale trattamento dovrebbe dipendere solo dall'oggettiva condizione del paziente (cioè dalle sue effettive esigenze cliniche misurate sui rischi e benefici) e non da un giudizio di altri sulla sua qualità di vita, attuale e/o futura.

    5. Se è poco convincente definire la PEG un “atto medico”, a maggior ragione si dovrebbe escludere la possibilità che essa si configuri di norma come “accanimento terapeutico”. La decisione di non intraprendere o di interrompere la nutrizione e la idratazione artificiale non è disciplinata dai principi che regolano gli atti medici (con riferimento ad altri supporti vitali): in genere si ritiene doveroso sospendere un atto medico quando costituisce accanimento, ossia persistenza nella posticipazione ostinata tecnologica della morte ad ogni costo, prolungamento gravoso della vita oltre i limiti del possibile (quando la malattia è grave e inguaribile, essendo esclusa con certezza la reversibilità, quando la morte è imminente e la prognosi infausta, le terapie sono sproporzionate, onerose, costose, inefficaci ed inutili per il miglioramento delle condizioni del paziente, sul piano clinico). Nella misura in cui l’organismo ne abbia un obiettivo beneficio nutrizione ed idratazione artificiali costituiscono forme di assistenza ordinaria di base e proporzionata (efficace, non costosa in termini economici, di agevole accesso e praticabilità, non richiedendo macchinari sofisticati ed essendo, in genere, ben tollerata). La sospensione di tali pratiche va valutata non come la doverosa interruzione di un accanimento terapeutico, ma piuttosto come una forma, da un punto di vista umano e simbolico particolarmente crudele, di “abbandono” del malato: non è un caso infatti che si richieda da parte di molti, come atto di coerenza, l’immediata soppressione eutanasica dei pazienti in SVP nei cui confronti si sia decisa l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione, per evitare che dopo un processo che può prolungarsi anche per due settimane giungano a “morire di fame e di sete”.

    6. Non sussistono invece dubbi sulla doverosità etica della sospensione della nutrizione nell’ipotesi in cui nell’imminenza della morte l'organismo non sia più in grado di assimilare le sostanze fornite: l’unico limite obiettivamente riconoscibile al dovere etico di nutrire la persona in SVP è la capacità di assimilazione dell’organismo (dunque la possibilità che l’atto raggiunga il fine proprio non essendovi risposta positiva al trattamento) o uno stato di intolleranza clinicamente rilevabile collegato all’ alimentazione.

    7. Si deve pertanto parlare di valenza umana della cura (care) dei pazienti in SVP. Se riteniamo comunemente doveroso fornire acqua e cibo alle persone che non sono in grado di procurarselo autonomamente (bambini, malati e anziani), quale segno della civiltà caratterizzata da umanità e solidarietà nel riconoscimento del dovere di prendersi cura del più debole, allo stesso modo dovremmo ritenere doveroso dare alimenti e liquidi a pazienti in SVP, accudendoli per le necessità fisiche e accompagnandoli emotivamente e psichicamente, nella peculiare condizione di vulnerabilità e fragilità. E’ questo un atteggiamento che assume un forte significato oltre che umano, anche simbolico e sociale di sollecitudine per l’altro. Non possiamo ricondurre la decisione di curare/non curare, assistere/non assistere un malato in SVP alla fredda logica utilitaristica del bilanciamento dei costi e dei benefici (considerando scarsi i benefici in termini di recupero e alti i costi economici di assistenza), del calcolo della qualità della vita altrui (e della propria, considerando il malato un “peso” familiare oltre che sociale), limitando le considerazioni alla convenienza e alla opportunità e non anche al dovere e alla responsabilità solidale verso gli altri.

    8. Nel contesto del presente documento è opportuno elaborare alcune considerazioni in merito alla possibilità che un soggetto, nel redigere alcune Dichiarazioni anticipate di trattamento, vi inserisca la richiesta di sospensione di alimentazione e idratazione, nella previsione di un suo possibile futuro venirsi a trovare in una situazione di SVP. Non c’è dubbio che la formulazione di questa richiesta sia assolutamente lecita, così come non è dubbio che una simile richiesta non possa che essere del tutto generica, essendo difficilissimo prevedere le modalità specifiche del futuro realizzarsi di eventi così particolari. Il criterio etico fondamentale al quale riferirsi per valutare la legittimità dei contenuti delle Dichiarazioni anticipate è stato individuato dal CNB in un documento dedicato formalmente alle Dichiarazioni anticipate di trattamento e approvato il 18 dicembre 2003. In esso, al § 6, il CNB ha ritenuto unanimemente che nelle Dichiarazioni “ogni persona ha il diritto di esprimere i propri desideri anche in modo anticipato in relazione a tutti i trattamenti terapeutici e a tutti gli interventi medici circa i quali può lecitamente esprimere la propria volontà attuale”. Non è quindi da mettere in dubbio che quando alimentazione e idratazione assumano carattere straordinario e la loro sospensione sia stata validamente richiesta dal paziente nelle proprie Dichiarazioni anticipate, il medico potrebbe accedere a tale richiesta (nelle modalità peraltro indicate dal CNB nel predetto documento), anche se a questa soluzione sembra che osti la grande difficoltà (psicologica ed umana) cui sopra si è fatto cenno, quella di lasciar morire il paziente per inedia. E’ però diversa l’ipotesi –che in queste pagine è ritenuta quella tipica- in cui alimentazione e idratazione più che il carattere di un atto medico, abbano quello di una ordinaria assistenza di base. Ad avviso dei membri del CNB che sottoscrivono questo documento, la richiesta nelle Dichiarazioni anticipate di trattamento di una sospensione di tale trattamento si configura infatti come la richiesta di una vera e propria eutanasia omissiva, omologabile sia eticamente che giuridicamente ad un intervento eutanasico attivo, illecito sotto ogni profilo.

     

    9. Alla luce delle precedenti considerazioni, il CNB ribadisce conclusivamente che:

                a) la vita umana va considerata un valore indisponibile, indipendentemente dal livello di salute, di percezione della qualità della vita, di autonomia o di capacità di intendere e di volere;

                b) qualsiasi distinzione tra vite degne e non degne di essere vissute è da considerarsi arbitraria, non potendo la dignità essere attribuita, in modo variabile, in base alle condizioni di esistenza;

                c) l’idratazione e la nutrizione di pazienti in SVP vanno ordinariamente considerate alla stregua di un sostentamento vitale di base;

                d) la sospensione dell’idratazione e della nutrizione a carico di pazienti in SVP è da considerare eticamente e giuridicamente lecita sulla base di parametri obiettivi e quando realizzi l’ipotesi di un autentico accanimento terapeutico;

                e) la predetta sospensione è da considerarsi eticamente e giuridicamente illecita tutte le volte che venga effettuata, non sulla base delle effettive esigenze della persona interessata, bensì sulla base della percezione che altri hanno della qualità della vita del paziente.

     

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    November 23

    I cambiamenti climatici secondo Franco Prodi


    Cambiamenti climatici

    "Servono 50 anni per conoscere
    la verità sul destino del pianeta"

    Il ricercatore Franco Prodi, fratello di Romano: "Obama parla di catastrofe in disaccordo con la scienza".

    Il Tempo

    «Fantascienza». Basta una parola per descrivere le teorie catastrofiste degli ambientalisti estremisti. Il clima è argomento serio. È per questo che professori come Franco Prodi, fratello del più famoso Romano ex inquilino di Palazzo Chigi, dedicano una vita allo studio della materia. Ricercatore del Cnr, studioso della fisica dell'atmosfera, meteorologia e climatologia, Prodi vigila su fenomeni come il global warming, il surriscaldamento dei mari o lo scioglimento dei ghiacchi, con occhio scientifico.

