Ettore's profile"Chi controlla il passat...PhotosBlogListsMore ![]() | Help |
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October 30 Cronaca di un tifoso fai da te I: stagione IICi siamo, si avverte la novità nell’aria…dopo mille complicazioni ci troviamo davanti al nuovo Palazzo con una marea di gente che pressa per entrare. Dopo non poche fatiche (che avrebbero messo in difficoltà anche Yuri Keki) riusciamo a superare la ressa. Saliamo le scale con ansia, ci troviamo davanti un campo in perfetto stile NBA già pieno di gente urlante. Il Palazzo è più grande di prima, ma è più concentrato perché sviluppato nella sua perfetta verticalità (quasi non si vede la fine della curva). Così concentrato che prendiamo posto in basso e sembra quasi di stare in campo. Infatti io progetto, in caso di sconfitta, di catapultare in campo il bellicoso tifoso G.F. per fare strage ma la mia idea suscita l’ilarità generale. Pazienza, tanto a guidare il tifo c’è l’onnipresente capo-ultras che col suo megafono detta legge. All’inizio della partita resta sempre spalle al campo, e contempla la sua milizia festante come un generale che sta per ordinare la carica (e secondo fonti attendibili, la cosa è storicamente avvenuta…). In realtà quella sarà la sua posizione per quasi tutta la partita che spesso non guarda per concentrarsi sui suoi subordinati e incitarne i cori. È negli occhi dei tifosi che lui segue gli eventi del campo, così vede la partita e forse la vede meglio di tutti. In fondo anche il pubblico fa la sua parte, secondo calcoli statistici (non confermati) il suo ruolo si aggira sul 3%. Intanto la partita inizia con un ottimo andamento, in particolare la tripla allo scadere del primo tempo fa andare il visibilio il pubblico, mi volto e vedo il tifoso G.F. in evidente stato mistico\confusionale mentre viene sballottato, a destra e sinistra, dai tifosi S. e AL. Tutto è pronto per l’inizio del secondo tempo, ma lo spiker continua a parlare e anche gli arbitri aspettano che completi l’elenco dei ringraziamenti ad assessori e prefetti (?) vari che hanno gentilmente permesso la realizzazione del nuovo Palazzo. Ovviamente questo fa risvegliare in maniera virulenta il vetero-comunismo del tifoso G.F. che comincia a deprecare, con tono da predicatore riformato (o meglio ri-rifondato), il clientelismo della città. La partita poi riprende a pieno regime e ormai la vittoria sembra assicurata. Affianco a me c’è il tifoso A. che prende a esultare con quella sua espressione (facciale) romboidale che lo rende molto (e spaventosamente) simile a quegli zombie di “Io sono Leggenda”. Col passare del tempo la sua pratica di esultanza si è evoluta, e adesso anziché eseguire quei suoi proverbiali salti all’indietro ha imparato a saltare direttamente su di me mettendo in pericolo il mio già precario equilibrio. Ormai è festa grande, il capo-ultras incita ancora di più i tifosi, tanto che si sporge oltre il consentito e un altro lo deve sostenere da sotto. Il sergente brandisce martello e incudine con ancora più inaudita violenza del solito (o semplicemente pare così solo perché è più vicino). È fatta, la prima vittoria stagionale casalinga è arrivata puntuale alla prima occasione. Dunque ci risiamo. E così “tornai […] puro e disposto a salir le stelle”.
October 28 La crisi delle Borse e i Cristiani
di Antonio Socci
Robert Hughes definì “cultura del piagnisteo” quella della sinistra politically correct. Ma anche la destra reazionaria vive di geremiadi. Il piagnone sommo, Oswald Spengler, le unisce. Da questi acquitrini di lacrime, nel XX secolo, sono nati frutti avvelenati. Oggi col crollo delle Borse tornano gli apocalittici. Stanno col culo al caldo, ma annunciano il tramonto dell’Occidente. Se si voltassero (“metanoia”, convertire lo sguardo) vedrebbero l’alba di un tempo nuovo. E gente non disperata: i cristiani. Certo, c’è il partito dei distruttori, dei pescecani che hanno prodotto lo sfacelo dell’economia. Ma c’è anche il “partito dell’aratro”, di quelli che sembrano meno forti, come dice Péguy, ma che fanno la storia. Quando irruppero i barbari crollò l’impero romano e una civiltà millenaria fu travolta. L’economia crolla fino alla sussistenza, le campagne si spopolano, il continente si copre di foreste selvagge piene di lupi e briganti. Tutto sembra perduto per sempre e l’Europa regredisce all’età primitiva. Trattto da: http://www.antoniosocci.it/Socci/index.cfm
October 27 La scienza e la morteAccendo la televisione e leggo in sovrimpressione: “Amo troppo la vita: mi faccio ibernare”. C’è un signore intervistato che spiega la sua scelta. Ha aderito ad un’iniziativa che farà in modo di farlo ibernare pochi istanti dopo la morte, per questo ha donato il suo futuro cadavere ad un’organizzazione americana. Ha scelto anche il tempo di scadenza che si aggirerà sui 400\500 anni. Tempo bastante, a suo dire, per permettere alla scienza di scoprire il motivo del suo decesso e per trovarne rimedio. Insiste molto sul fatto che lui così vivrà per secoli, e che si risveglierà in un futuro “futuristico” con agevoli passeggiate su Marte. Le sole cose che destano la sua preoccupazione, perchè potrebbero mettere a repentaglio il suo progetto di immortalità, sono il rischio di morire in Italia (e quindi di non avere il tempo di essere trasportato in Usa) oppure di un olocausto nucleare (contro il quale nemmeno la sua bara di ghiaccio potrebbe preservarlo…). Segue quindi inevitabile invito a qualche milionario filantropo di costruire anche in Italia un centro di ibernazione. La cosa curiosa è che il vero rischio non sia per nulla
contemplato. Cioè che la scienza non sia onnipotente. Che quando si è morti si
è morti, non importa come e quando. Se una persona è già morta per il vaiolo,
non importa se esista un vaccino perché anche se somministrato è troppo tardi.
