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    November 29

    Dio è un rischio

     

    Dio è un rischio è un libro di Prezzolini, si potrebbe dire forse il più alto documento della sua grande umanità. Un grande uomo che, letteralmente, si “fece da solo” per via del suo istinto da autodidatta. È un libro sorprendente, per molti aspetti. Forse è l’unico “classico” della spiritualità che ha per autore un non credente, ma che merita di essere annoverato in questo categoria (seppur sui generis) per il suo spirito di cercatore. “Cerco, ricerco, mi perdo” ebbe una volta a scrivere l’autore in una lettera. È questa una delle espressioni che forse meglio rappresentano la vita di Prezzolini, sempre alla ricerca di Dio e della Grazia senza mai (per quello che a noi è dato sapere) trovare quella fede che lui definiva una “fortuna”. È un libro sorprendente anche perché l’odierno laicismo oltranzista ci ha abituato ad una divisone manichea fra credenti e non credenti che sembra destinata quasi a una infinita “guerra totale”. In Prezzolini invece troviamo un laico veramente non dogmatico e per questo fu un incredulo, ma non un mangiapreti. Per questo un po’ stupiscono le espressioni di stima nei confronti della Chiesa cattolica e addirittura la sua profonda amicizia con un Papa. Non con uno dei “papi buoni”, ma con quello più arcigno e oscurantista: Paolo VI. La lettura di questo libro e della corrispondenza dell’autore (allegata nell’edizione Vallecchi 2004) permette anche di aprire uno “squarcio” sul vero Paolo VI, presentato come fine intellettuale e grande pastore (nonostante tutte le difficoltà del tempo).

    Nel corso del libro Prezzolini riesce a rendere bene la difficoltà della ricerca di Dio che si perde in un “centivio” in cui ogni posizione è possibile. In un mondo che oggi si fa quasi un vanto dell’assenza di una Verità, risuona in tutta la sua onestà intellettuale la “disperazione” dell’uomo:

     

    “Eccomi dunque qui solo, disperato, senza verità, senza appoggio, senza nessuna voce, che mi dica dove sono, dove vado, dove vengo.” (pag. 39)

     

    Da qui anche l’amicizia con Paolo VI e con tanti altri credenti che nel libro sono ricordati con affetto. Eppure anche Prezzolini è passato per quel ateismo “duro e puro” che ostentava certezze rivelatesi poi palesemente infondate. Spesso fondate anche su quella falsa idea di scienza propugnata dal positivismo, del quale l’autore ebbe modo di vedere la rovina. Crollò l’idea di una scienza onnipotente, che tutto avrebbe spiegato fornendo verità assolute. Con Popper e con Heisenberg fu chiaro il carattere eternamente ipotetico della scienza, “condannata” a restare sempre al livello di tentativo in continuo perfezionamento. La scienza si mostrò allora per quello che era, un valido metodo di ricerca e non una fonte di verità. Anche perché, notava sempre Prezzolini, ogni volta che si credeva di avere scoperto tutto, in realtà si aprivano nuovi immensi orizzonti prima nemmeno immaginati. Ogni risposta, pone cento nuove domande. In questo senso a Prezzolini sembrava ormai finita la lotta fra scienza e fede, certo non avrebbe potuto immaginare un ritorno così arrogante e furioso del positivismo in questi nostri tempi. L’autore aveva una chiara idea della scienza, definita come “quello che l’uomo ha di più razionale” e che si basa sulla matematica. Tuttavia anche quest’ultima è fondata su degli assiomi non dimostrabili razionalmente ma necessari. Ma cos’è, si chiede Prezzolini, il ricorso all’esperimento (e quindi all’esperienza) se non la sconfitta di un certo modo di vedere la ragione, quale il razionalismo?

     

    Nella riflessione prezzoliniana ha un ruolo centrale il Caso. È questo, forse, il vero fondamento del suo scetticismo. Scrive l’autore in una lettera a Paolo VI:

     

    “Tuttavia nel mio semplice intelletto, penso che il Caso possa contenere, proprio per la sua accidentalità, qualche temporale o locale aspetto di un Ordine; mentre la Grazia, per la sua origine, non dovrebbe ammettere il menomo disordine.”

     

    La prospettiva dell’autore è quella pascaliana, non è possibile dare una risposta univoca e dimostrabile. E' indispensabile un certo grado di “scommessa”. Per questo la fede non è rifiutata come qualcosa di irrazionale. La fede, intesa come una potenza vitale dell’uomo e non nel senso comune di fede “dogmatica”, è “il sostegno della nostra vita quotidiana, intima ed assoluta”. C’è fede in tutto quello che facciamo, perché la sola ragione non basta mai. Per questo:

     

    “Non c’è contrasto tra ragione e fede; la ragione ha un campo limitato: è un fiammifero entro le tenebre; la fede è il senso della direzione dentro le tenebre, ed è l’indefinito se non l’infinito […] Gli uomini di poca fede sono in generale dei mediocri, dei titubanti, dei ristretti, degli avari […] Senza fede nessun uomo può dire di conoscersi interamente.”

     

    Per l’autore quindi la fede è “completamente irrazionale o solo in parte ragionevole”. Ma non è questo il problema, anzi. Il problema sta nel dilemma fra il Caso e la Grazia.