     
    Professore, Obama parla di «rischio catastrofe» per le generazioni future.
    «C'è una parziale contraddizione. Noi non siamo in grado di fare scenari precisi, previsioni concrete. Non sono d'accordo con Obama, perché dà una certezza di catastrofismo che non è in accordo con le condizioni della conoscenza. Su questo tema oggi di dominio internazionale anche a livello politico, la mia opinione è che c'è stata una macroscopica falsa partenza e il discorso è passato dalle mani dei ricercatori agli esperti di scenari. Ciò ha portato le Nazioni Unite a operare secondo principi di precauzione, a concepire il meccanismo delle conferenze che riguarda i ministeri e i capi di governo, che acquisiscono consigli da scienziati per procedere, appunto, in base a principi di precauzione».


    I consigli sono seguiti?
    «Di sicuro si è arrivati a Kyoto: una proposta di accordo disattesa da molti Paesi, come la Cina. Tutto questo è una falsa partenza: si dà l'impressione di aver già acquisito tutti gli strumenti necessari per generare una soluzione ma non è così. E la ricerca invece di essere sotto i riflettori viene messa da parte».


    Nella peggiore delle ipotesi cosa si rischia con i cambiamenti climatici?
    «Potremmo anche assistere a variazioni di correnti oceaniche, o altri importanti cambiamenti. Ma questa è una situazione in cui la conoscenza è incompleta: non possiamo né tranquillizzarci né parlare di catastrofe».

     
    In ogni caso, il nostro Pianeta non affronta la fase di mutamento climatico per la prima volta.
    «Vede, il clima cambia per definizione. È come avere una lampada, che è il Sole, e una sfera, che è la Terra: la distanza che c'è tra i due elementi può cambiare e anche l'intensità della lampada può cambiare, è normale. In passato ci sono stati grandi cambiamenti climatici, grandi cicli astronomici e astrofisici. E in questo l'uomo non c'entra nulla. Bene, l'atmosfera che circonda la Terra media tra il Sole e il nostro pianeta: lascia passare la luce visibile ma non gli infrarossi. Quindi possiamo dire che l'atmosfera complica molto il sistema».


    Quando l'influenza dell'uomo entra in gioco e quanto incide sul clima?
    «Da due secoli a questa parte l'uomo è in grado di competere con la natura. Può generare particelle e gas, modificando la natura. Se contiamo tutte queste le particelle prodotte dall'uomo, arriviamo al 20 per cento del totale. Non poco. Ma due secoli, rispetto ai grandi cicli di cui parlavamo prima, sono solo un battito di ciglia. Il problema è: siamo noi in grado di avere modelli che comprendono tutte le variabili in modo coerente, per cui si possa isolare il comportamento dell'uomo dagli altri agenti che contribuiscono al cambiamento climatico? La risposta è no».


    Quindi chi parla di global warming non può puntare il dito sull'Uomo?
    «A mio avviso la situazione dei modelli attuali è ancora nell'infanzia, i processi di separazione del contributo antropico da tutti gli altri non è ancora quantificato. È chiaro che l'impedimento del riscaldamento globale attraverso il contenimento della Co2 è basata sul principio di precauzione. Anche perché quello che fa male al clima fa male anche all'ambiente. Cominciamo quindi a dire che tutto lo sviluppo industriale dimentica che stiamo distruggendo le risorse e cerchiamo di capire quali correzioni l'umanità deve fare al sistema di mercato e all'economia per rispettare il pianeta».


    Se non conosciamo il problema, i grandi leader cosa cercano di risolvere?
    «Infatti Kyoto, come detto, è stata una grande falsa partenza. Non dico che non sia una preoccupazione giusta cercare un dialogo fra il mondo della scienza e dei politici, però non è solo questo il canale. Si è dimenticato che l'umanità si deve basare sulla verità scientifica».

     
    Dal vertice Onu di Copenaghen cosa si aspetta?
     «Troveranno un accordo per una riduzione che cercherà di far contenti tutti, ma sarà insufficiente. Ci sarà chi sottoscriverà, chi no, chi si svincolerà come al solito: finirà con un ulteriore rinvio e un'attenuazione dei buoni propositi».


    Gli italiani conoscono i pericoli dei cambiamenti climatici?
    «No, assolutamente. C'è una gran confusione e un distacco dalla scienza. Si privilegia la fantascienza».

     
    Ma la scienza che tempi si dà per avere risposte certe?
    «Per arrivare a un modello di clima affidabile si parla di 40-50 anni, se prendiamo la strada giusta. Anche lo stesso monitoraggio satellitare è da perfezionare. Guardare la Terra dallo Spazio ci dà una comprensione del clima sempre più importante, ma ci vorranno altri vent'anni con missioni spaziali specifiche per avere nuove risposte».

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    Fabio Perugia

    24/09/2009



    Franco Prodi e la lettera dei "dieci" a Mussi


    Un esempio di come in Italia, e nel mondo, si discute di cambiamenti climatici.

    Scienziati del CNR scrivono al loro ministro

    Dieci scienziati del clima appartenenti al Cnr, capitanati dal professor Prodi, scrivono al ministro criticando severamente metodi e meriti della recente Conferenza sui Cambiamenti Climatici



    ‘‘Mi confesso un po’ sorpreso dell’assunto centrale della Vostra missiva, che cioè cambiamenti climatici irreversibili non siano discernibili e certi. Forse la chiave è in quell’irreversibili. Ma, seguendo da profano la letteratura mondiale, mi pare che sia ormai larghissimamente condivisa la valutazione degli effetti delle attività umane sull’ambiente e i conseguenti cambiamenti climatici’‘. Questa è un brano della risposta che il ministro dell’Università e della Ricerca, Fabio Mussi, ha dato alla lettera a lui indirizzata da dieci scienziati (Franco Prodi, Paolo Gasparini, Arnaldo Longhetto, Domenico Patella, Renato Santangelo, Antonio Speranza, Alfonso Sutera, Paolo Trivero, Umberto Villante, Guido Visconti) che hanno espresso un dissenso nei confronti della Conferenza Nazionale sui Cambiamenti Climatici. Anche perché, loro, proprio gli scienziati che si occupano al Consiglio Nazionale delle Ricerche del clima e dell’atmosfera, sembra che alla suddetta conferenza non siano stati nemmeno invitati.
    ‘‘Egregi Professori, la Conferenza Nazionale sui Cambiamenti Climatici è stata organizzata dal ministero dell’Ambiente – puntualizza il ministro – Mi rammarico del fatto che non sia stata coinvolta una parte della comunità scientifica. Tuttavia una conferenza non chiude la discussione’‘.
    Il testo integrale della lettera degli scienziati del CNR, al momento non è ancora stato comunicato, nemmeno alle agenzie di stampa, e quindi possiamo riportare solo alcune affermazioni e il condizionale è d’obbligo.
    Il professor Franco Prodi, direttore Cnr dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima, capofila firmatario nella lettera degli scienziati indirizzata a Mussi, affermerebbe che se si lasciasse che la ricerca in Italia fosse tutta concentrata sui problemi di “adattamento” e “mitigazione”, rispetto ai cambiamenti climatici, vorrebbe dire che si rinuncerebbe alla conoscenza profonda del fenomeno. E questo, sempre a detta del professor Prodi e degli altri firmatari, coinvolgerebbe non solo il ruolo futuro della ricerca sul clima, ma anche le strategie d’azione che hanno ricadute importanti sulle scelte che riguardano l’ambiente e l’energia. Inoltre vorrebbero che Pecoraro Scanio ammettesse l’errore dal momento che, secondo loro, definiscono addirittura “delirante” difendere un infortunio come quello del ministro sull’aumento delle temperature, definito pari a quattro volte rispetto a quello del resto del mondo. E’ quindi un’accusa che non punta il dito solamente sul metodo, ma anche sul merito della conferenza.
    Mussi cerca di mediare e aggiunge che ‘‘Ovviamente si tratta di stime e previsioni probabilistiche, entro un certo range. Ma ormai anche i governi più restii a riconoscere il fatto (come quello degli Stati Uniti e della Cina, come ho potuto constatare con il mio omologo cinese venerdì scorso) danno credito all’allarme, alzatosi di livello dopo l’ultimo rapporto Ipcc. Tutto sbagliato? Mi interessa affrontare con voi la discussione. Intanto, farò conoscere la Vostra lettera ai miei colleghi di Governo’‘. (fonte Rinnovabili.it)

    Rinnovabili.it


    November 21

    Tutte le magagne dell'UAAR


    Cos'è l'UAAR? No, non è un'espressione esclamativa - del tipo uanima - mutuata da un grosso rutto. E' un acronimo che sta per Unione degli atei e degli agnostici razionalisti. Un nome orribile che ben si addice alla sostanza. Ma nonostante la pedanteria della definizione (non bastava semplicemente "non credenti"?) le cose non sono molto chiare. Che vuol dire essere razionalisti? Scommetto che nessuno da quelle parti se lo chieda, perchè altrimenti scoprirebbe che il razionalismo è una corrente filosofica superata da almeno due secoli e fatta a pezzi da Kant. Il quale, pur superandolo, era senza dubbio debitore più nei confronti dell'empirismo che del razionalismo. Già, perchè poi dirsi razionalisti (sostenere cioè il primato della ragione) e non empiristi (il primato dell'esperienza)? Non sanno forse Piergiorgio Odifreddi e Margherita Hack che la scienza moderna ha un suo elemento fondamentale nell'esperimento? Mistero.

