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    October 23

    Eutanasia\4


    Conclusioni

    Nel corso di questa piccola inchiesta, ho parlato spesso di ideologia. Nel caso dell’Italia forse è ancora più evidente. Infatti il nostro è un paese dove ci sono migliaia e migliaia di ammalati che sono semi-abbandonati. Molto spesso ricevono una pensione di invalidità minima (e sono spesso capofamiglia) e l’assistenza è ridotta al lumicino. Questo non perché ci sia una esplicita volontà di abbandonarli, semplicemente mancano i finanziamenti. Ma è una realtà molto ben nascosta anche dai media che quando trovano il malato che invoca il diritto di morire, ci si soffermano per giorni e giorni nella forma di una pervasiva propaganda. Quando invece si tratta di malati che chiedono il diritto di vivere, la cosa sembra essere meno interessante. Ma questo forse non accade per caso.

    Diritto di morire, ma non di vivere

    Infatti, se agli ideologi dell’eutanasia importasse davvero qualcosa della sofferenza e se la loro non fosse appunto un’ideologia ma avesse un briciolo di razionalità, lotterebbero prima per assicurare il massimo dell’assistenza a queste persone. Poi forse penserebbero all’eutanasia. Invece accade l’esatto contrario. Prima si assicurano che i malati vengano abbandonati a se stessi per gettarli nella disperazione insieme alle loro famiglie, e questo mentre diffondono la cultura di morte che individua nel malato una persona potenzialmente indegna e quindi eliminabile. Perciò è molto raro vedere questi ideologi lottare concretamente e in prima linea per l’assistenza di queste persone. Sanno bene che in una società dove il malato non è un peso, con una medicina che combatte la sofferenza e non il sofferente, dove queste persone possono sentirsi amate e accudite non solo dalle loro famiglie ma anche da uno stato che metta a disposizione tutto l’aiuto possibile, le richieste di eutanasia crollerebbero in quantità e intensità. Rischierebbero cioè di prosciugare il loro bacino di consenso principale. È tutto sommato conveniente che in Italia i malati terminali continuino ad essere praticamente dei morti che camminano.

    Infatti oggi la tecnologia permette anche a persone gravemente malate come Stephen Hawking, uno dei più grandi astrofisici viventi, di spostarsi autonomamente, di comunicare, di fare ricerca, tenere lezioni. Quindi i nostri malati andrebbero forniti di sintetizzatori, carrozzine elettriche e superaccessoriate. Ma di questo non si può parlare. Non si può intavolare un dibattito pubblico su questi temi, siamo già troppo impegnati ad assicurare loro il “diritto” di morire. Del loro diritto di vivere ci occuperemo poi, forse. Cioè mai. Anche se così si verrebbe incontro a una buona parte di quelle persone che vorrebbero inserire nelle categorie della morte.

    Un’altra prova è forse ancora più chiara. Solo in questi giorni l’Italia ha forse eliminato il gap che la divideva dagli altri paesi europei quanto a cure palliative per i malati terminali. Eppure tutta la propaganda eutanasica ha insistito pochissimo su questo punto, al contrario per esempio della annuale Giornata mondiale del malato (istituita da Giovanni Paolo II nel lontano 1992).

    Ma l’ideologia eutanasica dimostra la sua vera natura anche per la fallacità dei concetti che ha ormai inculcato in molte persone che si prodigano nella loro pedissequa ripetizione, senza che sia possibile far loro assumere una dimensione critica. Li ho già trovati nel corso della trattazione, è utile considerarli insieme e in maniera sintetica.

    Ci viene ripetuto fino alla noia che nessuno vuole eliminare i disabili, si vuole solo dare loro la possibilità di autoeliminarsi. Ma, uscendo dalla retorica, rimane il dato sostanziale che i nostri paesi diverranno dei posti dove si attuerà probabilmente l’eliminazione di massa dei disabili, per quanto consensuale. Ma questo cosiddetto “consenso” che valore finisce con l’assumere in società, come quella olandese, dove la morte da evento naturale viene promosso a quotidiano atto amministrativo? A riguardo è molto interessante l’opinione di Hirsch Ballin, ex-ministro della giustizia olandese, espressa diversi anni fa:

    Ma sono tuttora convinto che stabilire un diritto all' eutanasia, stabilire l' eutanasia come normalità , come regola e non come eccezione alla regola, avrebbe effetti pericolosi: metterebbe a rischio i diritti di chi soffre. Soprattutto in una società  come la nostra, in cui competitivita' e materialismo determinano il valore dell' individuo. Il malato, sentendosi improduttivo e magari di ostacolo agli altri,  potrebbe essere indotto a chiedere la morte.

    Questa è l’opinione di uno che all’eutanasia ha lavorato attivamente. Cioè il consenso per essere davvero tale al di là di ogni ragionevole dubbio, dovrebbe essere contestualizzato in una società del tutto opposta alla nostra (e soprattutto dove i malati non vengono abbandonati). Ma questo gli ideologici dell’eutanasia non lo sanno o non lo dicono, pensano che per applicare l’eutanasia tal quale esce dalle loro menti basti una legge.

    Le categorie della morte

    Ballin dice quindi una grande verità. Vogliono farci credere che l’autodeterminazione sia una libertà in più che non può in alcun modo ledere la libertà degli altri. Certo, ma in un mondo utopico. In realtà è il principio stesso che contiene questo pericolo. Come si fa a dichiarare pubblicamente che abbiamo eliminato quella persona perché affetta da quella data malattia che la privava di dignità, senza per questo tangere – anche senza volerlo – la dignità di tutte le altre persone che hanno quella malattia? Come negare che esse, facendo parte delle “categorie della morte”, perdano il loro status di persone umane ineluttabilmente degne per diventare persone potenzialmente indegne? L’autodeterminazione in queste forme, quella che riguarda solo le scelte individuali e mai gli altri, ci impedirà di vedere un disabile per strada e di considerarlo automaticamente persona degna, in base alla Carta dei diritti fondamentali. No, bisognerà vedere prima lei che cose ne pensi.

    Cosa ne direbbe l’Arcigay, se alla Dignitas offrissero cocktail mortali ai gay depressi e insoddisfatti della loro vita? Se aiutassero a morire persone che magari sono state convinte di essere malate in quanto omosessuali? Sarebbe sufficiente l’escamotage del finto individualismo? Sì, aiutiamo a uccidersi quel gay perché a suo dire l’omosessualità lo priva della dignità, però questo non ha assolutamente niente a che fare con tutti gli altri gay. No, io direi proprio che non funzionerebbe.

    E queste categorie poi, chi le stabilisce? Chi stabilisce che una tale malattia è passibile di morte e un’altra no? Gli stessi che accusano gli oppositori dell’eutanasia di voler imporre la loro etica. Come se lo scegliere quali persone possono accedere al diritto che loro hanno individuato, in barba a tutti i fondamenti giuridici, non sia una forma di discriminazione (che infatti verrà meno col tempo, come insegna l’esperienza).

    Questo per quanto riguarda i malati, ma c’è anche un livello più generale. Nel momento in cui si contempla giuridicamente la possibilità di riconoscere vite umane indegne che quindi rinunciano al loro diritto alla vita, viene meno il già citato articolo dei diritti umani. Quindi non è per niente una questione individuale e basta, si tratta di relativizzare la dignità umana. E quindi questo riguarda tutti. Cioè il diritto di morire lede in maniera così generalizzata i diritti di tutti, da non sembrarlo.

    I registi di un’ideologia

    In conclusione, è bene almeno accennare sui personaggi che tengono le fila di questi dibattiti. Conoscerli bene, vuol dire capire i veri obiettivi. Pochi sanno che uno dei maggiori sostenitori internazionali dell’eutanasia è Peter Singer, uno dei più grandi bioeticisti dei nostri tempi. Un signore che scrive libri, tiene conferenze in giro il mondo, amato e venerato. Tanto da essere scelto come consigliere di bioetica dal governo Zapatero. Ma questo signore sostiene che un porco sano vale più di una bambina malata. Dice chi i bambini non sono persone, e che prima di considerali umani a tutti gli effetti ci vuole un periodo di osservazione per assicurarsi che siano perfetti. Sostanzialmente lui e tutti quelli della sua risma, vedono i diritti umani come una sgradita eredità della cultura cristiana. Da qui si spiega l’attacco sferrato al cuore dei diritti umani, in quella dignità che deve essere svuotata di oggettività e universalità. Infatti sempre Singer sostiene che la vita umana non ha il grande valore che crediamo, ad avere valore è il progetto di vita che ognuno di noi ha. Gran parte dell’ideologia eutanasica viene da queste persone, opportunamente rielaborata da media e politici conniventi che la spiattellano nelle forme del pietismo e dell’autodeterminazione. Ma ovviamente a uno come Peter Singer non può importare molto della sofferenza dei malati (almeno non più di quella di un maiale), quella è solo un’occasione per aprire un varco nella dottrina dei diritti umani. Che si tratti poi di reazione sentimentale e non razionale, poco importa. Perché loro sanno che quella breccia si aprirà progressivamente con i colpi delle loro picconate, fino a quando non cadrà tutto l’edificio faticosamente costruito negli ultimi due millenni e rigenerato dalla sconfitta del nazismo.

    Perché questa volta non ci sarà una guerra, troppo rumorosa. La loro è una guerra psicologica e silenziosa volta a due obiettivi nemmeno tanto nascosti. Primo, la rinuncia della dignità umana, apparentemente almeno a come la abbiamo conosciuta fino ad oggi. Secondo, la fine del bando dell’omicidio in tutte le sue forme. Deve essere loro riconosciuto il diritto di uccidere le persone indegne, anche se all’inizio in forme limitate. Ma l’importante è che venga meno il principio mosaico del “Non uccidere” che ha la colpa di disconoscere allo stato e alla società il diritto di disporre della vita altrui. Una volta abolito questo ultimo tabù, i cosiddetti abusi verrano inevitabilmente perchè verrà attribuito - alla società, ai medici, allo stato e quant'altro- un potere enorme che non dovrebbero mai avere. E l'illusione dell'autoeliminazione non servià a molto, perchè nei fatti saranno loro ad eliminare.

    E questa volta quello che vogliono non se lo prenderanno con la forza, lo esigono come qualcosa di dovuto. Noi dobbiamo spontaneamente rinunciare ad una cosa fondamentale come la dignità umana. È un patto col diavolo al quale non ci può sottrarre: noi offriamo loro in sacrificio la dignità umana e questi ideologi in cambio ci offrono la promessa illusoria di una vita – e una morte – senza sofferenza. Chi nutre perplessità, deve essere convinto di essere una persona cattiva e così deve essere pubblicamente additato. Così l’Occidente rischia di vendersi l’anima per poco, come Esaù che vendette la sua primogenitura per un piatto di lenticchie senza credere di farlo sul serio. Poi però non si torna più indietro.


    October 22

    Eutanasia\3


    Pratica e teoria


    Ma la pratica corrisponde sempre alla teoria? No, per niente. Soprattutto perché la teoria eutanasica è contraddittoria e finisce naturalmente con l’evolversi verso conclusioni non previste, almeno non esplicite. Basta infatti fare un’altra operazione ideologicamente molto sgradita: andare a vedere come stanno le cose nei paesi che hanno legalizzato l’eutanasia da anni. Il bilancio non è molto positivo, visto che è accaduto quello che era ragionevole aspettarsi. Cioè un progressivo scivolamento verso pratiche che all’inizio facevano credere impensabili.

    Infatti, il dibattito che viviamo oggi in Italia c’è stato, ovviamente, in forme analoghe anche in Gran Bretagna e in Olanda e in diversi altri paesi. Tuttavia l’Olanda è l’esempio più significativo perché fu uno dei primi paesi a legalizzare l’eutanasia e ancora oggi c’è un forte consenso della popolazione nei confronti di questa pratica. Dicevamo che il dibattito è stato simile al nostro. Bisognava dare risposta al grido di dolore dei malati terminali, concedendo loro una morte dolce e dignitosa. Ma oggi, è ancora così che stanno le cose?

    Per nulla. Già dieci anni dopo si ebbe il caso Chabot, un medico che aveva prescritto una dose mortale di farmaci ad una donna per niente ammalata, né fisicamente né psicologicamente. Semplicemente disperava di poter avere di nuovo una vita felice dopo la morte del marito. Cosa accadde a questo dottore? Fu processato e condannato. Ma non per quello che potrebbe sembrare, un caso di omicidio del consenziente. No, solo perché non aveva rispettato il protocollo omettendo di chiedere il parare di un altro dottore. E alla fine fu assolto in appello, cavandosela solo con un ammonimento da parte dell’ordine dei medici. Quindi già dieci anni dopo in Olanda, era venuto meno il principio che voleva l’eutanasia come soluzione estrema per casi estremi di malattia e di infermità.