     

    La grande onestà intellettuale di Prezzolini lo porta poi ad una grande ammirazione nei confronti della Chiesa Cattolica. Definita come una

     

    “seminatrice di progresso sociale nel Medio Evo. […] La Chiesa aveva offerto alle plebi, senza orologio sul polso sinistro […] il giorno del riposo e le ore della preghiera, che tre le altre virtù aveva quella del silenzio o della musica del coro”

     

    Solo che adesso tutti hanno l’orologio al polso, per cui Prezzolini avvertiva come un pericolo per la Chiesa l’affacciarsi troppo nel sociale e nella politica. Il partito e il sindacato saranno sempre in grado di offrire più di voi, diceva l’autore a Paolo VI. L’unico campo rimasto alla Chiesa è anche il più importante, quello della bontà:

     

    “Soltanto la Chiesa predica l’amore fra gli uomini, la pietà per i vinti…”

     

    Prezzolini vedeva nella Chiesa l’unica istituzione che si occupasse di formare “uomini buoni”. Nessuna altra istituzione lo fa, politica o sociale che sia (e nemmeno potrebbe). Per questo consigliava alla Chiesa di sfidare i suoi avversari non in trasferta, ma nel campo che le era proprio: quello dello spirito. Impressionante anche il saluto al nuovo Pontefice Giovanni Paolo II, alla fine del libro, del quale l’autore non doveva sapere molto ma quasi profeticamente ne avvertì la portata che avrebbe avuto nella storia mondiale.

    In conclusione Dio è un rischio non è un libro per tutti. Clericali e anticlericali farebbero bene ad evitarlo. Ma senza dubbio è, allo stesso tempo, un libro per credenti e non credenti per potere attingere all’avvincente spirito di ricerca della Verità che lo attraversa. Alla fine sarà un “Cerco, ricerco, mi perdo” per un non credente che sia anche non bigotto, e un “Cerco, ricerco, mi ritrovo” per chi ha già trovato ma sente il bisogno di riscoprirlo tutti i giorni.

     

    Uomo, non ne puoi fare a meno.

    Gioca, gioca.

    Doppio Sei, o doppio Zero? Nero o Rosso?

    Settebello o Due di coppe?

    Se ti rifiuti, giochi lo stesso.

     

    November 24

    La Chiesa e la Borsa

     

     

    Da sempre nella Chiesa si dibatte sul tema della ricchezza. Essenzialmente esistono due scuole di pensiero, che sono poi le stesse che sorsero all’interno dell’ordine francescano: i conventuali e gli spirituali. Entrambe queste scuole avevano ed hanno i loro versi evangelici di riferimento, commettendo lo stesso errore tipico delle Chiese riformate; ovvero quello di isolare alcuni passi a discapito di una visione di insieme. Le tendenze pauperistiche si sono sempre basate su passi di questo genere:

     

    “Vedendo Gesù una gran folla intorno a sé, ordinò di passare all`altra riva. 19 Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: "Maestro, io ti seguirò dovunque tu andrai". 20 Gli rispose Gesù: "Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell`uomo non ha dove posare il capo". (Matteo 8, 20)

     

    Insieme poi al Discorso delle beatitudini che esaltano la povertà e alle parabole contro la ricchezza. Tutte cose verissime, ma spesso usate da analisi molto superficiali. Leggendo il Vangelo si potrebbe avere l’impressione di una sorta di divisione manichea fra buoni e cattivi: ovvero fra poveri e ricchi. In realtà nella stessa narrazione evangelica si vede che le cose non stanno così. Il Vangelo presenta Lazzaro come il migliore amico di Gesù, e dalla descrizione della sua tomba si evince che non doveva essere affatto povero. Lo stesso discorso vale per Nicodemo e per Giuseppe di Arimatea, pure detto uomo giusto. Giuda Iscariota, invece, certo ricco non doveva esserlo se rubava dalla cassa (come ha notato Messori), varrà la pena di rileggere il passo:

     

    “Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell`unguento. 4 Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: 5 "Perché quest`olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?". 6 Questo egli disse non perché gl`importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. 7 Gesù allora disse: "Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. 8 I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me". (Giovanni 12, 1-8)

     

    Questo passo ci indica molte cose. In primis confuta una sorta di lettura marxista del Vangelo che vorrebbe i ricchi automaticamente cattivi e i poveri automaticamente buoni. Certo i poveri in quanto tali sono degni di particolare amore e attenzione da parte di Dio (e quindi dei Cristiani), ma la ricchezza non è in sé un male. Gesù la indica come un pericolo per chi la possiede, si potrebbe dire una responsabilità. Infatti il ricco epulone (Luca 16, 19-31) non si danna per la ricchezza, ma perché lascia morire di fame Lazzaro. Lo stesso per l’uomo ricco di Luca 12, 16-21, la sua colpa è di accumulare “tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio".

    In secundis il passo ci informa che Gesù e gli Apostoli avevano una cassa, e che questa era usata anche per beneficare i poveri. Da questa prospettiva il denaro non appare più come lo “sterco del diavolo” ma come un dono e una possibilità: tutto sta a come la si usa. Quindi è già in errore chi si scandalizzi di vedere del denaro nella mani di uomini di Chiesa, senza nemmeno curarsi di come quel denaro venga speso. Però il passo di Giovanni ci mette in guardia anche da un’altra tentazione di stampo forse ancora più moralista; quella segnata esclusivamente da una visione mondana e terzomondista per cui il denaro può essere usato solo e soltanto per i poveri. Sono quelli che si scandalizzano per un candelabro decorato o per una mensa eucaristica riccamente addobbata. Le due cose vanno in realtà insieme, lo indicavano già i Padri della Chiesa che raccomandavano di curare sia l’altare che i poveri. Quindi fra le tendenze conventuali e quelle spiritualiste la verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Quindi nel buon senso e nella misura.