La scienza è un gran cosa, importante quanto si vuole. Ma se dalla fiducia si
passa alla fede, è un altro conto. La scienza non riporta indietro i morti, e
non è detto che possa spiegare e scoprire tutto. Nonostante il progresso, sono
tutte cose che è anzi ragionevole credere che non avverranno mai. Anche perché
tale procedura deve anche avvalersi delle tecnologie del presente. Un embrione
può essere conservato congelandolo, ma comunque per un tempo relativo di tempo.
Che questo possa avvenire per un uomo adulto mi sembra inverosimile, non
funzionerebbe con un vivo figuriamoci con un morto. La verità è che a questo
signore è stata fatta passare per certa un’idea fideistica e fantascientifica
della scienza, ma non solo di quella del futuro. Il desiderio di essere
conservati in uno stato fra la vita e la morte è già impossibile per la scienza
di oggi. Tutta la secolare procedura, ovviamente, non avverrà gratis e i futuri
ibernati devono già sborsare bei soldini (anche in assicurazioni, a quanto
detto). E' il vecchio mito della scienza che rende felici, che elimina la morte e la sofferenza, che dice cosa bisonga fare. Che fornisce la pillola della felicità e dei sentimenti, non sono forse queste cose solo delle reazioni chimiche? Come vorrebbe far credere certo neo-determinismo pseudoscientifico (che fa una lettura ideologica di dati empirici). Nei tempi antichi, soprattutto nell’era di mezzo, gli uomini meditavano
molto sulla morte e la accettavano semplicemente. “Sorella morte” arrivò a
definirla il Poverello d’Assisi. La vita è breve, ma forse è ancora più breve
per chi si arrovella ad allungarsela in tutti i modi. Per chi magari si priva
di una parte delle proprie sostanze del presente per un bene futuro inesistente. O, ancora
meglio, chi in una falsa speranza di immortalità investe nel nulla quando
potrebbe (con tutti quegli sforzi) farsi un tesoro in cielo, o conquistarsi
almeno il ricordo del proprio passaggio. Continuando a vivere nel ricordo dei
beneficati si potrebbe strappare all’oblio della morte almeno qualche generazione.
Non l’immortalità terrena, ma meglio di nulla. Risuona ancora quell’inno
evangelico alla semplicità: “E chi di voi, per quanto si dia
da fare, può aggiungere un`ora sola alla sua vita?” (Matteo 6, 27)
October 14 La Sindone e la datazione medievale
Quello della Sindone è un caso ancora irrisolto. Come praticamente tutti ammettono, quella della Sindone è “un’immagine impossibile”. Cioè nonostante gli anni di studi e di test scientifici ancora nessuno è riuscito ad elaborare a riguardo una teoria che stesse in piedi. Per questo quel semplice telo di lino è ancora una sfida per la Scienza. Infatti esso sarebbe stato prodotto nel Medioevo, peccato solo che quell’immagine risulti ancora irriproducibile nel Terzo Millennio. L’ipotesi del falso deve quindi scontrarsi già alla base con l’inverosimiglianza di una superiorità tecnologica medievale rispetto all’uomo contemporaneo. Tutti i test condotti sulla Sindone sono concordi con una datazione molto più antica, compatibile con l’età di Cristo. Solo uno di questi innumerevoli test ha dato esito negativo: la datazione al radiocarbonio effettuata nel 1988. Già allora quel test fu contestato nel metodo e nel merito, da qui la fretta di molti di chiudere al più presto il caso Sindone bollando come nemico della scienza chiunque osasse anche solo avere dubbi su quella datazione. E questo nonostante le vaste zone d’ombra. Ormai a coloro che contestarono già dall’inizio la validità del C14, cominciano ad unirsi anche alcuni di quelli che a quei test parteciparono in prima persona. Questo è il caso del chimico americano Raymon Rogers del laboratorio nazionale di Los Alamos che prese parte al progetto di datazione. Convinto della validità del test dichiarò che avrebbe sconfessato in cinque minuti quelli che sostenevano l’inattendibilità della datazione al carbonio-14. Questo fino a quando non fu costretto a ricredersi in un articolo pubblicato sulla rivista Termochimica Acta (2005). In esso Rogers sosteneva la validità della datazione al radiocarbonio, solo che il test era stato eseguito su un campione non originale. In seguito alle varie peripezie subite dal telo, e ai vari incendi, esso venne riparato con un rammendo invisibile a occhio nudo, ma