    Chi avrebbe mai immaginato una cosa del genere? Nessuno, tranne coloro che sono abituati ad andare oltre la propaganda e capire che una volta eliminato un principio fondamentale diventa tutto possibile, e a nulla servono le buone intenzioni. Qual è il punto debole di questa costruzione ideologica, messo così bene in evidenza da questi casi?

    Volendo fare sintesi dei tre riferimenti medici e giuridici che abbiamo esaminato all’inizio (Giuramento di Ippocrate, Costituzione, Carta dei diritti umani) si deduce il principio dell’indisponibilità della vita. Cioè della vita come di un bene indisponibile per lo stesso individuo che non ne può appunto disporne come di una lampada da spegnere con un on\off. Contro questo principio si scagliano i sostenitori dell’eutanasia, opponendovi invece il principio dell’autodeterminazione. La vita è mia e ci faccio quello che voglio senza dover dare conto a nessuno, per farla breve. In realtà si tratta solo di una caricatura della vera libertà, perché quando si vive in società noi non apparteniamo più solo a noi stessi ma facciamo parte di un corpo. Inoltre deleghiamo allo Stato alcuni poteri fondamentali come quello legislativo. Anche il momento della nostra morte, non è socialmente irrilevante. È un po’ anche il motivo per cui non si può andare in giro nudi, pur restando nella piena autodeterminazione del proprio corpo.

    Ad ogni modo, quando la vita si dichiara bene disponibile, è poi difficile ricreare dei paletti dal nulla. Se è disponibile per i malati, lo deve essere per tutti. È il principio fondamentale dell’eguaglianza dei diritti, una volta riconosciuto il diritto di morire è chiaro che esso deve essere esteso a tutti i cittadini. Questo è il primo passo.

    Il secondo passo riguarda invece la dignità della vita. Ogni ideologia eutanasica nello stato iniziale, sostiene la possibilità che la malattia comprometta talmente la qualità della vita da negarne la dignità umana. Ma quando è che si può parlare di vita umana indegna? Solo quando la ritiene tale il diretto interessato (il malato), rispondono con facilità i fautori dell’eutanasia. Quindi la dignità umana non ha più un valore oggettivo, diventa un fatto soggettivo. Questo vuol dire che quando si vede un disabile per strada, non si può dire se quella sia una persona umana con la sua intrinseca dignità. No, bisogna prima vedere lei che cosa ne pensa. Ma anche qui accade inevitabilmente lo stesso fenomeno. Se noi dichiariamo la vita un bene disponibile, e leghiamo la dignità alla volontà individuale, col tempo la casistica – che inizialmente applicava questi ragionamenti solo ai malati – scomparirà. Assumendo come criterio questo individualismo esasperato, prima o poi avremo persone sane che con diritto chiederanno lo stesso trattamento. Ecco il caso Chabot. Ma casi simili si registrano anche negli altri paesi.    

    Quindi, una volta abbattuto il principio dell’indisponibilità della vita e una volta che si è tolta alla dignità umana consistenza oggettiva, l’eutanasia diventa un diritto di tutti. Questa è la conclusione logica, confermata dall’esperienza. Quindi, presto o tardi, potremmo avere per le nostre strade le cabine del suicidio come quelle disegnate da Matt Groening nel suo cartone Futurama.

    Ma il caso olandese offre molti altri spunti di riflessione. Nel 1995 il governo istituì la Commissione Remmelink per fare il punto sulla situazione. Uno dei risultati fu che ogni anno, circa mille pazienti venivano terminati dai medici senza il loro consenso. Ma la stessa Commissione non sembra essersi scandalizzata di questo dato, ritenendolo come qualcosa di fisiologico. E paradossalmente, non avevano tutti i torti. Ad ogni modo, questo vuol dire che in Olanda sono già stati terminati decine di migliaia di malati senza il loro consenso, tutto in pochi anni.

    Da notare poi che teoricamente un medico può essere sempre chiamato a rispondere delle sue azioni, e a volte è effettivamente accaduto. Ma nonostante l’omicidio di decine di migliaia di persone, non si registra neppure una condanna (o almeno io non ne ho notizia). Questo perché i medici olandesi sono una vera e propria corporazione che ha avuto un ruolo fondamentale nell’introduzione dell’eutanasia che quindi è un po’ una loro creatura e si sentono quindi legittimati a gestirla come vogliono loro.

    Una volta che abbiamo ammesso il principio per cui la qualità della vita può compromettere la dignità, facendo così venire meno il baluardo dell’inviolabilità dei diritti fondamentali, chi meglio del medico può valutare? Cose ne possono mai capire le famiglie? E cosa volete che ne sappia quell’ammasso di carne infetta che ormai vive solo per soffrire ed occupare un letto?

    Alcuni notano giustamente che ogni epoca ha la sua classe egemone. Anticamente erano i teologi che comandavano, poi è stata la volta dei filosofi e dei politici. Oggi è il turno dei medici e dei tecnici.

    E in tutto questo cosa ne dice l’opinione pubblica? Poco e nulla, perché le coscienze sono anestetizzate da decenni di propaganda pro-eutanasia. Il verbo dell’autodeterminazione è servito solo per reintrodurre il principio della vita umana indegna. E in effetti molti considerano questa una vera e propria rivincita sulla Storia che aveva visto l’Olanda in prima fila contro l’eugenetica nazista.

    Nei Paesi Bassi, però, si registra un fenomeno ancora più interessante: l’eutanasia infantile. Anche questa una battaglia portata avanti dai medici e che ha portato al Protocollo di Groningen a cui ha lavorato il pediatra Venhagen. Quest’ultimo ha se non altro il dono della chiarezza e spiega molto bene come si sia autoconferito il potere di vita e di morte sui suoi pazienti. Il problema è il seguente: se il diritto alla dolce morte è così importante, come regolarsi con i bambini? Perché lasciarli in una condizione così indegna e senza speranza? Se l’eutanasia forzata verso gli adulti è una pratica consolidata ma che tuttavia si preferisce tenere il più possibile segreta, il problema non si pone per un bambino che non è in grado di prendere decisioni. Si può chiedere il consenso dei genitori, certo. Sempre Venhagen, in realtà, spiega che però il consenso dei genitori è un po’ un impiccio burocratico che serve solo per dare ancora un minimo di continuità con la propaganda pro-eutanasia. In un’intervista a Repubblica dice testualmente che i genitori non sono in grado di decidere, deve essere lui a deliberare la morte. Poi nel caso può pensare di chiedere il parere dei genitori

    E l’opinione pubblica? L’Unione Europea? Silenzio quasi totale. E cosa ne pensa invece chi, a livello politico, lotta per la cosiddetta autodeterminazione? Ovviamente accusa di oscurantismo chiunque osi mostrare anche solo perplessità. Ma la cosa degna di nota è un’altra e che sembra confermare la mia teoria. I sostenitori dell’eutanasia in Italia vanno dicendo che bisogna imitare l’Olanda, che l’Italia si deve vergognare per come tratta i malati. Ma non dicono mai che è assolutamente necessario introdurre cose come l’eutanasia infantile. Bisogna obbligarli a parlarne. Questo perché loro sanno benissimo che tutte queste cose sono sviluppi inevitabili della loro ideologia, ma sanno che nella prima fase della propaganda (quale è in Italia) bisogna prima creare un clima favorevole al ritorno del concetto di vita indegna con la rassicurante idea dell’autodeterminazione. Poi il resto verrà col tempo, in maniera spontanea.

    E in effetti nei paesi dove l’eutanasia è legale da più tempo, si regista un disprezzo per la vita altrimenti inspiegabile. Gli esempi che si possono fare sono tanti. In questi giorni è venuto alla luce il caso inglese di Kerrie che ha deciso di togliersi la vita per l’impossibilità di avere figli. Però ha voluto essere soccorsa dai medici solo per la terapia del dolore. E in effetti i medici l’hanno guardata morire per rispettare la sua volontà. Questo vuol dire che in Gran Bretagna il suicidio assistito è un diritto esigibile dalle strutture sanitarie, e anche qui non c’è più traccia delle famose malattie terminali e invalidanti.

    È chiaro che in questi paesi si è già diffusa l’idea che piano piano si sta facendo strada anche da noi. Ovvero che è accettabile eliminare la malattia e la sofferenza eliminando i malati e i sofferenti. Anche i medici olandesi si dichiarano in maggioranza onorati di porre fine alle sofferenze dei bambini. Questo vuol dire che loro non vivono l’eutanasia nemmeno come una sconfitta, semplicemente loro erogano vita e morte allo stesso modo. Come se la morte si trattasse di una normale terapia.

    Negli ultimi temi è balzata agli onori della cronaca anche una clinica tutta particolare, la Dignitas. È una clinica che si occupa di suicidio assistito per le persone che lo richiedano, senza mettersi a indagare troppo sulle ragioni. Il suo direttore, Minelli, esalta senza remore il suicidio come una magnifica opportunità per fuggire dalla sofferenza. Ma qui ormai non si tratta nemmeno più lontanamente del dolore di una malattia terminale e inguaribile. Infatti questo signore crede suo dovere “aiutare” anche i vedovi se si sentono troppo soli. Un’iniziativa lodevole, se aiutare non volesse dire sopprimere invece di provare magari a far loro un po’ di compagnia.

    Ed è così che Dignitas ha già “aiutato” tante persone per i più svariati motivi e con le tecniche più fantasiose. È una clinica che opera in Svizzera col beneplacito della legge, incontrando talvolta solo resistenze occasionali e di motivo tecnico. Infatti è stata costretta diverse volte a lasciare gli appartamenti e gli alberghi in cui operava, perché la gente era stanca del continuo via vai di cadaveri.

    Infine, c’è un’altra cosa da chiarire. L’Olanda è una democrazia, non una dittatura come quella nazista. I dissidenti non vengono fatti tacere, sono semplicemente inascoltati. Solo che il popolo tedesco, ripetiamo, nonostante la martellante propaganda obbligò Hitler, in un paese sotto dittatura, a cambiare strategia. Invece noi, nell’Europa di oggi libera e democratica, nemmeno ci permettiamo di protestare. Infatti a livello internazionale non esistono azioni di protesta degne di nota. Questo vuol dire che forse la propaganda è ancora più subdola di quella nazista. Un esempio è il sopra citato articolo di Repubblica che presenta l’eugenetica di Venhagen con i tratti rassicuranti tipici dei filmini girati dai nazisti. La clinica della morte è un posto dove tutti sorridono. Dove non si usa la parola “uccidere”, dove si terminano le persone per il loro bene. Non una dittatura, non un paese in guerra. Semplicemente un paese impregnato della cultura della morte. Tanto che gli anziani sono terrorizzati e molti non vanno in ospedale per paura di essere un po’ troppo “aiutati”.

    Inoltre è bene ribadire che tutti i successivi sviluppi dell’eutanasia olandese non sono deformazioni (come qualcuno vorrebbe far credere), bensì la logica conseguenza di un’ideologia spiegata solo in parte. Sviluppi che condivide anche chi lotta per introdurre l’eutanasia italiana e che infatti si guarda bene dal criticare la via olandese o la Dignitas, difese anzi a spada tratta.

    Ovviamente, non mancava chi all’inizio diceva che così si sarebbe andati a finire. Chi osava fare una previsione così logica e poi così dimostrata dai fatti, veniva bollato come un pazzo visionario. Eppure per una cosa così clamorosa, come sempre, non c’è nessuno degli accusatori di allora che si sogni di fare autocritica. Ne sono nate due strategie differenti. Parte degli accusatori di allora si sono semplicemente convertiti alle successive evoluzioni dell’eutanasia, fingendo di non averle mai negate. L’altra parte nemmeno ammette di avere sbagliato, si nasconde dietro più o meno velate critiche all’Olanda. Dicono che per fede dobbiamo credere che in Italia questo non accadrà, come se il bel paese potesse resistere per sempre contro tutto il mondo. Paradossalmente poi questi sono spesso anche quelli malati di esterofilia, per cui tutto ciò che viene dall’estero è bello e morale.