     

    Questa premessa teologica ci permette ora di arrivare all’attualità. Anche oggi, ovviamente, non manca chi condanna la ricchezza della Chiesa per vari motivi. Ci sono i pauperisti che lo fanno dall’interno, e ne abbiamo già parlato. Poi a questi si è unito un nuovo fronte, quello anticristiano. Stiamo parlando di tutte le polemiche che di volta in volta nascono sull’Otto per Mille. Un argomento, questo, già di per sé molto complicato ma reso ancora più scivoloso dalle prese di posizione ideologiche. Recentemente perfino Sergio Romano è stato obbligato a scusarsi per la disinformazione fatta durante un’intervista radiofonica nella quale aveva detto che l’Otto per Mille viene devoluto al Vaticano, quando invece ovviamente si tratta della Chiesa Italiana. Queste e altre menzogne sono sintomi di un fastidio crescente nei confronti del finanziamento pubblico di istituzioni religiose, incompatibile (dicono) con uno stato laico. Inutile dire che ovviamente la laicità che loro hanno in mente è quella orientale, molto orientale. In realtà non c’è nessuna incompatibilità. Infatti l’Otto per Mille risponde ad un’esigenza pienamente democratica e che ha il merito di rendere partecipe il cittadino riguardo l’investimento dei suoi soldi. Lo Stato chiede un contributo da investire nel sociale, come gli interventi assistenziali e umanitari in Italia e nel mondo. È giusto quindi che, in una materia così delicata, il cittadino sia chiamato a scegliere in base alla propria sensibilità e fiducia. Per questo si può scegliere lo Stato, come si può invece optare per la Chiesa Cattolica e altre Chiese. Il fatto che la Chiesa cattolica ottenga ancora la stragrande maggioranza delle firme non può non far diventare verdi d’invidia gli anticlericali. I quali, spesso, si dicono sempre reverendissimi della volontà popolare…ma guai poi a lasciare che questa si esprima liberamente (e al di fuori delle logiche di partito)! Allora ci sputano sopra. Per questo sarebbe meglio negare questa possibilità, lo sanno bene. Da qui nasce, comprensibilmente, tutta una campagna diffamatoria nei confronti dell’Otto per Mille alla Chiesa Cattolica. Sempre a sindacare su come questa li usa e lamentarsi che siano ancora in pochi (seppur, sembra, in crescita) quelli che firmano per lo Stato. Ovviamente però si guardano bene dal chiedersi come invece lo Stato usi quei soldi, ma alla fine è sempre l’ideologia che conta.

    La Chiesa cattolica investe molto in interventi caritativi ma, è vero, buona parte anche per il sostentamento dei sacerdoti. In realtà però la Chiesa cattolica è in grado di investire molto meglio quei soldi rispetto allo Stato e ad altre istituzioni. Per il semplice motivo che lei può contare su un’immensa rete di “volontari a vita” che sono i preti e le suore di tutto il mondo (oltre, ovviamente, ai volontari laici). Questo permette di investire direttamente sul territorio (ospedali, scuole ecc…) senza dover passare per le banche e altre istituzioni benefiche che però hanno i loro costi, per cui alla fine arriva ben poco. Il sostentamento dei sacerdoti (e quindi anche le esigenze di culto) permette invece di tenere in piedi questa grande rete benefica che ha i suoi centri anche nelle parrocchie e nelle diocesi. Per non parlare poi della Caritas che è finanziata dal Cinque per Mille ma che è comunque legata alla Cei (la quale spesso non esita a sostenerla con contributi straordinari). Esiste poi un’altra voce di spesa che è quella, a dir poco ingente, del mantenimento dei beni culturali concentrati in larga parte nei luoghi di culto (che sono anche mete di pellegrinaggi e di turismo, cose che quindi interessano tutti). Chi guarda le Iene (programma certo non sospetto di clericalismo) sa che nei servizi riguardo i Paesi del Terzo Mondo nelle situazioni più terrificanti (come nel caso dei bambini accusati di stregoneria, o nei posti con alti tassi di prostituzione minorile o di gravi carenze sanitarie) capita spesso che non trovino nessuno. Nessuno, se non un prete o una suora che anche grazie all’Otto per Mille compiono con poco opere di straordinario valore umanitario (mettendo anche a rischio la vita). Tutto questo, a detta di alcuni, costerebbe troppo. Le cifre, come sempre nella macro economia, sono da capogiro ma al massimo si può parlare di una felix culpa. Fossero queste le “colpe” della varie associazioni benefiche e della stessa FAO (periodicamente costretta ad ammettere il proprio fallimento, senza mai mettersi però in discussione…). Poi si può discutere sui vai meccanismi dell’Otto per Mille, ma il principio di fondo è giusto e l’uso che ne fa la Chiesa cattolica è buono. Per farsene un’idea non c’è bisogno di andare in Bangladesh, in India o in Africa. Forse basterebbe dare uno sguardo fuori dalla finestra.

     

    Informazioni più dettagliate si trovano qui:

     

    http://www.8xmille.it/ipovedenti/terzo_mondo_carita.htm


    November 19

    Paradossi moderni

     