    Ormai l'UAAR è sempre più presente nel dibattito pubblico. E questo è senza dubbio un bene, perchè permette di conoscere meglio una realtà che altrimenti rimarrebbe molto influente ma sostanzialmente sconosciuta. Pur mancando una qualche forma di autopresentazione nel loro sito, del tipo una voce Chi siamo, dalle varie pubblicazioni si deduce un atteggiamento di profondo astio non solo anticlericale ma proprio antireligioso nel senso più generale. Quelli dell'UAAR non perdono mai l'occasione per indicare nella religione uno dei principali mali del mondo, da contrapporre invece ad una loro malintesa e sbandierata laicità. Capirete che, con una tale impostazione, troverete centinaia di articoli sulle violazioni dei diritti umani nei paesi islamici ma nemmeno uno - almeno io non l'ho trovato – sui crimini perpetrati dalla Cina e dagli altri paesi ancora a regime di ateismo di stato. Questo per il presente, analogamente per il passato troverete articoli sull'Inquisizione e sulle crociate, ma ovviamente nulla sull'Unione Sovietica. Anzi, su quest'ultima troverete articoli velatamente nostalgici verso il Museo dell'ateismo - che a detta anche di D'Alema faceva ridere - o per il lancio dello Sputnik.

    Per farla breve, disinformazione (e omissione) per il passato come per il presente. Come se non bastasse, il pubblico è anche peggiore. Composto per buona parte da veri e propri fanatici le cui opinioni fanno venire la pelle d'oca. E questo mentre l'UAAR afferma con orgoglio di non abbandonarsi mai, rispetto agli altri, alla violenza verbale. E se ci si abbandonasse, che accadrebbe? Questi sarebbero poi quelli che ci dovrebbero liberare dall'oscurantismo clericale e religioso. E poi chi ci libererebbe dai liberatori?

    Per questo ho pensato di riunire in un unico post tutti i miei interventi sulle menzogne dell'UAAR, fatta eccezione per quelli su Odifreddi - uno dei più noti esponenti - che ne merita uno tutto suo. Si tratta ovviamente di un elenco provvisorio e destinato ad allungarsi ma che può offrire un quadro più generale dell'ideologia UAAR e del suo modus operandi. Ovviamente sono gradite segnalazioni.

     

    Per l'UAAR il Dalai Lama è un pò neo-fascista

    Il povero Dalai Lama viene accostato a quelli di Forza nuova perché ha osato difendere la cultura cristiana – rappresentata dal Crocefisso – da una concezione oltranzista e nichilista della laicità. Con pesanti offese nei commenti fino alla giustificazione della repressione cinese in Tibet


    La disinformazione dell'Uaar

    Una sentenza del Tar del Lazio che giudica inammissibile un ricorso sul caso Englaro, viene presentata invece come un accoglimento con tanto di enfasi sulla vittoria di civiltà. E gli illuminati commentatori, ovviamente abboccano...


    Cascioli ateo super-star

    Vari articoli che magnificano un cialtrone in odore di truffa, un vero e proprio “abuso della credulità popolare”


    Maometto pedofilo? Lo aveva già detto l'UAAR

    Polemiche a convenienza. Se sono gli atei a dirlo, va bene. Se gli altri, è uno scandalo.

    Per l’Uaar non è macabro l’aborto, ma la sepoltura dei feti

    Credo non ci sia bisogno di commenti.




    November 20

    E Cavour mise la croce in classe


    Non fu il Concordato fascista a prescrivere il crocifisso a scuola ma nel 1860 lo Stato risorgimentale, pur se in lotta con la Chiesa

    di Giuseppe Dalla Torre

    C'erano simboli religiosi nell'aula della famosa maestrina dalla penna rossa di deamicisiana memoria? Probabilmente sì; o almeno avrebbero dovuto esserci, stando alla normativa allora in vigore.
    Pochi sanno, infatti, che il regolamento per l'istruzione elementare del 15 settembre 1860, n. 4336, attuativo di quella famosa legge Casati del 1859 che costituì per un sessantennio la struttura fondamentale del nostro sistema scolastico, prevedeva l'affissione nelle aule scolastiche del crocifisso. La disposizione era destinata a passare sostanzialmente senza soluzioni di continuità nella normativa regolamentare successiva. In particolare, prima di essere ripresa dai provvedimenti dell'età del fascismo (tutti comunque precedenti al Concordato del 1929), essa venne nuovamente ribadita dal regolamento generale dell'istruzione elementare del 6 febbraio 1908, n. 150. Dunque l'esposizione del crocifisso nelle scuole non è frutto della «riconfessionalizzazione» dello Stato che, secondo un giudizio comune ancorché discutibile, sarebbe stata operata dai Patti lateranensi del 1929 o, più in generale, dal fascismo. Né tale esposizione deve farsi risalire agli ultimi governi liberali quando, per usare un'espressione di Gabriele De Rosa, viene meno l'ideale laicista ed è ormai entrato in crisi lo Stato liberale. Le disposizioni in materia hanno invece origine nell'età risorgimentale ed attraversano tutto il periodo del più duro e dilacerante conflitto fra Stato e Chiesa, quando separatismo e una laicità inclinante al laicismo segnano la politica e la legislazione italiana in materia ecclesiastica.
    Qualcuno dirà che dette norme erano pure diretta conseguenza del principio della religione cattolica come religione dello Stato, consacrato nell'art. 1 dello Statuto albertino del 1848. Ma è noto che tale disposizione era stata sostanzialmente abrogata già all'indomani della pubblicazione dello Statuto. Sicché - come poteva scrivere alla fine dell'Ottocento un autorevole giurista , Carlo Calisse - l'art. 1 dello Statuto doveva intendesi solo «nel senso che essa (la religione cattolica: ndr) è quella che la maggioranza dei cittadini segue, e che del suo culto si serve l'autorità civile quando occorra d'accompagnare alcuno dei suoi atti con cerimonie religiose. Di modo che, a così poco ridotto, in nulla il detto articolo contraddice al sistema della separazione fra la Chiesa e lo Stato». Da parte sua agli inizi del '900 un altro grande giurista, Arturo Carlo Jemolo, in uno studio sulla natura e la portata dell'art. 1 dello Statuto, concludeva addirittura dicendo che non si trattava di una norma giuridica ma di una mera dichiarazione, senza alcun effetto giuridico pratico. Le origini storiche di una disposizione che oggi, talora, viene messa in discussione, ci dicono almeno due cose. La prima è che, come simbolo religioso, il crocifisso è un simbolo passivo, in quanto tale non idoneo né diretto a costringere o ad impedire l'individuo in materia religiosa e di coscienza, né a contravvenire al principio della laicità dello Stato. Il fatto che lo Stato italiano laico e separatista prevedesse come facoltativi i corsi di religione nelle scuole, ma prescrivesse al contempo l'esposizione del crocifisso, ne è una evidente riprova. La seconda riguarda il crocifisso come simbolo culturale. Non c'è dubbio, infatti, che esso esprima una storia, una tradizione, una cultura; in breve: l'identità degli italiani. Ed anche qui il fatto che lo Stato ne prescrivesse l'esposizione, pure nei periodi in cui la scuola divenne il terreno della più rovente conflittualità tra Stato e Chiesa, tra liberali e movimento cattolico, costituisce un fatto illuminante. Esso prova, infatti, che si tratta (anche) di simbolo culturale; di un simbolo che ha plasmato l'identità italiana e, con altri simboli, ha alimentato gli italiani dei necessari sentimenti di comune appartenenza. Ed è per questo che anche l'Ottocento liberale, e talora anticlericale, ne ha ritenuto non incompatibile, ma necessaria, la conservazione.

