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    October 30

    Cronaca di un tifoso fai da te I: stagione II

     

    Ci siamo, si avverte la novità nell’aria…dopo mille complicazioni ci troviamo davanti al nuovo Palazzo con una marea di gente che pressa per entrare. Dopo non poche fatiche (che avrebbero messo in difficoltà anche Yuri Keki) riusciamo a superare la ressa. Saliamo le scale con ansia, ci troviamo davanti un campo in perfetto stile NBA già pieno di gente urlante. Il Palazzo è  più grande di prima, ma è più concentrato perché sviluppato nella sua perfetta verticalità (quasi non si vede la fine della curva). Così concentrato che prendiamo posto in basso e sembra quasi di stare in campo. Infatti io progetto, in caso di sconfitta, di catapultare in campo il bellicoso tifoso G.F. per fare strage ma la mia idea suscita l’ilarità generale. Pazienza, tanto a guidare il tifo c’è l’onnipresente capo-ultras che col suo megafono detta legge. All’inizio della partita resta sempre spalle al campo, e contempla la sua milizia festante come un generale che sta per ordinare la carica (e secondo fonti attendibili, la cosa è storicamente avvenuta…). In realtà quella sarà la sua posizione per quasi tutta la partita che spesso non guarda per concentrarsi sui suoi subordinati e incitarne i cori. È negli occhi dei tifosi che lui segue gli eventi del campo, così vede la partita e forse la vede meglio di tutti. In fondo anche il pubblico fa la sua parte, secondo calcoli statistici (non confermati) il suo ruolo si aggira sul 3%. Intanto la partita inizia con un ottimo andamento, in particolare la tripla allo scadere del primo tempo fa andare il visibilio il pubblico, mi volto e vedo il tifoso G.F. in evidente stato mistico\confusionale mentre viene sballottato, a destra e sinistra, dai tifosi S. e AL. Tutto è pronto per l’inizio del secondo tempo, ma lo spiker continua a parlare e anche gli arbitri aspettano che completi l’elenco dei ringraziamenti ad assessori e prefetti (?) vari che hanno gentilmente permesso la realizzazione del nuovo Palazzo. Ovviamente questo fa risvegliare in maniera virulenta il vetero-comunismo del tifoso G.F. che comincia a deprecare, con tono da predicatore riformato (o meglio ri-rifondato), il clientelismo della città. La partita poi riprende a pieno regime e ormai la vittoria sembra assicurata. Affianco a me c’è il tifoso A. che prende a esultare con quella sua espressione (facciale) romboidale che lo rende molto (e spaventosamente) simile a quegli zombie di “Io sono Leggenda”. Col passare del tempo la sua pratica di esultanza si è evoluta, e adesso anziché eseguire quei suoi proverbiali salti all’indietro ha imparato a saltare direttamente su di me mettendo in pericolo il mio già precario equilibrio. Ormai è festa grande, il capo-ultras incita ancora di più i tifosi, tanto che si sporge oltre il consentito e un altro lo deve sostenere da sotto. Il sergente brandisce martello e incudine con ancora più inaudita violenza del solito (o semplicemente pare così solo perché è più vicino). È fatta, la prima vittoria stagionale casalinga è arrivata puntuale alla prima occasione. Dunque ci risiamo. E così “tornai […] puro e disposto a salir le stelle”.

     

     
    October 28

    La crisi delle Borse e i Cristiani

     

    di Antonio Socci

     

    Robert Hughes definì “cultura del piagnisteo” quella della sinistra politically correct. Ma anche la destra reazionaria vive di geremiadi. Il piagnone sommo, Oswald Spengler, le unisce. Da questi acquitrini di lacrime, nel XX secolo, sono nati frutti avvelenati. Oggi col crollo delle Borse tornano gli apocalittici. Stanno col culo al caldo, ma annunciano il tramonto dell’Occidente. Se si voltassero (“metanoia”, convertire lo sguardo) vedrebbero l’alba di un tempo nuovo. E gente non disperata: i cristiani. Certo, c’è il partito dei distruttori, dei pescecani che hanno prodotto lo sfacelo dell’economia. Ma c’è anche il “partito dell’aratro”, di quelli che sembrano meno forti, come dice Péguy, ma che fanno la storia. Quando irruppero i barbari crollò l’impero romano e una civiltà millenaria fu travolta. L’economia crolla fino alla sussistenza, le campagne si spopolano, il continente si copre di foreste selvagge piene di lupi e briganti. Tutto sembra perduto per sempre e l’Europa regredisce all’età primitiva.

    Eppure rinacque una civiltà più grande, bella e luminosa. Da alcuni uomini che cercavano Dio. L’unico che non passa, che non tramonta, l’eterna giovinezza. Lo ha spiegato il Papa, nel suo splendido discorso parigino: “non era intenzione dei monaci di creare una cultura e nemmeno di conservare una cultura del passato”. Volevano semplicemente conoscere Gesù Cristo. Gustare la sua presenza che non abbandona e non delude mai: “Jesu dulcis memoria/ dans vera cordis gaudia/ sed super mele et omnia/ Ejus dulcis praesentia…”.

    Era la loro unica, struggente passione. Da cui venne tutto. Per questo salvarono la cultura antica. E “inventarono” il lavoro. Gesù lavoratore aveva nobilitato il lavoro manuale, un tempo ritenuto prerogativa degli schiavi, al livello divino della preghiera. Col lavoro i monaci trasformarono l’Europa devastata e selvaggia in un giardino fertile e rigoglioso. Uno storico scrive: “Dobbiamo ai monaci la ricostruzione agraria di gran parte dell’Europa”, con tutto ciò che comportò in termini di alimentazione, benessere, esplosione demografica. “Educatori economici, li definì Henri Pirenne.

    Il cristianesimo spazzò via la schiavitù e svegliò l’ingegno cosicché si inventarono macchine per sfruttare l’energia idraulica che “i monaci usavano per battere il frumento, setacciare la farina, follare i panni e per la conciatura”. I monaci insegnarono ai contadini a dissodare, bonificare, coltivare e irrigare, introdussero l’allevamento del bestiame e dei cavalli, l’apicoltura, la frutticoltura, i vivai di salmone in Irlanda, la fabbricazione della birra, l’invenzione del prosciutto, del formaggio e perfino dello champagne.

    I cristiani inventarono gli ospedali, le università, la musica, coprirono l’Europa di cattedrali e di bellezza, inventarono la tecnologia, la scienza, la stessa libertà, l’economia moderna e la democrazia. I monaci avevano cercato solo il regno di Dio: il resto – secondo la promessa di Gesù – arrivò in sovrappiù. Fu il frutto di una liberazione dell’umano.

    Il loro pensiero quotidiano era alla Gerusalemme celeste, l’incontro definitivo con Gesù. Ecco le travolgenti parole di un autore monastico del XII secolo: “Egli è il bellissimo d’aspetto, il desiderabile a vedersi, colui che gli angeli desiderano contemplare. Egli è il re pacifico, il cui volto tutta la terra desidera. Egli è la propiziazione dei penitenti, l’amico dei miseri, il consolatore degli afflitti, il custode dei piccoli, il maestro dei semplici, la guida dei pellegrini, il redentore dei morti, forte ausilio di chi combatte, pio remuneratore di chi vince”.

    E oggi? Oggi il mondo è pieno di nuovi monaci. I mass media non se ne accorgono, perché un albero che cade fa più rumore di una foresta che cresce. Potrei riempire questo giornale con i loro nomi e le loro bellissime storie. Andate in Lombardia a conoscere Lorenzo Crosta che ha creato cooperative dove lavorano un centinaio di ragazzi, con handicap fisici e mentali, pieni di umanità, sorrisi e dedizione. Andate a Teramo a vedere cosa hanno messo in piedi Ercole D’Annunzio e sua moglie, Enza Piccolroaz, partendo dal dramma di una figlia nata con una grave malattia: una delle più straordinarie strutture di riabilitazione del meridione, con un pullulare di altre opere anche di ricerca medico-scientifica. Ma penso anche ai detenuti del carcere di Padova che stanno diventando uomini nuovi e all’ultimo Meeting di Rimini hanno stupito e commosso tutti (ci hanno pure deliziato con i prodotti di pasticceria della loro Cooperativa Giotto).

    Penso all’immensa opera del Banco alimentare che – nato dallo sguardo di carità di don Giussani - oggi letteralmente coinvolge milioni di italiani e dà da mangiare a un oceano di persone. E a quella stupenda cattedrale della speranza e della preghiera che è Radio Maria. E gli studenti che, invece di okkupare scuole e università dove svaccarsi, portano in giro per le strade i “cento canti” di Dante. E poi i tanti padri e madri di famiglia che sono veri eroi della speranza. E insegnanti come Mariella o Gianni che fanno scoprire ai giovani la Bellezza. E artisti pieni di fede, simpatia e talento come Francesco che ha dipinto il rosone duccesco del Duomo di Siena e si prepara a fare le vetrate della splendida cattedrale barocca di Noto. E lo scultore giapponese Etsuro Sotoo che continua l’opera di Gaudì alla “Sagrada Familia”. Guardate i silenziosi volontari che lavorano nei Centri di Aiuto alla vita. E quel fiume di straordinarie donne e uomini di Dio su ognuno dei quali si potrebbe scrivere un libro, dalle clarisse di suor Milena, a Trevi, a quelle di suor Beatrice a Perugia, alle francescane di suor Chiara ad Assisi? Penso alle suore che assistono da anni Eluana Englaro e che supplicano: “lasciatela qui, ce ne prendiamo cura noi”. E i tanti religiosi che donano tutta la loro esistenza a sostenere la speranza dei disperati.

    Penso a Stefano Borgonovo, l’ex calciatore del Milan e della Fiorentina ora malato di Sla: lui, la sua bellissima famiglia, i suoi amici. Leggete su “Tracce” che umanità e che forza! E i tanti malati che offrono la loro sofferenza e così letteralmente tengono in piedi il mondo. Andate a visitare la Casa di accoglienza “Don Dante Savini”, a Perugia, che accoglie e assiste professionalmente malati terminali di Aids o di altre gravi patologie. Guardate i volti, gli occhi, dei giovani seminaristi che vivono alla Fraternità San Carlo e si preparano ad andare fino ai quattro angoli della Terra a portare il senso della vita a popoli assetati di Cristo. Non sono afflitti dal futuro dell’Occidente, perché hanno e gustano l’Eterno nel presente.