    Secondo l’ONU sono circa 24.0000 le persone che, ogni giorno, muoiono di fame. Una della morti più lente e atroci che esistano. Una stima agghiacciante, ma fino a un certo punto. Nessuna legge, infatti, e nessuna sentenza lo ha stabilito se non quella fondamentale legge naturale dell’ingiustizia. Fino a poco fa una cosa deprecabile, è ora desiderabile. Per questo la morte per fame e sete ha anche i suoi supporters pronti a sostenere che si tratti di una morte degna, un doveroso viatico verso coloro che essi hanno stabilito indegni di vivere. Esatto, vite umane indegne. Nel migliore dei casi. Nei peggiori non si esita a parlare di semplice “vita animale” paragonando queste incomode persone ad animali o a piante. Eppure chi si occupa di queste persone dimenticate non lo fa per spirito animalista né per passione botanica nei confronti di vegetali, ma per spirito umanitario. Per questo anche delle suore, che da anni accudiscono una persona non in grado di badare a se stessa, possono essere accusate di crudeltà. Crudeli perché si ostinano a vedere in quel “corpo” che pulsa, che veglia, che dorme, che emette gemiti, una persona da accudire ancora con più amore e non un cavallo zoppo da abbattere perché non più utile a nessuno. Eppure nemmeno gli animali, secondo la cultura mess-mediatica, dovrebbero essere sottoposti a un tale arbitrio. Tutte cose già viste, solo meglio confezionate sotto la veste di una falsa autodeterminazione che altro non è che il diritto di “autodeterminare” gli altri e quindi di terminare la loro vita. E così capita che il desiderio di una ragazza sconvolta venga presentato come l’espressione di una volontà circostanziata con tanto di processo alle intenzioni (del tipo “quello che avrebbe voluto”) seguito da regolare sentenza. Così ci sono persone che hanno nella mani la vita di altre persone, con ufficiale licenza di uccidere da applicare quando lo si riterrà più opportuno. Come se non bastasse, tutto questo non avviene in base a una legge. Il Parlamento eletto dal popolo, può cambiare le leggi. Ma esistono poteri dove né la volontà popolare né alcun altro potere può arrivare. Il Legislatore risponde al popolo, il potere giudiziario no. Infatti, quest’ultimo, dovrebbe rifarsi solo alle leggi. Invece, dice il Presidente della Corte Costituzionale Antonio Baldassare, in questo caso la Cassazione “ha individuato un diritto, ne ha stabilito le circostanze, ne ha fissato i limiti e ne ha predisposto le modalità di esercizio […] stabilisce cioè la norma nel caso concreto che non trova nella legge, allora abbiamo un’autorità che non ha una responsabilità politica verso il popolo e, quindi, non ne subisce le conseguenze. Evidentemente siamo davanti a un “governo dei giudici” che non ha nulla a che fare col nostro sistema democratico”. Tutto questo in barba alla Costituzione e al Codice penale che punisce l’omicidio del consenziente. Aveva proprio ragione Sciascia quando diceva che la Costituzione non esiste più, per cui ne sopravvive solo il mito che al contempo la dichiara intoccabile.

    I tifosi della morte per fame e sete, giurano e spergiurano che non sentirà niente. Che non può sentire niente. Contemporaneamente però si industriano per assicurarsi che non soffra con sedativi e progettano di inumidire il palato per evitarle la sensazione della disidratazione. Eppure per provare dolore e disagio, credo, c’è bisogno di un cervello ancora minimamente attivo. Quindi non possono escludere che ci sia ancora un barlume di coscienza, ma si dicono sicurissimi che non ci sia. Se qualcuno osa anche solo dubitare della morte celebrale come fine della vita, gli saltano tutti addosso. Eppure se una persona è ancora in grado di vegliare e di dormire evidentemente non è ancora giunta la morte celebrale propriamente detta. Nonostante questo però è morta, è morta. Punto.

    Non si può nemmeno parlare di accanimento terapeutico. Non si tratta di malati terminali. Quello che interverrà non sarà una malattia nè una comune causa naturale. Sarà anzi quella naturale per eccellenza: la fame e la sete. Dopo la sospensione del sostegno vitale, e non di una terapia. Quanto durerà questa agonia? Nessuno lo sa con precisione. Ma le scommesse sono aperte. Chi dice venti giorni, chi quindici se non dieci. Terry Schiavo, una persona che era ancora capace di compiere dei minimi e istintivi movimenti, morì dopo quattordici giorni. Massimilano Kolbe era ancora vivo dopo due settimane. Pur nel profondo della barbaria, forse per noia più che per pietà, alla fine gli fu somministrata un’iniezione letale. Un “privilegio” che lei, e tutti quelli che la seguiranno, non avrà. La vedremo morire piano piano, nota Giuliano Ferrara, fino alla fine. La bocca secca. I tessuti senza liquidi. Battito del cuore accelerato. Pressione sanguigna che diminuisce. Stato di veglia che cala. Respiro irregolare…

    Quando sarà finito, saremo tutti ipocritamente tristi e quindi un po’ più felici. La vita non degna che abbiamo elevato a simbolo, sarà servita al suo scopo. Dopo di lei toccherà alle altre migliaia di persone che abbiamo dichiarato simili ad animali, quando non semplici vegetali. E non sarà difficile trovare anche per loro una dichiarazione di orrore nei confronti di uno stato che fa paura a tutti.

    Abbiamo fatto di Eluana il simbolo della nostra ideologia di morte. Quindi adesso deve assolvere il suo scopo: deve morire. E contro la morte non c'è appello.


    November 11

    Propaganda e sensi di colpa

     

    Ho appena terminato la lettura di Uomini, Storia, Fede di Vittorio Messori che come sempre offre al lettore una brillante e profonda analisi del presente e del passato. Come tutti i suoi libri, è una lettura consigliata e quasi d’obbligo. Molto interessante anche la postfazione che il medievista e agnostico Leo Moulin ha fatto del libro mostrando come si può condividere e\o apprezzare Messori anche senza una prospettiva di fede. Proponiamo qui un paio di frammenti di questo grande storico.

     

    “Poniamoci (..) la domanda capitale, sollevata inevitabilmente dalle origini cristiane dei valori laici. Perché essi hanno avuto e hanno effetti così funesti: dal comunismo al nazismo e dal razzismo al nazionalismo, dal colonialismo al pauperismo dei primi decenni del secolo scorso? Perché la crisi morale e spirituale che opprime la nostra società attuale? Sarebbe infatti difficile negare che vi sia un rapporto tra lo stato attuale della nostra società e i valori che la fondano.