individuato da fotografie ad alta risoluzione. Così ha dichiarato Rogers: “Per quanto possa sembrare improbabile, i campioni usati per testare l’età della Sindone nel 1988, provenivano da aree rammendate in tempi successivi. L’errore è facilmente giustificabile, poiché si tratta di rammendi realizzati con grande cura. La trama ha esattamente lo stesso motivo della maggior parte del tessuto, ed è stato tinto affinché il colore corrispondesse perfettamente all’originale”. Il chimico ha quindi scoperto che i campioni usati nell’analisi al radiocarbonio hanno proprietà chimiche del tutto differenti da quelle del resto del telo. Infatti la Sindone è composta di puro lino, e in quei campioni Rogers ha trovato fibre di cotone con tracce di tintura per mimetizzare il rammendo. Pertanto il test è invalidato perché eseguito su campioni contaminati da elementi esterni alla reliquia e più recenti. Sempre nel suo articolo, Rogers propone anche una datazione alternativa, basata sull’equazione di Arrherius per stimare la presenza della vanilina. Scrive ancora Rogers in un‘unitervista rilasciata all’Associated Press: “Il fatto che la vanilina non sia stata trovata nelle fibre del sudario indica che il lenzuolo è abbastanza antico. Uno studio della cinetica della perdita di vaninlina suggerisce che esso dovrebbe avere dai 1.300 ai 3.000 anni”. In conclusione, secondo Rogers, la Sindone è un reperto estremamente antico e non un falso di origine medievale. Infatti pare che la vanilina nei campioni usati per il test del 1988 non si sia consumata, proprio perché (loro sì) di origine medievale. Per queste sue posizioni Rogers è stato aspramente criticato perché lo spirito scientifico, quello della Scienza galileiana, viene spesso e volentieri dimenticato e capita così che un test (che ha notoriamente molte variabili e non certo infallibile) diventi una sorta di dogma incontestabile. Le critiche comunque sembrano essere state già efficacemente confutate, anche se purtroppo Rogers è morto nel 2005 e non ha avuto la possibilità di calcolare un risultato più preciso. Dalle nostre ricerche comunque sono emerse solo le critiche alla datazione proposta da Rogers, non ancora alla scoperta dei campiono contaminati. Ma continueremo la ricerca. Se volete approfondire, potete trovare molto materiale nell’Archivio documenti e in ulteriori interventi. Per concludere, facciamo nostra la speranza espressa da Franco Battaglia di procedere a una “datazione al C-14 eseguita su campioni scelti con maggiore meticolosità” e “su campioni prelevati da 4-5 punti diversi del telo”.
Qui trovate l'articolo di Rogers: http://www.shroud.it/ROGERS-3.PDF Per avere un esauriente riassunto in italiano invece cliccate qui: http://www.shroud.it/ROGERS-4.PDF
October 09 Pio XII e la leggenda nera
La leggenda nera nata intorno alla figura di Pio XII è uno degli esempi più evidenti, e tristi, di falsificazione storica di matrice ideologica. La convenienza politica e culturale della vicenda si evince anche dalla larga diffusione che la leggenda nera ha avuto, e ha ancora, in larga parte dei mass media e, quindi, dell’opinione pubblica. Il cinquantesimo anniversario della morte di papa Pacelli, che ricorre oggi, ha ancora una volta riportato alla luce il dibattito. Riportiamo sotto l’intervista che Paolo Mieli ha concesso all’Osservatore Romano e che spiega molto bene le dinamiche della nascita del mito (che abbiamo già affrontato altre volte nel blog) con la speranza, che facciamo nostra, di poter effettivamente vedere esaurirsi la vergognosa offensiva diffamatoria contro Pio XII.
Intervista a Paolo Mieli, storico e direttore del «Corriere della Sera» La storia renderà giustizia a Pio XII
di Maurizio Fontana Qualche volta la storia può arrivare su un palcoscenico e da lì ripartire, assolutamente stravolta. Questo accadde il 20 febbraio 1963 quando, al Freie Volksbühne di Berlino, andò in scena il dramma di Rolf Hochhuth Der Stellvertreter ("Il vicario"). Da lì prese di fatto il via una "leggenda nera" che ha accompagnato la storiografia mondiale fino a oggi, alimentando una campagna di odio nei confronti di Pio XII additato addirittura come un "ignobile criminale" e tacciato di filonazismo per i suoi "silenzi" sulla Shoah. Anche all'interno del mondo cattolico.