    Avvenire, 18 giugno 2004

    Per l'UAAR il Dalai Lama è un pò neo-fascista


    Continua la polemica sul crocefisso, ma adesso l'UAAR cambia strategia. Dopo averla provocata e finanziata adesso la parola d'ordine è vittimizzarsi. Avendo subito minacce di frange fanatiche che nulla hanno a che vedere col Cristianesimo, come gli hooligans con lo sport, cercano di appiattire qualunque dissenso a Lega e Forza Nuova. Particolarmente patetico questo articolo dove il Dalai Lama viene accostato ai militanti di Forza Nuova. Cosa li unisce? Entrambi parlano di tradizione...


    Crocifisso, scende in campo anche il Dalai Lama

    E’ il più famoso leader religioso del mondo, e ritiene sia “di fondamentale importanza mantenere le proprie tradizioni”. Poiché, a suo dire, l’Italia ha un retroterra cristiano e cattolico, anche se lui non lo è, ritiene sia dunque giusto, anzi “importantissimo”, mantenere il crocifisso nelle aule scolastiche. Sono le opinioni del Dalai Lama rilasciate ieri alla Camera dei Deputati, dove si è presentato accompagnato da Richard Gere per incontrare Gianfranco Fini.
    Alla tradizione si rifà anche Forza Nuova. Nella notte un gruppo di suoi militanti ha appeso alcuni crocifissi all’ingresso degli edifici della Regione Liguria e davanti ad alcune scuole genovesi: “la nostra è stata un’azione pacifica”, hanno poi dichiarato, “finalizzata alla critica della visione di un’Europa priva di quei valori che l’hanno costruita nei secoli: cristianità, nazione, popolo”.
    Nel frattempo, la discussione sui crocifissi continua ad attirare l’attenzione dei mezzi di informazione stranieri. Una trasmissione radiofonica della SBS (Lo scandaglio) è andata in onda a Melbourne, in Australia, e ha visto la partecipazione di padre Giordano Muraro, teologo; Luigi Tosti, giudice; Bruno Bartoloni, vaticanista del Corriere della Sera; Gabriella Gagliardo, insegnante.


    Ma ancora più tristemente divertenti sono i commenti che danno, come al solito, sfoggio di un fanatismo peggiore di quello che vorrebbero combattere. Il Dalai Lama è un personaggio molto apprezzato anche dalla cultura laica, ma adesso ha detto una cosa che dispiace all'UAAR: quindi è un mostro. Ne ho scelti alcuni:

    Beh il dalai lama è il rappresentante di una delle più feroci teocrazie mai esistite. Nel Tibet pre invasioni c’erano 3 classi sociali: monaci, nobili e schiavi. I monasteri stappavano i bambini alle famiglie per garantirsi la mano d’opera a basso costo e il “noviziato” consisteva nel fare da colf e materasso ai monaci più grandi.
    Bisogna dire che è un grande PR e sà abbindolare molto bene la gente in occidente, peccato nessuno si chieda come mai in TIbet a protestare contro la Cina sono solo i monaci. Cha sia perchè per quanto pessimo sia il regime cinese (ateo, ndr) è comuqnue più umano di quello dei lama?

    Non i stupisce che sostenga il fatto che sopraffazione, secoli di violenza e di stermini siano un’identità culturale da difendere.

    Altro ciarlatano che parla di cose che non conosce su giudizi legali che ignora di istituzioni sovranazionali a cui chiede aiuto di continuo.

    Come direbbe il pacato Vittorio Sgarbi: “pagato! pagato! pagato! pagato!”
    Questo pseudo-reincarnato si muove solo quando sente odore di pecunia, è in tour perenne.

    Penso che anche Bin Laden o il Mullah Omar direbbero le stesse cose.

    Vorrei che questo episodio spingesse tutti a riflettere: quelli che chiedono l’indipendenza del Tibet a mio parere non sono migliori dei separatisti della Lega Nord.

    Quelli che chiedono il rispetto dei diritti umani in Tibet sono parte del problema e non certo della soluzione per la violazione dei diritti umani nell’intera Cina.

    resta cmq un babb(e)o natale vestito d arancio. cambia il colore ma non l attendibilità! bello per far guadagnare R GERE e aziende d auto, ma tutto li

    mi ha deluso. da lui non me l’aspettavo, pensavo fosse solo una vittima della repressione atea, ma non laica, cinese, invece è solo un altro fanatico religioso che protesta solo per avere il potere.

    CAPISCO LA CINA, CAPISCO PERCHE’ ……..E BRAVO LAMA,,,,,,DALAI …ANCHE TE VOLEVI VIVE SENZA FARE NULLA IN CINA????E INVECE ESILIO. LE RELIGIONI OPPIO DEI POPOLI.

    Se il regime cinese non fosse stato un regime comunista, l’Occidente (ovvero l’America) non avrebbe mai sposato (propagandato) la causa tibetana e a quest’ora il Dalai Lama sarebbe considerato, qui in occidente, alla stregua di qualsiasi Say Baba o di un Reverendo moon.

    E qui mi fermo, credo sia abbastanza. Ci sono alcuni commenti un pò più ragionevoli, ma si contanno sulle dita di una mano. In sostanza gli atei dell'UAAR pensano del Dalai Lama tutto il male possibile, ovvero la pensano come la Cina che tiene in stato di ateismo obbligatorio buona parte dell'umanità. Come direbbe Iacchetti: e che caso!

    November 19

    Quando il medico sperimenta la sua medicina


    Oggi vi propongo questa bellissima puntata di Pomeriggio 5 sulle mamme a tutti i costi e utero in affitto. Ospite centrale della puntata è Maurizia Paradiso, pioniera del cambiamento di sesso, che racconta la sua storia e il suo desiderio di maternità/paternità. Già, vorrebbe essere un pò tutti e due perchè essendo una donna farebbe da madre al figlio, ma in qualche modo anche da padre perchè lo sperma utilizzato nella fecondazione artificiale sarebbe il suo (appositamente fatto congelare prima dell'operazione). Molto interessante. Ma ancora più interessante è la reazione del professor Antinori in collegamento che va su tutte le furie senza un motivo evidente. Per chi non lo ricordasse, Antinori è stato e continua ad essere uno dei volti del far west scientifico in materia di fecondazione artificiale. Implacabile oppositore della legge 40 e sostenitore delle più bizzarre pratiche come quella delle mamme-nonne. E una mamma-nonna è proprio con lui in collegamento, una donna su cui lui stesso ha praticato una fecondazione eterologa (cioè con lo sperma di un donatore) alla tenera età di 63 anni. Questo rende ancora più incomprensibile, a prima vista, l'astio che il professorone mostra fin da subito nei confronti della Paradiso. Perchè?

    Perchè la sua è una richiesta che, come fa notare Meluzzi, fa "scoppiare il bubbone". Infatti il problema della legge 40 è che si oppone all'ideologia dominante del desiderio che in quanto tale si trasforma automaticamente in diritto e al predominio sfrenato della tecno-scienza. Esiste la possibilità di fabbricare bambini? Allora è giusto farlo. Vuoi un figlio? Allora hai il diritto di averlo con ogni mezzo. Vuoi il figlio perfetto? Allora hai il diritto di mettere al mondo un campionario di embrioni su cui potere scegliere il migliore, come al mercato, abbandonando gli altri al Moloch. Questa è l'ideologia del professor Antinori che perciò lamenta di non poter più fabbricare mamme-nonne a causa della legge 40 brutta e cattiva.