    Quanto a me, credo che- in una visione del mondo secondo la quale "l'uomo è misura di tutte le cose" come insegnava Protagora - i valori umani inevitabilmente finiscano per deragliare, per degenerare. In mancanza di un punto di riferimento assoluto, al di fuori della portata dell'uomo, essi secernono inevitabilmente delle "tossine" che uccidono quanto possono avere di beneficio (non foss'altro che a causa della loro origine cristiana). L'eguaglianza diventa egualitarismo; la libertà, licenza; il sapere, scientismo; il diritto alla vita, edonismo; e così via. E' ciò che Messori non cessa di denunciare.”

     

    Tratto dalla postfazione di Leo Moulin a Uomini, storia, fede di Vittorio Messori 

     

    «Date retta a me, vecchio incredulo che se ne intende: il capolavoro della propaganda anti-cristiana è l’essere riusciti a creare nei cristiani, nei cattolici soprattutto, una cattiva coscienza; a instillargli l’imbarazzo, quando non la vergogna, per la loro storia. A furia di insistere, dalla riforma sino ad oggi, ce l’hanno fatta a convincervi di essere i responsabili di tutti o quasi i mali del mondo. Vi hanno paralizzato nell’autocritica masochista, per neutralizzare la critica di ciò che ha preso il vostro posto»«Da tutti vi siete lasciati presentare il conto, spesso truccato, senza quasi discutere. Non c’è problema o errore o sofferenza nella storia che non vi siano stati addebitati. E voi, così spesso ignoranti del vostro passato, avete finito per crederci, magari per dar loro manforte. Invece io (agnostico, ma storico che cerca di essere oggettivo) vi dico che dovete reagire, in nome della verità. Spesso, infatti, non è vero. E se qualcosa di vero c’è, è anche vero che, in un bilancio di venti secoli di cristianesimo, le luci prevalgono di gran lunga sulle ombre. Ma poi: perchè non chiedere a vostra volta il conto a chi lo presenta a voi? Sono forse stati migliori i risultati di ciò che è venuto dopo? Da quali pulpiti ascoltate, contriti, certe prediche?» (Léo Moulin).

     

    Tratto da Pensare la Storia. Una lettura cattolica dell’avventura umana

     

    Qui trovate il testo di Messori nella versione integrale:

    http://rassegnastampa.totustuus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=2075

     

     
    November 08

    Sulla persona umana

     

    I continui progressi della tecnica rendono sempre più necessario interrogarsi sulla natura dei concetti di “vita” e di “persona”. Concetti, soprattutto quest’ultimo, che sono di difficile definizione in quanto tirano in ballo ambiti diversi: dalla scienza alla filosofia (magari passando anche per la teologia). Il concetto di persona non è scientifico, ma la scienza può comunque dare un contributo importante. Per questo partiremo dall’idea di vita.

     

    Cos’è una vita? E quando inizia?

     

    Per parlare di vita basta essere in presenza, appunto, di qualcosa di “vivo” come può esserlo anche una pianta o un microbo. Dal momento in cui ci stiamo interrogando sulla definizione di persona, questo concetto di vita potrebbe sembrare troppo largo per esserci utile. In realtà, nel nostro ragionamento, ha la sua importanza. Per cui lo metteremo solo momentaneamente da parte. Riguardo il problema dell’inizio della vita, ci limitiamo a ricordare che di solito i manuali di biologia dicono che la vita umana inizia con la fecondazione. Il punto è se il prodotto della fecondazione (umana) possa essere considerato persona.

     

    Le definizioni di persona

     

    Le definizioni di persona sono molto varie, proveremo ad analizzarne alcune. La definizione più immediata che noi abbiamo di persona è, in fondo, quella che noi abbiamo di noi stessi e quindi degli altri. Ovvero individui dotati delle comuni facoltà umane che ci dividono dagli animali. A sua volta, fra queste, le più lampanti sono: la parola, la possibilità di un pensiero complesso (con la capacità di fare astrazione), l’interazione col mondo esterno. Alla fine, le persone che sono accanto a noi: fisicamente presenti. Questa prima definizione è corretta da un punto di vista teorico, ma vacilla sotto quello pratico. In primis il problema delle dimensioni che per taluni sembra essere così rivelante, ma senza spiegare quali siano alla fine le dimensioni “esatte” per essere delle persone. Altro difetto di questa definizione è la sua eccessiva ristrettezza. Se senza parola non c’è persona, bisogna di forza escludere dal “canone” delle persone gli infanti e i muti. Una tal cosa risulterebbe eccessivamente ripugnante per la morale comune, e quindi si può escludere senza problemi. Riguardo il problema dell’interazione col mondo esterno, invece, basta notare che le persone in coma non perdono il loro carattere di “persone”. Per il semplice motivo che altrimenti bisognerebbe supporre non solo prima il passaggio da persona a “non persona”, ma poi il ritorno dalla “non persona” alla persona in caso di risveglio. Essendo già tutto da dimostrare che persone si diventi (poiché non abbiamo ancora azzardato una definizione), il fatto che si possa così facilmente passare da uno stato all’altro rende la validità di questa argomentazione prossima allo zero. Serve quindi una definizione migliore.