    Così dissodare, irrigare, coltivare, amare, anche inventare, ingegnarsi diventano come la preghiera. Scoprite l’incredibile storia di Giuseppe Ranalli e della sua Tecnomatic che, nelle sperdute campagne dell’Abruzzo, oggi con un fatturato di 40 milioni di euro ( +32 per cento nel 2008), lavora per le maggiori case automobilistiche del mondo grazie a brevetti rivoluzionari.

    E Pippo Angelico, imprenditore brianzolo della Ceccato spa (settore manifatture di precisione) che – per un’amicizia nata al Meeting del 2005 - ha deciso di andare a investire a Napoli grazie al Centro di solidarietà che lavora nel Rione Sanità e che si fa carico di tanti problemi della povera gente . O scoprite “il circolino di Crescenzago”, come lo chiama Giorgio Vittadini.

    Mi fermo per mancanza di spazio (se Scalfari conoscesse tutte queste cose non avrebbe scritto ciò che ha scritto della Compagnia delle opere). Ma poi c’è il mondo. La stupefacente storia brasiliana di Cleuza e Marcos Zerbini e dei “Senza Terra”, 50 mila persone spesso nipoti di schiavi, che hanno “scoperto” Comunione e liberazione. E i missionari che in India – come spiega padre Gheddo – stanno letteralmente capovolgendo le millenarie caste, restituendo dignità a milioni di Dalit? E donne straordinarie come l’infermiera Rose che in Uganda cura i malati di Aids? E la “resurrezione” della sua amica Vicky che è stata raccontata in un film premiato al Festival di Cannes da Spike Lee? Certo, molte cose tramontano. Ma se voltate lo sguardo vedrete l’alba di un giorno che non finisce.

    Antonio Socci

    Da “Libero”, 17.10.2008

    Trattto da: http://www.antoniosocci.it/Socci/index.cfm

     

     
    October 27

    La scienza e la morte


    Accendo la televisione e leggo in sovrimpressione: “Amo troppo la vita: mi faccio ibernare”. C’è un signore intervistato che spiega la sua scelta. Ha aderito ad un’iniziativa che farà in modo di farlo ibernare pochi istanti dopo la morte, per questo ha donato il suo futuro cadavere ad un’organizzazione americana. Ha scelto anche il tempo di scadenza che si aggirerà sui 400\500 anni. Tempo bastante, a suo dire, per permettere alla scienza di scoprire il motivo del suo decesso e per trovarne rimedio. Insiste molto sul fatto che lui così vivrà per secoli, e che si risveglierà in un futuro “futuristico” con agevoli passeggiate su Marte. Le sole cose che destano la sua preoccupazione, perchè potrebbero mettere a repentaglio il suo progetto di immortalità, sono il rischio di morire in Italia (e quindi di non avere il tempo di essere trasportato in Usa) oppure di un olocausto nucleare (contro il quale nemmeno la sua bara di ghiaccio potrebbe preservarlo…). Segue quindi inevitabile invito a qualche milionario filantropo di costruire anche in Italia un centro di ibernazione.

    La cosa curiosa è che il vero rischio non sia per nulla contemplato. Cioè che la scienza non sia onnipotente. Che quando si è morti si è morti, non importa come e quando. Se una persona è già morta per il vaiolo, non importa se esista un vaccino perché anche se somministrato è troppo tardi. La scienza è un gran cosa, importante quanto si vuole. Ma se dalla fiducia si passa alla fede, è un altro conto. La scienza non riporta indietro i morti, e non è detto che possa spiegare e scoprire tutto. Nonostante il progresso, sono tutte cose che è anzi ragionevole credere che non avverranno mai. Anche perché tale procedura deve anche avvalersi delle tecnologie del presente. Un embrione può essere conservato congelandolo, ma comunque per un tempo relativo di tempo. Che questo possa avvenire per un uomo adulto mi sembra inverosimile, non funzionerebbe con un vivo figuriamoci con un morto. La verità è che a questo signore è stata fatta passare per certa un’idea fideistica e fantascientifica della scienza, ma non solo di quella del futuro. Il desiderio di essere conservati in uno stato fra la vita e la morte è già impossibile per la scienza di oggi. Tutta la secolare procedura, ovviamente, non avverrà gratis e i futuri ibernati devono già sborsare bei soldini (anche in assicurazioni, a quanto detto).

    E' il vecchio mito della scienza che rende felici, che elimina la morte e la sofferenza, che dice cosa bisonga fare. Che fornisce la pillola della felicità e dei sentimenti, non sono forse queste cose solo delle reazioni chimiche? Come vorrebbe far credere certo neo-determinismo pseudoscientifico (che fa una lettura ideologica di dati empirici). Nei tempi antichi, soprattutto nell’era di mezzo, gli uomini meditavano molto sulla morte e la accettavano semplicemente. “Sorella morte” arrivò a definirla il Poverello d’Assisi. La vita è breve, ma forse è ancora più breve per chi si arrovella ad allungarsela in tutti i modi. Per chi magari si priva di una parte delle proprie sostanze del presente per un bene futuro inesistente. O, ancora meglio, chi in una falsa speranza di immortalità investe nel nulla quando potrebbe (con tutti quegli sforzi) farsi un tesoro in cielo, o conquistarsi almeno il ricordo del proprio passaggio. Continuando a vivere nel ricordo dei beneficati si potrebbe strappare all’oblio della morte almeno qualche generazione. Non l’immortalità terrena, ma meglio di nulla. Risuona ancora quell’inno evangelico alla semplicità: “E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un`ora sola alla sua vita?” (Matteo 6, 27)

    October 14

    La Sindone e la datazione medievale

    sindone

     

    Quello della Sindone è un caso ancora irrisolto. Come praticamente tutti ammettono, quella della Sindone è “un’immagine impossibile”. Cioè nonostante gli anni di studi e di test scientifici ancora nessuno è riuscito ad elaborare a riguardo una teoria che stesse in piedi. Per questo quel semplice telo di lino è ancora una sfida per la Scienza. Infatti esso sarebbe stato prodotto nel Medioevo, peccato solo che quell’immagine risulti ancora irriproducibile nel Terzo Millennio. L’ipotesi del falso deve quindi scontrarsi già alla base con l’inverosimiglianza di una superiorità tecnologica medievale rispetto all’uomo contemporaneo. Tutti i test condotti sulla Sindone sono concordi con una datazione molto più antica, compatibile con l’età di Cristo. Solo uno di questi innumerevoli test ha dato esito negativo: la datazione al radiocarbonio effettuata nel 1988. Già allora quel test fu contestato nel metodo e nel merito, da qui la fretta di molti di chiudere al più presto il caso Sindone bollando come nemico della scienza chiunque osasse anche solo avere dubbi su quella datazione. E questo nonostante le vaste zone d’ombra.

    Ormai a coloro che contestarono già dall’inizio la validità del C14, cominciano ad unirsi anche alcuni di quelli che a quei test parteciparono in prima persona. Questo è il caso del chimico americano Raymon Rogers del laboratorio nazionale di Los Alamos che prese parte al progetto di datazione. Convinto della validità del test dichiarò che avrebbe sconfessato in cinque minuti quelli che sostenevano l’inattendibilità della datazione al carbonio-14. Questo fino a quando non fu costretto a ricredersi in un articolo pubblicato sulla rivista Termochimica Acta (2005). In esso Rogers sosteneva la validità della datazione al radiocarbonio, solo che il test era stato eseguito su un campione non originale. In seguito alle varie peripezie subite dal telo, e ai vari incendi, esso venne riparato con un rammendo invisibile a occhio nudo, ma individuato da fotografie ad alta risoluzione. Così ha dichiarato Rogers: “Per quanto possa sembrare improbabile, i campioni usati per testare l’età della Sindone nel 1988, provenivano da aree rammendate in tempi successivi. L’errore è facilmente giustificabile, poiché si tratta di rammendi realizzati con grande cura. La trama ha esattamente lo stesso motivo della maggior parte del tessuto, ed è stato tinto affinché il colore corrispondesse perfettamente all’originale”. Il chimico ha quindi scoperto che i campioni usati nell’analisi al radiocarbonio hanno proprietà chimiche del tutto differenti da quelle del resto del telo. Infatti la Sindone è composta di puro lino, e in quei campioni Rogers ha trovato fibre di cotone con tracce di tintura per mimetizzare il rammendo. Pertanto il test è invalidato perché eseguito su campioni contaminati da elementi esterni alla reliquia e più recenti.

    Sempre nel suo articolo, Rogers propone anche una datazione alternativa, basata sull’equazione di Arrherius per stimare la presenza della vanilina. Scrive ancora Rogers in un‘unitervista rilasciata all’Associated Press: “Il fatto che la vanilina non sia stata trovata nelle fibre del sudario indica che il lenzuolo è abbastanza antico. Uno studio della cinetica della perdita di vaninlina suggerisce che esso dovrebbe avere dai  1.300 ai 3.000 anni”. In conclusione, secondo Rogers, la Sindone è un reperto estremamente antico e non un falso di origine medievale. Infatti pare che la vanilina nei campioni usati per il test del 1988 non si sia consumata, proprio perché (loro sì) di origine medievale. Per queste sue posizioni Rogers è stato aspramente criticato perché lo spirito scientifico, quello della Scienza galileiana, viene spesso e volentieri dimenticato e capita così che un test (che ha notoriamente molte variabili e non certo infallibile) diventi una sorta di dogma incontestabile. Le critiche comunque sembrano essere state già efficacemente confutate, anche se purtroppo Rogers è morto nel 2005 e non ha avuto la possibilità di calcolare un risultato più preciso.