    Il problema è che in questo paradigma teorico, la richiesta della Paradiso è assolutamente legittima. Lei vuole fabbricare un figlio e quindi ne ha il diritto. Non fa male a nessuno: lasciamoglielo fare. Il professor Antinori ne è forse inconsciamente consapevole e solo questo può spiegare il suo livore. Davanti alla richiesta della Paradiso, si fa addirittua scudo della legge 40 come se ne fosse uno strenuo difensore e non ne parlasse male dalla mattina alla sera. E' quasi un caso di sdoppiamento della personalità. La facoltà di accedere alla fecondazione assistita non è regolata da criteri oggetivi ma solo dal suo arbitrio. E questo lo fa andare su tutte le furie.

    Tanto che addirittura riesce a superare la Paradiso in fatto di tv trash. Comincia a scalpitare e si proietta in una serie di insulti del tipo "Lei è bisessuale, lei è trisessuale!". E ad un certo punto arriva pure un "lei è un maiale!". Se in Italia fosse in vigore una legge sull'omofobia, Antinori rischierebbe grosso insultando così platealmente una persona per i suoi orientamenti sessuali. E, se non sbaglio, quella di definire maiali gli omossessuali è una definizione tipica del fondamentalismo islamico. Fatto sta che la cosa non ha creato nessuno scandalo. Se fosse stato un vescovo o un prete sarebbe stata, e sarebbe anche giusto, la fine del mondo. Ma si vede che ai campioni della tecno-scienza si concede questo e altro. Vi consiglio di guardare il video, è molto istruttivo.

    YouTube - Maurizia Paradiso Vuole Diventare Padre/Madre - Pomeriggio Cinque - 13 O...
       


    Per il resto del video clicca qui


    November 18

    Così Singer scopre che gli uomini non sono poi tanto peggio degli animali


    Un’imprevedibile evoluzione umanista in occasione del vertice Fao

    Dagli animali, agli uomini? “Salvare una vita si può - Agire ora per cancellare la povertà”, appena pubblicato in italiano dal Saggiatore (pp. 216, euro 17), è un libro che segna un’evoluzione imprevedibile per un pensatore che Time definisce “tra i cento più influenti del pianeta”. Australiano, filosofo docente a Princeton, classe 1946, Peter Singer a 29 anni era già passato alla storia per “Animal Liberation”: un bestseller che gli animalisti più arrabbiati considerano il loro manifesto fondativo. Quel libro, in particolare, lanciò il termine “specismo”: che sarebbe l’equivalente, in termine di discriminazione verso gli animali, di ciò che è il razzismo in termini di discriminazione verso altre razze e il sessismo in termini di discriminazione dell’uomo verso la donna.

    Curiosamente, Singer afferma di aver sviluppato questa idea proprio dal femminismo. A colpirlo sarebbe stata infatti l’obiezione fatta nel XVIII secolo da Thomas Taylor alla pioniera della lotta per l’emancipazione femminile Mary Wollstonecraft: allora, anche gli animali dovrebbero avere dei diritti! Vegetariano convinto, Singer basa però la sua argomentazione su un’ideologia attempata quale l’utilitarismo, che Jeremy Bentham e James Mill elaborarono  a inizio ’800 sulla base del principio “il massimo di felicità per il massimo di soggetti possibili”. E non c’è dubbio che le bestie sono più degli uomini… Proprio l’applicazione rigorosa di questa logica lo ha portato però a giustificare la vivisezione: tutte quelle volte in cui il beneficio apportato sarebbe maggiore del dolore provocato. E’ d’altronde la stessa giustificazione con la quale sostiene l’aborto, e perfino l’infanticidio dovrebbe avere un minimo di considerazione: “Uccidere un neonato non è mai lo stesso che uccidere una persona, cioè, un essere che vuole continuare a vivere”.

    La considerazione del massimo di piacere lo ha anche portato nel 2001 a giustificare il sesso tra esseri umani e animali, “se non arreca agli animali sofferenze”. Singer lo definisce il “problema dell’etica applicata”. Il bello è che però quest’ultimo libro lo ha scritto per insegnare come si fa a  “Salvare un bambino”. Eppure, malgrado certe asserzioni hard come quella secondo cui non sarebbe moralmente lecito privilegiare l’investimento a favore dei propri figli a quello per altri bambini, tutto sommato alla fine il testo funziona. L’analisi del modo in cui si potrebbe risolvere il problema della fame del mondo destinando una quota tutto sommato non grande delle risorse degli abitanti dei paesi sviluppati è di straordinario buon senso, e tiene conto della maggior parte delle obiezioni correnti. E’ vero: molti soldi destinati all’aiuto allo sviluppo vengono sprecati da burocrazie e dittatori. Per questi bisognerebbe creare organismi in grado di monitorare con efficacia gli esiti di questi interventi. Ma poiché far saltare certi interessi costituiti è impresa disperata, vediamo intanto cosa fare in alternativa… Il dubbio però resta: da dove salta fuori tanta filantropia dopo anni di predicazione utilitarista e animalista? Un apologo e un’indicazione buttati a mezzo del discorso aiutano forse a chiarire.

    L’apologo: “Mentre passeggiava per le strade di Londra, Thomas Hobbes, il filosofo seicentesco famoso per aver affermato che dietro a ogni nostra azione si nasconde un interesse personale, diede una moneta a un mendicante. Il suo compagno gli disse che in tal modo aveva confutato la sua stessa teoria. Non è così, rispose Hobbes: aveva dato un’elemosina per il piacere di vedere il poveretto felice”. L’indicazione: “Solo una piccola percentuale del mais prodotto per uso alimentare è destinata all’uomo. La maggior parte serve a riempire le pance degli animali, ed è qui che sono da ricercare le principali cause dell’attuale crisi alimentare… Non è vero che il mondo è a corto di cibo. Il problema è che noi cittadini dei paesi sviluppati, abbiamo trovato il modo di consumare una quantità di alimenti quattro o cinque volte superiore a quella che consumeremmo se mangiassimo direttamente quanto coltiviamo”. Modesta proposta: “Il vegetarianismo di massa”. Diavolo di un Singer…

    © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO

    di Maurizio Stefanini

    November 17

    «Duci» a sorpresa: tra regime e teologia


    di Gianni Gennari

    Letture. La prima: «Tu non sai il male che fa questo Papa alla Chiesa. Mai Papa fu tanto nefasto alla religione come questo. Ci sono cattolici profondi che lo ripudiano. Ha perduto quasi tutto il mondo. La Germania completamente»! La seconda: «L'intransigente chiusura soprattutto sotto l'attuale pontificato (è) colpevole di coltivare un'ossessione verso il potere monocratico e la morale sessuale, (col) risultato che altro non è che un progressivo allontanamento dei fedeli dal grembo della Chiesa, divenuta infedele-». I due testi paiono specchiarsi. Il primo era ieri sul "Corsera" (p. 27), il secondo domenica sul "Sole 24 Ore" (p. 35). Seguirebbe tentazione di chiedere ai lettori di indovinare gli autori di due giudizi che paiono univoci. Mi manca la pazienza ed ecco le fonti. Il primo testo, scritto da Claretta Petacci l'8 ottobre 1938, riferisce alla lettera il giudizio di Benito Mussolini verso Pio XI, la cui grave colpa immediata era quella di aver solennemente dichiarato, difendendo gli ebrei e disapprovando le leggi razziali italiane, che «spiritualmente siamo tutti semiti»! Il secondo testo esprime l'attuale giudizio di Hans Küng sul pontificato di Benedetto XVI. Le analogie paiono sorprendenti, ma in ambedue i casi a Malpelo pare ci sia, oltre la sicurezza assoluta nel proprio giudizio, anche l'incredibile autoidentificazione con la pretesa di leggere l'uno il pensiero dei «cattolici profondi», e l'altro quello dei «fedeli» tout court, ambedue in «allontanamento» dalla «Chiesa divenuta infedele». Due coppie a sorpresa: Mussolini/Küng e due Papi. A ragionarci su, la cosa può far pensare.