    Una definizione qualitativamente migliore è quella che riesce a salvare lo status di persona per gli individui prima esclusi. In questo caso molti, anche prestigiose enciclopedie, accostano il concetto di persona a facoltà più generali di quelle della parola e dell’interazione. Si parla quindi di persona come soggetto dotato di autoconsapevolezza e di razionalità. La persona è un essere razionale munito di identità”, dicono alcuni. Per non incorrere nei difetti della prima definizione, che abbiamo visto, si lega il concetto di persona a qualcosa che sia meno evanescente. Qualcosa che sia possibile toccare con mano, per non lasciare scampo a dubbi. In altre parole: il cervello. Alla fine, in effetti, è da esso che ci vengono tutte quelle caratteristiche che ci distinguono dagli animali e dalle piante. Tuttavia il cervello che noi abbiamo non è un qualcosa di dovuto alle nostre abilità individuali. Mi spiego. La differenza fra una pianta e un uomo parlante non sta in quel comune giudizio scolastico del tipo “è in intelligente ma non si impegna…”. Le piante, come gli animali, non hanno le suddette facoltà umane perché non hanno un cervello umano. Ma il fatto che non ne siano dotate trova una semplice spiegazione: semplicemente non appartengono al genere umano. Un’affermazione, quest’ultima, che può apparire banale ma non lo è. Una persona non ha un cervello umano per caso, ne è dotato in virtù della sua appartenenza al genere umano. In altre parole al suo codice genetico (umano). Questa è la vera, prima e fondamentale qualità che distingue l’uomo dal resto degli esseri viventi. Leggiamo cosa ne dice a riguardo Angelo Vescovi in un’intervista nel sito dell’associazione Luca Coscioni:

    Lei, che si definisce agnostico, non manca di ripetere come l’embrione sia fin dall’inizio vita. Ci spieghi le basi di questa sua convinzione.
    «Sono basi perfettamente scientifiche. La biologia non è scienza esatta, ma la fisica sì, ed esiste una branca della fisica che è la termodinamica. Qualunque fisico esperto di termodinamica può dire che all’atto della fecondazione c’è una transizione repentina e mostruosa, in termini di quantità d’informazione. Una transizione di quantità e qualità di informazione senza paragoni, che rappresenta l’inizio della vita: si passa da uno stato di totale disordine alla costituzione della prima entità biologica. Che contiene tutta l’informazione che rappresenta il primo stadio della vita umana, concatenato al successivo, e al successivo, e al successivo, in un continuum assolutamente non scindibile, se non in modo arbitrario.

     http://www.lucacoscioni.it/node/2486

     

    A scanso di equivoci, chiariamo subito che anche fra gli scienziati esistono opinioni diverse in materia. Tuttavia a noi il parere di questo emerito ricercatore sembra particolarmente interessante e degno di nota perché, come sempre, impostato con grande ragionevolezza. Dicevamo, dunque, che il cervello umano non è frutto del caso. Ad ogni modo porre un organo (seppur così importante) al limite fra la persona e la “non persona” suscita non poche perplessità. Farlo vorrebbe dire porre in bilico i diritti inalienabili della persona. Cosa accade di una persona con un cervello non funzionante? E cosa, con un cervello solo parzialmente funzionalmente? Fino a che punto esso deve funzionare per non vedersi negato lo status di persona? E, soprattutto, chi lo stabilirà?

    Forse quello del cervello è un falso problema. Infatti se qualcuno al parco, chiedesse a una persona ragionevole qual sia la differenza fra un uomo e un albero, certo non starebbe lì ad analizzare il corretto funzionamento del cervello di quell’uomo. Risponderebbe che la differenza fondamentale dell’uomo è la sua appartenenza al genere umano, con tutto quello che ne consegue. Per cui proviamo a tornare alle facoltà umane.

    Abbiamo parlato di razionalità, identità e autocoscienza. Categorie senza dubbio giuste, ma che non vanno prese in senso troppo rigido. Infatti si potrebbe discutere su quale razionalità possa avere un neonato. Pur tuttavia, quasi nessuno nega a quest’ultimo lo status di persona. Pur non potendo egli fornirci prove di razionalità, siamo soliti distinguerlo nettamente dalle altre forme viventi. Come mai? Eppure un neonato non sa far di conto, e se voi ponete un quesito del genere a un neonato, a un feto, a un embrione e ad un cane otterrete la stessa risposta: nessuna risposta. La soluzione dell’arcano è sotto gli occhi di tutti. La differenza fra il neonato e il cane esiste eccome: la razionalità del bambino è solo momentaneamente a livello potenziale. Com’è possibile questo?

    Il punto è che tutte le nostre facoltà sono già iscritte (e previste) nel nostro codice genetico. Quindi un neonato, a differenza di ogni altra forma di vita non umana, possiede già in potenza tutte le facoltà umane, e continuerebbe a possederle anche se per accidente non avesse la possibilità di passarle tutte all’atto (come un muto, ad esempio). Questo vale però per ogni vita umana, qui torna in gioco il termine vita. Poiché questo presuppone l’esistenza di un essere vivente (animale, vegetale o umano). Il codice genetico è utile perché ci fornisce uno strumento prezioso per delimitare quello che è umano da quello che non lo è. Ora l’embrione (il feto e via dicendo) è senza dubbio un essere vivente, infatti può morire. Visto che l’embrione umano appartiene di fatto al genere umano, è legittimo parlare di “essere umano”.

     

    Ma come può un embrione fare vita umana?