    Dalle nostre ricerche comunque sono emerse solo le critiche alla datazione proposta da Rogers, non ancora alla scoperta dei campiono contaminati. Ma continueremo la ricerca. Se volete approfondire, potete trovare molto materiale nell’Archivio documenti e in ulteriori interventi. Per concludere, facciamo nostra la speranza espressa da Franco Battaglia di procedere a una “datazione al C-14 eseguita su campioni scelti con maggiore meticolosità” e “su campioni prelevati da 4-5 punti diversi del telo”.

     

    Qui trovate l'articolo di Rogers: http://www.shroud.it/ROGERS-3.PDF

    Per avere un esauriente riassunto in italiano invece cliccate qui: http://www.shroud.it/ROGERS-4.PDF

     

     

     

     

    October 09

    Pio XII e la leggenda nera

     

     

    La leggenda nera nata intorno alla figura di Pio XII è uno degli esempi più evidenti, e tristi, di falsificazione storica di matrice ideologica. La convenienza politica e culturale della vicenda si evince anche dalla larga diffusione che la leggenda nera ha avuto, e ha ancora, in larga parte dei mass media e, quindi, dell’opinione pubblica. Il cinquantesimo anniversario della morte di papa Pacelli, che ricorre oggi, ha ancora una volta riportato alla luce il dibattito. Riportiamo sotto l’intervista che Paolo Mieli ha concesso all’Osservatore Romano e che spiega molto bene le dinamiche della nascita del mito (che abbiamo già affrontato altre volte nel blog) con la speranza, che facciamo nostra, di poter effettivamente vedere esaurirsi la vergognosa offensiva diffamatoria contro Pio XII.

     

     

     

     

    Pio XII

     

     

    Intervista a Paolo Mieli, storico e direttore del «Corriere della Sera»

    La storia renderà giustizia a Pio XII


    «La comunità ebraica lo stimava e gli era riconoscente. Pacelli ha pagato per il suo anticomunismo»

     

    di Maurizio Fontana

    Qualche volta la storia può arrivare su un palcoscenico e da lì ripartire, assolutamente stravolta. Questo accadde il 20 febbraio 1963 quando, al Freie Volksbühne di Berlino, andò in scena il dramma di Rolf Hochhuth Der Stellvertreter ("Il vicario"). Da lì prese di fatto il via una "leggenda nera" che ha accompagnato la storiografia mondiale fino a oggi, alimentando una campagna di odio nei confronti di Pio XII additato addirittura come un "ignobile criminale" e tacciato di filonazismo per i suoi "silenzi" sulla Shoah. Anche all'interno del mondo cattolico.
    A cinquant'anni dalla morte di Papa Pacelli la leggenda nera del "Papa di Hitler" è ancora viva sulle pagine dei giornali. A parlarne è uno storico autorevole, di origine ebraica, che dirige il più importante quotidiano italiano, il "Corriere della Sera", in un colloquio a tre con il direttore del nostro giornale e con chi scrive.

    Si parla spesso del dramma di Hochhuth. In realtà perplessità sugli atteggiamenti di Papa Pacelli risalgono a molti anni prima. Quando nacque davvero il "problema Pio XII"?

    Lo spartiacque è senz'altro la messa in scena del Vicario, ma alcune accuse, anche se non si configurarono come quelle di Hochhuth, furono addirittura precedenti l'inizio stesso della guerra. Il primo a parlare delle titubanze di Pio XII fu infatti Emmanuel Mounier che, nel maggio del 1939, rimproverò garbatamente un silenzio che metteva in imbarazzo migliaia di cuori:  quello di Pio XII in merito all'aggressione italiana all'Albania. Della stessa natura fu il secondo indice puntato da parte di un altro intellettuale cattolico francese, François Mauriac, che nel 1951 lamentò, nella prefazione a un libro di Léon Poliakov, che gli ebrei perseguitati non avessero avuto il conforto di sentire dal Papa condanne con parole nette e chiare per la "crocifissione di innumerevoli fratelli nel Signore". Va d'altra parte ricordato che lo stesso libro - uno dei primi testi importanti sull'antisemitismo - avanzava delle giustificazioni a quei silenzi. In sostanza, scriveva l'ebreo Poliakov, il Papa era stato silente per non compromettere la sicurezza degli ebrei in modo maggiore di quanto non fosse già compromessa.

    Quindi il primo intervento di uno studioso ebreo sull'argomento fu molto cauto?

    Direi di più. A parte Poliakov, le prime valutazioni di esponenti delle comunità ebraiche di tutto il mondo non furono solo caute, ma addirittura calde nei confronti di Pio XII.

    Può essere intervenuto in questa cautela il fatto che le vere accuse al Papa comincino a venire, già durante la guerra, da parte sovietica?

    Certamente Pio XII fu un Papa anche - e sottolineo "anche" - anticomunista. E durante questi decenni di polemiche gli è stato spesso rimproverato di essere stato turbato da questa visione. Ricordiamo, ad esempio, due suoi famosi discorsi pronunciati prima di diventare Papa, nel corso di due viaggi in Francia (1937) e in Ungheria (1938), in cui venivano sottolineate maggiormente le persecuzioni del regime comunista piuttosto che quelle del regime nazista. A questo riguardo va però fatta una premessa:  la tematizzazione della Shoah come noi oggi la recepiamo è di molti decenni successiva alla fine della seconda guerra mondiale. Io ricordo che negli anni Cinquanta e Sessanta si parlava ancora approssimativamente di deportati nei campi di concentramento. Si sapeva che agli ebrei era toccata la sorte peggiore, ma la piena consapevolezza della Shoah è qualcosa di successivo. Negli anni Trenta, pochissimi avevano l'idea di quello che poteva accadere agli ebrei. Certo, in Germania c'era stata la "notte dei cristalli". Ma è ovviamente molto più facile leggere e comprendere i fatti oggi, col senno del poi. E gli ebrei fuggiti dalla Germania non furono accolti a braccia aperte in nessuna parte del mondo, neanche negli Stati Uniti. Insomma, fu un problema complesso. Il mondo occidentale, il mondo civile, tranne alcune eccezioni, non capì, non si rese conto di quello che stava accadendo. Perciò quando noi parliamo di un Papa alla fine degli anni Trenta, possiamo comprendere che fosse più sensibile alle persecuzioni anticristiane in Unione Sovietica rispetto a quanto stava emergendo nel mondo nazista. Questo non vuol dire che fosse un nazista camuffato.

    Anni Trenta:  la polemica spesso si sposta anche su Pio XI...

    Uno dei rimproveri portati al cardinale Pacelli, segretario di Stato di Pio XI, è stato quello di averne attenuato le condanne del nazionalsocialismo. Tra le tante accuse - secondo me non del tutto giustificate - che ha ricevuto Pacelli c'è stata anche quella di aver smussato, di aver attenuato i toni di quell'enciclica. In realtà, esaminando sotto il profilo storico l'attività di Papa Pacelli, ricorderei alcuni particolari. Quando iniziò la guerra egli criticò l'apatia della Chiesa francese sotto la dominazione nazista nella Francia di Vichy; poi criticò l'antisemitismo, quello sì evidente, del monsignore slovacco Josef Tiso; diede - come ben raccontato in un libro di Renato Moro, La Chiesa e lo sterminio degli ebrei, Il Mulino - la propria disponibilità e addirittura una mano, con decisione rischiosissima, a dei complotti contro Hitler tra il 1939 e il 1940. Continuo:  quando nel giugno 1941 l'Unione Sovietica fu invasa dalla Germania, c'era una certa resistenza nel mondo occidentale a stringere accordi con chi fino a quel momento aveva combattuto la guerra dalla parte della Germania nazista. Pio XII invece si diede molto da fare per facilitare un'alleanza fra Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Sovietica. E infine il capitolo più importante:  durante l'occupazione nazista di Roma - come raccontato ad esempio in due libri, quello famoso di Enzo Forcella (La resistenza in convento, Einaudi) e l'altro appena uscito di Andrea Riccardi (L'inverno più lungo, Laterza) - la Chiesa mise a disposizione tutta se stessa:  quasi ogni basilica, ogni chiesa, ogni seminario, ogni convento ospitò e diede una mano agli ebrei. Tant'è che a Roma, a fronte dei duemila ebrei deportati, diecimila riuscirono a salvarsi. Ora, non voglio dire che tutti quei diecimila li salvò la Chiesa di Pio XII, però senz'altro la Chiesa contribuì a salvarne la maggior parte. Ed è impossibile che il Papa non fosse a conoscenza di quello che facevano i suoi preti e le sue suore. Il risultato fu che per anni, anni e anni - ci sono decine di citazioni possibili - personalità importantissime del mondo ebraico hanno riconosciuto questo merito intestandolo esplicitamente a Pio XII. Di queste testimonianze si è persa ormai quasi traccia. Ne ha parlato, ad esempio, un bel libro di Andrea Tornielli (Pio XII il Papa degli ebrei, Piemme). È una letteratura molto vasta di cui vorrei fornire qualche scampolo. Nel 1944 il gran rabbino di Gerusalemme, Isaac Herzog, dichiara:  "Il popolo d'Israele non dimenticherà mai ciò che Pio XII e i suoi illustri delegati, ispirati dai principi eterni della religione che stanno alla base di un'autentica civiltà, stanno facendo per i nostri sventurati fratelli e sorelle nell'ora più tragica della nostra storia. Una prova vivente della divina provvidenza in questo mondo". Nello stesso anno, il sergente maggiore Joseph Vancover scrive:  "Desidero raccontarvi della Roma ebraica, del gran miracolo di aver trovato qui migliaia di ebrei. Le chiesa, i conventi, i frati e le suore e soprattutto il Pontefice sono accorsi all'aiuto e al salvataggio degli ebrei sottraendoli agli artigli dei nazisti, e dei loro collaborazionisti fascisti italiani. Grandi sforzi non scevri da pericoli sono stati fatti per nascondere e nutrire gli ebrei durante i mesi dell'occupazione tedesca. Alcuni religiosi hanno pagato con la loro vita per quest'opera di salvataggio. Tutta la Chiesa è stata mobilitata allo scopo, operando con grande fedeltà. Il Vaticano è stato il centro di ogni attività di assistenza e salvataggio nelle condizioni della realtà e del dominio nazista". Cito poi da una lettera dal fronte italiano del soldato Eliyahu Lubisky, membro del kibbutz socialista Bet Alfa. Fu pubblicata sul settimanale "Hashavua" il 4 agosto 1944:  "Tutti i profughi raccontano il lodevole aiuto da parte del Vaticano. Sacerdoti hanno messo in pericolo le loro vite per nascondere e salvare gli ebrei. Lo stesso Pontefice ha partecipato all'opera di salvataggio degli ebrei". Ancora, 15 ottobre 1944. Registriamo la relazione del Commissario straordinario delle comunità israelitiche di Roma, Silvio Ottolenghi:  "Migliaia di nostri fratelli si sono salvati nei conventi, nelle chiese, negli extraterritoriali. In data 23 luglio ho avuto l'ordine di essere ricevuto da Sua Santità al quale ho portato il ringraziamento della comunità di Roma per l'assistenza eroica e affettuosa fattaci dal clero attraverso i conventi e i collegi (...) Ho riferito a Sua Santità il desiderio dei correligionari di Roma di andare in massa a ringraziarlo. Ma tale manifestazione non potrà essere fatta che alla fine della guerra per non pregiudicare tutti coloro che al nord hanno ancora bisogno di protezione".