    Avvenire


    Eroismo laico...


    E' più facile distruggere il Vaticano che la Mecca

    il regista del film 2012 spiega perchè ha selto di lasciare in piedi la città islamica ma non San Pietro

    Una profezia maya prevede la distruzione del mondo il 21 dicembre 2012 e il regista Roland Emmerich ha dedicato la sua ultima pellicola proprio alla descrizione di come potrebbe essere la catastrofe. Sono necessari 160 minuti e parecchie scene di devastazione per mostrare la caduta dei principali simboli della cultura, della politica e della religione, oltre che i numerosi morti. Terremoti, eruzioni e tutte le catastrofi possibili sono elencate per illustrare al meglio il disastro.

    Cade come fosse fatto di sabbia il Cristo Redentore di Rio De Janeiro, si sgretolano gli affreschi della cappella Sistina, Notre Dame e l’abbazia di Westminster. Poi è la cupola di San Pietro a cadere. Quello che colpisce è che tra tanti luoghi colpiti la Kaaba, l’edificio a forma di cubo sacro per i musulmani alla Mecca, città santa per i mussulmani, resti in piedi. “Volevo distruggere anche la Kaaba, ma il mio co-sceneggiatore me l’ha sconsigliato dicendomi: “Chi te lo fa fare di beccarti una fatwa per un film?”. Credo avesse ragione. Così non l’ho fatto”. Per spiegare il perché predilige la distruzione dei simboli legati alla cristianità, il regista ha detto: “L’intero Vaticano rotola in testa alla gente. Nella storia, alcune persone credono nella preghiera e si mettono a pregare davanti alla chiesa. In questo caso è la cosa peggiore che potessero fare”. Il cineasta tedesco non ha risparmiato le motivazioni: “Possiamo distruggere i simboli cristiani, ma se proviamo a farlo su un simbolo islamico o arabo rischiamo una fatwa. Questo dovrebbe farci riflettere sulla situazione nel nostro mondo. In ogni caso non mi sembrava una scena poi così importante e ho evitato di girarla”. Poi ha aggiunto: “Sono contro le religioni organizzate”.

    Emmerich è da tempo specializzato in pellicole catastrofiche e in passato non si era mai fermato davanti a nessun monumento. In Independence Day venivano distrutti l’Empire State Building di New York e la Casa Bianca, in Godzilla il centro di Manhattan è spazzato via, in The day after tomorrow simboli storici di Los Angeles e New York, come la Statua della Libertà, finivano annientati nel giro di pochi secondi. Eppure per 2012 la pianificazione della distruzione globale non è stata così radicale.


    © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO

    di Marianna Venturini

    November 16

    IL CASO/ Lasciato morire perchè nato 48 ore prima. L'incredibile storia del piccolo Jayden

    martedì 15 settembre 2009

    Si può ancora definire civile un Paese in cui una madre è costretta, in ospedale, ad assistere impotente all’agonia del proprio figlio e alla gelida impassibilità dei medici pronti a ricordarle che quel figlio è soltanto un feto?
    L’episodio è accaduto in Gran Bretagna dove una giovane donna, Sarah Capewell, ha dato alla luce un bimbo, Jayden, dopo 21 settimane e cinque giorni di gravidanza.
    Il personale sanitario si è rifiutato di sottoporre il bimbo prematuro alle cure intensive che forse gli avrebbero consentito di sopravvivere. La sua colpa era quella di essere nato due giorni prima delle canoniche 22 settimane. Di fronte al disperato appello di salvare il proprio figlio, quella giovane madre si è sentita rispondere dai medici del James Paget Hospital di Gorleston, Norfolk, che lei non aveva partorito un neonato ma, a termini di legge, aveva abortito un feto vivente. Con il tatto impietoso di chi ha ormai perso qualunque senso di umanità, i medici dell’ospedale hanno spiegato a Sarah Capewell, che quello che lei si ostinava a chiamare il suo bambino, era in realtà, sotto il profilo giuridico, semplicemente un feto, quindi un soggetto privo di alcun diritto. Il piccolo Jayden avrebbe dovuto nascere 48 ore più tardi perché, secondo regolamento, si potesse definirlo persona, e quindi riconoscergli il diritto a essere salvato.
    Le linee guida stabilite dalla British Association of Perinatal Medicine, rigidamente seguite negli ospedali pubblici britannici, stabiliscono, infatti, che deve considerarsi best interest dei bambini non nascere prima delle 22 settimane, e altrettanto best interest far morire i piccoli che abbiano avuto la disavventura di venire al mondo qualche giorno prima della fatidica scadenza.
    Così, l’agonia del piccolo Jayden è durata due ore, sotto gli sguardi gelidi e indifferenti del personale sanitario. Neppure la più piccola assistenza è stata prestata durante quelle lunghissime ore, così come è stata recisamente respinta la supplica della madre per poter celebrare il funerale del bimbo. La risposta delle autorità sanitarie è stata sempre la stessa: «He hasn’t got a human right, he is just a foetus». Lo sconforto assale Sarah, quando, più tardi, viene a sapere che Amillia Taylor, una bambina americana nata addirittura dopo sole 21 settimane e sei giorni, oggi vive perfettamente sana e ha festeggiato il suo secondo compleanno.
    La tristissima vicenda di Sarah Capewell e del suo piccolo Jayden, richiamano alla mente il concetto di banalità del male e la patetica figura di Adolf Eichmann, il burocrate nazista che giustificò con l’obbligo morale dell’obbedienza alla legge, le più efferate nefandezze. Al suo processo, nel 1961, Eichmann stupì il mondo quando, di fronte ad una Corte basita ed esterrefatta, si mise a citare a memoria passi della Critica della Ragion Pratica di Kant, per poi dichiarare che l’imperativo categorico kantiano e l’osservanza della legge erano stati i principi base della sua vita.
    Soltanto l’intelligenza e la lucidità di una donna come Hanna Arendt ha potuto denunciare al mondo i rischi che sarebbero derivati da un simile - apparentemente banale - approccio della realtà.
    Ciò che è accaduto al James Paget Hospital è la prova di quanto Hanna Arendt avesse ragione.
    La povera Sarah Capewell, che implorava lo sguardo misericordioso del Nazareno («Donna non piangere!») si è trovata di fronte l’algido distacco burocratico di un piccolo signor Eichmann e del suo Imperativo Categorico.
    Basterà davvero, a quella giovane madre, la kantiana osservanza della legge per spiegare l’atroce, assurda agonia del suo piccolo e indifeso bambino?

    (Gianfranco Amato)

    Il Sussidiario


    Maometto pedofilo? Lo aveva già detto l'UAAR



    Ancora una volta la Santanchè ha scandalizzato tutti definendo pedofilo Maometto perchè aveva una mogile di nove anni. Scandalizzati della terribile blsafemia sono stati soprattutto i laici, molto spesso gli stessi che invece si stracciavano le vesti se la rana crocifissa veniva tacciata di blasfemia e non invece come manifestazione di libertà di espressione. Posto che sposare una bambina di nove anni è una cosa orribile per ogni tempo, è chiaro che a quell'epoca la durata media della vita era considerevolmente inferiore rispetto a oggi. Per cui la maturità arrivava prima. Fuori luogo comunque anche i paragoni con Maria di Nazareth che fu data in sposa sicuramente in età puberale. Ad ogni modo quello che mi interessa adesso è far notare come gli scandali esplodano non per motivi oggettivi, ovvero i contenuti, ma a seconda di chi quei contenuti li esprime. Quello che in bocca alla Santanchè fa scandalo blasfemo, è concesso all'Uaar e, anche adesso che viene riportato alla ribalta questo articolo, nessuno dei suddetti laici userà con gli atei gli stessi toni usati per l'onorevole. Scommettiamo?