Tratto da: http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/interviste/2008/236q05a1.html
October 06 Viltà, persecuzione e silenzio
di Giorgio Israel Finora non pare che sia servita la denuncia di Angelo Panebianco né l’iniziativa promossa dalla Fondazione Liberal per risvegliare l’attenzione sullo scandalo delle persecuzioni e dei massacri di cristiani che si svolgono da ogni parte del mondo. Troppi, mentre sono pronti a sollevarsi strepitando di razzismo genocida quando si propone di prendere le impronte ai bambini dei campi nomadi, voltano lo sguardo dall’altra parte di fronte ai massacri concreti di cristiani. Una delle cause principali è stata identificata da Angelo Panebianco nell’«atteggiamento farisaico secondo il quale non conviene parlare troppo delle persecuzioni dei cristiani se non si vuole alimentare lo “scontro di civiltà”. Come se ignorare il fatto che nel mondo vari gruppi di fanatici usino la loro religione (musulmana, indù o altro) per ammazzarsi a vicenda e per ammazzare cristiani ci convenisse». Il “politicamente corretto” ipocrita e suicida porta a tacere e persino a giustificare ogni crimine compiuto dall’“altro” e a considerare il massacro di cristiani come un normale prezzo da pagare per le colpe della civiltà occidentale. Questo atteggiamento è testimoniato da tanti fatti tra cui va sottolineata l’asimmetria che porta a condannare le vignette danesi su Maometto come un’efferata provocazione che avrebbe giustificato lo scatenamento di un’autentica guerra di religione da parte di gruppi fanatici musulmani di mezzo mondo, mentre si giustificano e difendono a spada tratta le “opere d’arte” che rappresentano una rana crocefissa o un’erezione di Gesù in croce. Nel primo caso si deplora l’offesa a una figura sacra per i musulmani, di fronte alla quale la libertà di espressione deve inchinarsi e sapersi limitare. Nel secondo caso, il simbolo sacro e il valore che esso ha per i cattolici deve inchinarsi di fronte alla libertà di espressione e all’assoluta indipendenza dell’“arte” che non può limitarsi di fronte a nulla e nessuno, anche se nei fatti questo “nulla e nessuno” ha nomi e cognomi ben precisi: è lecito fare strame della croce o paragonare la verga di Mosé a un fallo ma tutti debbono inginocchiarsi di fronte al sacro turbante di Maometto. Quel che è tragicamente penoso in questa faccenda è il richiamo alla libertà “artistica” e che professori universitari di storia dell’arte o conservatori di musei parlino con sussiego di opere d’“arte” è un segno dello sfacelo della nostra cultura, del modo in cui vengono svenduti senza dignità le nozioni più elementari in nome della cupidigia di asservimento all’“altro”. Occorrerebbe ricordare a questi solerti “intellettuali” che un oggetto per essere definito un’opera d’arte deve soddisfare alcune caratteristiche minime, tra cui la messa in opera, per la sua produzione, di una maestrìa non alla portata di chiunque e una finalità espressiva che miri a trasmettere significati universali. Non basta prendere una tazza di gabinetto, una cacca, disegnare o scolpire un fallo in erezione – secondo la migliore tradizione della grafica da cesso pubblico – mettervi sotto una scritta ermetica e riuscire a esporlo in una mostra perché realizzare un’opera d’“arte”. Perché, in tal caso, l’unica “arte” che viene messa in atto è quella dell’astuzia mediatica e dell’abilità nell’intrallazzare per inserirsi nei circuiti espositivi. Non si sa se ridere o piangere sentendo uno di questi “intellettuali” paragonare la rana di Bolzano alla Cappella Sistina di Michelangelo. Questa cupidigia di asservimento che fa strame dell’arte in nome di una cultura che non merita più di essere chiamata tale è uno dei terreni su cui si alimenta l’indifferenza per le stragi e i massacri dei cristiani. (Tempi, 17 settembre 2008) Tratto da: http://gisrael.blogspot.com/2008/09/la-vilt-che-lega-una-rana-crocifissa-al.html October 05 La conversione di Messori
Vittorio Messori è uno dei maggiori intellettuali italiani, giornalista e studioso accanito ha pubblicato molti best-sellers che hanno avuto anche il merito di far uscire la cultura cattolica dal ghetto in cui era stata confinata spopolando anche nelle classifiche dei libri laici. Presentiamo qui un'interessante intervista riguardo la sua conversione.
Lei si è lasciato alle spalle la cultura laica e si è convertito al cattolicesimo: cosa ha trovato nella fede?