    Questo a guerra ancora in corso. Veniamo a oggi...

    Oggi purtroppo l'attenzione su Pio XII è talmente forte che anche un normale dibattito storiografico s'incendia.

    La questione scotta a tal punto che ancora c'è il problema della famosa fotografia a Yad Vashem e della sua didascalia. Nonostante la massa di testimonianze appena accennate. Cos'è successo?

    È successo che nel corso degli anni si è diffusa la leggenda nera di Pio XII. Ricordiamo i libri di John Cornwell (Hitler's Pope, "Il Papa di Hitler") e di Daniel Goldhagen (Hitlers willige Vollstrecker, "I volenterosi carnefici di Hitler") dove queste accuse si fanno più esplicite. Si è formato un senso comune per cui Pio XII viene visto come un Pontefice addirittura complice del Führer nazista. Una cosa pazzesca! E pensare che al processo Eichmann nel 1961 fu espresso un giudizio sul Papa che vale la pena rileggere. A parlare è Gideon Hausner, procuratore generale di Stato a Gerusalemme:  "A Roma il 16 ottobre 1943 fu organizzata una vasta retata nel vecchio quartiere ebraico. Il clero italiano partecipò all'opera di salvataggio, i monasteri aprirono agli ebrei le loro porte. Il Pontefice intervenne personalmente a favore degli ebrei arrestati a Roma".

    Solo due anni prima della rappresentazione del Vicario...

    Ed è proprio dal 1963 che prende piede una revisione del ruolo di Pio XII di due tipi. Uno malizioso - interno alla Chiesa stessa - che contrapponeva a Pio XII la figura di Giovanni XXIII. Fu un'operazione devastante:  si è trattato Giovanni XXIII come un Papa che avrebbe avuto nel corso della seconda guerra mondiale quelle sensibilità che invece Pio XII non aveva avuto. Una tesi molto bizzarra. E tra le righe delle invettive contro Pacelli, sembra emergere che al Pontefice sia stato presentato il conto per il suo anticomunismo. In realtà Pio XII è stato un Papa in linea con la storia della Chiesa cattolica del Novecento. Se si legge quello che ha scritto o si ascoltano in registrazione i suoi discorsi ci si rende conto come espresse, ad esempio, anche critiche al liberalismo. Voglio dire che non era affatto un alfiere dell'atlantismo anticomunista.

    Non era cioè il cappellano dell'occidente...

    Assolutamente no. L'immagine di Pio XII come il cappellano della grande offensiva anticomunista nella guerra fredda è fuorviante. Anche se, naturalmente, era anticomunista. E di questo anticomunismo gli è stato presentato un conto salatissimo che ne ha deformato l'immagine attraverso rappresentazioni teatrali, pubblicazioni e film. Ma chiunque abbia un atteggiamento non pregiudiziale e provi a conoscere Pacelli attraverso i documenti, non può che rimanere stupito di questa leggenda nera che non ha alcun senso. Pio XII è stato un grande Papa, all'altezza della situazione. È come se oggi rinfacciassimo a Roosevelt di non aver detto parole più chiare nei confronti degli ebrei. Ma come si può sindacare all'interno di una guerra e in più per una personalità disarmata com'è un Papa? La speciosità di questa offensiva nei confronti di Pio XII appare davvero sospetta a qualsiasi persona in buona fede ed è una speciosità a cui è doveroso opporre resistenza. Prima o poi ci sarà pure qualcuno che rileggerà i fatti alla luce anche delle testimonianze cui accennavo prima.

    Ci sono differenze fra la storiografia europea (in particolare quella italiana) e quella americana su Pio XII?

    Secondo me sì. Non dobbiamo dimenticare che questa avversione nei confronti di Pio XII è nata nel mondo anglosassone e protestante. Non è nata nel mondo ebraico che, invece, si è adattato nel tempo per non essere preso in contropiede da una campagna internazionale. Ovvero:  se un Papa viene accusato di aver lasciato correre l'antisemitismo, ovviamente il mondo ebraico si sente impegnato a vederci chiaro. Si arriva così all'episodio della settima sala dello Yad Vashem dove è apparsa una fotografia del Papa con una didascalia che definisce "ambiguo" il suo comportamento. Oppure alla richiesta, nel 1998, da parte dell'allora ambasciatore d'Israele presso la Santa Sede, Aaron Lopez, di una moratoria nella beatificazione di Pio XII. Ora, in questa storia della moratoria io non entro perché non è un problema storiografico. Però c'è qualcosa di eccessivamente pervicace nei confronti di questo Papa e puzza di bruciato lontano non un miglio ma dieci metri. È dal 1963 che sono stati accesi i riflettori su Pio XII alla ricerca delle prove della sua colpevolezza e non è venuto fuori niente. Anzi, gli studi hanno portato alla luce una documentazione molto copiosa che attesta come la sua Chiesa diede agli ebrei un aiuto fondamentale. Mi ricordo a questo proposito un gesto molto bello:  nel giugno 1955 l'Orchestra Filarmonica d'Israele chiese di poter fare un concerto in onore di Pio XII in Vaticano per esprimere gratitudine a questo Papa e suonò alla presenza del Papa un tempo della settima sinfonia di Beethoven. Questo era il clima. E allorché il Papa morì, Golda Meir - ministro degli Esteri d'Israele e futuro premier - disse:  "Quando il martirio più spaventoso ha colpito il nostro popolo durante i dieci anni del terrore nazista, la voce del Pontefice si è levata in favore delle vittime. Noi piangiamo la perdita di un grande servitore della pace". La voce del Pontefice per qualcuno non si era levata, ma loro l'avevano udita. Capito? Golda Meir aveva udito la sua voce. E William Zuckermann, direttore della rivista "Jewish Newsletter", scrisse:  "Tutti gli ebrei d'America rendano omaggio ed esprimano il loro compianto perché probabilmente nessuno statista di quella generazione aveva dato agli ebrei più poderoso aiuto nell'ora della tragedia. Più di chiunque altro noi abbiamo avuto il modo di beneficiare della grande e caritatevole bontà e della magnanimità del rimpianto Pontefice durante gli anni della persecuzione e del terrore". Così è stato considerato Pio XII per anni, per decenni. Erano forse tutti pazzi? No, anzi, erano coloro che avevano subito le persecuzioni di cui Pio XII è incolpato come complice. Se noi lo prendiamo come un caso storiografico, quello della leggenda nera, è pazzesco. Però io penso che, a parte qualche polemista, ogni storico degno di questo nome si batterà - anche nel caso di persone come me che non sono cattolico - per ristabilire la verità.

    Cosa è emerso fino a oggi dalla storiografia israeliana? C'è stata un'evoluzione nel giudizio degli storici? È ancora oggi acceso un dibattito su Pio XII?

    Direi che la storiografia israeliana è molto trattenuta. In realtà il caso è ancora aperto per la pervicacia di un altro mondo che non è il mondo ebraico. Secondo me vanno considerati tre aspetti. Prima di tutto Pio XII paga il conto per il suo anticomunismo. Secondo:  questo Papa conosceva bene la Germania e aveva avuto un atteggiamento filotedesco - che, attenzione, non vuol dire filonazista. Infine va detto che le critiche a Pio XII provengono sempre da mondi nei confronti dei quali le critiche potrebbero essere dieci volte tanto. Mondi che nel corso della Shoah non seppero dare una presenza neanche lontanamente vicina a quella che loro rimproverano a Pio XII di non avere avuto.

    Vuole farci qualche esempio?

    Penso a quanto è accaduto in Francia, in Polonia, ma anche negli stessi Stati Uniti. Ragioniamo:  la tesi di coloro che accusano Pio XII è che tutti sapevano e che comunque si poteva sapere. Io allora vi chiedo:  chi ricordiamo, durante la seconda guerra mondiale tra le personalità di questi mondi che abbiano levato la sua voce nella maniera in cui si rimprovera al Papa di non averlo fatto? Io non ne conosco.

    Fa riferimento anche agli antifascisti italiani?

    Assolutamente sì. Ma insomma:  chi può essere indicato come qualcuno che ha fatto per gli ebrei qualcosa che il Papa non ha fatto? Io non ne conosco. Ci saranno casi singoli, come ci sono stati casi singoli di alti prelati della Chiesa. Almeno questo Papa tutto ciò che era nelle sue possibilità lo ha fatto. Ha consentito a diecimila ebrei che stavano a Roma - ma è successo anche in altre parti d'Italia - di salvarsi rispetto ai duemila che invece sono stati uccisi. Non capisco quale dovrebbe essere il termine di paragone. Allora credo si possa ipotizzare che queste critiche, queste invettive partano da mondi che non hanno la coscienza in ordine rispetto a questo problema.

    La leggenda nera è quindi un caso di cattiva coscienza?