    Il profeta pedofilo

    “Un uomo anziano che si eccita sessualmente alla vista di una bambina è una delle cose che più turbano e ci ricorda quanto la pedofilia sia detestabile. E’ quindi difficile accettare che il Santo Profeta abbia sposato una bambina di 6 anni (Aisha) e abbia «consumato» questo matrimonio quando lei aveva 9 e lui 54 anni. Numerose Hadith di diversi fedeli e seguaci del Profeta testimoniano questo fatto:
    1. Sahih Bukhari (Vol. 5, Lib. 58, N. 236): «Il Profeta sposò Aisha quando era una bambina di sei anni di età, e consumò quel matrimonio quando lei aveva nove anni».
    2. Sunan Abu-Dawud (Lib. 41, N. 4915, N. 4916 e N. 4917): «L’Apostolo di Allah (sia pace su di lui) mi sposò [sono le parole di Aisha] quando avevo 7 o 6 anni. Quando arrivammo a Medina, vennero alcune donne. In accordo alla versione di Bishr, Umm Ruman venne a me quando stavo facendo l’altalena. Mi presero, mi prepararono e mi decorarono. Venni quindi portata all’Apostolo di Allah (sia pace su di lui), e lui prese coabitazione con me quando avevo nove anni».
    3. Sahih Muslim (Lib. 008, N. 3311): «Aisha (che Allah sia compiaciuto di lei) riporta che l’Apostolo di Allah (sia la pace su di lui) la sposò quando lei aveva sette anni, e che venne portata in casa sua come sposa quando ne aveva nove, e le sue bambole erano con lei. Quando lui (il Santo Profeta) morì lei aveva diciotto anni di età». Il Santo Profeta morì all’età di 63 anni. Quindi aveva sposato Aisha quando ne aveva 51 e consumato il matrimonio quando ne aveva 54.
    (… seguono altre citazioni simili e concordanti).
    Qualcuno potrà comunque affermare che tutte queste Hadith siano menzogne. La gente è libera di dire quello che preferisce. Ma la verità è chiara come il sole per coloro che hanno occhi. Nessuna persona normale sarebbe sessualmente eccitata da una bambina di 9 anni. Le persone decenti tremano al pensiero di un atto così vergognoso. Eppure, alcuni musulmani negano questo fatto. La domanda è, perché mai tanti diversi e fedeli seguaci di Muhammad avrebbero scritto un tale numero di false Hadith, le quali, oltretutto, trovano conferma l’una con l’altra?”.
    Questo è ciò che scrive Ali Sina in www.Faithfree.org .

    Purtroppo però la pedofilia del ‘Santo Profeta’ non è una infamia isolata. Infatti, secondo Ibn Warraq (Perchè non sono musulmano, p.316): «I matrimoni di bambini continuano ad essere praticati, e il fatto che il Profeta stesso sposò Aisha quando lei aveva solo 9 anni e lui 53 incoraggia la società musulmana a perseverare con questa usanza iniqua».

    A cosa serve rivangare nella vita di Maometto, assassino di prima mano (massacro degli ebrei di Medina nel 627 DC) e pedofilo?
    Serve, per ricordare , ad esempio, all’Imam di Cagliari (secondo il quale - e non solo lui - gli atei sono animali) e ai musulmani in generale, le doti morali del loro faro spirituale. Ma forse lo sanno benissimo ed è proprio per questo che sono assolutamente intolleranti a qualunque tipo di critica e satira nei confronti del loro Profeta.

    Articolo di Paolo Malberti pervenuto a ultimissime

    UAAR

    Un pensiero per tutti coloro che vengono autodeterminati


    Qui in Italia, siamo arretrati, dicono. Qui in Italia abbiamo il Vaticano, dicono. E hanno ragione, perchè qui siamo rimasti ancora alla favola dell'autodeterminazione che non determina gli altri. Infatti agli illustri e laicissimi paesi che non nascondono più il volto eugenetico della cossidetta autodeterminazione, si aggiunge oggi la Gran Bretagana.

    Il paese si era già segnalato per la pratica spartana di considerari prematuri, e quindi esseri non umani da lasciare morire, i bambini nati anche 48 ore prima delle canoniche 22 settimane. Oggi si possono finalmente eliminare anche i bambini nati regolarmente, purchè non siano perfetti.

    I medici hanno stabilito che il piccolo avrebbe potuto condurre solo una vita triste, concetto altamente scientifico, perchè limitato nei movimenti e costretto a stare attaccato a un respiratore. Ma per il resto era un bambino come gli altri, interagiva com mondo esterno. Ma non era perfetto, e quindi giù dalla Rupe Tarpea.

    Ancora più signficativa la sentenza dell'Alta Corte di Londra che non finge nemmeno di fare l'interesse del bambino. Giustifica la decisione con l'impatto emotivo dei genitori.

    E noi ipocritamente stiamo sempre a deprecare il nazismo e i genocidi vari, perchè genocidi sono sempre quelli degli altri. Non i nostri. Noi siamo i paladini dell'autodeterminazione che determina gli altri, soprattutto se indifesi. Non bastava l'aborto che già miete milioni di vittime all'anno, non credano i bambini di essere al sicuro perchè nati. Dovranno anche superare l'esame e dimostrare di essere perfetti, come già proponeva da anni Peter Singer.

    Ogni anno ricordiamo le vittime del nazismo, ogni tanto quelle del comunismo. Almeno per oggi, ricordiamo anche le nostre vittime. Quelle vite che abbiamo spezzato perchè ritenute indegne di essere vissute. Per tutti i bambini colpevoli di non essere perfetti, colpevoli di avere la spina bifida; o di essere emofiliaci. Avrebbero potuto amare, studiare, giocare. Ma a noi non sono piaciuti, li abbiamo trovati sgradevoli e così li abbiamo autodeterminati.

    E un pensiero anche per tutti quei bambini che stanno per essere autodeterminati, o che non sono ancora nati ma che portano sul loro corpo il segno per gli angeli della morte - che una volta erano medici e giudici - mente noi versiamo lacrimucce sul nazismo chiedendoci come sia stato possibile.

    November 11

    Gli «Atti dei martiri» cattolici nell’Urss



    10 Novembre 2009
    STORIA
    Gli «Atti dei martiri» cattolici nell’Urss
    Un frate mantovano ha frugato gli archivi del Kgb per trovare i documenti ufficiali sul clero romano perseguitato e ucciso in 70 anni dal regime comunista.


    La chiesa del Sacro Cuore a San Pietroburgo ha il sapore della fede bagnata dal sudore di gente semplice. Iniziarono a co­struirla, in epoca zarista, 15mila o­perai polacchi, che lavoravano nel­la vicina fabbrica di porcellane. Tuttavia non è mai stata completa­ta, perché i tre sacerdoti che – dal 1917 al 1937 – vi si sono succeduti, sono stati più volte arrestati. L’ulti­mo in ordine di tempo, padre Epi­fanio Akulov, fu fucilato durante u­na celebrazione religiosa. Quando, sessant’anni più tardi, il frate mino­re Fiorenzo Emilio Reati, 68 anni, mantovano di origine, tornò a cele­brare messa in quella chiesa, uti­lizzò il corporale macchiato del sangue del suo predecessore. «Po­tete immaginare – confida oggi – l’emozione che provai quando di­stesi quella tela di lino inamidato sopra l’altare. Io successore di un martire: in che avventura mi ero cacciato!».

    Quattro anni fa si è a­perto il processo di beatificazione di padre Akulov. Nel frattempo il re­ligioso italiano si è andato a leggere i documenti degli archivi desecre­tati del Kgb per ricostruire la storia dei tanti confratelli zittiti dal regi­me sovietico con la fucilazione o con l’allontanamento dal Paese. Da questa ricerca è nato, sei anni fa, un tascabile Dio dirà l’ultima paro­la. La persecuzione della Chiesa cat­tolica in Russia in epoca sovietica (Arca edizioni). Preludio ad un la­voro enciclopedico che uscirà tra non molto e dove saranno raccolti documenti e testimonianze di arre­sti, processi-farsa, decreti di con­danne, fucilazioni che, in ot­tant’anni di storia, hanno interes­sato vescovi e preti cattolici e orto­dossi.

    Come vivevano i cattolici della Russia imperiale?
    «Il cattolicesimo ai tempi degli zar era la confessione dei cittadini op­pressi. Le loro insurrezioni per le li­bertà civili e politiche furono re­presse con la forza. A farne le spese fu anche la gerarchia ecclesiastica. Vescovi e preti faticarono non po­co, tra l’altro, a mantenere autono­mia e libere relazioni con il Vatica­no».