     

    Il problema in realtà è un altro. È cosa significhi precisamente fare vita umana. Nel tentativo di dare risposta a questa domanda non si sono risparmiate le soluzioni più fantasiose. Secondo alcuni si può parlare di vita umana solo se si è nella condizione di far valere i propri diritti (espressione singolarmente ambigua), oppure se si può interagire col mondo esterno (ma lo fanno anche gli animali, in un certo senso) , oppure ancora solo se si è entrati a far parte della società umana. Non manca chi lega il concetto di vita umana al letterale “venire alla luce” dando così una sorta di valore mistico alla luce solare, nè chi assume una prospettiva neodarwinista ponendo il problema in termini di lotta per la conquista dei diritti (come nella Jungla). Nessuna di queste soluzioni, ovviamente, è soddisfacente e si confanno più a quelle discussioni filosofiche che alla fine perdono il contatto con la realtà. Per questo, senza troppe remore, ci sentiamo di cestinarle tutte optando per una soluzione più ragionevole: si parla di vita umana, quando abbiamo un essere vivente (in senso biologico) appartenente al genere umano (codice genetico). Questa definizione ha un duplice vantaggio. Il primo è che ci permette di affidarci non ad astratte categorie filosofico\teologiche, ma a degli strumenti molto più concreti e certi. Il secondo vantaggio è che ci permette di sottrarci a questi odiosissimi giudizi di valore che, alla fine, hanno come obiettivo quello di stabilire quale vita umana sia importante e quale no. E, per giunta, con dei metodi del tutto arbitrari. Con queste speculazioni filosofiche si potrebbe giungere a qualsiasi risultato, anche che chi non va al bar o in discoteca non fa vita umana. Diremo quindi che l’embrione è di fatto un essere umano, questo ci porta all’ultimo punto.

     

    Esistono esseri umani che non sono delle persone?

     

    Prima di rispondere a questa domanda, sarà bene ricordare che le più grande ingiustizie della storia si sono consumate proprio in base a questa risposta. La storia ci fornisce la prova dell’arbitrarietà di questi giudizi di valore sulla vita umana. I Greci e i Romani guardavano con disprezzo ai barbari, fino a considerarli a volte dei subumani. Lo stesso accadde, e in maniera filosoficamente più organizzata, per gli Indiani d’America e poi per i neri. E gli esempi sono infiniti, concluderemo con quello più recente delle teorie biologiche razziali che colpirono in particolar modo gli Ebrei. Molti dei genocidi della storia hanno alla base la pretesa di qualcuno di decidere fra gli esseri umani chi dovesse essere considerato persona e chi non ne era degno. E questo in base ai criteri più svariati (non di rado ammantati di quella rassicurante scientificità) quali la razza, il colore della pelle, la provenienza geografica, l’appartenenza politica e religiosa ecc…insomma, di tutto di più. Da sempre è insita nell’uomo questa tendenza, quasi (rubando una famosa espressione di Hegel) una categoria eterna dello Spirito che continua ad incarnarsi, in forme diverse, nella storia. Le categorie che ci propongono oggi non sono meno arbitrarie, sono solo meglio elaborate. Alla razza e al colore della pelle si sono sostituite curiose discriminazioni di tipo temporale. Lo status di persona si acquista col tempo. E anche qui ognuno ha i suoi numeri da giocare al lotto: tre mesi, quattro mesi, cinque e via dicendo. Poi di solito queste sono accompagnate da altre motivazioni come quella genetica e quella dell’autonomia. La prima presuppone una sorta di schiavitù genetica da parte del concepito, sul quale si vorrebbe instaurare un potere assoluto misconoscendone abilmente il carattere di “terzo” individuo. La seconda è quella che pone l’accento sull’autonomia che bisognerebbe avere per essere considerati persone. Anche questo è un concetto del tutto arbitrario, perché anche un neonato manca di autonomia e necessita di continue cure che hanno pari valore rispetto a quelle che si ricevono nel grembo materno. Inutile anche presentare la vita embrionale come un progetto di vita, perché nel momento in cui si mettono le fondamenta di una casa non si è più alla fase progettuale.

    In realtà l’embrione e il feto, in quanto esseri umani, sono già in possesso (seppur solo in potenza) di tutte le facoltà umane ed essendo lo sviluppo della vita un continuum è impossibile trovare momenti o fasi che giustifichino una cosa così immensa come il passaggio da una “non persona” a una persona. La migliore definizione di persona è anche la più semplice, è quindi la seguente: dicesi persona ogni essere umano. Se si adottasse questo principio si scongiurerebbero sul nascere tutte le manifestazioni di quella eterna categoria dello spirito che dicevamo. Ci libereremmo, una volta per tutte, del rischio di guardare ad altri esseri umani come a delle subpersone o a degli esseri inferiori solo perché, per un motivo o per un altro, non rispettano le nostre pretese filosofiche (o meglio, i nostri interessi). Già, gli interessi. Dietro gli esempi che facevamo sopra c’erano sempre interessi ben distinti. E anche oggi questi non mancano. Anche non volendo assumere questa definizione di persona a livello giuridico, tutto questo basterebbe per capire che la vita umana merita sempre e comunque rispetto a qualsiasi livello dello stadio di sviluppo. Per questo la vita umana non può essere ridotta a cavia da laboratorio e, almeno culturalmente, andrebbe riconosciuta la soppressione di una vita come un’ingiustizia e non come un simbolo di autodeterminazione. Poi è giusto discutere delle “soluzioni” pratiche, ma anche i principi di fondo contano. Se sono sbagliati questi, anche nella pratica avremo risultati inumani come l’indifferenza etica che circonda l’aborto e che, creando una mentalità abortista e antinatalista, impedisce da sempre di intervenire a sostegno della maternità in difficoltà. Oppure come la produzione degli embrioni chimera (incroci fra uomini e altri animali) che violano in maniera così palese, e indisturbata, la dignità umana e quel principio espresso dal grande Kant nella Critica della Ragion pura:



    “Considera l’umanità, in te stesso e negli altri, sempre come fine e mai come mezzo”