Tratto da:
http://www.et-et.it/MisteroTorino/misrec9.htm
October 03 La Donna dell'Apocalisse
“Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. 2 Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. 3 Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; 4 la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato. 5 Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono. 6 La donna invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni…[13] Or quando il drago si vide precipitato sulla terra, si avventò contro la donna che aveva partorito il figlio maschio…[17] Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù.” (Apocalisse 12, 1- 18)
Quello della donna è il primo dei sette segni sul conflitto fra Dio e Satana. È chiaro che si tratta di visioni allegoriche, per cui gli errori che si possono compiere nell’approccio ad un testo del genere sono, essenzialmente, due: prendere alla lettera quelli che vogliono essere dei simboli (come le varie cifre del testo); oppure accentuare troppo l’aspetto simbolico fermandosi ad esso, privandolo così il testo del suo reale messaggio. Bisogna sapere trovare il giusto equilibrio per una corretta interpretazione. In questa visione ci sono quattro personaggi principali: Dio, il Drago, la Donna e il Bambino. Per capire l’identità di questi ultimi due, sarà utile partire dal Drago. Esso è senza dubbio il simbolo del male, quel Satana presente anche nel Vangelo. La figura del drago si collega direttamente al “serpente antico” del Genesi, a cui si fa esplicito riferimento nel verso 9. Sarà bene riportare quel passo:
“Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la sua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Genesi 3, 15)
Le analogie ci sono tutte: la donna, il drago/serpente, la stirpe della donna. La visione sembra quindi la realizzazione profetica della guerra fra il serpente e la Donna e della vittoria di quest’ultima (tramite la sua discendenza, cioè tramite il figlio). Passiamo ora al bambino. L’identificazione del “figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro” non appare difficile. Trattasi inequivocabilmente del Messia, anche per il riferimento allo scettro di ferro di cui parla un salmo:
“Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra. 9 Le spezzerai con scettro di ferro, come vasi di argilla le frantumerai” (Salmi 2, 8-9)
È un Salmo, questo, che parla esplicitamente del Messia che dovrà venire. Per cui non sembrano esserci dubbi. Il bambino è il promesso Messia “nato da donna”, quel Gesù di cui si parla alla fine del capitolo. Un’interpretazione questa in nulla ostacolata da elementi che possono risultare contrastanti con le narrazioni evangeliche, come l’immediata ascensione del bambino verso Dio e cioè, si presume, verso il Cielo. Questo perché si tratta, per l’appunto, di una visione profetica e allegorica che non ha la pretesa di essere una ricostruzione dei fatti evangelici. Se, quindi, l’identificazione del bambino con il Messia, e quella del drago con Satana non crea difficoltà resta, però, da approfondire la figura della donna. Quest’ultima interpretazione sembra fondamentale per la comprensione di tutto il testo, perché la visione inizia con il segno grandioso della donna. Ed è lei l’unico personaggio che attraversa tutta la visione: dall’inizio alla fine. Per questo sulla figura della donna non si sono risparmiate innumerevoli interpretazioni, da chi la identifica come il Popolo Eletto a chi la guarda come una figura personificata della Chiesa. Probabilmente nessuna delle varie interpretazioni è errata, alcune possono sussistere senza escludersi a vicenda. Eppure nessuna delle due che abbiamo prospettato (che sembrano essere fra le più comuni) calza perfettamente e fino in fondo. La donna può essere vista come l’immagine del Popolo eletto che dà alla luce il Messia. Però la donna continua ad avere un ruolo anche dopo la sconfitta del drago per mezzo dell’Agnello, eppure a questo punto il Popolo eletto avrebbe dovuto esaurire il suo ruolo. Allo stesso modo la donna può essere vista come immagine della Chiesa gloriosa, eppure non è la Chiesa che ha generato Cristo: è il contrario. L’identificazione con la Chiesa meglio si accorda con l’ultima parte della visione, ma fino a un certo punto. Perché? Perché alla fine il drago non può nulla contro la donna e per questo si scaglia contro la sua discendenza. Con la donna la lotta è finita, si evince quasi che il suo ruolo terreno sia finito. Invece Satana può ancora attaccare la Chiesa, anche se non può prevalere. E poi quale sarebbe questa discendenza della Chiesa? Bisognerebbe quindi ipotizzare un doppio significato simbolico della donna: il Popolo Eletto, nella prima parte, per poi diventare la Chiesa (nella seconda). Possibile, anche se nel testo la donna resta sempre la stessa. Inoltre, anche volendo assumere la “doppia interpretazione”, resta il problema del finale e della discendenza. Il testo fa intendere che la guerra intrapresa dal drago contro la discendenza della donna sia la vendetta per la vanificazione dei suoi attacchi. Per cui la donna sembra avere terminato il suo ruolo terreno e la sua personale battaglia, ora affidata alla sua discendenza. Forse si può provare, senza escludere del tutto questa precedente, ad assumere anche un’interpretazione molto più semplice e senza ambiguità. La visione parla del Messia e della sua nascita da una donna. Nulla vieta, se non un giudizio aprioristico, di vedervi la madre di Cristo, la quale sarebbe così la Donna della profezia del Genesi dalla quale sarebbe nata la discendenza destinata alla vittoria (nella figura, quindi, del Figlio-Messia). La quale non esaurisce il suo ruolo con la nascita di Cristo, visto il perdurare dell’inimicizia con il serpente che continua ancora ad avventarsi contro di lei. La visione la presenta però come inattaccabile per la protezione di Dio, per cui il drago muove guerra contro il resto della sua discendenza. Un’espressione, quest’ultima, a nostro parere molto significativa. Perché il Cristo è il prodotto della discendenza della donna che avrebbe sconfitto il drago. Tuttavia anche Cristo ha dato una discendenza con la Chiesa, e contro di questa continuerà fino alla fine la persecuzione del drago sulla Terra. Non più direttamente contro il Messia, né contro la donna. Sembra molto più logico vedere la Chiesa in “quel resto della sua discendenza” che porta la testimonianza di Gesù, che non altrove.