    October 20

    Eutanasia\2


    Aspetto storico

    Abbiamo visto che la prospettiva dell’eutanasia era già presente nel mondo antico, con Ippocrate. Un orientamento negativo poi rafforzato e messo pienamente in pratica solo dalla cultura cristiana. Infatti nemmeno il mondo antico ebbe la forza di applicare pienamente i principi ippocratici. Ma l’eutanasia è un fenomeno presente in tutte le civiltà, per cui è interessante vedere le culture di riferimento di queste civiltà allo scopo di capire se sia il caso di riprendere certe concezioni precristiane della vita. Seguiamo Peter Singer, uno dei più grandi bioeticisti dei nostri giorni:

    “L’uccisione dei neonati indesiderati o l’uso di lasciarli morire, è stata prassi normale in moltissime società, in tutto il corso della preistoria e della storia. La troviamo per esempio nell’antica Grecia, dove i bambini handicappati venivano esposti sui pendii delle montagne. La troviamo in tribù nomadi, come quella dei Kung del deserto del Kalahari, dove le donne uccidono tutti i bambini nati, quando ci sia un figlio più grande non ancora in grado di camminare. L’infanticidio era prassi corrente anche su isole polinesiane come Tikopia, dove l’equilibrio tra risorse alimentari e popolazione veniva mantenuto soffocando i bambini indesiderati dopo la nascita. In Giappone, prima dell’occidentalizzazione, il ‘mabiki’, parola nata dalla prassi di sfoltire le piantine di riso per consentire a tutte quelle restanti di fiorire, ma che finì per indicare anche l’infanticidio, era ampiamente praticato non solo dai contadini, che potevano contare su modesti appezzamenti di terreno, ma anche dai benestanti”

    (Peter Singer, “Ripensare la vita”, Il saggiatore, p. 137).

    Alcuni dicono che il grado di civiltà si vede da come vengono trattati i bambini, se assumiamo questo criterio non ci viene fuori certo un quadro rassicurante. Nonostante il giuramento di Ippocrate, anche il mondo antico ha conosciuto di questi fenomeni. A Sparta i bambini imperfetti dovevano essere uccisi o abbandonati, a Roma si era soliti scagliare giù dalla Rupe Tarpea i nascituri malformati. Quindi l’eutanasia, infantile e non, si inseriva in questo contesto di disprezzo per la vita umana (solo che almeno allora non si pretendeva fosse il medico a prendere il ruolo di boia).

    Quando le cose hanno cominciato a cambiate? Purtroppo per Singer, doveva nascere il fenomeno Cristianesimo che ha imposto una concezione della vita che poi è quella arrivata fino a noi. Ed è proprio questa concezione cristiana della vita che ci fa rabbrividire di fronte al ricordo della Rupe Tarpea. I cristiani dei primi secoli si vantavano di non uccidere i loro figli, ne dentro né fuori il grembo materno.

    Passarono così migliaia di anni, con regni e stati diversi, rivoluzioni politiche e giuridiche, ma senza che l’eutanasia venisse più presa in seria considerazione, a parte alcune eccezioni. E questo mentre le medicina non poteva certo offrire il sostegno cui oggi siamo abituati.

    Cosa è successo poi? Tutti sanno, ma non sempre si può dire, che l’eutanasia fa il suo vero ingresso storico col nazionalsocialismo che per primo, nell’Occidente europeo, la istituzionalizzò insieme all’aborto. Solo il nazismo, così fortemente ostile alle radici giudeo-cristiane dell’Europa, poteva attuare un tale rovesciamento culturale che riportasse il mondo alla prospettiva pagana di vita (col ritorno della rupe Tarpea). Ma con una differenza importante: un pietismo che scimmiottasse la carità cristiana. Cioè la volontà di sopprimere essere umani nel loro stesso interesse. Era così che la propaganda presentava il programma Aktion T4. A riguardo sono molto interessanti i video tratti dal documentario La croce e la svastica de La storia siamo noi che si trovano anche su youtube. Viene messo molto bene in evidenza il fatto che i media si misero subito al servizio della propaganda, con documentari “scientifici” tenuti da scienziati (questa volta senza virgolette) che spiegavano quanto fosse buono e giusto il darwinismo sociale. Immagini di semplici essere umani sofferenti, venivano montate ad arte per farne dei mostri: dei fenomeni da baraccone in condizioni tali da non potersi dire umani. Certo, l’intento del nazismo era anche eugenetico. Cioè eliminare gli imperfetti per scongiurare il rischio di infezione della pura razza ariana. Ma il motivo centrale della propaganda era quello ripetuto dagli stessi attori: “Se io dovessi finire in queste condizioni, vorrei essere ucciso” per cui molti documentari più soft potrebbero essere riutilizzati oggi senza imbarazzo. Col particolare che ovviamente nessuno si curava di chiedere alcun parare ai diretti interessati, né alle loro famiglie. Fatto sta che il popolo tedesco - ormai all’inizio della guerra che lo avrebbe portato alla rovina senza mai intaccare la loro fiducia nel loro Furher - non approva e, nonostante la martellante propaganda, Hitler fu costretto a sospendere il programma (in realtà solo ufficialmente). 

    Il punto è che per la prima volta, torna il concetto di vita umana indegna. Un’espressione coniata dal nazismo che ha resistito alla damnatio memoriae del Terzo Reich. Nessuno vuole averci niente a che fare con Hitler e il suo regime, basta farne il nome per suscitare espressioni disgustate. Eppure è come se dalla distruzione del colosso nazista, si fossero emanate delle tossine che ci sono entrate nel sangue. Il concetto di vita indegna ci sembra ormai infatti del tutto normale. Lo sentiamo in tv, alla radio, nei giornali. Non passa giorno che non si invochi il diritto di fare una “morte degna”. Chi osa anche solo contestarlo viene immediatamente tacciato di tutti i mali del mondo. Eppure sappiamo tutti da quale cultura ci viene questa espressione.

    A questo punto i ben pensanti e i moralisti, di solito, si stracciano le vesti. Come si osa ricordare che l’eutanasia fu un pilastro portante dell’ideologia nazista? Come si osa paragonarla alla nostra eutanasia, così buona e pietosa? Così rispettosa della volontà individuale?

    Il guaio è che le forme sono diverse, la sostanza è la stessa. La differenza fattuale sta solo nel punto che noi oggi, per sentirci un po’ meglio, vorremmo che all’ingresso delle moderne camere a gas ci fossero dei testamenti biologici da firmare. Ma di fatto si vuole far passare la terminazione dei disabili, solo che questa volta si ha la bontà di chiedere il loro parere. Si passa quindi dal modello in cui la medicina cura i malati, a quello in cui i malati li elimina.

    Chi si scandalizza del paragone con l’eutanasia nazista è un sepolcro imbiancato. Ci sono intellettuali che, con molta più coerenza, ammettono la validità dell’idea di fondo propagandata dal regime pur prendendo le distanze dalle modalità con cui questa è stata applicata. Dicono che dobbiamo liberarci del pregiudizio secondo cui una cosa è sbagliata solo perché l’ha fatta Hitler. È agghiacciante, ma almeno sono coerenti. E soprattutto danno a Cesare quello che è di Cesare, ovvero non negano il legame storico che li lega alla cultura nazista della vita indegna e inutile. Infatti allora lo stato tedesco creò delle categorie per individuare le persone da eliminare. Oggi bastano delle categorie di persone potenzialmente eliminabili. Infatti tra chi afferma – seguendo la Carta dei diritti umani – che la vita umana ha sempre una sua intrinseca, oggettiva ed universale dignità e chi contempla la possibilità di vite indegne, quale dei due è più vicino alla tradizione cristiana\occidentale e quale alla cultura nazionalsocialista e alla concezione precristiana della vita? E poi l’eutanasia nazista non era solo coercitiva, c’era anche quella praticata col libero consenso. Quindi sarebbe onesto riconoscere un proprio debito storico e culturale, visto che il nazismo non solo ha istituzionalizzato l’eutanasia. La ha anche fornita di una sistematica giustificazione ideologica come mai si era visto prima, fornendoci anche un lessico che è ancora presente fra noi.

    Una certa rivalutazione del nazismo, poi, si trova anche in intellettuali di spicco come Piergiorgio Odifreddi che, nella sua intervista ad Hitler, sostiene che la demonizzazione del nazismo è solo frutto della storiografia dei vincitori. Per cui se fossero stati gli Usa a vincere la guerra, sarebbero diventati loro il simbolo del male. Insomma, il nazismo sembra essere stato un regime come tutti gli altri, colpevole solo di aver perso la guerra. E per questo Odifreddi non disdegna nemmeno malcelati toni antisemiti contro intellettuali come Giorgio Israel. Può sembrare un ritorno al passato, in realtà Odifreddi è semplicemente all’avanguardia.

    October 15

    Eutanasia\1


    L’eutanasia è ormai diventata un diritto indiscutibile. Ma esattamente su quale giustificazione teoretica e giuridica si basa? Molto spesso non si sente altro che una giustificazione del tutto sentimentale. Ma siccome in uno stato laico non esistono reati d’opinione, proviamo a mettere in discussione l’indiscutibile.

     

    Aspetto giuridico

     

    Proviamo a partire da qualche considerazione storica e giuridica. L’eutanasia è un problema moderno? Forse in passato non esistevano il dolore, la malattia e la sofferenza? No, infatti è un problema già affrontato da Ippocrate, il grande padre della medicina. Nel famosissimo giuramento si legge:

    Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio

    Dello stesso tenore, il giuramento nella forma moderna:

    ·  di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di una persona;

    ·  di astenermi da ogni accanimento diagnostico e terapeutico;

    ·  di promuovere l'alleanza terapeutica con il paziente fondata sulla fiducia e sulla reciproca informazione, nel rispetto e condivisione dei principi a cui si ispira l'arte medica;

    ·  di attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana contro i quali, nel rispetto della vita e della persona, non utilizzerò mai le mie conoscenze;

    Non sembra esserci, in entrambe le versioni, il minimo dubbio. Perché? È ancora lecito chiedersi perché, in epoca precristiana, Ippocrate avvertiva già con orrore l’idea che il medico potesse operare per la morte del paziente? Purtroppo oggi c’è la tendenza di fare del medico una sorta di notaio, un esecutore della volontà che all’occorrenza si trasforma in un terminator. Si vorrebbe insomma sostituire l’alleanza terapeutica fra medico e paziente con un rapporto professionale fra datore di lavoro e lavoratore. Il paziente comanda, il medico obbedisce.

    Passiamo adesso ad un altro testo dimenticato: la Costituzione italiana. Leggiamo:

    Art. 2

    La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

    Art. 3

    Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

    Riconoscere vuol dire che non è lo Stato a creare i diritti fondamentali. Di conseguenza non può mai nemmeno revocarli. Inviolabile vuol dire che è indisponibile, per l’uomo stesso come per lo Stato. Pari dignità sociale vuol dire, invece, che non è contemplato il caso di persone indegne di vivere, come vorrebbero i sostenitori dell’eutanasia. E infatti nel codice penale è punito l’omicidio del consenziente. Anche qui forse è bene andare a rileggere:

    579 Omicidio del consenziente. Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con la reclusione da sei a quindici anni.
    Non si applicano le aggravanti indicate nell’articolo 61.

    […]

    580 Istigazione o aiuto al suicidio. Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima. […]

    Esattamente come per Ippocrate, non c’è bisogno di versetti biblici per capire che il suicidio assistito è sbagliato. Basta il comune e laico buon senso.

    Adesso, io non sono fra quelli che amano conferire una sorta di aurea sacrale alla Costituzione. Ma fatto sta che questi articoli esistono e sono chiari, non si può fingere di nulla. Per introdurre l’eutanasia in Italia, bisognerebbe abrogarli. Ma mettere mano alla Costituzione è sempre una faccenda molto complicata e forse, trattandosi dei primi dodici articoli e cioè dei principi fondamentali, addirittura tecnicamente impossibile. Bisognerebbe forse abrogare la Costituzione e farne un’altra. E sarebbe un peccato, visto che la Costituzione italiana è fra le più apprezzate al mondo (e nessuno l’ha mai definita come una sorta di dettato Vaticano solo ratificato dai padri costituente, ovviamente).

    Spesso però si cerca di far passare l’eutanasia passiva con l’articolo 32:

    Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

    Qui molti ci vedono il diritto di sospendere il sostegno vitale alle persone in coma. E in effetti è un’interpretazione confermata da diverse sentenze. In realtà l’articolo stesso prevede il caso di trattamenti sanitari obbligatori e il tutto deve essere quindi visto sempre alla luce dei suddetti articoli. Quello di non morire di fame fa ovviamente parte dei diritti inviolabili dell’uomo. Si può ragionevolmente affermare che i padri costituzionali non volessero minimamente, con l’articolo 32, aprire uno spiraglio all’eutanasia. Infatti il secondo periodo riportato fa chiaramente riferimento agli esperimenti umani perpetrati dai nazisti e il supporto vitale è da sempre considerato un dovere imprescindibile dal personale sanitario. Alimentare qualcuno non può in alcun modo violare il rispetto della persona umana. Infatti la nuova legge sul testamento biologico, ancora in discussione, dovrebbe chiarire questo punto e individuare alimentazione e idratazione come pratiche sanitarie obbligatorie. Ovviamente con questo nessuno vuole impedire con la forza a Pannella di fare i suoi scioperi della fame, ma quando ci si trova in una struttura pubblica è un altro discorso. Poi ci sono ovviamente tutti i distinguo da fare, tipo in caso di morte imminente, ma la nuova legge dovrebbe ribadire il divieto del suicidio assistito. Infatti la sospensione del supporto vitale è di solito accompagnata dalla sedazione, vuol dire che la pratica si configura come una vera e propria eutanasia passiva.