    Direi di sì. Non si spiega altrimenti. La verità è che l'odio per Pio XII nacque in un contesto preciso, quello dell'inizio della guerra fredda. Ricordiamo che fu il Papa che rese possibile la vittoria della Democrazia cristiana nel 1948. Io sono convinto che le accuse nei suoi confronti siano lo spurgo di un odio nato nella seconda metà degli anni Quaranta e negli anni Cinquanta. La letteratura ostile a Pio XII è successiva alla fine della guerra. In Italia, parte dopo la rottura dell'unità nazionale del 1947 e matura durante tutti gli anni Cinquanta in modo più acceso. Tutto questo deposito di odio o di forte avversione è emerso in anni successivi. Del resto, se fosse venuto alla luce immediatamente, gli ebrei che avevano avuto la vita salva per merito di questa Chiesa, non avrebbero consentito che si dicesse e si scrivesse quanto è stato detto e scritto. Essendo venuto fuori venti o trent'anni dopo, tutti i testimoni, tutti coloro che erano stati salvati - stiamo parlando di migliaia di persone - non c'erano più e il mondo nuovo dei loro figli assorbì quelle accuse. E infatti chi ha fatto e fa resistenza a queste accuse? Gli storici.

    Per di più si sono poi aggiunte le voci dei cattolici che hanno contrapposto a Pio XII il suo successore, Giovanni XXIII.

    Infatti credo che l'avvio delle cause di beatificazione dei due Papi sia stato annunciato contemporaneamente non certo per caso. Del resto quando Paolo vi andò in Terra Santa nel 1964 e parlò in termini molto caldi di Pio XII, non ci furono grandi proteste. Nessuno protestò. Ed era già partita l'operazione Vicario. Le accuse sembravano incredibili. Successivamente la valanga è venuta crescendo a mano a mano che scompariva la generazione dei testimoni diretti. Io comunque penso che a Pio XII sarà resa giustizia dagli storici.

    Abbiamo accennato ai cattolici. "La Civiltà Cattolica" ha scritto che Pio XII non ebbe voce di profeta. Non si tratta di un giudizio un po' anacronistico? Forse il Pontefice sarebbe dovuto andare il 16 ottobre in ghetto come era andato a San Lorenzo poche settimane prima?

    Sinceramente, quella parte di sangue ebraico che corre nelle mie vene mi fa preferire un Papa che aiuta i miei correligionari a sopravvivere, piuttosto di uno che compie un gesto dimostrativo. Un Papa che va in un quartiere bombardato è un Papa che piange sulle vittime, compie un gesto di calore e affetto per la città, mentre controversa poteva essere la sua presenza nel ghetto. Certo, col senno di poi si può dire di tutto, anche - come è stato scritto - che sarebbe stato giusto che si fosse buttato sulle rotaie per impedire ai treni di partire. Io penso però che si tratti di giudizi espressi alla leggera. E poi, sinceramente, su questi argomenti, rimproverare un altro di non aver fatto ciò che nessuno dei tuoi ha fatto, è un po' azzardato. A me infatti non risulta che esponenti della Resistenza romana siano andati al ghetto o si siano buttati sulle rotaie. Sono discorsi veramente poco sereni.

    Sulla polemica all'interno del cattolicesimo il rabbino David Dalin è arrivato a scrivere che Pio XII è il bastone più grosso di cui i cattolici progressisti possono disporre per usarlo come arma contro i tradizionalisti...

    L'aspetto più sconveniente, ma a me evidente (anche se lo giudico dal di fuori), è che questa battaglia nel mondo cattolico che contrappone le figure di Giovanni XXIII e di Pio XII non è molto coraggiosa, perché nessuno la fa a volto scoperto. Non c'è un libro o un articolo di un rappresentante autorevole del mondo cattolico che dica chiaramente Giovanni XXIII sì e Pio XII no. È una battaglia condotta tra le righe, fatta di sottigliezze. Il discorso per me è semplice:  o si è davvero convinti che Pio XII sia stato un Papa complice del nazismo, oppure se le cose stanno nei termini discussi in questa intervista, allora certa gente dovrebbe rendersi conto che questi argomenti contribuiscono solo alla persistenza della leggenda nera su questo Papa. Si noti bene:  io credo che questa leggenda nera abbia i tempi contati. Pio XII non sarà un Papa segnato da una damnatio memoriae.

    Perché dice questo?

    Proprio dal punto di vista storico le evidenze a favore sono tali e tante, e la mancanza di evidenze contro è così ampia che questa offensiva contro Pio XII è destinata a esaurirsi.

    Un'ultima domanda sull'atteggiamento di Pio XII. Come si possono ricostruire i caratteri del suo silenzio operoso nei confronti della Shoah?

    Io ho pensato molto spesso a Pio XII provando a immaginare che tipo di personalità fosse. È stato paragonato a Benedetto xv, il Papa della prima guerra mondiale. Ma la seconda guerra mondiale è stata molto diversa. Sicuramente Pacelli è stato una persona tormentata, che ha avuto dei dubbi. Lui stesso si soffermò nel 1941 sul proprio "silenzio". Si è trovato in un crocevia terribile che ha messo in discussione alcuni suoi convincimenti. Poi ha avuto un periodo successivo alla guerra molto lungo, fino al 1958, in cui ha continuato a essere un Papa forte, presente, importante, decisivo per la ricostruzione dell'Italia nel dopoguerra. Forse è stato il Papa più importante del Novecento. Fu sicuramente tormentato da dubbi. Sulla questione del silenzio, come ho detto, si è interrogato. Ma proprio questo mi dà l'idea di una sua grandezza. Tra l'altro mi ha molto colpito un fatto. Una volta finita la guerra, se Pio XII avesse avuto la coscienza sporca, si sarebbe vantato dell'opera di salvezza degli ebrei. Lui invece non l'ha mai fatto. Non ha mai detto una parola. Poteva farlo. Poteva farlo scrivere, farlo dire. Non lo ha fatto. Questa è per me la prova di quale fosse lo spessore della sua personalità. Non era un Papa che sentiva il bisogno di difendersi. Per quanto riguarda il giudizio su Pio XII, devo dire che mi è rimasto nel cuore quanto scrisse nel 1964 Robert Kempner, un magistrato ebreo di origini tedesche, numero due della pubblica accusa al processo di Norimberga:  "Qualsiasi presa di posizione propagandistica della Chiesa contro il governo di Hitler sarebbe stata non solamente un suicidio premeditato, ma avrebbe accelerato l'assassinio di un numero ben maggiore di ebrei e sacerdoti". Concludo:  per vent'anni i giudizi su Pio XII sono stati unanimemente condivisi. Secondo me, allora, nell'offensiva contro di lui i conti non tornano. E chiunque si accinge a studiarlo con onestà intellettuale deve partire proprio da questo. Dai conti che non tornano.


    (©L'Osservatore Romano 9 ottobre 2008)

     

    Tratto da:  http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/interviste/2008/236q05a1.html

     

     

     

     
    October 06

    Viltà, persecuzione e silenzio


    La viltà che lega una rana crocifissa al silenzio sulle persecuzioni cristiane


    di Giorgio Israel

    Finora non pare che sia servita la denuncia di Angelo Panebianco né l’iniziativa promossa dalla Fondazione Liberal per risvegliare l’attenzione sullo scandalo delle persecuzioni e dei massacri di cristiani che si svolgono da ogni parte del mondo. Troppi, mentre sono pronti a sollevarsi strepitando di razzismo genocida quando si propone di prendere le impronte ai bambini dei campi nomadi, voltano lo sguardo dall’altra parte di fronte ai massacri concreti di cristiani. Una delle cause principali è stata identificata da Angelo Panebianco nell’«atteggiamento farisaico secondo il quale non conviene parlare troppo delle persecuzioni dei cristiani se non si vuole alimentare lo “scontro di civiltà”. Come se ignorare il fatto che nel mondo vari gruppi di fanatici usino la loro religione (musulmana, indù o altro) per ammazzarsi a vicenda e per ammazzare cristiani ci convenisse». Il “politicamente corretto” ipocrita e suicida porta a tacere e persino a giustificare ogni crimine compiuto dall’“altro” e a considerare il massacro di cristiani come un normale prezzo da pagare per le colpe della civiltà occidentale.
    Questo atteggiamento è testimoniato da tanti fatti tra cui va sottolineata l’asimmetria che porta a condannare le vignette danesi su Maometto come un’efferata provocazione che avrebbe giustificato lo scatenamento di un’autentica guerra di religione da parte di gruppi fanatici musulmani di mezzo mondo, mentre si giustificano e difendono a spada tratta le “opere d’arte” che rappresentano una rana crocefissa o un’erezione di Gesù in croce. Nel primo caso si deplora l’offesa a una figura sacra per i musulmani, di fronte alla quale la libertà di espressione deve inchinarsi e sapersi limitare. Nel secondo caso, il simbolo sacro e il valore che esso ha per i cattolici deve inchinarsi di fronte alla libertà di espressione e all’assoluta indipendenza dell’“arte” che non può limitarsi di fronte a nulla e nessuno, anche se nei fatti questo “nulla e nessuno” ha nomi e cognomi ben precisi: è lecito fare strame della croce o paragonare la verga di Mosé a un fallo ma tutti debbono inginocchiarsi di fronte al sacro turbante di Maometto.
    Quel che è tragicamente penoso in questa faccenda è il richiamo alla libertà “artistica” e che professori universitari di storia dell’arte o conservatori di musei parlino con sussiego di opere d’“arte” è un segno dello sfacelo della nostra cultura, del modo in cui vengono svenduti senza dignità le nozioni più elementari in nome della cupidigia di asservimento all’“altro”. Occorrerebbe ricordare a questi solerti “intellettuali” che un oggetto per essere definito un’opera d’arte deve soddisfare alcune caratteristiche minime, tra cui la messa in opera, per la sua produzione, di una maestrìa non alla portata di chiunque e una finalità espressiva che miri a trasmettere significati universali. Non basta prendere una tazza di gabinetto, una cacca, disegnare o scolpire un fallo in erezione – secondo la migliore tradizione della grafica da cesso pubblico – mettervi sotto una scritta ermetica e riuscire a esporlo in una mostra perché realizzare un’opera d’“arte”. Perché, in tal caso, l’unica “arte” che viene messa in atto è quella dell’astuzia mediatica e dell’abilità nell’intrallazzare per inserirsi nei circuiti espositivi. Non si sa se ridere o piangere sentendo uno di questi “intellettuali” paragonare la rana di Bolzano alla Cappella Sistina di Michelangelo. Questa cupidigia di asservimento che fa strame dell’arte in nome di una cultura che non merita più di essere chiamata tale è uno dei terreni su cui si alimenta l’indifferenza per le stragi e i massacri dei cristiani.
    (Tempi, 17 settembre 2008)

    Tratto da: http://gisrael.blogspot.com/2008/09/la-vilt-che-lega-una-rana-crocifissa-al.html

    October 05

    La conversione di Messori

     

     

    Vittorio Messori è uno dei maggiori intellettuali italiani, giornalista e studioso accanito ha pubblicato molti best-sellers che hanno avuto anche il merito di far uscire la cultura cattolica dal ghetto in cui era stata confinata spopolando anche nelle classifiche dei libri laici. Presentiamo qui un'interessante intervista riguardo la sua conversione.