Se, nonostante le discrepanze, si può ritenere giusta l’interpretazione della donna come immagine del Popolo eletto dei tempi messianici bisogna notare che invece l’identificazione con Maria, madre di Cristo, non trova nessun ostacolo. Anzi quest’ultima sembra l’interpretazione meno artefatta e quindi quella più vicina alla realtà. Ci sono ancora altri indizi che possono confermare questa interpretazione, come l’appellativo di “donna”, che è lo stesso col quale Giovanni si riferisce a Maria nei Vangeli (nell’episodio di Cana e sotto la croce). L’identificazione con Maria permette anche di capire meglio le caratteristiche della donna dell’Apocalisse. Il fatto che sia “vestita di sole” si può forse collegare al fatto che Maria sia la madre del “sole di giustizia” di cui parla Malachia (cap. 3, 20) per cui lei è rivestita di quello stesso splendore. Quello che si pone sotto i piedi è, solitamente, qualcosa che è stato sconfitto. La Luna può simboleggiare il passaggio delle stagioni, ovvero il tempo e quindi la morte. Il fatto che sia sotto i piedi della donna sembra indicare la compartecipazione di Maria alla sconfitta della morte operata da Cristo. Questo episodio dell’Apocalisse non fa che confermare quello che appariva implicito già nei Vangeli. Ovvero un ruolo, quello di Maria, non ridotto a quello di un “utero in affitto” usa e getta ma a qualcosa di molto più grande. Maria non solo ha dato alla luce il Messia, ma lo ha accompagnato nella sua dolorosa missione prendendovi parte anche lei in modo del tutto particolare; prima ma anche dopo la morte del Cristo. Per questo la vediamo nell’Apocalisse come una splendida regina, coronata di dodici stelle, simbolo delle dodici tribù di Israele, e in veste vittoriosa rispetto al nemico. Il fatto che poi il drago si rivolga contro il resto della sua discendenza, cioè la Chiesa, conferma anche il titolo di “Madre della Chiesa”. Tutto questo non mette affatto in ombra la figura del Cristo. Anzi, senza una corretta mariologia, non si può sviluppare una corretta cristologia. Lo vedremo, con qualche esempio, nei prossimi interventi.
October 02 Maria e l'Arca della Nuova Alleanza“Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la sua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Genesi 3, 15)
Questa profezia così misteriosa può essere compresa pienamente solo alla luce della prospettiva messianica. Con la seduzione di Adamo ed Eva è iniziata una guerra fra l’umanità e il suo Nemico. In questa guerra, Dio promette la vittoria alla stirpe della Donna. La prospettiva messianica che attraversa tutta la Bibbia permette di credere che questa vittoria avverrà per opera del Messia, il quale discenderà dalla stirpe della Donna e darà la vittoria ai suoi fratelli. Per questo scrisse San Paolo: “Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la resurrezione dei morti. Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo” (1 Cor 15, 21-22). In questa prospettiva messianica, però, sembra essere chiamata ad avere un ruolo importante anche la Donna: dalla sua stirpe verrà il Salvatore. Molti elementi importanti dell’Antico Testamento, lo insegnava sempre San Paolo, sono immagine degli eventi futuri. Questo il collegamento fra l’Antica e la Nuova Alleanza. Uno degli aspetti fondamentali dell’Antica Alleanza fu la scelta, da parte di Dio, del popolo eletto: il non-popolo che divenne il Popolo di Dio. Il quale fu talmente privilegiato da ricevere non solo le Tavole della Legge, ma anche l’Arca dell’Alleanza. La sua costruzione fu ordinata da Dio a Mosè ed era il segno visibile della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. L’Arca dell’Alleanza conteneva le Tavole della Legge e seguì gli Ebrei nel loro nomadismo fino a quando non fu posta nel Tempio di Gerusalemme. Durante le soste veniva conservata in quella che era definita la Tenda del Signore, tramite l’arca Mosè parlava con Dio che appariva seduto fra i due cherubini che ornavano il coperchio. È questa una delle immagini più importanti dell’Antica Alleanza, prefigurazione dell’Emmanuele: il Dio con Noi. Colui che doveva venire. Elemento fondante della Nuova Alleanza è proprio l’Incarnazione, lo scandalo di Dio che si fa Uomo. In questo irruzione divina nella Storia, Dio ha voluto servirsi di un’umile donna: di colei legata da eterna inimicizia con il nemico. Quella Maria di Nazaret che vide compirsi dentro di sé le antiche profezie, che accettò di portare in grembo il “Dio con noi”. Portatrice del Messia, Ella divenne così l’Arca della Nuova Alleanza, non fatta più di legno ma di carne. Incarnò in sé la vera Arca, quella definitiva. Maria è la prima discepola, la prima portatrice della Buona Novella. Per questo Elisabetta esultò all’udire il suo saluto, leggiamo:
“In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. 40 Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41 Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo 42 ed esclamò a gran voce: "Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43 A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? 44 Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. 45 E beata colei che ha creduto nell`adempimento delle parole del Signore". 46 Allora Maria disse:
" L`anima mia magnifica il Signore 47 e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, 48 perché ha guardato l`umiltà della sua serva. D`ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. 49 Grandi cose ha fatto in me l`Onnipotente” (Luca 1, 39-49)
Le espressioni di reverenza che Elisabetta ha verso sua cugina sono già in sé molto significative e, visto il contesto, non possono essere ridotte ad una sorta di scambio di convenevoli (come alcuni talvolta vorrebbero far credere). Le due donne sono cugine, ma ormai per Elisabetta quella è la “madre del mio Signore” che per questo merita una considerazione particolare. In realtà questo passo acquista il suo pieno significato solo se rapportato alla sua immagine veterotestamentaria. La gioia di Elisabetta è comprensibile, ma che senso hanno il sussulto del bambino e le esclamazioni di gioia (addirittura dettate dallo Spirito Santo)? Il senso è quello che ci racconta il secondo libro di Samuele:
“Allora Davide andò e trasportò l`arca di Dio dalla casa di Obed-Edom nella città di Davide, con gioia. 13 Quando quelli che portavano l`arca del Signore ebbero fatto sei passi, egli immolò un bue e un ariete grasso. 14 Davide danzava con tutte le forze davanti al Signore. Davide era cinto di un efod di lino. 15 Così Davide e tutta la casa d`Israele trasportavano l`arca del Signore con tripudi e a suon di tromba” (2 Samuele 6, 12-15)
Le esultanze di Davide sembrano, oggi come allora, spropositate. Non bastano gli onori, i tripudi le trombe e i sacrifici: addirittura il re che danza con tutte le forze. Segno questo non di una comune gioia, ma di una gioia incontenibile: questo l’atteggiamento di Davide di fronte all’Arca dell’Alleanza. Ecco che allora l’episodio di Luca non può essere letto come la manifestazione di una semplice gioia, quella di Elisabetta e di suo figlio è la stessa gioia incontenibile (quasi esagerata) di Davide davanti all’Arca di Dio. Ecco perché il bambino sussulta, ecco perché Elisabetta viene riempita di Spirito Santo ed esulta profeticamente. Tutto questo avviene per la presenza di Dio, ma Luca specifica che l’episodio non nasce dalla semplice presenza di Maria e del bambino, ma dal momento in cui il saluto di Maria giunge alle orecchie della cugina. Cioè Elisabetta e il Battista tengono di fronte a Maria lo stesso atteggiamento che Davide ebbe davanti all’antica Arca dell’Alleanza: ma ora è lei stessa la nuova Arca. Tutto questo già basta per far capire che il ruolo di Maria non è stato quello di una sorta di “utero in affitto” usa e getta, come qualcuno talora insinua. L’Arca dell’Antica Alleanza non era Dio, ma era un suo dono per far sentire al popolo la sua vicinanza e per questo era considerato un oggetto sacro degno di grande rispetto. Ma era solo la prefigurazione della vera Arca, quella dell’Alleanza definitiva che per questo merita ancora più considerazione. Anche perché, mirabilmente, Dio non ha voluto più servirsi di un oggetto ma di un essere umano tanto umile quanto grande. Allo stesso modo Maria non è Dio, ma un dono di Dio. E in questa ottica vanno letti i gesti particolari di amore e di onore nei suoi confronti. October 01 Maria nei Vangeli
Quella di Maria nei Vangeli è una presenza silenziosa che solo a una lettura attenta mostra tutta la sua straordinarietà. Ognuno dei passi che ci accingiamo ad analizzare meriterebbe forse dei veri e propri trattati a parte, qui ci limitiamo ad una rapida rassegna che dia conto dell’indissolubilità della storia del Figlio con quella della Madre.
1- Il saluto dell’angelo:
Entrando da lei, disse: "Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te". 29 A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. 30 L`angelo le disse: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio…(Luca 1, 28-30)
Il turbamento di Maria non è ingiustificato. Molto si è discusso sul significato di quel “piena di grazia” che pare essere un’espressione unica in tutta la Scrittura. Nella traduzione italiana esistono delle analogie ma, pare, che nel testo originale l’espressione usata dall’angelo nel Vangelo di Luca sia del tutto particolare. Essa indica uno stato di “privilegio” di Maria che è non è semplicemente piena di grazia, bensì nel riempimento di Grazia da parte di Dio: nel senso di un’azione cominciata nel passato ma che continua. Cioè il Messia doveva discendere dalla stirpe della Donna, ma non da una donna comune. Per questo l’evangelista sembra indicare uno stato di particolare grazia di Maria. La Grazia senza dubbio è un dono di Dio, ma mantenersi in stato di Grazia è anche un merito personale. Essere pieni di Grazia vuol dire essere completamenti alieni al peccato, per questo Maria è un personaggio del tutto particolare.
2- La presentazione al Tempio:
Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: "Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione 35 perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l`anima". (Luca 2, 34-35)
Qui Simeone sembra collegare, fino a intrecciarle, la storia di Gesù con quella di Maria. Il Messia è l’uomo dei dolori di cui parlava Isaia, un ruolo inevitabile per chi sia chiamato alla missione di essere “segno di contraddizione”. Eppure a questa missione sembra dover partecipare, seppur in modo del tutto diverso, anche Maria. L’avvertimento finale di Simeone indica che Ella sarà partecipe dei dolori del Figlio come nessun altro.