    Bisogna essere cauti anche a parlare di alimentazione forzata, perché allora è alimentazione forzata anche quella che si fa a un bambino. Più corretto parlare di alimentazione assistita. In fondo anche l’infermiera che imbocca un disabile mentale compie un trattamento sanitario, ma se questo fosse facoltativo – con dichiarazione anticipata di rifiuto di alimentazione e idratazione – bisognerebbe davvero contemplare la possibilità di far lentamente morire di fame i disabili.

    Non basta per riflettere? Bene, passiamo alla Dichiarazione universale dei diritti umani.

    Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti.

    Anche qui non è minimamente previsto il caso di persone che abbiano perso la loro dignità per un qualsiasi motivo. Ma non è forse un diritto, astenersi da un proprio diritto? Certo, ma nel diritto positivo. Io ho il diritto di votare, ma anche quello di astenermi. Nei diritti fondamentali, se vogliamo naturali, le cose funzionano in maniera diversa. Un esempio? L’articolo 4:

    Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.

    Che fine hanno fatto qui la libertà e l’autodeterminazione? Non bisognerebbe distinguere il caso, anche se ipoetico, in cui una persona volesse rinunciare alla propria libertà? Magari per la sua cultura che impone alla donna di stare sottomessa all’uomo, e all’uomo alla sua comunità? O per motivi economici? Non è un voler imporre a tutti un valore tutto occidentale? Sì, è proprio così. Perché la libertà è un diritto inalienabile, indipendente da fattori esterni. Io se voglio posso rinunciare alla mia libertà, posso fare lo schiavo di qualcuno. Nessuno mi verrà ad arrestare. Però allo stesso tempo nessuna autorità al mondo riconoscerà mai il mio status di “libero schiavo”. Perché? Eppure non voglio mica obbligare nessuno ad imitarmi. Non faccio male a nessuno. Certo, semplicemente, se la mia richiesta di riconoscimento fosse accolta, si lederebbe la dignità umana in toto; mortificata in una delle sue qualità principali.

    Sarebbe interessante, quindi, sapere come questi signori intendano modificare la Carta dei diritti umani. Proviamo a fare qualche tentativo:

    Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Ma ciò non toglie che si possano verificare casi di vite umane indegne da sopprimere su richiesta.

    Sarebbe una cosa accettabile? Oppure:

    La dignità della vita umana non ha valore universale e oggettivo ma dipende da fattori esterni quali la salute fisica e psicologica, la volontà, la percezione che si ha di se stessi ecc…

    E come conciliare il principio assoluto dell’autodeterminazione con l’articolo 4? Non oso nemmeno pensare a che pasticcio potrebbe uscirne fuori se il bando della schiavitù venisse condito dal verbo dell’individualismo sfrenato e della dignità a condizione.

    Tornando alla realtà, il punto è che il paradosso del libero schiavo mostra come ci siano diritti inalienabili ai quali non si può rinunciare. O meglio, si può rinunciarvi ma senza pretendere che essi vengano ufficialmente misconosciuti (anche solo individualmente) dal diritto.

     La stessa identica cosa vale per il suicidio. È un fenomeno che esiste da sempre. Ma da quando ha cominciato a pretendere di diventare un fenomeno sociale? Giuridicamente riconosciuto e accettato? Questo ci porta alla seconda parte della nostra trattazione, che merita qualche breve cenno storico; nel prossimo post.

    October 10

    Così in Belgio l'eutanasia diventa una "magnifica opportunità per scappare"


    La storia di Amelie, suicida perché non voleva stare a letto


    Intanto c'è chi propone la possibilità per i vedovi di essere uccisi se si sentono soli


    In Belgio una donna ha chiesto e ottenuto l’eutanasia dopo dieci giorni di sciopero della fame. Amelie Van Elsbeen, così si chiamava, aveva 93 anni e non era affetta da alcuna malattia incurabile o che le arrecasse dolori insopportabili (motivi per i quali in Belgio è possibile praticare legalmente l’eutanasia dal 2002). La donna, nata ad Anversa nel 1916, era soltanto anziana e i medici della casa di riposo di Merksem, dove era stata ricoverata per un periodo, le avevano prescritto di stare a letto. L’anziana quindi ha chiesto a quegli stessi medici di praticarle l’eutanasia, perché così la sua vita era “senza senso”. La casa di cura, applicando alla lettera la legge belga in materia, ha respinto quanto avanzato dalla donna perché mancava il presupposto di base: non era malata. E’ così scattata una campagna mediatica in cui la stessa Amelie chiedeva quello che secondo lei era un diritto: quello di essere fatta morire.

    Nessuno però si è fatto avanti. Dopo un tentato suicidio andato a vuoto, il 24 marzo – d’accordo con la famiglia che ha sempre sostenuto questa sua scelta e consultandosi con Marc Cosyns, medico esperto di eutanasia della Clinica universitaria di Gent – l’anziana ha cominciato lo sciopero della fame. Mercoledì, verso mezzogiorno, Cosyns le ha praticato l’eutanasia perché il suo stato di digiuno le provocava una sofferenza “costante, insopportabile e inarrestabile”. La battaglia per l’eutanasia di Amelie (il primo caso in Belgio su una persona sana) ha riaperto nel paese il dibattito sulla “dolce morte” e l’estensione a minori o persone affette da handicap mentali, come è il caso dell’Olanda, dove è consentita per i malati dai 12 ai 17 anni.

    La storia di Amelie ricorda quanto è avvenuto nel luglio del 2008 in Germania, quando Roger Kusch, ex ministro della Giustizia del governo locale di Amburgo, ha aiutato a morire Bettina Schardt, 79 anni, essendo lui passato dalla politica alla sponsorizzazione dell’eutanasia. La donna era perfettamente in salute, ma si sentiva sola e depressa.

    Se i gesti di queste due anziane sono estremi, altrettanto lo sono le dichiarazioni rilasciate alla BBC da Ludwig Minelli, avvocato svizzero fondatore di Dignitas, la più grande Ong di suicidio assistito della Svizzera, e anche la più nota d’Europa, come dimostra l’alta percentuale di pazienti stranieri. Fondata nel 1998, l’associazione da allora ha aiutato a morire più di 900 persone, di cui oltre due terzi non svizzeri. In testa ci sono i tedeschi (57,4 per cento), seguiti da inglesi (10,4) e i francesi (8,2), mentre gli italiani si fermano all’1,2 per cento.

    Minelli, alla tv di Stato britannica, ha spiegato che “il suicidio è una magnifica opportunità data al genere umano, perché è una grande possibilità per poter scappare da una situazione insostenibile”. Per il fondatore di Dignitas il suicidio è la soluzione al problema del dolore. A conferma della sua tesi, Minelli ha portato l’esempio di una coppia del Canada, in cui una moglie, dopo che il marito si è tolto la vita per il troppo dolore provocato dalla malattia, ha intenzione di seguirlo perché a sua volta non riesce a sopportare il dolore della morte del consorte. Le sue parole contribuiscono ad alimentare nel Regno Unito già accese le polemiche sul fine vita, tema tornato d’attualità a marzo con la notizia che Peter Duff, patron del Festival della letteratura di Bath, e sua moglie Penelope erano morti con il suicidio assistito presso la clinica di Dignitas.

    © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO

    di Simona Verrazzo



    Londra-Zurigo solo andata. L’ultimo viaggio dei coniugi Duff


    Il suicidio assistito nella clinica di Dignitas. Centinaia di europei finiscono negli “Starbucks della morte” svizzeri

    Dignitas più che somministrarla, la “buona morte”, la prepara. Il compito spetta all’infermiera Erika Luley. L’aiuto al suicidio in Svizzera è autorizzato se il paziente compie il gesto finale. Nessuno può indurlo a bere o passargli la dose di pentobarbital sodico diluito con acqua. Quando tutto è finito, Erika controlla il polso e telefona alla polizia che apre un’inchiesta che finisce con una nota: “Suicidio”. Erika è nota come “l’angelo della morte”.

    L’ultimo caso, che ha riaperto in Gran Bretagna il dibattito sull’eutanasia volontaria, è quello del patron del Festival di Bath, Peter Duff, e di sua moglie Penelope. I Duff a gennaio avevano comprato un biglietto di sola andata per Zurigo. Sono morti assieme nella clinica di Dignitas. “Peter e Penny sono spirati serenamente insieme dopo una lunga battaglia contro il cancro allo stadio terminale”, spiega la famiglia, che ricorda come i Duff soffrissero di cancro intestinale. L’organizzazione del Festival della cittadina britannica nel Somerset ricorda che i Duff erano grandi mecenati delle arti e “hanno sostenuto i nostri festival per molti anni, anche se la loro passione era la musica”. Peter Duff, diventato miliardario importando vino, era il patron della più rinomata località termale inglese. Viveva con la moglie in una lussuosa residenza georgiana. “Se ne sono andati pacificamente” dice la figlia Helena.

    La clinica Dignitas a Zurigo, che soltanto in Svizzera conta 50 mila soci, è stata fondata dall’avvocato Ludwig Minelli e opera come organizzazione no profit. Hanno girovagato per molti anni alla ricerca della sede idonea. Oggi è in un loft al secondo piano di un enorme capannone di magazzini affacciato sulla ferrovia nella periferia industriale di Schwerzenbach, a pochi chilometri da Zurigo. Prima stavano in un albergo e poi in un appartamento, ma la gente non ne poteva più di “tutti quei cadaveri”. Hanno anche eseguito eutanasie in auto. Per i coniugi Duff, Dignitas si è occupata di tutto: assistenza legale, documenti, colloqui consultivi, ricetta medica del cocktail di barbital, cremazione dei cadaveri, spedizione dell’urna.

    L’unica condizione per accedere al “servizio” è la volontà dichiarata e provata del soggetto: l’aspirante suicida il bicchiere se lo deve portare alla bocca da sé, davanti a testimoni, altrimenti l’organizzazione può essere perseguita penalmente. Suicidarsi con Dignitas costa dai tre ai quattro mila euro. Soltanto loro accettano di aiutare chi ha il passaporto di un paese dove l’eutanasia è vietata. Di italiani se ne contano almeno undici. Dalla fondazione sono state “accompagnate alla morte” un totale di mille persone. Tedeschi, inglesi e francesi soprattutto. In ogni stato europeo c’è un’associazione che mette in contatto con la clinica. Il “servizio” è così popolare che Zurigo ha ormai la reputazione di capitale mondiale del suicidio.

    Il fondatore Minelli afferma che trenta italiani in media ogni settimana si rivolgono alle associazioni svizzere per informazioni sul suicidio assistito. Suicidi organizzati con dovizia, suicidi anonimi, indolori, asettici. L’articolo 115 del codice penale svizzero, approvato nel 1938, consente di aiutare una persona a morire, se questa è la sua volontà. Consuetudine unica al mondo, bandita anche nell’avanzatissima Olanda, dove l’eutanasia è legale anche per i neonati, se hanno la sfortuna di nascere emofiliaci o con la spina bifida. “Siamo orgogliosi di quello che facciamo”, dice Minelli. Il suo slogan è “Vivi con dignità, muori con dignità”. Ma un mese fa c’è stata la denuncia di un ex infermiera, Soraya Wernli: “La dignità è l’ultima cosa che viene offerta a queste persone”. Lucrano sulla morte.