    Quanti erano i cattolici in Russia all’epoca degli zar?
    «Cinque milioni, assistiti da 27 ve­scovi e 2194 sacerdoti; si ritrovava­no in 1500 chiese». Poi la Rivoluzione d’ottobre del 1917 portò il partito bolscevico al potere e con esso Lenin. «Un evento che anche i cattolici, al­lora, salutarono con speranza. Il potere sovietico – pensavano – in­cline a promuovere il bene dei la­voratori, non avrebbe oppresso la Chiesa da sempre perseguitata in Russia». Mai speranza fu così vana... «Sì, ben presto il potere bolscevico mostrò i suoi umori antireligiosi. Lenin, con alcuni decreti, privò la Chiesa di terreni, accademie teolo­giche, convitti e seminari. L’inse­gnamento della religione divenne un crimine, il matrimonio religioso illegale. Anche le chiese furono re- quisite: le comunità religiose pote­vano prenderle in affitto dallo Sta­to, a condizione di riceverne il pre­ventivo permesso dalle autorità. Permesso che spesso non arrivava. I sacerdoti cattolici, ma anche i loro collaboratori furono privati dei di­ritti elettorali. Altre misure dettero inizio a una guerra aperta contro la venerazione delle reliquie: scoper­te, furono in parte disperse e in parte rinchiuse nei musei statali».

    Come si difesero i cattolici?

    «In molte parrocchie nacquero 'Comitati parrocchiali di fedeli lai­ci' a difesa della Chiesa e dei suoi sacerdoti. Purtroppo, però, in di­versi casi, in questi comitati si infil­trarono collaborazionisti del regi­me ». Finita la prima guerra mondiale, nacquero nuovi Stati indipenden­ti. «La Polonia, la Lituania, la Lettonia e l’Estonia. Molti cattolici vi fuggi­rono – per fame o per terrore dei bolscevichi. Per loro la vita in Rus­sia era del resto divenuta impossi­bile. A marzo del 1923 le autorità citarono in giudizio l’arcivescovo Cepliak e 14 sacerdoti di Pietrobur­go, tra i quali padre Costantin Budkievicz, prete molto amato per la sua fama di santità. Fu quello il celebre processo collettivo al clero cattolico. Padre Budkievicz morì nelle cantine della polizia segreta, la Ceka, divenendo il primo martire del calendario dei martiri cattolici. Molti altri processi sommari al cle­ro e a comunità monastiche si sa­rebbero verificati negli anni succes­sivi. E per 12 sacerdoti è in corso la causa di beatificazione».

    Dopo la morte di Lenin salì al po­tere Josif Dzugasvili, detto Stalin. Cambiò qualcosa?
    «Per i cattolici no. Poiché, nonostante tutte le restrizioni, i sacerdoti continuavano a lavorare segretamente, il nuovo regime pensò di abbattere il cattolicesimo anche culturalmente, attraverso la propaganda atea. Nacque la Lega dei militanti atei, una casa editrice, l’Ateo, un giornale, il Giornale dei senza Dio, edito in tutte le lingue dei popoli viventi in Unione sovietica e diffuso in 44 milioni di copie. Nel Paese vennero aperti migliaia di musei dell’ateismo e per diffondere la cultura atea nella nuova Russia venivano organizzate manifestazioni di piazza. Nelle scuole vennero istituiti corsi di ateismo scientifico».

    Il Papa come si comportò?
    «Pio XI cercò di ricostruire la gerarchia ecclesiastica. Senza successo: i prelati nominati in segreto furono subito sottoposti alla repressione. Il 9 febbraio 1930 scrisse una lettera-denuncia sull’Osservatore romano, suscitando consensi e sostegno in tutto il mondo civile. I russi protestarono, ma per un certo periodo moderarono i metodi barbarici impiegati nella lotta antireligiosa. Non durò molto: dal 1937 al 1939, in pieno terrore staliniano, furono 150 i preti fucilati; a Levashova (nei pressi di Pietroburgo), a Sandormock (nel centro della Cariglia) e soprattutto nel gulag delle isole Solovki dove persero la vita anche moltissimi ortodossi. Nel 1941 in Russia rimanevano aperte solo due chiese, una a Mosca e l’altra a Leningrado, scampate alla chiusura perché appartenenti all’ambasciata francese, mentre nel Paese vivevano un solo vescovo – peraltro straniero – e 20 preti in libertà».

    Una tensione che si stempererà solo negli anni Ottanta del secolo scorso. E che si concluderà con la «perestroika» di Gorbaciov, che nel 1989 decretò la libertà di culto di tutte le professioni religiose. Qual è lo stato di salute della Chiesa cat­tolica in Russia oggi?
    «Molte chiese sono state riaperte. I cattolici sono stimati in un milione e 200mila, per lo più anziani. I preti sono 200, quasi tutti stranieri. In­somma, gli effetti di decenni di a­teismo si fanno sentire ancora oggi. Ma dobbiamo sperare per il futuro: i seminari sono tornati a sfornare giovani preti locali».

    Andrea Bernardini

    Avvenire
    November 09

    E il muro segnò la fine del paradiso terrestre


    Esattamente vent’anni fa cadeva il muro di Berlino sotto le picconate di folle reazionarie, segnando l’inizio della fine del sistema sovietico. Trovo fuori luogo le celebrazioni di questo evento storico, senza che nessuno ne faccia notare la tragicità. La caduta quasi senza colpo ferire dell’Urss, ha nascosto la vera natura del fatto.

    Iniziò in quel giorno il crollo del paradiso terrestre, del sogno finalmente realizzato di un mondo senza religioni e soprattutto senza Cristianesimo. Perdeva di credibilità il mondo che andava dai tetti in giù, e dove tutto quello che c’era sopra quei tetti era guardato solo come terreno di sfida a dio.

    Un mondo finalmente senza inibizioni, libero dei vincoli della Religione e quindi un mondo di uomini finalmente liberi. Dove la scienza era libera dal Cristianesimo che la aveva sempre soffocata, rendendo così l’Impero esportatore di progresso di cui ancora oggi si giovano i paesi che hanno avuto l’onore di farne parte.

    Finite le questioni teologiche, si era aperta un’era di pace. Non c’era più un dio da imporre su un altro dio, era stata tolta così alla guerra il suo fondamento. L’umanità era Dio, e fu così che la divina umanità esportò pace e libertà in tutto il mondo.

    Fu la vittoria dei diritti umani, sempre così schiacciati dalla religione cristiana. Fu la nuova età dell’oro, l’era della ricchezza.

    Tutto spazzato via da coloro che non erano in grado di capire che quel muro, quel filo spinato, quei soldati, erano lì a proteggerli dalla tentazione oppiacea dell’Occidente.

    Non c’è nulla di cui festeggiare. Al contrario si dovrebbe manifestare sentimenti di cordoglio agli eroi non ancora sconfitti. Ai campioni come Odifreddi che hanno visto spegnersi il loro paradiso.

    Ma la speranza vive ancora in Cina…


    November 07

    Il Crocefisso secondo Natalia Ginzburg


    Il testo che segue è tratto da un famoso editoriale di Natalia Ginzburg, scrittrice ebrea ma atea. Davvero merita di essere letto.

     

    Non togliete quel Crocefisso

    Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea di uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente. La ricoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. O vogliamo smettere di dire così?

    Il crocifisso è simbolo del dolore umano. La corona di spine, i chiodi evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino.

    Il crocifisso fa parte della storia del mondo. Per i cattolici, Gesù Cristo è il Figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo. Chi è ateo cancella l’idea di Dio, ma conserva l’idea del prossimo.

    Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine. È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà tra gli uomini.

    Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero. Alcune parole di Cristo le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente.

    Ha detto “ama il prossimo come te stesso”. Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono diventate il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto.

    Il crocifisso fa parte della storia del mondo.

    Pubblicato sull’Unità del 22 marzo 1988