     

       primopiano_vittorio_messori

    E’ la prima volta che ne parlo in pubblico…

     

    Intervista a Messori di Stefano Zurlo

     

    Le parole scendono con fatica: come granelli di sabbia in una clessidra. Vittorio Messori torna indietro nel tempo, all’estate di 40 anni fa: «La mia conversione arrivò fra il luglio e l’agosto 1964.   Ero un laico, allievo prediletto  del laicissimo, anzi laicista  Alessandro Galante Garrone, ero destinato ad una carriera sicura  dentro l’Einaudi, il tempio di quella cultura. Invece mi ritrovai a leggere i Vangeli, a vedere le cose da un altro punto di vista: quello della fede, fino ad allora a me sconosciuta. Anzi, disprezzata». Così l’allievo dei Galante Garrone, dei Bobbio, dei Passerin d’Entrèves , dei  Firpo voltò le spalle ai suoi maestri, al pantheon delle glorie piemontesi, all’azionismo, a Gramsci e Gobetti, e si buttò ad indagare sulla figura di un uomo vissuto duemila anni fa in Palestina: nacque Ipotesi su Gesù, un best seller da un milione e passa di copie.
    Oggi, dopo tanti libri e polemiche, Messori si concentra di nuovo su Torino, la sua città adottiva in cui arrivò bambino dalla natia Sassuolo , e scrive un libro a metà fra l’autobiografia e il saggio composto col piglio del polemista di classe: mistero di Torino, ( edizioni Mondadori )  firmato a quattro mani con Aldo Cazzullo che si ritaglia i capitoli finali. Per trecentocinquanta pagine il Messori cronista curioso e il Messori topo di biblioteca ci portano a spasso dentro la città, le sue contraddizioni, le sue ossessioni, rovesciando come un guanto l’immagine che di Torino è stata forgiata ed è entrata nell’immaginario collettivo. Ai Bobbio e ai Galante Garrone, Messori contrappone i Don Bosco, i Cottolengo e i Faà di Bruno, alle case editrici laiche quelle cattoliche, a Camillo Benso di Cavour il fratello Gustavo, acceso papista, soprattutto al mito bugiardo  della città giansenista e in fondo all’animo protestante quello della Torino profondamente cattolica, plasmata dall’azione della Compagnia di Gesù.


    Messori, lei indaga e dissacra, studia e straccia con furia iconoclasta i santini laici, restituendoci la Torino dei santi, dei vescovi, dei fedeli. Tutto però comincia dalla conversione: un tema che lei accenna soltanto in due righe, due righe in trecentocinquanta pagine, senza nulla spiegare. Come mai?


    «Per pudore. Non l’ho mai raccontata in pubblico. Ma posso dire, in tutta umiltà, che la mia vita si è decisa in quel mese cruciale, fra il luglio e l’agosto del 1964, quando avevo 23 anni, preparavo la tesi, di notte lavoravo alla Stipel come telefonista. Quell’esperienza mi ha travolto, tanto che, in fondo,  non ho bisogno di credere, perché in un certo senso ho visto, ho toccato con mano, ho acquistato una certezza assoluta. Se mi puntassero alla tempia una pistola chiedendomi di abiurare non potrei, per rispetto alla verità incontrata. Diciamo pure che io scrivo per i fratelli che procedono a tentoni, con fatica: io accumulo ragioni per loro, non per me. A me non servono e, lo ripeto, dico tutto questo con assoluta modestia, timore e  tremore».


    Messori, lei si è formato al liceo D’Azeglio di Torino, il sancta sanctorum del laicismo, è cresciuto alla scuola del ragionamento e del dubbio, ora ci viene a dire che lei ha visto e toccato con mano. Non le sembra di esagerare?


    «Se non ne ho mai parlato è perchè io per primo avverto il disagio. In quei giorni entrai in un’altra dimensione. Dove tutto era chiaro, lampante, evidente. Non che abbia avuto una visione, per carità non mi fraintenda, ma una forza irresistibile mi costrinse a guardare la realtà dal punto di vista della fede. Leggevo i vangeli e tutte le mie convinzioni, i miei pregiudizi, il mio snobismo intellettuale, il mio libertinismo anche sessuale , andavano in pezzi. Fu un’esperienza folgorante e durissima, tenera e violenta . Un enigma, davvero. Ne parlai in confidenza con André Frossard, che incontrai più volte: in fondo, un’esperienza simile, la sua  che però, per lui, durò pochi minuti. Per me, più di un mese».

    [...]


    Poi?


    Quello stato particolare finì e non si è mai più ripetuto nella mia vita. In effetti, il mio è un temperamento razionale, non mistico. Ma la spinta propulsiva, quella no: non si è mai esaurita. E io continuo a ringraziare il Signore che mi guidò sulla sua strada. Anche se, all’epoca, pagai un prezzo alto sul piano intellettuale e morale: Galante Garrone, quando seppe la novità, ruppe con me, sconcertato, la mia carriera in quel mondo elitario e discreto finì nel momento in cui stava cominciando, in contemporanea diedi una regolata alla mia vita privata e al mio hobby di collezionista di avventure femminili. Avrei voluto non farlo, piansi stracciando il taccuino ben fornito di indirizzi ma non potei fare altro. Mia mamma, scoprendo sgomenta che avevo iniziato ad andare a Messa –di nascosto, vergognandomene- chiamò il medico di famiglia, convinta che io non ci fossi più con la testa».

     

    Lei si è lasciato alle spalle la cultura laica e si è convertito al cattolicesimo: cosa ha trovato nella fede?


    «Un significato al mio vivere e morire. E poi, la libertà. Da quando mi sono convertito ho scoperto la libertà. Prima ero pieno di tabù, di pregiudizi: prima non ero un uomo libero. Anche i dogmi, come diceva André Frossard, non sono gabbie ma finestre. Sono le ideologie postcristiane, non la fede a paralizzarci ».


    Qual è il rapporto fra fede e ragione?


    «C’è un nesso diretto fra fede e ragione. E poi, come diceva il mo maestro Pascal, l’ultimo atto che può compiere la ragione è riconoscere che ci sono infinite cose che la superano. E’ la ragione  che apre al Mistero e lo mostra, appunto ragionevole ».
    «Don Giussani dice che la fede è sovrarazionale, non irrazionale.
    Anch’io  sostengo che è ragionevole, anche se non razionalmente dimostrabile, perché altrimenti ci metteremmo a tavolino per dimostrare l’esistenza di Dio. Noi siamo credenti, non creduli: da questo punto di vista apprezzo e stimo molto il pensiero di Don Giussani. Sono da sempre molto vicino a Comunione e liberazione e a tutti i movimenti, dall’Opus Dei ai Carismatici, ai Focolarini, ai Neocatecumenali, ai Legionari di Cristo. Amo la Chiesa plurale, pluralista. Vive la difference, almeno a livello di carismi».


    Però lei è sempre rimasto appartato.


    «Se non appartengo ad un movimento in particolare, se cerco di essere un cattolico senza aggettivi, è perché non ho sentito, finora, la vocazione specifica, la chiamata verso una di queste realtà. Del resto mi sono convertito in solitudine, in quell’estate di 40 anni fa che ancora mi spinge avanti ogni giorno. In fondo la mia vocazione è quella dell’eremita che studia, riflette, pensa, scrive libri. Io e mia moglie, senza figli e rintanati, per libera scelta, nella nostra casetta di Desenzano del Garda, siamo una coppia di eremiti».

     

    Tratto da:

     

    http://www.et-et.it/MisteroTorino/misrec9.htm

     


    October 03

    La Donna dell'Apocalisse

     

    “Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. 2 Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. 3 Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; 4 la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato. 5 Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono. 6 La donna invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni…[13] Or quando il drago si vide precipitato sulla terra, si avventò contro la donna che aveva partorito il figlio maschio…[17] Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù.(Apocalisse 12, 1- 18)

     

     

    Quello della donna è il primo dei sette segni sul conflitto fra Dio e Satana. È chiaro che si tratta di visioni allegoriche, per cui gli errori che si possono compiere nell’approccio ad un testo del genere sono, essenzialmente, due: prendere alla lettera quelli che vogliono essere dei simboli (come le varie cifre del testo); oppure accentuare troppo l’aspetto simbolico fermandosi ad esso, privandolo così il testo del suo reale messaggio. Bisogna sapere trovare il giusto equilibrio per una corretta interpretazione.

    In questa visione ci sono quattro personaggi principali: Dio, il Drago, la Donna e il Bambino. Per capire l’identità di questi ultimi due, sarà utile partire dal Drago. Esso è senza dubbio il simbolo del male, quel Satana presente anche nel Vangelo. La figura del drago si collega direttamente al “serpente antico” del Genesi, a cui si fa esplicito riferimento nel verso 9. Sarà bene riportare quel passo:

     

    “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la sua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Genesi 3, 15)

     

    Le analogie ci sono tutte: la donna, il drago/serpente, la stirpe della donna. La visione sembra quindi la realizzazione profetica della guerra fra il serpente e la Donna e della vittoria di quest’ultima (tramite la sua discendenza, cioè tramite il figlio). Passiamo ora al bambino. L’identificazione del “figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro” non appare difficile. Trattasi inequivocabilmente del Messia, anche per il riferimento allo scettro di ferro di cui parla un salmo:

     

    “Chiedi a me, ti darò in possesso le genti

    e in dominio i confini della terra.