    Quattro anni fa la Commissione nazionale di etica è giunta alla conclusione che anche i bambini possano chiedere di essere “accompagnati” alla morte, in base al principio secondo cui anche a loro deve essere garantito il principio dell’autodeterminazione. Minelli è disponibile: “Se il bambino dimostra di essere una persona in grado di intendere e di volere, può essere assistito”. Una videocamera registra tutto per dimostrare la volontarietà della morte. Il nastro viene distrutto dopo che polizia e coroner lo hanno visionato. A dicembre è uscito il video di Craig Ewert, un ex professore universitario. C’è l’ultimo bacio con la moglie Mary. Lui dice: “Ti amo così tanto, tesoro”. Lei risponde: “Fai buon viaggio. Ti rivedrò”. Poi a Ewert viene dato un liquido e gli viene detto che se lo beve morirà. Lo beve, chiede succo di mela e musica. Poco prima di chiudere gli occhi dice: “Grazie”. Coppie come i Duff usufruiscono di un network inglese, The Last Choice, che fa da cinghia di collegamento fra gli inglesi e Dignitas. In Svizzera non c’è bisogno della residenza o della registrazione: vieni e muori, pagando una discreta cifra. Una donna ha lasciato un biglietto: “L’aquila ha preso il volo. Ti amo. Ci rivedremo presto”.

    Prima dei Duff c’era stato il caso di Daniel James, costretto su una sedia a rotelle in seguito a un incidente di rugby che lo aveva paralizzato dalla vita in giù, facendogli perdere l’uso di braccia e gambe. Daniel non era malato terminale. La vita di queste persone si spegne in un anonimo appartamento dalle pareti decorate con le immagini delle Alpi svizzere, un letto e qualche sedia. Ai parenti viene offerto thè o caffè, i dipendenti di Dignitas li rassicurarono che rimarranno con i loro cari fino alla fine. In un angolo della stanza ci sono stampelle e ausili ortopedici lasciati dai malati prima di bere il cocktail mortale. “Con grazia”, recita la pubblicità di Dignitas in Inghilterra. Benvenuti negli “Starbucks della morte”. 

    Il Foglio

    October 08

    L'Olanda ora vuole anche il primato dell'eutanasia infantile


    SU MILLE BAMBINI MORTI ENTRO IL PRIMO ANNO BEN SEICENTO HANNO A CHE FARE CON LA DECISIONE DI UN MEDICO
    Il Protocollo di Groningen, stilato da pediatri favorevoli alla dolce morte, stabilisce i parametri per giudicare una vita degna di essere vissuta, e ora aspira a diventare legge. E' prevista anche la "fine senza richiesta o consenso"

    Roma. E' l'unico paese europeo in cui i medici non presero parte ai programmi di eutanasia imposti dai medici nazisti di Monaco e Berlino. Di quel coraggio in Olanda oggi non c'è più traccia. Frank e Anita sapevano che la loro bambina, Chanou, avrebbe avuto una vita molto breve. Nata con una malformazione al cervello, Chanou "piangeva tutto il tempo", disse la madre. Pensarono che sarebbe stata meglio da morta. "Sembrava che dicesse: mamma, non voglio più vivere, lasciami andare". Le venne somministrata morfina finché morì pochi giorni dopo. "Mi sentii in pace con me stessa", ha detto Anita. Stiamo parlando di un paese in cui il ministro della Sanità, Els Borst, in un' intervista a Nrc Handelsblad, ha proposto la diffusione della "pillola del suicidio" (la cosiddetta peaceful pill) per i "vecchi stanchi di vivere": "Non vogliono che sia il medico a ucciderli, vogliono farlo da soli, come ultimo atto di volontà". Poco dopo il dottor Philip Sutorius aiutò a morire l'ex senatore Edward Brongersma. Nel 1994 lo psichiatra Boudewijn Chabot somministrò una dose letale di barbiturici a uno dei suoi pazienti. Disse che soffriva di "depressione" per aver perso i suoi due figli. L'avvocato di Chabot, Eugene Sutorius, sostenne che il suo cliente "vuole che simili cose vengano fatte decentemente". L' Olanda è stato il primo paese europeo ad autorizzare l'eutanasia, con una percentuale di 4.000-5.000 morti all'anno, il 3,5 per cento dei decessi totali nel paese. Ogni anno in Olanda, dove l'eutanasia è legale sui bambini di dodici anni, decine di nuovi nati vengono "aiutati" a morire con l' intervento dei medici. Non ci si limita a non intervenire. Negli anni Trenta c'era il fenolo, oggi la morfina. Una commissione nazionale è chiamata a decidere se normare un'altra nuova pagina di quella che il Wall Street Journal ha chiamato "la via olandese alla morte". Nei giorni scorsi una politica di Rotterdam, Marianne van den Anker, ha proposto di istituire l' aborto forzato per i malati mentali.
    Eduard Verhagen è il pediatra più controverso al mondo. "Pioniere dell'eutanasia infantile", è lui che ha scritto il "Protocollo di Groningen" pubblicato dal New England Journal of Medicine il 10 marzo del 2005, con il quale ha chiesto di fornire agli ospedali delle linee-guida sull'eutanasia infantile. Nell'articolo Verhagen spiega che dei 200 mila bambini nati ogni anno in Olanda, circa mille muoiono nel primo anno di vita. Per 600 di loro, la morte è preceduta da una decisione medica sulla fine della vita". Tradotto: il 60 per cento della mortalità infantile in Olanda ha un'origine intenzionale. Ritradotto: è in corso un olocausto medico sul quale l' Unione europea fa finta di niente. E il fenomeno non è destinato a fermarsi, considerati i parametri "etici" della proposta di Verhagen: "Povera qualità della vita - Mancanza di autosufficienza - Mancanza di capacità di comunicazione - Dipendenza ospedaliera - Aspettativa di vita". Secondo il Weekly Standard il "Protocollo di Gronin gen" è degno solo della Conferenza di Wansee, dove i gerarchi nazisti programmarono la "soluzione finale". Wesley Smith, l'allievo di Ralph Nader che si è battuto contro la disidratazione legale di Terri Schiavo, sostiene che il "Protocollo di Groningen" "cerca di normalizzare l' infanticidio". Negli ultimi due anni il dottor Verhagen ha diretto una equipe medica responsabile della morte di almeno quattro nuovi nati. "E' dopo che sono morti che li vedi rilassarsi per la prima volta", ha detto Verhagen. Le procure olandesi non hanno mai arrestato o posto sotto processo i medici che praticano l'eutansia sui nuovi nati, a partire dal primo caso registrato nel 1997. Secondo uno studio del Journal of Medical Ethics, il 59 per cento dei casi di eutanasia in Olanda non sono segnalati dagli ospedali. Berry Holtslag venne persuasa dai medici che sua figlia, nata prematura di due mesi, non avrebbe mai camminato, parlato o sorriso. Con la morfina, morì sette giorni dopo. "Sono molto spaventata da quanto sta accadendo nel mio paese -dichiara Bert Dorenbos dell'associszione Cry-For-Life- Non dimentichiamo che l'Olocausto non è iniziato con l'uccisione degli ebrei ma con quella degli handicappati e dei malati di mente. Oggi abbiamo una situazione in Olanda in cui una coppia con una figlia Down è guardata come se fosse stupida".
    Il professor John Griffiths, che insegna sociologia a Groningen, è uno dei sostenitori della legge sulla eutanasia infantile: "Vengono salvati troppi bambini. Gli olandesi sono molto sensibili all'idea di una morte dignitosa. C'è un elemento estetico in tutto questo". Un documento del 1992 della Dutch Royal Society of Medicine aveva già scritto una bozza di norme sull'eutanasia infantile, fra cui la previsione se il bambino avrebbe avuto una vita in grado di stabilire relazioni interpersonali. Si parlava della morte come passo per "il miglioramento della qualità della vita". E' nata una Federazione mondiale dei medici che rispettano la vita umana, guidata oggi dal medico olandese K.F. Gunning: "E' esattamente quello che Hitler cercò di fare negli anni Trenta. Tutti gridano all'omicidio quando si parla della Germania: a mio avviso l'Olanda è peggio. Hitler lo faceva in segreto, noi invece vogliamo farlo alla luce del sole. I nazisti sterminarono decine di migliaia di handicappati fisici e mentali in base alla loro politica di purificazione razziale, noi lo faremo con la benedizione della legge dello stato".
    Incubo darwiniano
    Secondo un documentario trasmesso dalla Pbs, "Choosing Death", tre delle otto unità pediatriche intensive in Olanda praticano l'infanticidio tramite iniezione letale. "Sappiamo che i medici di tutta Europa affrontano lo stesso problema - dice il dottor Venhagen - Nessuno in Italia intende parlarne". II vescovo di Groningen, Wim Eijk, è l'avversario pubblico più vigoroso del Protocollo, insieme ai gruppuscoli prolife, che incidono poco o niente sulla società olandese. Più dell'80 per cento degli olandesi è favorevole all'eutanasia attiva. "E' un incubo darwiniano - dice Eijk - Darà ai medici il diritto di decidere della vita e della morte". Per i minorenni fra i sedici e i diciotto anni non c'è nemmeno bisogno dell'autorizzazione dei genitori. L'eutanasia passiva è chiamata "fine senza richiesta o consenso". Quella attiva è "sedazione terminale". E non viene nemmeno registrata come eutanasia, ma come "morte naturale". Come spiega lo stesso Rob Jonquiene, che dirige il Right to Die: "Non c'è bisogno di riportarlo, non sappiamo nemmeno quanti medici lo facciano". Il governo calcola che almeno 5.981 pazienti siano stati "sedati" dai medici senza il loro consenso. Solo nel 1990 furono accertate almeno 600 morti di questo tipo. Rinane Quirine Kunst, una bambina nata con la spina bifida, una malattia terribile ma che se trattata consente di vivere a lungo, venne "trattata" dal suo medico, Henk Prins. Il quotidiano Der Telegraf commentò: "La piccola aveva gli arti deformati e all'esplicita richiesta dei genitori il ginecologo, il dottor Prins, ha preso una decisione consapevole". Questa invece la spiegazione del medico: "Avrebbe potuto vivere qualche anno, ma avrebbe dovuto sottoporsi a un'operazione dietro 1'altra, una strada senza fine di sofferenza". Il presidente della corte espresse "l'ammirazione del tribunale per l'integrità e il coraggio" dimostrati dal medico.
    Un sondaggio del 1996 pubblicato dal New England Journal of Medicine sostiene che il 64 per cento degli psichiatri olandesi accetta l'eutanasia attiva per i pazienti che soffrono di malattie mentali. "Il test di ogni società, che stabilisce se è civilizzata, consiste nella promozione della vita", commenta Paul van der Maas, docente alla Erasmus University di Rotterdam.
    Ma nel 1993 Liesbeth Rensman, portavoce del ministro della Giustizia, fece sapere che "il governo sta proponendo di estendere l' intervento medico attivo per porre fine alle vite brevi senza un esplicito consenso". II dottor Molenar, capo del reparto di neonatologia del Sophia Pediatric Hospital, ha rivelato che 24 dei 500 nuovi nati handicappati erano stati uccisi o lasciati morire dai medici: "La Società olandese della pediatria ha abbracciato la pratica dell' eutanasia sugli infanti 'difettosi'". II capo del pediatri olandesi, Zier Versluys, nel 1992 disse che l' eutanasia è parte della buona pratica medica in neonatologia".
    II 31 per cento dei pediatri olandesi avrebbe praticato almeno una volta l'eutanasia e in un quinto dei casi senza nemmeno ii consenso dei genitori. Il 60 per cento dei medici si è detto "onorato" di poter "porre fine alla vita di un bambino sofferente". Sul Los Angeles Times il bioeticista di Princeton, Peter Singer, ha proposto di estendere agli Stati Uniti il "Protocollo di Groningen". Singer ha chiesto "un periodo di ventotto giorni dopo la nascita prima che un infante possa essere accettato con gli stessi diritti degli altri".
    Nel 1961 Nicky Chapman nacque con una grave malformazione al cervello. I medici dissero ai genitori che sarebbe diventata cieca, che non avrebbe comunicato col mondo esterno e che una serie di lesioni le avrebbero reso amara la vita. Sedici anni dopo Auschwitz, i medici inglesi dissero ai genitori di portare Nicky a casa e di somministrarle una dose di barbiturici. Per fortuna non li ascoltarono. Nell'ottobre del 2004, Nicky Chapman è stata eletta alla British House of Lords, e ci vede benissimo. Se oggi nascesse in Olanda, forse verrebbe uccisa con un' iniezione di morfina. Quando uscirono i primi dati sull' eutanasia infantile, un editoriale del Calgary Herald diceva:
    "Nel maggio del 1945, 7.600 canadesi morirono in battaglia per liberare l' Olanda dalla Germania nazista. Ora, sembra che alcuni medici olandesi abbiano bisogno venga loro nicordato che proprio una delle ragioni di gioia della liberazione scaturiva dalla fine del genocidio, dell' infanticidio e della eutanasia praticata dai nazisti".
    Quindici giomi dopo l' approvazione della legge olandese sull' eutanasia, il 10 aprile del 2001, in Austria trecento cervelli di bambini eliminati nel programma di eutanasia nazista lasciarono Ia clinica viennese di Am Spiegelgrund, dove erano conservati nella formalina dalla fine della guerra, per essere inumati. Bastava avere ii labbro leporino o soffrire di incontinenza perchè un medico austriaco selezionasse un bambino. Con la loro sepoltura si intendeva simbolicamente chiudere un' epoca e sugellare il giuramento di Norimberga. I bambini austriaci, come quelli olandesi sessant' anni dopo, erano chiamati dal medici "lebensunwert" (vite indegne di essere vissute).