3- Le nozze di Cana
Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: "Non hanno più vino". 4 E Gesù rispose: "Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora". 5 La madre dice ai servi: "Fate quello che vi dirà" (Giov. 2, 3-5)
La risposta di Gesù può forse sembrare brusca e un po’ irriguardosa. In realtà l’appellativo di “donna” risponde al latino “Domina” che vuol dire “signora” o “padrona”. Cristo sembra riluttante, eppure poi accetta di provvedere. Dell’origine di questo cambiamento l’evangelista non parla, a nostro parere la cosa si spiega alla luce degli altri episodi miracolosi dei Vangeli. In questi Gesù, prima di compiere prodigi, richiede sempre l’espressione di fede per non fare mai del miracolo un evento “magico” ma qualcosa che scaturisce dalla fede. A volte Cristo mette alla prova la fede, come nell’episodio della donna Cananea dove arriva a dire “ Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini” (Matteo 15, 26) con riferimento ai pagani. Eppure nessuno che conosca veramente il Vangelo userebbe questo passo per negare l’universalità del messaggio evangelico, perché è chiaro che Gesù stava mettendo alla prova la fede di quella donna (e forse anche quella degli apostoli). In questa prospettiva l’episodio delle Nozze di Cana assume un valore del tutto particolare. La fede di Maria è talmente scontata che la sua risposta all’obiezione di Gesù si rivolge già direttamente ai servi, e senza suscitare altre proteste da parte del Figlio. Lei è stata quindi la prima discepola, la prima a credere nel potere di Cristo prima ancora di vederlo all’opera (si tratta infatti del primo miracolo). Quello di Cana è un episodio importante anche perché l’evangelista chiarisce che da allora i suoi discepoli credettero, cioè da un miracolo avvenuto per intercessione di Maria. Chiariamo fin da subito che parlare di preghiera di intercessione non mette in alcun dubbio l’unicità della mediazione di Cristo. Pregando per qualcuno si intercede per lui presso Dio, semplicemente questo.
4- L’adozione spirituale
Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: "Donna, ecco il tuo figlio!". 27 Poi disse al discepolo: "Ecco la tua madre!". E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa. (Giov. 19, 26-27)
Prima di passare al commento, è bene fare una precisazione utile anche per la giusta interpretazione degli altri passi. Il Vangelo non fa mai gossip, cioè non si attarda mai su particolari non importanti o di carattere puramente personale. Per questo i Vangeli parlano poco dell’infanzia di Gesù e nemmeno accennano al suo aspetto fisico. Tutte cose che servirebbero ad alimentare la curiosità dei credenti (e che infatti poi trovarono largo spazio nei Vangeli apocrifi…) ma che non sembrano interessare i Vangeli canonici. I quali sono invece spinti ad una narrazione piuttosto nervosa delle cose più importanti e non di pii racconti. Nel passo di Giovanni si compie una vera e propria adozione del discepolo nei confronti di Maria. Da notare che il discepolo è l’unico rappresentante della Chiesa (dal punto di vista gerarchico) sotto la croce, per questo al dato personale (la prese in casa sua) si aggiunge anche quello simbolico. Maria ebbe un ruolo importante nella nascente Chiesa, e senza dubbio questo non le veniva conferito da nessun ruolo “gerarchico” ma solo dallo satus di Madre di Cristo. Per questo compare in Atti 1, 14 ed è significativo che sia l’unica ad essere menzionata per nome fra tutti quelli che stavano in quei giorni con gli Apostoli. Quello della Madre è un ruolo ancora silenzioso ma significativo, esteso dal Figlio alla Sua Chiesa.
Per concludere, si può ben dire che quello di Maria è un personaggio unico nelle Scritture. La “piena di grazia” ha accettato lo scandalo dell’Uomo-Dio conoscendone tutte le conseguenze. Rischiò il ripudio da parte di Giuseppe e la lapidazione per adulterio. Per via del Figlio conobbe l’esilio. Per prima lo seguì nei momenti più difficili, presente dall’inizio alla fine: dall’inizio della vita pubblica fin sotto la croce. Sotto la quale patì insieme al Figlio quella spada nel cuore, con la stessa obbedienza e lo stesso amore. Maria è l’unico personaggio del Vangelo che non vacilla mai nella fede, nemmeno sotto la croce che poteva sembrare il più crudele degli scherzi. E dopo la morte del Figlio accompagnò la Chiesa per la quale aveva dato la Vita. Analizziamo un passo:
“Se aveste una fede piccola come un granello di senape, voi potreste dire a questa pianta di gelso: Togliti via da questo terreno e vai a piantarti nel mare! Ebbene, se aveste fede, quell'albero farebbe come avete detto voi.” (Luca 17, 6)
La Scrittura mostra che Maria ebbe una fede ben più grande di un granello di senape, e dalla sua preghiera di intercessione nacque il primo miracolo. Dal suo fiat l’umanità ha ricevuto Cristo. Quale migliore esempio di fede? Come si può non riconoscere una particolare dignità e importanza a un personaggio del genere? Eppure, molto spesso, nella teologia protestante viene passato sotto silenzio nel migliore dei casi; nei peggiori non mancano menzogne e insinuazioni. Ad ogni modo, nei prossimi interventi, cercheremo di approfondire l’argomento entrando più nello specifico. |
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