    9 Le spezzerai con scettro di ferro,

    come vasi di argilla le frantumerai”

          (Salmi 2, 8-9)

     

    È un Salmo, questo, che parla esplicitamente del Messia che dovrà venire. Per cui non sembrano esserci dubbi. Il bambino è il promesso Messia “nato da donna”, quel Gesù di cui si parla alla fine del capitolo. Un’interpretazione questa in nulla ostacolata da elementi che possono risultare contrastanti con le narrazioni evangeliche, come l’immediata ascensione del bambino verso Dio e cioè, si presume, verso il Cielo. Questo perché si tratta, per l’appunto, di una visione profetica e allegorica che non ha la pretesa di essere una ricostruzione dei fatti evangelici. Se, quindi, l’identificazione del bambino con il Messia, e quella del drago con Satana non crea difficoltà resta, però, da approfondire la figura della donna. Quest’ultima interpretazione sembra fondamentale per la comprensione di tutto il testo, perché la visione inizia con il segno grandioso della donna. Ed è lei l’unico personaggio che attraversa tutta la visione: dall’inizio alla fine. Per questo sulla figura della donna non si sono risparmiate innumerevoli interpretazioni, da chi la identifica come il Popolo Eletto a chi la guarda come una figura personificata della Chiesa. Probabilmente nessuna delle varie interpretazioni è errata, alcune possono sussistere senza escludersi a vicenda. Eppure nessuna delle due che abbiamo prospettato (che sembrano essere fra le più comuni) calza perfettamente e fino in fondo. La donna può essere vista come l’immagine del Popolo eletto che dà alla luce il Messia. Però la donna continua ad avere un ruolo anche dopo la sconfitta del drago per mezzo dell’Agnello, eppure a questo punto il Popolo eletto avrebbe dovuto esaurire il suo ruolo. Allo stesso modo la donna può essere vista come immagine della Chiesa gloriosa, eppure non è la Chiesa che ha generato Cristo: è il contrario. L’identificazione con la Chiesa meglio si accorda con l’ultima parte della visione, ma fino a un certo punto. Perché? Perché alla fine il drago non può nulla contro la donna e per questo si scaglia contro la sua discendenza. Con la donna la lotta è finita, si evince quasi che il suo ruolo terreno sia finito. Invece Satana può ancora attaccare la Chiesa, anche se non può prevalere. E poi quale sarebbe questa discendenza della Chiesa? Bisognerebbe quindi ipotizzare un doppio significato simbolico della donna: il Popolo Eletto, nella prima parte, per poi diventare la Chiesa (nella seconda). Possibile, anche se nel testo la donna resta sempre la stessa. Inoltre, anche volendo assumere la “doppia interpretazione”, resta il problema del finale e della discendenza. Il testo fa intendere che la guerra intrapresa dal drago contro la discendenza della donna sia la vendetta per la vanificazione dei suoi attacchi. Per cui la donna sembra avere terminato il suo ruolo terreno e la sua personale battaglia, ora affidata alla sua discendenza.

    Forse si può provare, senza escludere del tutto questa precedente, ad assumere anche un’interpretazione molto più semplice e senza ambiguità. La visione parla del Messia e della sua nascita da una donna. Nulla vieta, se non un giudizio aprioristico, di vedervi la madre di Cristo, la quale sarebbe così la Donna della profezia del Genesi dalla quale sarebbe nata la discendenza destinata alla vittoria (nella figura, quindi, del Figlio-Messia). La quale non esaurisce il suo ruolo con la nascita di Cristo, visto il perdurare dell’inimicizia con il serpente che continua ancora ad avventarsi contro di lei. La visione la presenta però come inattaccabile per la protezione di Dio, per cui il drago muove guerra contro il resto della sua discendenza. Un’espressione, quest’ultima, a nostro parere molto significativa. Perché il Cristo è il prodotto della discendenza della donna che avrebbe sconfitto il drago. Tuttavia anche Cristo ha dato una discendenza con la Chiesa, e contro di questa continuerà fino alla fine la persecuzione del drago sulla Terra. Non più direttamente contro il Messia, né contro la donna. Sembra molto più logico vedere la Chiesa in “quel resto della sua discendenza” che porta la testimonianza di Gesù, che non altrove.

     

    Se, nonostante le discrepanze, si può ritenere giusta l’interpretazione della donna come immagine del Popolo eletto dei tempi messianici bisogna notare che invece l’identificazione con Maria, madre di Cristo, non trova nessun ostacolo. Anzi quest’ultima sembra l’interpretazione meno artefatta e quindi quella più vicina alla realtà. Ci sono ancora altri indizi che possono confermare questa interpretazione, come l’appellativo di “donna”, che è lo stesso col quale Giovanni si riferisce a Maria nei Vangeli (nell’episodio di Cana e sotto la croce). L’identificazione con Maria permette anche di capire meglio le caratteristiche della donna dell’Apocalisse. Il fatto che sia “vestita di sole” si può forse collegare al fatto che Maria sia la madre del “sole di giustizia” di cui parla Malachia (cap. 3, 20) per cui lei è rivestita di quello stesso splendore. Quello che si pone sotto i piedi è, solitamente, qualcosa che è stato sconfitto. La Luna può simboleggiare il passaggio delle stagioni, ovvero il tempo e quindi la morte. Il fatto che sia sotto i piedi della donna sembra indicare la compartecipazione di Maria alla sconfitta della morte operata da Cristo.

    Questo episodio dell’Apocalisse non fa che confermare quello che appariva implicito già nei Vangeli. Ovvero un ruolo, quello di Maria, non ridotto a quello di un “utero in affitto” usa e getta ma a qualcosa di molto più grande. Maria non solo ha dato alla luce il Messia, ma lo ha accompagnato nella sua dolorosa missione prendendovi parte anche lei in modo del tutto particolare; prima ma anche dopo la morte del Cristo. Per questo la vediamo nell’Apocalisse come una splendida regina, coronata di dodici stelle, simbolo delle dodici tribù di Israele, e in veste vittoriosa rispetto al nemico. Il fatto che poi il drago si rivolga contro il resto della sua discendenza, cioè la Chiesa, conferma anche il titolo di “Madre della Chiesa”. Tutto questo non mette affatto in ombra la figura del Cristo. Anzi, senza una corretta mariologia, non si può sviluppare una corretta cristologia. Lo vedremo, con qualche esempio, nei prossimi interventi.

     

     

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    October 02

    Maria e l'Arca della Nuova Alleanza

     

    “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la sua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”

     (Genesi 3, 15)

     

     

    Questa profezia così misteriosa può essere compresa pienamente solo alla luce della prospettiva messianica. Con la seduzione di Adamo ed Eva è iniziata una guerra fra l’umanità e il suo Nemico. In questa guerra, Dio promette la vittoria alla stirpe della Donna. La prospettiva messianica che attraversa tutta la Bibbia permette di credere che questa vittoria avverrà per opera del Messia, il quale discenderà dalla stirpe della Donna e darà la vittoria ai suoi fratelli. Per questo scrisse San Paolo: “Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la resurrezione dei morti. Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo” (1 Cor 15, 21-22). In questa prospettiva messianica, però, sembra essere chiamata ad avere un ruolo importante anche la Donna: dalla sua stirpe verrà il Salvatore.

    Molti elementi importanti dell’Antico Testamento, lo insegnava sempre San Paolo, sono immagine degli eventi futuri. Questo il collegamento fra l’Antica e la Nuova Alleanza. Uno degli aspetti fondamentali dell’Antica Alleanza fu la scelta, da parte di Dio, del popolo eletto: il non-popolo che divenne il Popolo di Dio. Il quale fu talmente privilegiato da ricevere non solo le Tavole della Legge, ma anche l’Arca dell’Alleanza. La sua costruzione fu ordinata da Dio a Mosè ed era il segno visibile della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. L’Arca dell’Alleanza conteneva le Tavole della Legge e seguì gli Ebrei nel loro nomadismo fino a quando non fu posta nel Tempio di Gerusalemme. Durante le soste veniva conservata in quella che era definita la Tenda del Signore, tramite l’arca Mosè parlava con Dio che appariva seduto fra i due cherubini che ornavano il coperchio. È questa una delle immagini più importanti dell’Antica Alleanza, prefigurazione dell’Emmanuele: il Dio con Noi. Colui che doveva venire.

    Elemento fondante della Nuova Alleanza è proprio l’Incarnazione, lo scandalo di Dio che si fa Uomo. In questo irruzione divina nella Storia, Dio ha voluto servirsi di un’umile donna: di colei legata da eterna inimicizia con il nemico. Quella Maria di Nazaret che vide compirsi dentro di sé le antiche profezie, che accettò di portare in grembo il “Dio con noi”. Portatrice del Messia, Ella divenne così l’Arca della Nuova Alleanza, non fatta più di legno ma di carne. Incarnò in sé la vera Arca, quella definitiva. Maria è la prima discepola, la prima portatrice della Buona Novella. Per questo Elisabetta esultò all’udire il suo saluto, leggiamo:

     

    “In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. 40 Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41 Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo 42 ed esclamò a gran voce: "Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43 A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? 44 Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. 45 E beata colei che ha creduto nell`adempimento delle parole del Signore". 46 Allora Maria disse:

     

    " L`anima mia magnifica il Signore

    47 e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, 48 perché ha guardato l`umiltà della sua serva.