    Il Foglio

    Olanda, il medico della clinica dell´eutanasia: "Già applicata in alcuni casi" "Così aiutiamo i bimbi a morire"



    GRONINGEN (OLANDA) - Sorridono, sorridono tutti nella clinica della dolce morte bambina. Anche l´asino dipinto alla parete con un buffo cappelluccio da clown in testa. Sorride anche lui, il Dottor Dolcemorte, bello come un attore americano, alto e biondo come noi ce li immaginiamo i nordici. Riesce a sorridere anche quando parla di come fa ad «aiutare i bambini a terminare la vita».

    Bambini che un destino crudele ha condannato a malattie dolorosissime e insanabili. E non perde il sorriso neanche quando, alla fine, prima di salutarlo, gli facciamo la domanda che avevamo in testa all´inizio del colloquio: «Ma se fossero figli suoi, lei avrebbe il coraggio di ammazzarli?». Il dottor Eduard Verhagen esita un attimo, ma forse è solo per trovare le parole giuste, guarda verso la parete davanti alla sua scrivania, dove ci sono delle foto e dei disegni di bambini. «Io ho tre figli», dice. Ci sono anche loro nelle foto, che salutano e sorridono, sono belli come lui, hanno sette, nove e undici anni. «Se fossero veramente malati senza prospettive, e soffrissero molto, sì, lo farei, darei loro una morte dolce» dice sicuro, di un fiato, senza smettere il sorriso.

    Questo è l´unico posto al mondo in cui si possono «uccidere» i bambini malati per non farli soffrire più. Un posto di fresco e di vento tagliato da una luce bianca, tra casette da presepio, canali addormentati e prati verdissimi che non finiscono mai. Ma quella parola, uccidere, il Dottor Dolcemorte non la usa mai, perché «non è quella giusta» dice, e la sostituisce con «terminare». L´autorizzazione a praticare l´eutanasia sui bambini è stata accordata dalla magistratura locale per ora solo al reparto pediatrico della clinica universitaria di Groningen, attraverso la firma di un protocollo «molto severo» tra medici e giudici, che detta precise regole di comportamento. Dopo che il dottor Verhagen lo ha raccontato, lunedì scorso, a un programma della tivù olandese, sono scoppiate in tutto il mondo le polemiche e le dispute tra favorevoli e contrari.

    Il «protocollo», in realtà - si è saputo solo adesso - è stato firmato l´anno scorso, e in questa graziosa città di 180mila abitanti nel nord dell´Olanda, quasi al suo margine più estremo, l´eutanasia sui bambini è legale già da nove mesi. In questo periodo sono stati «aiutati a terminare la vita», come dice il pediatra, quattro bambini malati. Sono i primi «terminati» in nome della legge. «Erano in condizioni gravissime e irrecuperabili - spiega il dottor Verhagen - e come vede non si tratta di un numero enorme, come qualcuno poteva temere all´inizio. Specialmente se pensiamo che in Olanda c´è una media di 120 casi l´anno nei quali viene praticata l´eutanasia sui bambini, ma si fa senza dirlo, perché altrimenti i medici vengono denunciati: c´è la legge penale che, ovviamente, dice che non puoi uccidere i bambini. I medici poi aggirano l´ostacolo scrivendo nei referti che si è trattato di morte naturale. Adesso io sono finalmente sollevato dal fatto che ci sia questo protocollo, che ci consente di agire alla luce del sole, con le porte delle sale operatorie aperte, e non più di nascosto per il timore di venir denunciati per omicidio. Credo che sia molto meglio avere un percorso legale, condotto in modo aperto e visibile a tutti».

    Il dottore gira in maniche di camicia a righe bianche e azzurre, senza camice. Sembra più giovane dei suoi 42 anni, è pediatra e giurista, e fa parte della Nvk, l´associazione dei pediatri olandesi che per prima, ancora nel ?92, ha cominciato a porsi il problema. La sua conoscenza delle leggi gli ha permesso di lavorare alla stesura del protocollo sull´eutanasia per i bambini insieme al «ministero pubblico» della città. E´ il primario della sezione pediatrica della clinica universitaria, che poi altro non è che l´ospedale cittadino, una grande vela di cemento chiaro tra gli edifici dell´antica e rinomata università. Grandi spazi, tanta luce, niente confusione, l´impressione è quella di un´ordinata efficienza. Il reparto dei bambini, dietro una porta a vetri, sembra un negozio di giocattoli, con gli scivoli, le altalene, i teatri dei burattini, le bambole, i pupazzi, i disegni e le foto buffe alle pareti. Professore, ma si può uccidere un bimbo? E senza rimorso?

    «Ha mai visto un neonato con la spina dorsale bifida? Scommetto che non sa neanche cos´è. Ecco, questo è uno dei quattro bambini che quest´anno abbiamo "ucciso", come dice lei. Hanno come un´apertura, nella schiena, in cui si va a infilare di tutto, dal sangue al cervello. Hanno sempre dei difetti cerebrali, sono paralizzati, non possono camminare, sedersi, e neanche andare in bagno. Non sono in grado di comunicare con nessuno e inoltre questa malformazione fa un male incredibile, porta loro dei dolori fortissimi. Noi, come medici, possiamo fare molto poco, possiamo chiudere quella apertura, ma è solo un fatto estetico che non risolve nulla, i problemi restano, e sono insuperabili. Ecco, vede, è in casi come questi che interveniamo. E proprio per casi come questi che ho incontrato nella mia carriera tanti, tantissimi genitori che mi supplicavano di "terminare" la vita dei loro figli, una vita senza più prospettive e così dolorosa. Fino a ieri non potevo aiutarli, adesso finalmente posso. E credo che sia un grande passo avanti».

    Il «protocollo» che consente la dolce morte bambina - firmato dal più alto magistrato di Groningen, il «ministero pubblico», e da 50 pediatri e 10 neurologi della città che per primi hanno iniziato a porsi il problema di «come comportarsi in questi casi senza correre il rischio di essere denunciati» - è una specie di manuale di istruzioni, che non si perde nella teoria ma descrive semplicemente, in otto pagine fitte fitte, in modo molto preciso e dettagliato, tutte le tappe da seguire per arrivare all´eutanasia: dai test sul bambino malato fatti non da un medico solo ma da un´équipe di sei-otto specialisti, fino al primo consulto tra sanitari in cui i medici si chiedono se proseguire o meno nelle cure, fino ai colloqui con i genitori, alla decisione finale e alla scelta del come porre fine alle sofferenze di questi bambini.

    La statistica dice che nella maggior parte dei casi "clandestini", 100 su 120 ogni anno in Olanda, si pratica un´eutanasia «passiva», cioè è sufficiente staccare la spina, non somministrare più al malato i farmaci che lo tengono in vita, e la morte avviene in un modo praticamente naturale. Negli altri 20 casi, invece, che sono quelli più spinosi, più dolorosi, i medici sono costretti a praticare un´eutanasia «attiva», devono cioè dare al piccolo paziente delle medicine per farlo morire. Il «protocollo» stabilisce anche che medicine dare, a seconda dei casi e delle malattie, elenca quali farmaci letali prescrivere, in che dosaggio e a quale intervallo di tempo. Inoltre dà tre mesi di tempo alla magistratura, quella locale di Groningen e poi quella nazionale dell´Aia, per esaminare ogni caso di eutanasia e decidere se procedere, eventualmente, contro i medici, qualora ritenesse che hanno sbagliato. La firma del ministro della giustizia olandese è stata messa sotto tutti i quattro casi dei bambini «terminati» negli ultimi nove mesi a Groningen.

    «Ma il punto più importante, e delicato, resta quello della decisione - spiega il dottor Verhagen - perché a differenza di quanto prescrive la legge sulla eutanasia per gli adulti, che l´Olanda ha approvato nel 2001, dove sono le persone maggiorenni che devono dare il suo consenso, in questo caso un bimbo, un neonato, non può decidere, e non possono farlo per lui neanche i genitori. Allora il nostro «protocollo» prevede che alla fine sia il medico a decidere cosa fare, ma se succede che il medico sceglie di interrompere la vita e i genitori non sono d´accordo, o viceversa, si va avanti con le cure. Devono insomma essere tutti d´accordo per decidere di interrompere la vita di un bimbo. Più avanti, se questo protocollo diventerà legge dello stato come ci auguriamo, sarà meglio, come abbiamo chiesto noi pediatri, fare come per l´eutanasia degli adulti, e nominare una commissione di medici, giudici, studiosi di etica (attualmente è di otto membri) per prendere le decisioni. Però anche qui i tempi sono lunghi, e le resistenze tante. Ci sono voluti dieci anni per fare la legge sull´eutanasia degli adulti, credo che ci vorrà del tempo anche per avere quella sui bambini».

    Ma anche nell´Olanda permissiva non tutti i pediatri sono d´accordo. «Anche qui, in ospedale - dice Verhagen - ci sono dei colleghi che pensano che la decisione della morte non appartiene a noi ma solo a Dio. Sono posizioni che rispetto. Questi colleghi, di solito, non partecipano alle équipe che si occupano degli interventi di eutanasia. Io penso invece che stiamo facendo la cosa giusta e siamo contenti di farlo senza più nasconderci. Vede, io credo che la vera cosa non umana, da evitare, sia accanirsi con le cure quando hai accertato che non c´è più niente da fare, e allora comprendi quei genitori che ti chiedono di alleviare le atroci sofferenze dei loro figli anche se questo significa la morte. Ma una morte dolce, col sorriso».


    La Repubblica, 02/09/2004

    Eutanasia senza consenso, in Olanda si fa così

    Paola Fumagalli

    In Olanda non sono proprio tutti favorevoli alla "dolce morte". La prova? Più contundente di quanto si possa immaginare. «No all’eutanasia» è un video-denuncia di 22 minuti che raccoglie le testimonianze di olandesi che hanno vissuto da testimoni diretti questo dramma e di medici che lottano ogni giorno contro un simile metodo. Il video è basato su una ricerca dell’Associazione cristiana dei medici olandesi. Il movimento «Schreeuw om leven», in inglese «Cry for life» (Grido per la vita), l’ha realizzato per far riflettere il Paese, sollevando il dubbio che, quando si cura il paziente nel modo appropriato, non chiede l’eutanasia.

    Le testimonianze che scorrono nel video fanno gelare il sangue. Al padre di Staneke fu diagnosticato un cancro. Lo scoramento fu tale che inizialmente scelse l’eutanasia invece di un intervento chirurgico. Staneke racconta: «Ero contrario, desideravo che prendesse in considerazione altre possibilità. L’intervento gli avrebbe almeno consentito di trascorrere più tempo con mia figlia, che aveva solo sei mesi. Lui insisté, aveva paura, ma all’ultimo momento disse che non voleva morire. Quel giorno il medico entrò in casa e disse che aveva un appuntamento con mio padre. La famiglia era riunita intorno al letto. Abbiamo sentito e visto che mio papà aveva cambiato idea. Ma il medico non si fermò e procedette con la prima iniezione. Mio padre ripeté che non voleva morire, ma il dottore gli fece anche la seconda iniezione. È assurdo. Non dimenticherò mai quel dottore che non si preoccupò del ripensamento di mio papà affermando che questo era il suo vero desiderio e che lui si era solo prodigato per accontentarlo. Mio padre mi è stato rubato. Quel medico non gli ha fatto alcuna domanda, l’ha ucciso a mente fredda. La vita non dovrebbe essere nelle mani dell’uomo, ma in quelle di Dio».