    November 01

    Il libero pensiero e la libera catacomba

     

    Si sente sempre più spesso che la fede deve essere confinata alla sfera privata. Condizione necessaria di uno stato laico, dicono. Lo si sente nelle aule universitarie, lo si legge sui giornali e via dicendo. Ma, nella quasi totalità dei casi, questo enunciato non è seguito da alcuna indicazione sulla sua applicazione pratica. Già, ma dove finisce il pubblico e inizia il privato? E, soprattutto, cosa si intende per pubblico? Quest’ultimo termine richiama, per chi ha dei fondamenti di latino, alla res publica che spesso viene tradotta (un po’ brutalmente) come “cosa pubblica”. In altre parole, lo Stato. Adesso il principio della laicità dello Stato, cioè di uno stato che non deriva la giustificazione dei suoi valori da alcuna teologia, è già comunemente accettato. Evidentemente questo però non basta. La fede non deve avere nessuna valenza pubblica, dicono. Affermazione interessante. L’inno alla privatezza della fede capita anche di vederlo espresso con veemenza in qualche blog. Di solito è in questi contesti che viene fuori una più chiara definizione del principio. Dopo un secolo di esperimenti e di tentativi di liberare l’uomo dall’alienazione religiosa adottando una sorta di “soluzione finale” volta alla completa eliminazione della fede (e finanche dello stesso problema di Dio), ci si è resi conto dell’impossibilità del progetto. Quei “liberatori” dell’umanità sono passati, la fede no. Allora l’unica soluzione che appare ancora possibile ai discendenti di quei liberatori è un’altra: la catacomba. Cioè, se non possono distruggerla, cercano almeno di limitare i danni rendendola il meno visibile possibile. La fede è un qualcosa di mal tollerato, qualcosa di cui il malcapitato dovrebbe vergognarsi e avere almeno la buona creanza di non parlarne se non in casa sua (o sottoterra). Perché è qui che arriva il problema. La condizione liberale vuole che a ciascuno sia riconosciuta la libertà di pensiero. E questa, seppur con qualche esitazione a volte, nessuno la nega. Il problema è che, in fondo, anche il suddito ha la libertà di pensare un po’ quello che vuole perché per fortuna nessun regime (di qualsiasi colore) è mai riuscito a controllare il pensiero. Il punto è che sempre quella condizione liberale vorrebbe anche il riconoscimento per tutti della libertà di espressione. Il cittadino può quindi liberamente e pubblicamente esprimere il suo pensiero, e quest’ultimo non è soggetto a limitazioni. Il pensiero umano ha infinite variabili: dalla politica fino alla religione. Anche l’espressione “valenza pubblica” è piuttosto ambigua. Se per valenza si intende ciò che “vale per tutti” è un conto, ma non se ne capisce allora il significato. Pare infatti che i matematici impazzino liberamente in lungo e in largo. Forse il senso giusto dell’espressione è semplicemente ciò che è pubblico, che è manifesto. Questo spiegherebbe perché alla dimensione pubblica della fede viene contrapposta una decisa dimensione privata (non un ruolo pubblico prettamente sociale ed extrastatuale). Il punto è questo, la società che è per sua definizione uno spazio libero e pubblico. Tutto ciò che vi agisce assume una valenza pubblica, cioè un significato pubblico. Nella società di uno stato laico, quindi, ogni pensiero ha una valenza pubblica, perché ciascuno esprime il proprio e quindi vale per tutti e per nessuno. La società è il luogo pubblico per eccellenza e, nel libero mercato delle idee, dà valore a quello che più crede. In questo senso ogni pensiero può assumere valenza pubblica perché tutti ne possono usufruire o meno. Che sia minoritario o maggioritario non ha importanza, è offerto a tutti e ognuno decide in che misura farlo valere nella propria esperienza. Rendere una cosa “di dominio pubblico” vuol dire appunto metterla a disposizione di tutti, conferire cioè a quella cosa una dimensione pubblica. Il punto è che anche la fede può essere considerata come un pensiero. Adesso, quale reazione susciterebbe l’espressione di un simile principio: “Il pensiero non deve avere valenza pubblica, deve appartenere esclusivamente alla sfera privata”. Un’affermazione del genere non farebbe certo ben sperare in un futuro radioso del libero pensiero. Immaginate poi di metterla in bocca ad un altro prelato, in riferimento però non alla fede ma al pensiero ateo. Non si straccerebbero forse platealmente le vesti i guardiani del laicismo duro e puro? La verità è che dietro quell’innocua espressione si nasconde un temibile pericolo: il tentativo di bandire dal pubblico un pensiero che qualcuno ha deciso essere anti-pubblico. La fede invece, come ogni pensiero, può avere valenza pubblica (ribadiamo nel campo sociale e culturale) nella misura in cui una società la condivide. Per questo ogni società ha molte sfaccettature, dicesi pluralismo che è il contrario della forzosa privatizzazione della fede e della sua relegazione ad una dimensione catacombale. Per questo un laicista oltranzista può ben augurarsi che la fede venga rinchiusa nella sfera privata (se non proprio distrutta), ma non può imporlo come una sorta di obbligo della laicità di stato.

    In sostanza ai credenti offrono il libero pensiero, ma a condizione che sia esercitato nella libera catacomba. È capitato anche di leggere che chi rifiuta la catacomba non deve lamentarsi delle persecuzioni religiose in Cina. Perché allora vuol dire che se le meriterebbe anche lui. È così che, in uno straordinario gioco all’equivoco tipico del laicismo oltranzista, la catacomba diventa addirittura una generosa concessione della signoria laica della quale il credente dovrebbe ringraziare. Nel caso, c’è sempre la soluzione cinese…