    D`ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

    49 Grandi cose ha fatto in me l`Onnipotente(Luca 1, 39-49)

     

    Le espressioni di reverenza che Elisabetta ha verso sua cugina sono già in sé molto significative e, visto il contesto, non possono essere ridotte ad una sorta di scambio di convenevoli (come alcuni talvolta vorrebbero far credere). Le due donne sono cugine, ma ormai per Elisabetta quella è la “madre del mio Signore” che per questo merita una considerazione particolare. In realtà questo passo acquista il suo pieno significato solo se rapportato alla sua immagine veterotestamentaria. La gioia di Elisabetta è comprensibile, ma che senso hanno il sussulto del bambino e le esclamazioni di gioia (addirittura dettate dallo Spirito Santo)? Il senso è quello che ci racconta il secondo libro di Samuele:

     

    “Allora Davide andò e trasportò l`arca di Dio dalla casa di Obed-Edom nella città di Davide, con gioia. 13 Quando quelli che portavano l`arca del Signore ebbero fatto sei passi, egli immolò un bue e un ariete grasso. 14 Davide danzava con tutte le forze davanti al Signore. Davide era cinto di un efod di lino. 15 Così Davide e tutta la casa d`Israele trasportavano l`arca del Signore con tripudi e a suon di tromba(2 Samuele 6, 12-15)

     

    Le esultanze di Davide sembrano, oggi come allora, spropositate. Non bastano gli onori, i tripudi le trombe e i sacrifici: addirittura il re che danza con tutte le forze. Segno questo non di una comune gioia, ma di una gioia incontenibile: questo l’atteggiamento di Davide di fronte all’Arca dell’Alleanza. Ecco che allora l’episodio di Luca non può essere letto come la manifestazione di una semplice gioia, quella di Elisabetta e di suo figlio è la stessa gioia incontenibile (quasi esagerata) di Davide davanti all’Arca di Dio. Ecco perché il bambino sussulta, ecco perché Elisabetta viene riempita di Spirito Santo ed esulta profeticamente. Tutto questo avviene per la presenza di Dio, ma Luca specifica che l’episodio non nasce dalla semplice presenza di Maria e del bambino, ma dal momento in cui il saluto di Maria giunge alle orecchie della cugina. Cioè Elisabetta e il Battista tengono di fronte a Maria lo stesso atteggiamento che Davide ebbe davanti all’antica Arca dell’Alleanza: ma ora è lei stessa la nuova Arca. Tutto questo già basta per far capire che il ruolo di Maria non è stato quello di una sorta di “utero in affitto” usa e getta, come qualcuno talora insinua. L’Arca dell’Antica Alleanza non era Dio, ma era un suo dono per far sentire al popolo la sua vicinanza e per questo era considerato un oggetto sacro degno di grande rispetto. Ma era solo la prefigurazione della vera Arca, quella dell’Alleanza definitiva che per questo merita ancora più considerazione. Anche perché, mirabilmente, Dio non ha voluto più servirsi di un oggetto ma di un essere umano tanto umile quanto grande. Allo stesso modo Maria non è Dio, ma un dono di Dio. E in questa ottica vanno letti i gesti particolari di amore e di onore nei suoi confronti.

    October 01

    Maria nei Vangeli

     

    Quella di Maria nei Vangeli è una presenza silenziosa che solo a una lettura attenta mostra tutta la sua straordinarietà. Ognuno dei passi che ci accingiamo ad analizzare meriterebbe forse dei veri e propri trattati a parte, qui ci limitiamo ad una rapida rassegna che dia conto dell’indissolubilità della storia del Figlio con quella della Madre.

     

     

    1-     Il saluto dell’angelo:

     

    Entrando da lei, disse: "Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te". 29 A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. 30 L`angelo le disse: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio…(Luca 1, 28-30)

     

     

    Il turbamento di Maria non è ingiustificato. Molto si è discusso sul significato di quel “piena di grazia” che pare essere un’espressione unica in tutta la Scrittura. Nella traduzione italiana esistono delle analogie ma, pare, che nel testo originale l’espressione usata dall’angelo nel Vangelo di Luca sia del tutto particolare. Essa indica uno stato di “privilegio” di Maria che è non è semplicemente piena di grazia, bensì nel riempimento di Grazia da parte di Dio: nel senso di un’azione cominciata nel passato ma che continua. Cioè il Messia doveva discendere dalla stirpe della Donna, ma non da una donna comune. Per questo l’evangelista sembra indicare uno stato di particolare grazia di Maria. La Grazia senza dubbio è un dono di Dio, ma mantenersi  in stato di Grazia è anche un merito personale. Essere pieni di Grazia vuol dire essere completamenti alieni al peccato, per questo Maria è un personaggio del tutto particolare.

     

     

    2-     La presentazione al Tempio:

     

     

    Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: "Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione 35 perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l`anima". (Luca 2, 34-35)

     

     

    Qui Simeone sembra collegare, fino a intrecciarle, la storia di Gesù con quella di Maria. Il Messia è l’uomo dei dolori di cui parlava Isaia, un ruolo inevitabile per chi sia chiamato alla missione di essere “segno di contraddizione”. Eppure a questa missione sembra dover partecipare, seppur in modo del tutto diverso, anche Maria. L’avvertimento finale di Simeone indica che Ella sarà partecipe dei dolori del Figlio come nessun altro.

     

     

    3-     Le nozze di Cana

     

     

    Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: "Non hanno più vino". 4 E Gesù rispose: "Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora". 5 La madre dice ai servi: "Fate quello che vi dirà" (Giov. 2, 3-5)

     

     

    La risposta di Gesù può forse sembrare brusca e un po’ irriguardosa. In realtà l’appellativo di “donna” risponde al latino “Domina” che vuol dire “signora” o “padrona”. Cristo sembra riluttante, eppure poi accetta di provvedere. Dell’origine di questo cambiamento l’evangelista non parla, a nostro parere la cosa si spiega alla luce degli altri episodi miracolosi dei Vangeli. In questi Gesù, prima di compiere prodigi, richiede sempre l’espressione di fede per non fare mai del miracolo un evento “magico” ma qualcosa che scaturisce dalla fede. A volte Cristo mette alla prova la fede, come nell’episodio della donna Cananea dove arriva a dire “ Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini” (Matteo 15, 26) con riferimento ai pagani. Eppure nessuno che conosca veramente il Vangelo userebbe questo passo per negare l’universalità del messaggio evangelico, perché è chiaro che Gesù stava mettendo alla prova la fede di quella donna (e forse anche quella degli apostoli). In questa prospettiva l’episodio delle Nozze di Cana assume un valore del tutto particolare. La fede di Maria è talmente scontata che la sua risposta all’obiezione di Gesù si rivolge già direttamente ai servi, e senza suscitare altre proteste da parte del Figlio. Lei è stata quindi la prima discepola, la prima a credere nel potere di Cristo prima ancora di vederlo all’opera (si tratta infatti del primo miracolo). Quello di Cana è un episodio importante anche perché l’evangelista chiarisce che da allora i suoi discepoli credettero, cioè da un miracolo avvenuto per intercessione di Maria. Chiariamo fin da subito che parlare di preghiera di intercessione non mette in alcun dubbio l’unicità della mediazione di Cristo. Pregando per qualcuno si intercede per lui presso Dio, semplicemente questo.

     

     

    4-     L’adozione spirituale

     

     

    Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: "Donna, ecco il tuo figlio!". 27 Poi disse al discepolo: "Ecco la tua madre!". E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa. (Giov. 19, 26-27)

     

     

    Prima di passare al commento, è bene fare una precisazione utile anche per la giusta interpretazione degli altri passi. Il Vangelo non fa mai gossip, cioè non si attarda mai su particolari non importanti o di carattere puramente personale. Per questo i Vangeli parlano poco dell’infanzia di Gesù e nemmeno accennano al suo aspetto fisico. Tutte cose che servirebbero ad alimentare la curiosità dei credenti (e che infatti poi trovarono largo spazio nei Vangeli apocrifi…) ma che non sembrano interessare i Vangeli canonici. I quali sono invece spinti ad una narrazione piuttosto nervosa delle cose più importanti e non di pii racconti.

    Nel passo di Giovanni si compie una vera e propria adozione del discepolo nei confronti di Maria. Da notare che il discepolo è l’unico rappresentante della Chiesa (dal punto di vista gerarchico) sotto la croce, per questo al dato personale (la prese in casa sua) si aggiunge anche quello simbolico. Maria ebbe un ruolo importante nella nascente Chiesa, e senza dubbio questo non le veniva conferito da nessun ruolo “gerarchico” ma solo dallo satus di Madre di Cristo. Per questo compare in Atti 1, 14 ed è significativo che sia l’unica ad essere menzionata per nome fra tutti quelli che stavano in quei giorni con gli Apostoli. Quello della Madre è un ruolo ancora silenzioso ma significativo, esteso dal Figlio alla Sua Chiesa.

     

     

    Per concludere, si può ben dire che quello di Maria è un personaggio unico nelle Scritture. La “piena di grazia” ha accettato lo scandalo dell’Uomo-Dio conoscendone tutte le conseguenze. Rischiò il ripudio da parte di Giuseppe e la lapidazione per adulterio. Per via del Figlio conobbe l’esilio. Per prima lo seguì nei momenti più difficili, presente dall’inizio alla fine: dall’inizio della vita pubblica fin sotto la croce. Sotto la quale patì insieme al Figlio quella spada nel cuore, con la stessa obbedienza e lo stesso amore. Maria è l’unico personaggio del Vangelo che non vacilla mai nella fede, nemmeno sotto la croce che poteva sembrare il più crudele degli scherzi. E dopo la morte del Figlio accompagnò la Chiesa per la quale aveva dato la Vita. Analizziamo un passo:

     

    “Se aveste una fede piccola come un granello di senape, voi potreste dire a questa pianta di gelso: Togliti via da questo terreno e vai a piantarti nel mare! Ebbene, se aveste fede, quell'albero farebbe come avete detto voi.” (Luca 17, 6)

     

    La Scrittura mostra che Maria ebbe una fede ben più grande di un granello di senape, e dalla sua preghiera di intercessione nacque il primo miracolo. Dal suo fiat l’umanità ha ricevuto Cristo. Quale migliore esempio di fede? Come si può non riconoscere una particolare dignità e importanza a un personaggio del genere? Eppure, molto spesso, nella teologia protestante viene passato sotto silenzio nel migliore dei casi; nei peggiori non mancano menzogne e insinuazioni. Ad ogni modo, nei prossimi interventi, cercheremo di approfondire l’argomento entrando più nello specifico.