    Altra testimonianza, nuovo sgomento. All’insaputa della sua famiglia, Enk, nonno di Reizema, fu soppresso in una clinica da un medico che fu sospettato di aver commesso quel gesto perché aveva bisogno di posti letto. Reizema dice: «Il nonno aveva una trombosi e chiese aiuto. Mio padre lo riferì alla caposala, perché il nonno aveva dolori lancinanti. Il personale della clinica interpretò questa frase come volontà di morire: secondo loro infatti la morte sarebbe stata la liberazione dai suoi dolori. Ma mio nonno chiedeva solo una terapia del dolore. Eravamo esterrefatti. Il giorno che mio nonno morì fu terribile. Nessuno di noi aveva capito cosa stesse succedendo, peraltro senza il nostro consenso. Ci siamo persino accusati l’un l’altro di essere a conoscenza del reale desiderio del nonno di farla finita, ma abbiamo capito che lui aveva solo detto che i dolori erano molto forti. Una volta mia zia era andata a trovarlo e gli aveva dato da bere, perché da solo faceva fatica. Ma era arrivata un’infermiera dicendo di non farlo bere, perché gli avrebbe solo prolungato l’agonia». Il nonno di Reizema, spiega ancora il nipote, era credente, amava la vita e voleva continuare a vivere fino alla morte naturale. «Sono convinto che quanto è accaduto a mio nonno non sia quello che intendevano i nostri legislatori, ma sia l’effetto inevitabile dell’aver aperto la porta alle decisioni sulla vita e la morte. Se si permette ai medici di compiere scelte in questi ambiti, va da sé che potranno anche commettere errori».

    Nel video di «Schreeuw om leven» viene poi il turno di Hildering, medico: «Stiamo peggiorando sempre più – sospira –. Un mio collega era stato chiamato a visitare una paziente con cancro ai polmoni che respirava a fatica. Le disse che poteva aiutarla, ma che preferiva portarla nel suo ospedale. La paziente rifiutò, temeva di essere uccisa. Il medico le assicurò che era di turno nel fine settimana e che l’avrebbe ricoverata personalmente. La paziente andò in ospedale e si sentì subito meglio. Lunedì mattina il medico era di riposo. Nel pomeriggio si recò in ospedale, ma la paziente era morta. Un suo collega gli disse che avevano bisogno di quel letto per un altro caso. Alla paziente era stata praticata l’iniezione letale senza il suo consenso. Il mio collega era sconvolto e si sentiva colpevole».

    Avvenire

    October 06

    "In Olanda abbiamo esagerato nessun diritto all' eutanasia"


    parla l' ex ministro della giustizia Hirsch Ballin, uno degli artefici della legge sull' eutanasia

     Il primo figlio muore suicida nel 1986, il secondo cinque anni piu' tardi, finito a poco a poco da un cancro. Travolti da un dolore impotente e infinito, i genitori decidono di separarsi: rimasta sola e ossessionata dal desiderio di mettere fine anche alla propria esistenza, lei . non piu' madre ne' moglie . chiede allo psichiatra che la sta curando di aiutarla piuttosto a morire. E lui, il dottor Chabot, accetta: la donna, che ha 50 anni, soffre di depressione, ha tentato di suicidarsi, ma non presenta sintomi psicotici. Il medico le fornisce i mezzi per chiudere "in modo dignitoso" i suoi giorni. Chiamata ad affrontare quello che e' un evidente caso di "eutanasia per sofferenza psichica o morale", la Corte Suprema olandese ha rinunciato a infliggere alcuna pena a Chabot. Mostrando di fatto un' inattesa flessibilita' su uno dei punti cardine della legge approvata nel 1993: "La malattia deve essere entrata in una fase terminale". Onorevole Hirsch Ballin, lei . allora ministro della Giustizia . e' stato uno degli artefici di quella legge. Voi avete respinto la legalizzazione dell' eutanasia e posto limiti molto precisi per il riconoscimento dell' eventuale non punibilita' del medico. Non crede che quei limiti si stiano ora spostando in avanti? "E' vero, con il "caso Chabot" la Corte Suprema non ha piu' connesso strettamente l' eutanasia con una malattia che presenti sintomi somatici, in fase terminale. Cio' ha costretto il ministro della Giustizia attuale, la pur riluttante signora Sorgdrager, a sospendere una serie di altre cause simili. E questo, effettivamente, significa andare oltre la volonta' dei legislatori: significa arrivare a immaginare la liceita' dell' eutanasia in caso di sofferenza psichica". Ospite dell' Universita' degli Studi di Firenze, Hirsch Ballin e' stato invitato dal professor Francesco Margiotta Broglio a raccontare la lunga esperienza olandese in materia di "dolce morte". La legge approvata dal Parlamento dell' Aja . nonostante la riprovazione del Vaticano e dei movimenti per la vita . e' il risultato di 15 anni di studi giuridici e analisi in corsia. Qualcuno vi accusa di ipocrisia perche' voi negate di aver legalizzato l' eutanasia ma poi, di fatto, i medici che la praticano non vengono perseguiti penalmente. "Ipocrisia e' lasciare che le cose avvengano ma nel silenzio della norma. Noi invece abbiamo voluto porre l' attivita' del medico sotto il controllo del pubblico ministero e del giudice, per evitare ogni forma di arbitrio e di abuso segreto. Ma sono tuttora convinto che stabilire un diritto all' eutanasia, stabilire l' eutanasia come normalita' , come regola e non come eccezione alla regola, avrebbe effetti pericolosi: metterebbe a rischio i diritti di chi soffre. Soprattutto in una societa' come la nostra, in cui competitivita' e materialismo determinano il valore dell' individuo. Il malato . sentendosi improduttivo e magari di ostacolo agli altri . potrebbe essere indotto a chiedere la morte. L' eutanasia deve restare l' ultima via d' uscita possibile in situazioni di forza maggiore". Non temete un turismo dell' eutanasia verso l' Olanda? "Un turismo di questo tipo non e' desiderabile. E poi la nostra legge prevede che ci sia un rapporto di familiarita' tra il paziente e il medico: come puo' essere somministrata la dolce morte a una persona che arriva da un altro Paese, con una storia assolutamente sconosciuta?". Si e' parlato di una clinica a Delft dove il dottor Admiraal, per sua stessa ammissione, avrebbe praticato decine di interventi per concedere l' eutanasia a pazienti venuti da tutte le parti dell' Olanda. Forse anche dall' estero. Ed e' stata aperta un' inchiesta su un gruppo di medici itineranti, detti "gli angeli della morte", disposti a raccogliere l' appello dei disperati. "Non credo sia mai esistita un' organizzazione dedita a questa attivita' in modo sistematico. Probabilmente ci sono stati dei medici che, legati a movimenti pro eutanasia, si sono resi disponibili a subentrare a medici curanti obiettori di coscienza: ma sono rimasti casi isolati".

    Stefanelli Barbara

    Corriere della Sera

    Eutanasia all'olandese, quando la conosci la eviti


    di Michele Aramini

    Nella discussione sul testamento biologico e su quella, correlata, inerente l’eutanasia è intervenuto sul Corriere della Sera del 26 gennaio Umberto Veronesi sottolineando tre cose. In primo luogo sembra concordare con la definizione di eutanasia proposta dalla Chiesa, per la quale non c’è differenza morale se si uccide un uomo con un’azione o una omissione. Proprio per questo motivo Veronesi ritiene opportuno parlare chiaramente di eutanasia al fine di arrivare alla sua introduzione per legge. Infine si unisce, piuttosto tiepidamente, a quanti richiedono un maggior impegno nello sviluppo delle cure palliative.
    È su gli ultimi due punti che vorrei svolgere alcune considerazioni.

    Se qualcosa si deve dire dell’eutanasia è che essa è una questione sorpassata e inutile. Già su Le Monde del luglio 2002 Paula La Marne ha sostenuto una tesi inoppugnabile: «Non esiste più alcuna esigenza di dare una morte pietosa a malati incurabili, preda di sofferenze terribili e invincibili: la medicina palliativa, uno dei veri, autentici trionfi della medicina del Novecento, svuota dal di dentro la valenza di ogni richiesta eutanasica. L’eutanasia è sorpassata. Il dolore delle malattie terminali può essere combattuto, fronteggiato, ridotto in termini assolutamente accettabili; può, in molti casi, essere vinto».
    Purtroppo dobbiamo constatare quanto sia scarsa la conoscenza dei progressi della palliazione, quanti pochi investimenti vengano posti in essere per comunicare ai malati questo messaggio di speranza e di fiducia. È un paradosso l’atteggiamento generalizzato di disinteresse che riscuote questo ramo del sapere medico in un’epoca così sensibile, come la nostra, al dolore fisico generato dalle malattie. Ed è uno scandalo che solo poche facoltà di medicina italiane (ma anche altrove nel mondo) abbiano attivato cattedre di medicina palliativa.

    In secondo luogo va messo in discussione il riferimento aproblematico di Veronesi alla legge olandese che a certe condizioni ammette l’eutanasia. Il professore afferma che tale legge non ha dato origine ad abusi o a illegalità. Ciò non corrisponde al vero. Infatti, in Olanda esistono molti casi in cui l’eutanasia viene praticata senza richiesta del paziente. Essi assommano a circa il 30% del totale delle eutanasie, circa 1000 su un totale di circa 3.800. Il dato riferito al 1995 proviene dal rapporto della Commissione Remmelink, incaricata dal governo di verificare la situazione reale dell’eutanasia, vale in proiezione anche per gli anni più recenti e va considerato sottostimato, vista la reticenza dei rapporti forniti dai medici interrogati. Questo dato, che avrebbe di che preoccupare, non scuote né l’opinione pubblica né le autorità giudiziarie e politiche olandesi: esse hanno già accettato la motivazione che il medico personale del paziente possa decidere per conto di questi che la sua sofferenza era divenuta "insopportabile" e la sua vita, secondo i criteri della medicina, era ormai "finita". Questa inerzia è il segno che in Olanda è accaduto che il programma di introduzione dell’eutanasia, originariamente fondato sull’appello all’autonomia dell’individuo e sul diritto a una "morte dignitosa", abbia rovinosamente capitolato di fronte all’autorità professionale dei medici. La conclusione paradossale è perciò la perdita dell’autonomia.

    In termini semplici, è successo che siamo passati dalla "padella" di una medicina che si accusava di essere invadente ed eccessivamente accanita nel prolungare la vita alla "brace" di una medicina che decide in proprio se la vita è ancora meritevole di essere vissuta. In questo quadro, gli abusi nella pratica dell’eutanasia non possono essere né individuati né prevenuti: in primo luogo perché sono difficili i controlli e, in seconda battuta, perché i medici hanno ormai un enorme potere discrezionale, e a loro sostanzialmente si demanda l’accelerazione della morte di alcune persone, ritenute insignificanti.
    La legge del 2001 con la quale in Olanda si legalizzava l’eutanasia, non ha aggiunto nulla alla pratica dell’eutanasia, che era già tranquillamente in vigore. Essa è stata fortemente voluta dai medici olandesi, con lo scopo di essere del tutto sottratti all’azione di controllo della magistratura. Quindi in Olanda la situazione è la seguente: se anche un medico violasse la legge sull’eutanasia, il suo operato non potrebbe essere sindacato dai giudici, al più sarebbe richiamato all’osservanza delle norme da una commissione di medici, che peraltro non ha nessun potere sanzionatorio.
    Questo è il triste motivo per cui in Olanda sembra che non ci siano abusi. Ma la realtà è diversa ed è tale da non realizzare affatto quell’autonomia che sta tanto a cuore al professor Veronesi.

    Avvenire

    Eutanasia olandese


    Medico pro life: in Olanda una crescita del 30%, a rischio depressi e malati di Alzheimer - "Ormai la mentalità di morte è diventata norma per tanti miei colleghi Conosco casi agghiaccianti" - Il dottor Gunning propone una petizione all’Onu perché gli Stati proteggano l’esistenza dei loro cittadini, senza discriminazioni


    [Da "Avvenire", 5 dicembre 2000]

    L’AIA - "La strada della morte è stata aperta nel 1971, quando l’Associazione dei medici olandesi ammise l’aborto. Fu così rimosso il pilastro dell’etica professionale, la difesa della vita umana senza condizioni. Allora, l’Associazione dichiarò solennemente che non avrebbe mai tollerato l’eutanasia. Due anni dopo, un tribunale già proscioglieva il primo dottore che aveva affrettato la morte di sua madre. Nel 1981, l’Associazione medica cedeva sulla morte per pietà". Anziano e malato di Parkinson, il dottor Karel Gunning non ha perso la sua forza polemica. E’ ancora, come da anni, il presidente della Federazione Mondiale dei Medici che rispettano la Vita. - Lei contesta le cifre ufficiali, che parlano di 3200 eutanasie l’anno... "Sono i casi che l’Olanda chiama eutanasia, ossia l’uccisione del paziente su sua richiesta. Ma già nel 1991, il cosiddetto Rapporto Remmelink stabilì che, su centotrentamila decessi annui in Olanda, ben ventimila (il quindici per cento del totale) riguardavano casi in cui il medico aveva preso misure ’terapeutiche’ con l’obiettivo, primario o secondario, di mettere fine alla vita del paziente. Nel 1995, un più aggiornato rapporto ufficiale ha mostrato che da ventimila, i casi di uccisione semi-intenzionale erano saliti a ventiseimila, un aumento del venticinque per cento. E i casi di ciò che si chiama eutanasia in Olanda erano passati da duemila a tremila, una crescita del trenta per cento". - Inevitabile? "Per forza. E’ un piano inclinato. Quando si accetta di uccidere in un singolo caso, come ’unica soluzione’, si finirà per trovare centinaia di altri casi in cui la ’soluzione’ di uccidere diventa accettabile. All’inizio occorreva l’esplicita richiesta del paziente; adesso si possono sopprimere i comatosi e i bambini con gravi malformazioni. Prima, l’eutanasia era ammessa solo su pazienti terminali. Ma già nel 1991 uno psichiatra di nome Chabot fu prosciolto, dopo aver provocato la morte di una donna di cinquant’anni che soffriva di depressione psichica. Poi, in un altro caso, l’eutanasia ha ’beneficiato’ una ragazza di venticinque anni, sofferente di anoressia mentale. E di recente un un senatore socialista ottantenne, Brongersma, ha chiesto e ottenuto di essere ’terminato’ non perché fosse malato o depresso, ma perché era stanco di vivere". - Dunque la legge, pur molto permissiva, è già superata dai fatti. "La mentalità di morte è diventata la norma fra i medici olandesi. Conosco un internista che curava una paziente con cancro ai polmoni. Arriva una crisi respiratoria, che rende necessario il ricovero. La paziente si ribella: non voglio l’eutanasia, implora. Il medico l’assicura, l’accompagna lui stesso in clinica, la sorveglia. Dopo trentasei ore, la paziente respira normalmente, le condizioni generali sono migliorate. Il medico va a dormire. Il mattino dopo, non trova più la sua malata: un collega gliel’aveva ’terminata’ perché mancavano letti liberi". - C’è da aver paura. "Infatti la gente ha paura. So di un malato di Alzheimer ricoverato in una casa per non autosufficienti. Una settimana dopo, la famiglia lo trova in stato di coma. Sospettano qualcosa, e così lo fanno trasportare all’ospedale, dove il paziente si riprende dopo l’infusione intravenosa di tre litri di liquido. Era stato lasciato disidratato. E’ vissuto, per quanto ne so, almeno un altro anno". - E lo facevano morire di sete. "Un collega m’ha raccontato questa: vecchio paziente ospedalizzato, in agonia. Il figlio chiede ai medici di ’accelerare il processo’, in modo che il funerale del padre potesse aver luogo prima della sua partenza per le ferie all’estero, già prenotate. I medici eseguono, giù con la morfina. Ma qualche ora dopo, il paziente si siede sul letto, è persino di buonumore. Finalmente, aveva avuto la somministrazione di morfina sufficiente per calmare i suoi dolori, e stava meglio! Episodi del genere si raccontano fra medici come fossero normali. Come fosse normale uccidere un paziente per compiacere i familiari". - Insensibilità, abbandono terapeutico, eutanasia per futili motivi: ma come può accadere nella civile Olanda? "Un incubo. Io ho proposto una petizione all’Onu per un’aggiunta alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo che suoni pressappoco così: Ogni Stato ha il dovere di proteggere le vite di tutti i suoi cittadini senza discriminazioni. Intanto, con la nuova legge, c’è chi pensa di proteggersi tenendo in tasca una dichiarazione, in cui nega il diritto a compiere eutanasia su di lui. Misura precauzionale, se si viene ricoverati in stato d’incoscienza".
    October 05

    La croce e la svastica - L'eliminazione delle "vite inutili"

     


    YouTube - La croce e la svastica - L'eliminazione delle "vite inutili"
      

    Morte a comando. Purché sia salva la forma


    3 Ottobre 2009
    Da Avvenire

    di Assuntina Morresi

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    Kerrie aveva 26 anni, viveva a Norwich, in Gran Bretagna, e due anni fa si è suicidata, perché una malformazione le impediva di avere figli. Ci aveva già provato nove volte, e al decimo tentativo ci è riuscita. La sua triste storia sta diventando un caso nazionale perché la sua famiglia ha trascinato in tribunale i medici che non l’hanno curata: per essere sicura di non essere salvata per l’ennesima volta, Kerrie aveva scritto il proprio testamento biologico, dichiarando la propria volontà di uccidersi, e chiedendo di essere lasciata morire.

    Dopo aver ingerito un anticongelante, ha chiamato l’ambulanza e ai medici in ospedale ha esibito il documento scritto, confermando a voce la propria volontà di morire. I medici hanno eseguito le sue volontà, e il responsabile dell’equipe ha spiegato di averlo fatto non per timore di una eventuale denuncia – in Gran Bretagna i medici che non rispettano i 'testamenti biologici' rischiano la radiazione dall’albo – ma perché «la volontà della donna era chiarissima».

    Le amiche confermano. Ma un suicida che vuole veramente morire non chiama l’ambulanza, suggerirebbe il buon senso. Anche su questo ha risposto Kerrie stessa: all’arrivo in ospedale ha spiegato ai medici di aver chiesto il loro intervento perché non voleva morire sola e in preda ad atroci dolori, e ha chiesto gli analgesici, autorizzandoli a intervenire solo per la sedazione.

    Insomma: l’eutanasia, intesa come la buona morte data ai malati terminali per risparmiare sofferenze inevitabili, l’eccezione per rari casi gravissimi, è roba vecchia, superata, vinta. La disperante fine di Kerrie indica la nuova opzione a disposizione: una morte medicalmente assistita, fornita su richiesta, legittimata da un consenso informato perfettamente legale, una morte neppure data in un luogo separato – a casa propria o in una di quelle cliniche cosiddette 'specializzate' – ma in un ospedale come tanti, nato per curare le persone. La libertà di suicidarsi è quindi diventata un diritto esigibile dal servizio pubblico sanitario, allo stesso modo del diritto a essere curati e salvati: quel che conta è che sia chiesto a chiare lettere, nella formulazione burocratica corretta, conformemente alla normativa vigente. Il medico è semplicemente un erogatore di servizi (compreso quello a morire), un 'rispettoso' esecutore di volontà altrui. E cosa importa della persona di Kerrie, della sua depressione, delle altre sue volontà, quelle pure espresse con chiarezza: qualcuno, per esempio, si è chiesto come si conciliava il suo desiderio di avere bambini – il desiderio più vitale che una donna possa avere – con la voglia di morire?

    Oppure quanto e come la sua frustrazione si sarebbe potuta alleviare? Medici, politici e opinione pubblica, la sedicente 'società civile': avrebbero tutti dovuto avere almeno un sussulto di fronte alla morte di Kerrie, fornita dal servizio pubblico, tutelata dalle leggi in vigore, legittimata dal pensiero comune. Che ne facciamo del progresso scientifico, della professione medica, di quei diritti umani rivendicati a ogni piè sospinto, se oggi a chi si vuole gettare dal ponte siamo solo in grado di dare la spinta più efficace e indolore? Le coscienze sembrano ormai addomesticate dal verbo dell’autodeterminazione, ridotto ad un individualismo esasperato, in una società da cui si esigono 'servizi' e 'nuovi diritti', ma nella quale le relazioni umane hanno sempre meno importanza. Di sussulti, insomma, non ne vediamo abbastanza.

    Registriamo piuttosto segnali inquietanti: il testo di legge sul fine vita approvato al Senato, nato proprio per escludere dal nostro ordinamento il 'diritto a morire', è fermo da diversi mesi alla Camera, e la sua discussione in Aula è stata ulteriormente rimandata. Una 'melina' che non lascia tranquilli.

    SAFE

    Con Ippocrate e con ogni malato senza costruire «zone grigie»


    La legge sul fine vita

    di Francesco D'Agostino

    Il rinvio a dicembre della discussione alla Ca­mera della legge sul 'fine vita' può avere di­verse motivazioni 'politiche', tutte allarmanti (ed alcune anche subdole), ma ha una sola pos­sibile spiegazione 'bioetica': a molti, a troppi (sia parlamentari che influenti opinionisti) la so­stanza specifica della questione evidentemen­te non è chiara. È solo così che si possono capi­re gli appelli contro l’iper-regolamentazione giu­ridica della fine vita e le martellanti esortazioni contro ogni intrusione dello Stato in quella de­licatissima 'zona grigia', all’interno della qua­le sarebbero legittimati a muoversi, con la mas­sima discrezionalità, solo medici e familiari. Ciò che, in buona sostanza, si chiede ormai da tan­te parti è che la legge sul fine vita, se proprio la si vuole fare, sia il più possibile 'liberale'… Da tempo sostengo, ampiamente inascoltato, che il liberalismo è un prezioso principio poli­tico- culturale (e probabilmente anche econo­mico- sociale), che è però illusorio sperare di po­ter applicare ai problemi bioetici che, nella mag­gior parte dei casi, vanno affrontati e risolti in al­tro modo, applicando il principio ippocratico della difesa della vita e non facendo appello al­la 'libertà' o all’'autodeterminazione' del malato (soggetto debole, influenzabile, il più delle volte scarsamente informato e che, soprattutto nelle situazioni di fine vita, ha una sola esigen­za prioritaria, quella di non essere abbandona­to).
    È giusto approvare una legge che imponga al medico il dovere di tener conto delle dichiara­zioni anticipate di trattamento, sottoscritte in data certa da soggetti competenti e informati e purché esplicitamente prive di indicazioni eu­tanasiche? È più che giusto, anzi è doveroso ed urgente, almeno per escludere che possano es­sere emanate dalla magistratura altre sentenze, che, come quelle relative al caso Englaro, han­no riconosciuto valide generiche dichiarazioni orali, di data incerta, formulate da persone cer­tamente poco informate e dal contenuto alme­no potenzialmente eutanasico. È altresì essen­ziale che questa legge non lasci dubbi sulla non vincolatività di queste dichiarazioni per il me­dico, lasciandogli la libertà di seguirle o di non seguirle, non però in base al suo arbitrio o alle indicazioni che possono arrivargli dai familiari o dai fiduciari del paziente (indicazioni che po­trebbero avere motivazioni anche molto ambi­gue), ma a seguito di una rigorosa valutazione, caso per caso, della fondatezza di quelle dichia­razioni, in ordine alla loro completezza e coe­renza, alle possibilità terapeutiche reali che so­no a disposizione in ciascun singolo caso e al dovere di evitare ogni forma di accanimento. In altri termini, quello che la legge può, e nella si­tuazione attuale, deve fare è ribadire due prin­cipi ippocratici fondamentali: 1) la vita non è di­sponibile da parte di nessuno, nemmeno da par­te del paziente (altrimenti dovremmo legitti­mare l’aiuto al suicidio, anche a carico di soggetti 'sani'!) e 2) il medico ha un solo, esclusivo do­vere, quello di agire come terapeuta a favore del­la vita (e l’accanimento non ha nulla a che ve­dere con una terapia!), con l’unico limite di do­ver rispettare l’eventuale decisione del pazien­te di sottrarsi alle cure. Alimentazione e idrata­zione non sono cure: lo dimostra il fatto che se si cessa di alimentare il malato, questi non muo­re per il progredire della sua patologia, ma per­ché gli viene sottratto un sostegno vitale fonda­mentale (è ciò che comunemente si intende di­re, in modo scientificamente impreciso, ma sim­bolicamente perfetto, quando si afferma che E­luana Englaro è morta 'di fame e di sete').
    Ecco perché non si può, sinceramente, parlare di iper-regolamentazione giuridica a carico di una legge, come quella approvata al Senato, che, pur con tutte le sue imperfezioni, garantisce co­munque questi due principi, in sé e per sé irri­nunciabili, contro ogni tentativo di manipola­zione (proveniente da qualunque parte: dai me­dici, dai familiari, dai magistrati). Chi continua a preoccuparsi di un’ipertrofia legislativa in bioe­tica e a insistere sulla richiesta di una legisla­zione 'liberale', rispettosa di tutte le 'zone gri­gie' possibili e immaginabili, non si rende evi­dentemente conto che non è questa la vera po­sta in gioco, ma l’abbandono del modello ippo­cratico della medicina, il modello nel quale la di­fesa della vita e il rispetto del malato sono in­dissolubilmente congiunti. Se questa fosse l’au­tentica, subdola ragione che motiva l’operato di quanti puntano a rinviare (o, addirittura, ad affossare) la discussione della legge sul fine vita alla Camera, dovremmo preoccuparcene tutti e moltissimo.
    «Avvenire» del 1 ottobre 2009